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Friday, February 14, 2003


MEDICINA: QUALE ALTERNATIVA?

di Davide Pierini

I tempi di oggi vedono sullo scenario della salute e della malattia emergere confronti, a volte accesi, tra la medicina “ufficiale-tecnologica” e quella “alternativa” o anche detta “complementare”: l’una forte di un potere acquisito nel corso della storia e suggellato dall’istituzione come “sicuro e vero”; l’altra, di minoranza, prende la sua forza vitale da un malcontento nei riguardi di chi oggi ha forse un potere che è troppo.

La “tradizione ufficiale” ha come premesse di base l’esistenza della malattia che, nelle sue varie interpretazioni, si presenta come qualcosa che non va, un errore nell’organismo di un essere vivente. Questo “sbaglio” è percepito come minaccioso, una sfortuna, a volte una disgrazia, che colpisce sfortunati e disgraziati secondo la regola del caso. Per questo motivo questo sfortunato errore, capriccio che non sembra provenire da nessun luogo e senza alcun significato, per caso appunto, va combattuto: esso è un nemico che va combattuto con ogni mezzo, pena la morte dell’individuo.
Ogni malattia porta in sé la minaccia di morte, e in una tale visione il mondo appare ostile e insicuro, in quanto non sai mai cosa può accaderti: il corpo diventa ostile in quanto luogo dove avvengono processi (quelli della malattia) che bisogna tenere sotto controllo, la natura diventa ostile in quanto generatrice di virus e batteri sempre più pericolosi, la vita diventa ostile poiché minacciata dalla morte, una spada di Damocle che rappresenta per la “tradizione ufficiale” il più grande tabù.
Per far fronte a tutto ciò si è deciso di comprendere cosa nel corpo c’è di diverso dalla condizione normale correlabile, più o meno statisticamente, allo stato di malattia e quindi intervenire contrastando il processo e forzandolo verso la condizione originaria: la “cura”. Si attaccano virus e batteri o “cellule impazzite” con agenti chimici (farmaci), energetici (radiazioni, onde elettromagnetiche), meccanici (chirurgia) e quant’altro, con un unico scopo: quello di combattere.
Si combatte finché l’ordine precedente non viene ristabilito: ecco la salute.

La “tradizione ufficiale” si fonda sulla fisica meccanicistica, cioè quella che per interpretare il mondo usa le metafore di materia fatta di mattoni fondamentali (gli atomi) sottoposti a forze e che studia gli eventi secondo la causalità lineare, cioè esiste una sola causa, al massimo due, che determina un solo effetto o, al massimo, due. Siccome è molto difficile tener conto contemporaneamente di tutte le cause e di tutti gli effetti, ad un certo punto gli eventi sono considerati casuali, cioè privi di causa e di significato. Nonostante ciò, per fortuna o per disgrazia, da tutto questo “caso” è emersa una moltitudine di esseri viventi, tra cui l’uomo.
Un uomo che pensa, che si emoziona, che agisce, che si ammala. “Per caso”, senza una causa, senza un fine…

Le potenzialità della “tradizione ufficiale” sono forse ben note, ma non altrettanto si può dire forse per i suoi limiti troppo spesso spacciati per gli ultimi, le moderne colonne d’Ercole oltre le quali non esiste nulla o comunque non ci si può avventurare. Mi chiedo perché, in una visione dove il caso regna sovrano, ci si dovrebbe preoccupare tanto di “curare” gli “ammalati”.
In molti non sono più soddisfatti di questo modello, quello medico, e sono molto desiderosi di un’alternativa.

Una terapia alternativa?

Per trovare qualcosa di diverso ci si è rivolti, giustamente, a quanto c’è di più diverso da noi sulla Terra, la cultura orientale. Nella dimensione olistica, dove cioè tutto è uno, non esiste nemico da combattere se non in noi, poiché se qualcosa accade, nel bene e nel male, è giusto, nel senso di perfetto, poiché tutti gli eventi concorrono a guidare l’Uomo verso la sua meta: il tutto, o l’uno, da cui proviene. Noi non possiamo sapere, tramite la nostra mente, quale sia la meta di ognuno, né chi l’ha raggiunta può insegnarla, ma può essere percepita da ogni singolo in se stesso, nel suo cuore, che tra l’altro possiede un suo cervello. Ed ecco che vengono “proposte” alcune tecniche e metodologie che possono aiutare l’individuo a raggiungere la sua origine.
Ed ecco anche che queste tecniche vengono importate e insegnate in occidente, con la speranza che la saggezza degli antichi possa darci strumenti diversi per le nostre malattie. Ma, come recita un proverbio, “Quando il Maestro indica la Luna, lo stolto vede il dito, il saggio vede la Luna”, e chi pensa di “combattere” le malattie a suon di meditazione o yoga mi sembra cadere nello stesso errore da cui pretenderebbe discostarsi.
Certamente le tecniche originali o derivate dalla conoscenza orientale sono efficaci e soprattutto sono basate su principi naturali, cioè della Natura e quindi appartenenti all’uomo e al suo organismo; certamente, agendo ad un livello di complessità superiore al substrato biologico, possono offrire possibilità molto ampie, ma siamo proprio sicuri che potremo fare a meno della chirurgia e della farmacologia? (forse di quelle assoggettate alle leggi di mercato).
Troppo spesso si è visto attuare innovazioni puramente esteriori che sono risultate essere alla fine il vecchio in abiti nuovi.

Voglio evidenziare un aspetto secondo me fondamentale per la vera innovazione da cui nessuno si dovrebbe esimere: volenti o nolenti noi abbiamo stampato nella nostra mente un paradigma di fondo che è quello della medicina tradizionale. O meglio, la medicina occidentale ha quelle premesse di base, in quanto è nata da uomini che percepivano il mondo in quel modo. Noi, nella nostra educazione, nel nostro modo di vivere odierno, abbiamo ereditato una visione del mondo che sta alla base della nostra identità. E noi, oggi, nonostante ci stia stretto, guardiamo il mondo in quei termini, per il semplice fatto che siamo nati e cresciuti psicofisicamente in tale punto di vista.
Ecco forse perché chi non è costantemente presente a se stesso e a come fa le cose, rischia in realtà di riprodurre gli stessi sbagli che voleva correggere. Molti sono desiderosi di fare qualcosa di diverso, di migliore.
In effetti è necessario iniziare a fare qualcosa di diverso, almeno per rispondere ad esigenze che si fanno sempre più pressanti nell’animo delle persone.

La nostra proposta non è tanto quella di terapie alternative, ma quella di un’alternativa alle terapie.

Alternativa alle terapie significa non aver bisogno del concetto di terapia; e, se si fa a meno della terapia, si fa a meno del concetto vago e mutevole di malattia. E se non c’è la malattia, non vi sono errori commessi dalla Natura; e se la Natura non fa errori allora il caso si trasforma in complessità, quella complessità che la fisica moderna indaga oggi con l’analisi non lineare, scoprendo ordine laddove fino a ieri c’era solo caso. E se esiste un ordine così complesso che ai nostri occhi appare incomprensibile (altrimenti detto casuale), allora appare sensato vedere la Natura stessa manifestazione e testimonianza di questa complessità.

Possiamo vedere la Natura come depositaria di una sapienza, in quanto capace di produrre e regolare la vita degli esseri viventi, al di là della volontà e della conoscenza dell’uomo. Possiamo vedere la Natura come espressione manifesta di ciò che chiamiamo Vita, quell’ordine che a tutt’oggi, a dispetto di ogni conoscenza orientale o occidentale, tradizionale o alternativa, rimane ai più un mistero. Con lo studio e l’osservazione possiamo vedere che quest’ordine ha una direzione verso cui tutto tende, anche l’uomo. Possiamo vedere che la Vita tende a perpetuare se stessa e forse infine possiamo percepirla non più come ostile ma come benevola, o come direbbero i nativi Americani se ancora esistessero, come Madre. Essa è come un libro scritto in metafore. Ed ecco che l’evoluzione delle specie ci mostra il progetto della Vita, a cui tutti siamo destinati volenti o nolenti; e a me pare che questo sia un progetto grandioso e meraviglioso.
Alcuni dicono che la Vita è bella.

In quest’ottica il benessere, la salute e la stessa pace interiore sono possibili nella misura in cui un individuo riesce ad allinearsi con l’ordine della Natura e quindi della Vita, nel posto che gli è proprio secondo le sue caratteristiche. Malattia, sofferenza, dolore non sono altro che le indicazioni che ci segnalano quando ci allontaniamo dal percorso, e quanto più ci allontaniamo tanto più sono pressanti. Il loro scopo è quello di portarci là dov’è la nostra meta.
In una maniera o nell’altra.
Basti pensare a cosa succede a coloro che non possono provare dolore, se non sono più che attenti a loro stessi. Attenzione a se stessi, ovvero prendersi cura, oppure essere molto sensibili (capacità di percepire e sentire), o ancora consapevolezza: in una parola, presenza.

La scienza mostra come “qualsiasi cosa abbia bisogno di qualcos’altro per venire all’esistenza”, vediamo cioè una delle prime lezioni della Vita attraverso la Natura: è in una relazione d’amore che tutto avviene. Il concepimento di un bambino, la sua gestazione, il suo sviluppo psicofisico, inteso come le sue capacità cognitive ed emotive. E’ in una relazione che si può andare “contro Natura”, ovvero contro la Vita, ed è in una relazione umana che ci si può riallineare con essa.

Si pensi al fatto che un fattore comune ad una parte di “remissioni spontanee” di “ malattie allo stadio terminale” è proprio la apertura (mai vissuta così a lungo) alla Vita nella quotidianità individuale indotta dalla malattia stessa (tradizionalmente considerata la disgrazia), e che porta le persone ad uno stato di pace interiore mai provato in condizioni di “salute”.

E’ sensato chiedersi ancora se sia più efficace una tecnica o l’altra, una medicina o l’altra, un approccio o l’altro? Quale complessità di fattori porterà ad un esito o ad un altro? Ma soprattutto chi sarà in grado di giudicarne la correttezza, la bontà e la giustizia? Sarà meglio una meditazione per combattere la malattia, o una chemioterapia data con la più sincera empatia?

A mio avviso nessun uomo può conoscere a priori la risposta ad una tale domanda.







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