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Saturday, March 02, 2002


TUTTO SCIENZE – “LA STAMPA” – MERCOLEDì 27/02/02

PSICOLOGIA DELLA PERCEZIONE: L’”EFFETTO THATCHER”

Di Lamberto MAFFEI – Scuola Normale, Pisa

L’INGANNO DELLA BOCCA CAPOVOLTA

NUOVI STUDI SULLA ILLUSIONE PERCETTIVA CHE RENDE IN APPARENZA AGGRESSIVO UN VOLTO CON LABBRA E OCCHI ROVESCIATI: IL MOTIVO E’ NEL NOSTRO CERVELLO

Gli psicologi spiegano con buoni argomenti scientifici che la fotografia di una faccia a capo in giù è difficile a riconoscersi per la perdita dell’espressione della faccia stessa. E’ anche ben noto che bocca e occhi sono i maggiori responsabili dell’espressione facciale. Da queste considerazioni si potrebbe dedurre che in una faccia invertita, in cui occhi e bocca rimangono nel loro normale orientamento, l’espressione della faccia potrebbe essere più chiaramente percepibile.
Diversi anni fa, ai tempi in cui in Inghilterra il primo ministro era Margaret Thatcher, uno psicologo fece un interessante esperimento i cui risultati furono pubblicati sulla rivista “Perception” destando grande sorpresa tra gli stessi addetti ai lavori. Il titolo della pubblicazione era “Margaret Thatcher: a new illusion”. Date le affinità politico – filosofiche tra il nostro primo ministro attuale e la “lady di ferro”, ho tentato di riprodurre questa illusione ottica con una fotografia del suo viso, normalmente assai fotogenico, sorridente e rassicurante. Ne risulta che l’inversione dei soli occhi e la bocca dà un aspetto aggressivo alla faccia del nostro primo ministro, che non me ne vorrà per questo innocuo scherzo.
Recentemente lo studio dell’”effetto Thatcher” è stato ripreso in un lavoro apparso sulla prestigiosa rivista “Neuron” (novembre 2001). Usando la tecnica della risonanza magnetica funzionale gli autori hanno misurato quali zone cerebrali siano attivate dalla presentazione delle facce nelle diverse posizioni e manipolazioni illustrate nella figura.
Si è osservato che nelle aree visive le differenze di attivazione sono inesistenti o minime. Ciò non è del tutto sorprendente poiché le forme presentate all’analizzatore visivo corticale sono paragonabili: gli stessi occhi, ma invertiti,la stessa bocca, ma invertita. Ne segue la conclusione che queste aree visive non sono coinvolte direttamente nella percezione delle espressioni emotive delle facce, ma solo nelle analisi di certe componenti delle forme. Alti livelli di attivazione si sono invece osservati in una zona del lobo limbico, chiamata Amigdala per la sua forma a mandorla. E’ noto che questa struttura è fortemente coinvolta nella percezione delle espressioni negative del volto.
Future ricerche potranno chiarire meglio il rapporto della percezione delle espressioni facciali a livello corticale.


Thursday, February 28, 2002


Metti in moto i tuoi nuroni

Dalla rivista Campus del mese di Marzo 2002

intervista a più esperti dove compaiamo anche noi

il motore primo dell'evoluzione, ma anche la facoltà più
simile a un sesto senso.
così le scienze cognitive hanno ridefinito il movimento.
perché in ogni gesto si nascondono intricate sinapsi tra
l'intelligenza, la memoria e la coscienza di sé

di Emanuele Elli

i muovo, ergo sum. Cartesio avrebbe qualcosa da ridire, forse, eppure stando ai numeri della scienza la conclusione non è tanto azzardata. Quasi l'80 per cento dei neuroni che imperversano dentro la nostra testa, infatti, sovrintende al movimento. Il pensiero, la coscienza, la memoria, le emozioni, tutto quello insomma per cui la maggior parte degli esseri umani crede di essere diverso dai cugini scimpanzé è inestricabilmente collegato al comportamento motorio. «Il dato non deve stupire», si affretta a spiegare Claudio Babiloni, ricercatore del dipartimento di fisiologia umana della Sapienza, «perché quello che noi percepiamo e definiamo come movimento è in realtà soltanto il risultato finale di una complessa serie di operazioni che il nostro cervello compie a livello più o meno inconscio e che coinvolge ogni sua area». Contrariamente a quanto si credeva un tempo, infatti, non esiste un centro isolato preposto al movimento; prima di essere trasmessa agli arti l'idea di un'azione affronta anzi un'istantanea odissea burocratica attraverso un dedalo di uffici encefalici e midollari. Nata nella corteccia associativa, viene delegata al cervelletto laterale, appaltata per l'esecuzione al talamo, perfezionata dai gangli della base, approvata dalla corteccia associativa, inoltrata alla corteccia rnotoria e spedita al tronco dell'encefalo, al midollo e infine ai muscoli. «Dietro allo spostamento di un segmento del proprio corpo, inoltre, ci sono anche ragioni legate a esigenze interne o a stimoli esterni», precisa Babiloni. «Il gesto di bere un bicchiere d'acqua, per esempio, ha all'origine la registrazione di uno squilibrio idrico nel nostro corpo e la trasformazione di questo in un segnale d'allarme che produce la sensazione di sete». Prima di muoversi, poi, il cervello calcola la posizione del proprio corpo, compie operazioni di relazione con lo spazio intorno e si confronta con le circostanze: dov'è l'acqua, che cosa devo fare per ottenerla o quali strumenti devo adoperare? Memoria, esperienza, coscienza di sé sono componenti essenziali dei comportamento, così come le motivazioni che animano un gesto. «Si è scoperto, infatti, che tanto più la motivazione è forte, tanto più il cervello attiva un processo di reclutamento di neuroni», spiega Stefano Tamorri, presidente dell'Associazione italiana psicologia dello sport. «t quello che rende possibile compiere azioni incredibili, come sollevare una macchina, in situazioni particolari, oppure che fa la differenza nelle competizioni tra atleti di alto livello, a parità di allenamento, forma fisica e talento». C'è chi, come Alain Berthoz, direttore del laboratorio di fisiologia della percezione e dell'azione del ColIège de France, addirittura ha parlato del movimento come dello strumento che più si avvicina a un «sesto senso». Nel volume Il senso del movimento (McGraw Hill editore), egli sostiene che esso aiuta il cervello ad anticipare ciò che sta per accadere nello spazio che ci circonda. «Uipotesi non è poi così assurda come può scii-ibrare», conferma Marco Chisotti del dipartimento di Psicologia dello sport della Scuola universitaria di scienze motorie di Torino. «Pensiamo al comportamento di un tennista o di un calciatore durante una partita... Il problema è che noi siamo abituati a pensare al cervello come a un calcolatore che si adatta alla realtà, ma in verità somiglia più a un simulatore che utilizza i movimenti di un corpo nello spazio per elaborare un modello stabile della realtà, in equilibrio tra i sensi e i pensieri, cioè quei software che noi usiamo per dare una spiegazione alle sensazioni». Se qualcuno faticava ad associare il concetto di intelligenza all'attività motoria dovrà adeguarsi, dunque, al nuovo credo delle neuroscienze, secondo il quale questa è, al contrario, il motore primo della crescita intellettuale. La biologia stessa insegna che i soli organismi viventi che hanno sviluppato un cervello sono proprio quelli dotati di movimento. Il verme più semplice o l'invertebrato marino più primitivo possiedono comunque un sistema nervoso, al contrario delle piante che, infatti, non hanno neppure attività motoria. La correlazione tra motorietà e sviluppo intellettivo è una tesi dirnostrata dunque dalla storia evolutiva della razza umana. Poco aggiungono gli esiti recenti degli studi di un ricercatore giapponese, Kisou Kubota, dell'università Nilion Fukushi di Handa, il quale, dopo aver collegato agli elettrodi un gruppo di sette giovani runner, dimostrava come le loro prestazioni di memoria, intuizione e ragionamento superassero quelle dei colleghi più sedentari. Peccato che i livelli di intelligenza tornassero negli standard giapponesi non appena le cavie umane smettevano di correre... «E' indiscutibile che muoversi sviluppa il cervello, ma è ancor più vero viceversa», sottolinea Tamorri. «Il vero salto di qualità, per esempio, nell'allenamento degli atleti, si avrà quando capiremo come poter allenare il cervello al movimento. Finora abbiamo sempre pensato che il miglior allenamento fosse quantitativo. Più ripetizioni del gesto fai meglio è. La frontiera in questo campo, invece, consiste nell'individuazione dei distretti neuronali dell'encefalo maggiormente coinvolti in un'azione, in modo da poter fare allenamenti qualitativi, specifici per quell'area del cervello». Le ricerche sulla cosiddetta ginnastica mentale, in realtà, aprono nuovi orizzonti soprattutto sul versante clinico, primo fra tutti quello del recupero della mobilità in soggetti malati o colpiti da lesioni e traumi al midollo spinale (vedi box a sinistra). Ma i misteri del cervello legati al comportamento motorio sono anche altri: «Ancora ci sfugge, per esempio», aggiunge Babiloni, «la comprensione dei meccanismi attraverso cui le persone interpretano i movimenti degli altri, soprattutto quelli comunicativi, o le regole dell'apprendimento per imitazione». Senza contare le possibili contaminazioni che le dinamiche e i meccanismi del muoversi suggeriscono con la psicologia, la cibernetica, la bioingegneria e persino l'ipnosi...

per farsi i muscoli basta il pensiero

Pur rimanendo sdraiati è possibile rinforzare i muscoli con la forza dei pensiero. A dimostrarlo è stato un esperimento condotto da Guang Yue, ricercatore della Cieveland clinie foundation (w~clevelanticlinic.org), in Ohio. A dieci volontari è stato chiesto di immaginare cinque volte alla settimana di flettere i bicipiti come se dovessero sollevare un peso. Ebbene? Dopo poche settimane di training autogeno, la loro forza è risultata superiore dei 13,5 per cento ed è rimasta stabile per i tre mesi successivi. «Nel momento in cui il cervello immagina un movimento», ha spiegato Yue, Arivia degli impulsi elettrici alle cellule chiamate motoneuroni, e questo basta per avviare il processo di potenziamento muscolare». La scoperta, che potrebbe segnare l'anno zero per i pigri, si inserisce nel filone delle ricerche dirette al recupero della mobilità in malati, anziani o pazienti con lesioni e amputazioni. lesperimento più spettacolare è stato fatto alla Duke university di Durham dal neurobiologo Miguel Nicoielis (www.neuro. duke.edu), che è riuscito a utilizzare gli impulsi nervosi emessi dal cervello di una scimmia per far muovere un arto robotico posto a mille chilometri di distanza. Già gli studi di Richard Normann, docente all'università dello Utah (www.bioen.utah.edu), avevano dimostrato come le aree dei cervello che controllano la deambulazione continuassero a funzionare anche in persone paralizzate o con arti amputati. «La sfida di oggi, dunque», commenta Sandro Mussa-ivaldi, fisiologo della Northwestern university medicai school (www.physio.northwestern.edu), «è quella di riuscire a trasmettere agli arti gli impulsi nervosi bypassando le parti lese». La strada, però, è ancora lunga: i primi risultati sono attesi tra una decina d'anni.


Tuesday, February 26, 2002


"Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere."
Wittgenstein

"La matematica è logica perché si muove tra le regole del nostro linguaggio. La costrizione logica è una costrizione psicologica, linguistica, sociale. Ci convince, perché concordiamo sui suoi risultati; ma tale concordanza, come nel calcolo, è dovuta all’addestramento, all’uso di una tecnica. "

Wittgenstein

Epistemologia

L’epistemologia cessa di costituirsi come attività di demarcazione tra scienza e non scienza, cioè come disciplina che tende a scoprire ed indicare i criteri per distinguere le proposizioni scientifiche da quelle non scientifiche. Essa si configura invece come conoscenza della conoscenza, cioè come attività di secondo ordine che rientra in se stessa. E’ una Teoria della conoscenza, o meglio una Teoria del conoscere, in quanto la conoscenza non va considerata come ‘oggetto’ ma come processo conoscitivo. Le basi gnoseologiche non sono dunque fornite da una ontologia, come studio dell’essere in quanto tale, ma da una ontogenesi, come studio del costituirsi dell’essere, studio del suo divenire (von Foerster nipote di Wittgenstein).

Parallelamente, il recente sviluppo delle ‘scienze cognitive’ ha modificato la concezione dell’apprendimento nella direzione dell’autoreferenzialità e dell’autopoiesis. L’apprendimento, sulla scia dell’epistemologia genetica di Piaget, viene definito come un processo autonomo e creativo di auto-organizzazione del sistema cognitivo del soggetto conoscente. Il senso, il significato e la conoscenza sono frutto di una attività di produzione interna in base agli stimoli e alle perturbazioni provenienti dall’esterno. Non possiamo più parlare di ‘trasmissione’ della conoscenza, ma della sua costruzione da parte del soggetto conoscente, l'interazione istruttiva non é possibile, la conoscenza é un disvelamento autoriferito (Maturana e Varela).


Monday, February 25, 2002


Citazioni varie

"Credo che ciò che ci spinge a porre una barriera fra gli uomini e il resto del mondo, in maniera arbitraria, sia dato dall'esperienza immediata che noi abbiamo di una pelle, di un corpo di parole. E' un'esperienza prescientifica e post-scientifica (...) è per una preoccupazione di ordine etico e comportamentale che noi collochiamo intenzioni, progetti, creatività, responsabilità e libertà all'interno di una pelle che circonda un corpo che in qualche misura ci somiglia".
Henry Atlan

"Stat rosa pristina nomine / nomina nuda tenemus". "Sta la rosa prima del nome / solo la rosa teniamo".
Umberto Eco

"Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale.
Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro".
Italo Calvino


La seconda Cibernetica

Due parole sulla cibernetica di secondo ordine .......

Nell’applicazione dell’approccio cibernetico alla biologia e alla sociologia ci si rese presto conto che il solo feedback negativo, o di controllo, non era sufficiente; i sistemi osservati possono essere in equilibrio, e tendere all’omeostasi, ma spesso presentano comportamenti dinamici o evolutivi; lo stesso sistema cognitivo umano non è una struttura statica ma in continua formazione.
Il feedback positivo, che rafforza la deviazione, anziché ridurla, rispetto a certi parametri interni, dev’essere considerato al pari di quello negativo.

Nel campo della biologia, i cileni Varela e Maturana radicalizzano l'autoreferenzialità nella direzione dell'auto-poiesis, cioè auto-produzione dei sistemi viventi in quanto sistemi autonomi.
Le loro teorie sono alla base delle ‘scienze cognitive’; sono state inoltre introdotte in sociologia da N.Luhmann per spiegare l'autonomia dei sistemi sociali e la complessità della società post-moderna.

Le limitazioni dell’observer dependentness in logica ed in fisica, insieme all’enfasi sugli stessi processi cognitivi della IA, hanno condotto la cibernetica a riconsiderare, non solo la ‘natura’ dell’oggetto di studio, ma anche del soggetto e delle modalità di osservazione, quindi il rapporto soggetto/oggetto . Il soggetto conoscente diviene oggetto di osservazione. E’ il passaggio ad una cibernetica di secondo ordine : una cibernetica della cibernetica.

H.von Foerster postula la necessità di considerare i sistemi osservanti, oltre a quelli osservati. L’autoreferenzialità dei sistemi viventi osservati è propria anche del sistema vivente osservante. Che si tratti di astronomia o di fisica, l’osservatore fa parte dell’universo studiato; in biologia o in psicologia, l’osservazione ritorna sull’osservatore, in quanto essere biologico e psicologico; in sociologia, l’osservatore fa parte del sistema studiato, in quanto essere sociale.

L’includere l’osservatore nell’osservazione porta a considerarne il processo di costruzione dell’oggetto e la scelta del punto di vista del soggetto: è l’osservatore che decide in cosa consiste il sistema osservato, che traccia il confine tra sistema e ambiente . Come in logica non si può mantenere una rigida separazione di livelli, poiché una classe può sempre essere membro di una classe più ampia, ed un suo membro può costituire, a sua volta una classe; nella teoria dei sistemi dobbiamo considerare un sistema come possibile parte di un sistema più ampio, e le sue parti possono essere, a loro volta, sistemi; dunque un sistema è contemporaneamente un sottosistema ed un sovrasistema, cioè un plurisistema.

E’ però l’osservatore che stabilisce i confini e la gerarchia, e sceglie quale livello studiare, adottando un particolare punto di vista; modificando tale punto di vista, egli ristruttura i confini e i rapporti inter e intra sistemici.

La considerazione, da parte dell’osservatore, della propria osservazione, gli mostra la relatività del proprio punto di vista rispetto a tutti quelli possibili; ma gli mostra anche l’ineludibilità dei vincoli che l’essere un sistema biologico, psicologico e sociale pongono alla possibilità e capacità di osservazione.


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