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Wednesday, May 21, 2003


L’IDEA DI REALTA’ CONDIVISA

di Marco Chisotti

Per come ci strutturiamo l’idea di realtà tutto ci sembra un prodotto compiuto; il prodotto di emulazione del nostro cervello ci risulta perfettamente coerente, armonioso e compiuto.
Ma se questo è il prodotto finale del nostro emulatore (cervello), il lavoro iniziale è un lavoro di approssimazione, dove molto spazio è lasciato all’anticipazione creativa, un processo attraverso il quale il nostro cervello, lavorando in modo parallelo su più fronti, coordina assieme aspetti di differenti realtà possibili fino a produrre, in un senso compiuto, un’unica realtà stabile.
Le anticipazioni sono il prodotto del tentativo di percepire una realtà comprensibile, partendo da conoscenze, aspettative, contesto di riferimento.
Dunque l’idea di realtà che siamo abituati a trattare è la risultante di approssimazioni consequenziali (pensiero logico/razionale) ed il prodotto di un lavoro di apprendimento socio – culturale sviluppato dal bambino negli anni che impara specifici parametri di percezione e contemporaneamente specifici parametri di traduzione, dall’analisi percettiva come quantità (stimoli visivi, auditivi, cenestesici, ecc.), all’idea del “che cosa” percepisce attorno a sé, l’oggetto compiuto e, soprattutto, condiviso.
Ciò che è magico, nella realtà, non è tanto il fatto che la possiamo percepire, quindi riconoscere ed utilizzare, neppure se quest’operazione nel nostro cervello avviene contemporaneamente (percepisco e nello stesso tempo posso riconoscere ed utilizzare); in fondo quest’operazione è fatta da molti organismi viventi. La vera magia sta nella possibilità di condividere con gli altri e condividere soprattutto la realtà in termini descrittivi e non solo concreti.
E’ questo che ci fa essere particolarmente unici nella nostra esperienza di realtà condivisa con gli altri.
Per quanto concerne l’esperienza della trance possiamo affermare che avviene nella stessa maniera con cui la nostra realtà si disvela a noi, la condivisione è però limitata tra l’ipnotista e l’ipnotizzato, dunque la differenza sta nel tempo a disposizione per condividere tale “mondo”, molto più limitato di quello che occorre per produrre una realtà stabile e condivisa come quella che conosciamo in comune con tutti gli altri.
La realtà della trance è uno stato mentale povero di esperienze, limitato al tempo dell’induzione stessa, ma di completo accesso al ricco potenziale mentale di ognuno.
Questo è ciò che rende l’esperienza della trance, rispetto all’esperienza della realtà, un’esperienza limitata sulla quantità, anche se unica dal punto di vista qualitativo, essendo possibile durante la trance utilizzare risorse mentali libere dai filtri che limitano la nostra idea di realtà fornandoci credenze e convinzioni del senso condiviso di realtà stessa. Per il resto la realtà costituisce uno stato mentale, al pari di una qualunque trance.


Thursday, April 10, 2003


Per chi fosse interessato potrà seguire la trasmissione televisiva dove saremo ospiti io, dr.Marco Chisotti, e il dr. Giuseppe Vercelli, dedicata alla nostra Associazione ed all’Ipnosi Costruttivista sul satellite Lunedì 28 Aprile 2003 alle ore 22, Mediolanum Buone Notizie, in onda tutti i giorni, da lunedì a venerdì alle ore 22.00, un programma "contenitore" costruito da Mediolanum Channel, televisione satellitare IN CHIARO del Gruppo Mediolanum. Il conduttore, Roberto Rasia dal Polo. Mediolanum Buone Notizie è in replica integrale alle 10.00 del mattino.

Mediolanum Channel è visibile in chiaro sul satellite al canale 135 di Telepiù e su Stream risintonizzando il decoder.


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Friday, February 14, 2003


MEDICINA: QUALE ALTERNATIVA?

di Davide Pierini

I tempi di oggi vedono sullo scenario della salute e della malattia emergere confronti, a volte accesi, tra la medicina “ufficiale-tecnologica” e quella “alternativa” o anche detta “complementare”: l’una forte di un potere acquisito nel corso della storia e suggellato dall’istituzione come “sicuro e vero”; l’altra, di minoranza, prende la sua forza vitale da un malcontento nei riguardi di chi oggi ha forse un potere che è troppo.

La “tradizione ufficiale” ha come premesse di base l’esistenza della malattia che, nelle sue varie interpretazioni, si presenta come qualcosa che non va, un errore nell’organismo di un essere vivente. Questo “sbaglio” è percepito come minaccioso, una sfortuna, a volte una disgrazia, che colpisce sfortunati e disgraziati secondo la regola del caso. Per questo motivo questo sfortunato errore, capriccio che non sembra provenire da nessun luogo e senza alcun significato, per caso appunto, va combattuto: esso è un nemico che va combattuto con ogni mezzo, pena la morte dell’individuo.
Ogni malattia porta in sé la minaccia di morte, e in una tale visione il mondo appare ostile e insicuro, in quanto non sai mai cosa può accaderti: il corpo diventa ostile in quanto luogo dove avvengono processi (quelli della malattia) che bisogna tenere sotto controllo, la natura diventa ostile in quanto generatrice di virus e batteri sempre più pericolosi, la vita diventa ostile poiché minacciata dalla morte, una spada di Damocle che rappresenta per la “tradizione ufficiale” il più grande tabù.
Per far fronte a tutto ciò si è deciso di comprendere cosa nel corpo c’è di diverso dalla condizione normale correlabile, più o meno statisticamente, allo stato di malattia e quindi intervenire contrastando il processo e forzandolo verso la condizione originaria: la “cura”. Si attaccano virus e batteri o “cellule impazzite” con agenti chimici (farmaci), energetici (radiazioni, onde elettromagnetiche), meccanici (chirurgia) e quant’altro, con un unico scopo: quello di combattere.
Si combatte finché l’ordine precedente non viene ristabilito: ecco la salute.

La “tradizione ufficiale” si fonda sulla fisica meccanicistica, cioè quella che per interpretare il mondo usa le metafore di materia fatta di mattoni fondamentali (gli atomi) sottoposti a forze e che studia gli eventi secondo la causalità lineare, cioè esiste una sola causa, al massimo due, che determina un solo effetto o, al massimo, due. Siccome è molto difficile tener conto contemporaneamente di tutte le cause e di tutti gli effetti, ad un certo punto gli eventi sono considerati casuali, cioè privi di causa e di significato. Nonostante ciò, per fortuna o per disgrazia, da tutto questo “caso” è emersa una moltitudine di esseri viventi, tra cui l’uomo.
Un uomo che pensa, che si emoziona, che agisce, che si ammala. “Per caso”, senza una causa, senza un fine…

Le potenzialità della “tradizione ufficiale” sono forse ben note, ma non altrettanto si può dire forse per i suoi limiti troppo spesso spacciati per gli ultimi, le moderne colonne d’Ercole oltre le quali non esiste nulla o comunque non ci si può avventurare. Mi chiedo perché, in una visione dove il caso regna sovrano, ci si dovrebbe preoccupare tanto di “curare” gli “ammalati”.
In molti non sono più soddisfatti di questo modello, quello medico, e sono molto desiderosi di un’alternativa.

Una terapia alternativa?

Per trovare qualcosa di diverso ci si è rivolti, giustamente, a quanto c’è di più diverso da noi sulla Terra, la cultura orientale. Nella dimensione olistica, dove cioè tutto è uno, non esiste nemico da combattere se non in noi, poiché se qualcosa accade, nel bene e nel male, è giusto, nel senso di perfetto, poiché tutti gli eventi concorrono a guidare l’Uomo verso la sua meta: il tutto, o l’uno, da cui proviene. Noi non possiamo sapere, tramite la nostra mente, quale sia la meta di ognuno, né chi l’ha raggiunta può insegnarla, ma può essere percepita da ogni singolo in se stesso, nel suo cuore, che tra l’altro possiede un suo cervello. Ed ecco che vengono “proposte” alcune tecniche e metodologie che possono aiutare l’individuo a raggiungere la sua origine.
Ed ecco anche che queste tecniche vengono importate e insegnate in occidente, con la speranza che la saggezza degli antichi possa darci strumenti diversi per le nostre malattie. Ma, come recita un proverbio, “Quando il Maestro indica la Luna, lo stolto vede il dito, il saggio vede la Luna”, e chi pensa di “combattere” le malattie a suon di meditazione o yoga mi sembra cadere nello stesso errore da cui pretenderebbe discostarsi.
Certamente le tecniche originali o derivate dalla conoscenza orientale sono efficaci e soprattutto sono basate su principi naturali, cioè della Natura e quindi appartenenti all’uomo e al suo organismo; certamente, agendo ad un livello di complessità superiore al substrato biologico, possono offrire possibilità molto ampie, ma siamo proprio sicuri che potremo fare a meno della chirurgia e della farmacologia? (forse di quelle assoggettate alle leggi di mercato).
Troppo spesso si è visto attuare innovazioni puramente esteriori che sono risultate essere alla fine il vecchio in abiti nuovi.

Voglio evidenziare un aspetto secondo me fondamentale per la vera innovazione da cui nessuno si dovrebbe esimere: volenti o nolenti noi abbiamo stampato nella nostra mente un paradigma di fondo che è quello della medicina tradizionale. O meglio, la medicina occidentale ha quelle premesse di base, in quanto è nata da uomini che percepivano il mondo in quel modo. Noi, nella nostra educazione, nel nostro modo di vivere odierno, abbiamo ereditato una visione del mondo che sta alla base della nostra identità. E noi, oggi, nonostante ci stia stretto, guardiamo il mondo in quei termini, per il semplice fatto che siamo nati e cresciuti psicofisicamente in tale punto di vista.
Ecco forse perché chi non è costantemente presente a se stesso e a come fa le cose, rischia in realtà di riprodurre gli stessi sbagli che voleva correggere. Molti sono desiderosi di fare qualcosa di diverso, di migliore.
In effetti è necessario iniziare a fare qualcosa di diverso, almeno per rispondere ad esigenze che si fanno sempre più pressanti nell’animo delle persone.

La nostra proposta non è tanto quella di terapie alternative, ma quella di un’alternativa alle terapie.

Alternativa alle terapie significa non aver bisogno del concetto di terapia; e, se si fa a meno della terapia, si fa a meno del concetto vago e mutevole di malattia. E se non c’è la malattia, non vi sono errori commessi dalla Natura; e se la Natura non fa errori allora il caso si trasforma in complessità, quella complessità che la fisica moderna indaga oggi con l’analisi non lineare, scoprendo ordine laddove fino a ieri c’era solo caso. E se esiste un ordine così complesso che ai nostri occhi appare incomprensibile (altrimenti detto casuale), allora appare sensato vedere la Natura stessa manifestazione e testimonianza di questa complessità.

Possiamo vedere la Natura come depositaria di una sapienza, in quanto capace di produrre e regolare la vita degli esseri viventi, al di là della volontà e della conoscenza dell’uomo. Possiamo vedere la Natura come espressione manifesta di ciò che chiamiamo Vita, quell’ordine che a tutt’oggi, a dispetto di ogni conoscenza orientale o occidentale, tradizionale o alternativa, rimane ai più un mistero. Con lo studio e l’osservazione possiamo vedere che quest’ordine ha una direzione verso cui tutto tende, anche l’uomo. Possiamo vedere che la Vita tende a perpetuare se stessa e forse infine possiamo percepirla non più come ostile ma come benevola, o come direbbero i nativi Americani se ancora esistessero, come Madre. Essa è come un libro scritto in metafore. Ed ecco che l’evoluzione delle specie ci mostra il progetto della Vita, a cui tutti siamo destinati volenti o nolenti; e a me pare che questo sia un progetto grandioso e meraviglioso.
Alcuni dicono che la Vita è bella.

In quest’ottica il benessere, la salute e la stessa pace interiore sono possibili nella misura in cui un individuo riesce ad allinearsi con l’ordine della Natura e quindi della Vita, nel posto che gli è proprio secondo le sue caratteristiche. Malattia, sofferenza, dolore non sono altro che le indicazioni che ci segnalano quando ci allontaniamo dal percorso, e quanto più ci allontaniamo tanto più sono pressanti. Il loro scopo è quello di portarci là dov’è la nostra meta.
In una maniera o nell’altra.
Basti pensare a cosa succede a coloro che non possono provare dolore, se non sono più che attenti a loro stessi. Attenzione a se stessi, ovvero prendersi cura, oppure essere molto sensibili (capacità di percepire e sentire), o ancora consapevolezza: in una parola, presenza.

La scienza mostra come “qualsiasi cosa abbia bisogno di qualcos’altro per venire all’esistenza”, vediamo cioè una delle prime lezioni della Vita attraverso la Natura: è in una relazione d’amore che tutto avviene. Il concepimento di un bambino, la sua gestazione, il suo sviluppo psicofisico, inteso come le sue capacità cognitive ed emotive. E’ in una relazione che si può andare “contro Natura”, ovvero contro la Vita, ed è in una relazione umana che ci si può riallineare con essa.

Si pensi al fatto che un fattore comune ad una parte di “remissioni spontanee” di “ malattie allo stadio terminale” è proprio la apertura (mai vissuta così a lungo) alla Vita nella quotidianità individuale indotta dalla malattia stessa (tradizionalmente considerata la disgrazia), e che porta le persone ad uno stato di pace interiore mai provato in condizioni di “salute”.

E’ sensato chiedersi ancora se sia più efficace una tecnica o l’altra, una medicina o l’altra, un approccio o l’altro? Quale complessità di fattori porterà ad un esito o ad un altro? Ma soprattutto chi sarà in grado di giudicarne la correttezza, la bontà e la giustizia? Sarà meglio una meditazione per combattere la malattia, o una chemioterapia data con la più sincera empatia?

A mio avviso nessun uomo può conoscere a priori la risposta ad una tale domanda.







Thursday, August 29, 2002


Attori si nasce persone si diventa. Chisotti Marco

Crescere è una necessità, cambiare e crescere è una necessità sociale, una necessità che ci guida a conquistare il senso di realtà, la realtà condivisa, non abbiamo bisogno di crescere, almeno mentalmente le persone non necessitano di cambiare e crescere in tutte le “metamorfosi” del caso, diventare “grandi” non è una necessità dal momento che culturalmente siamo guidati dal contesto che ci circonda a divenire una persona, il bambino è potenziale puro, cambiare è una delle possibilità, lasciarsi guidare dalla pura creatività è un'altra, divenire artisti è osare rimanere nel potenziale altamente indifferenziato, la crescita èun processo di identificazione, da un indifferenziato potenziale ad un essere differenziato ed al contempo identificato, l’essere umano è nel momento che diventa, culturalmente noi chiamiamo bambino una persona non ancora differenziata ed individualizzata, ma è la differenza tra un adulto differenziato ed un essere potenziale chee ci spinge a vedere un’identità in un bambino come in un adulto, in verità il bambino rimane un potenziale che ancora non si è espresso.

E’ più facile rimanere indifferenziati che differenziarsi in un identità che deve rimanere stabile nel vivere la sua vita, ecco il motivo per cui oggi giorno si cerca continuamente di essere protagonisti di tutto, esseri creativi ed indifferenziati, essere artisti, attori, il mestiere più semplice, il primo mestiere che si dimentica acquisendo un identità stabile e finita, il “mestiere” del bambino che cerca la propria collocazione, lo fa da professionista, anche se noi osservandone il comportamento dall’esterno soottolineiamo gli aspetti ludici del suo agire, il bambino non gioca, apprende e sperimenta, attiva un processo di differenziazione, attiva in se un’identità, diviene una persona, socialmente utile e culturalmente stabilito.

Vivere il proprio ruolo di persona, coi propri significati, la propria consapevolezza, la propria coerenza, alla fine di tale processo ci concediamo solo ciò che il nostro “essere” ci impone, l’imprinting culturale è un forte processo di identificazione a cui difficilmente possiamo sottrarci, per poterlo fare dobbiamo come accetare di rimanere in un amosfera anarchica, senza regole del gioco sociale a cui la maggior parte delle persone sottostà.

Oggi le necessità ed i bisogni si trasformano velocemente, culturalmente, almeno nel mondo occidentale, abbiamo molto meno bisogno e molta più volontà, l’erba voglio ci è donata e molta più libertà ci circonda, perché dunque differenziarci quando si può rimanere potenziali per tutta la vita, esprimere creatività pura, pure emozioni, l’emozione è potenziale puro, è uno scatenamento indifferenziato, mano a mano che ci si identifica si inquadrano i bisogni e le necessità, si chiudono porte e se ne aprono altre, poi non si cambia più per coerenza, senso e consapevolezza verso la propria persona, la propria identità.

Crescere e cambiare per necessità, per bisogno di un tessuto sociale che ci chiede di divenire noi stessi, (identificarci), e di rimanere per permettere ad altri di divenire a loro volta, una necessità dietro l’altra, fino a divenire i prodotti di una vita culturale e sociale.
Il bambino è un potenziale inespresso, che esprimendosi diviene un elemento utile e fondamentale alla vita di tutti, è più facile rimanere bambini che differenziarsi per divenire persone, attori si nasce, nel processo di apprendimento il bambino si immedesima con grande facilità fino a dedicarsi ad essere, persone si diventa e si rimane, questo processo culturale e sociale è semplice pur nascendo dal complesso, porta a stabilire e sviluppare un mondo possibile tra i tanti probabili, ogni scelta, decisione, possibilità è un atto di personalità, un inquadramento costruttivo di un mondo in divenire, il mondo è la conseguenza delle nostre esperienze che sono la causa, quando le nostre esperienze si ripetono uguali noi procediamo in un atto di differenziazione ed identificazione, noi creiamo un mondo disvelandolo, la vita è un processo di emersione da un tutto indifferenziato e possibile ad un punto d’aggregazione voluto.










Thursday, July 18, 2002


MENTE – DA JASPERS A OGGI

QUANDO L’ARTE BRILLA NEL BUIO DELLA NEVROSI

CREATIVITA’ E FOLLIA COSTITUISCONO UN BINOMIO CLASSICO: LE OSSESSIONI DI SCHOPENHAUER, LE MANIE DI SCHUMANN, LE ALLUCINAZIONI DI VAN GOGH…
Di Caterina Varzi – Tutto Scienze – LA STAMPA Mercoledì 5 giugno 2002

L’IDEA della prossimità, o dell’apparentamento, del genio e della follia è un’idea antica. Ci è arrivata come un luogo comune attraverso i secoli, trovando una certa validità e conferma in biografie ed autobiografie di uomini illustri. Schumann riceveva visite dagli angeli, Schopenhauer visse nell’ossessione di complotti perpetrati dai suoi nemici, Kafka era un nevrotico ossessivo, Rimbaud soffriva di allucinazioni, Beethoven e Ghoethe di nevrosi depressiva. L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Personalità di grande talento hanno trovato modo di esprimersi nelle arti, procedendo sul filo della follia.
E’ la follia all’origine del genio, o il genio per manifestarsi deve avere il sopravvento su di essa? In che modo genio e follia sono intimamente legati?
Qualsiasi tentativo di comprendere il problema delle malattie mentali e dei loro rapporti con l’esaltazione creativa non può che rimanere tale. E’ questo anche il punto di vista adottato da Carl Jaspers in “Genio e follia” apparso per la prima volta nel 1992 e ripubblicato recentemente da Raffaello Cortina. Jaspers si propone di capire perché la follia e l’arte nella loro espressione massima coincidono. Così, ripercorrendo i momenti in cui la malattia penetra nella vita dell’artista fino a trasfigurarne l’0pera, ci offre un ricco materiale biografico da cui risulta come Strindberg e Swedenborg, Wan Gogh e Holderlin hanno vissuto la loro follia.
Strindberg sapeva di essere malato di mente. Nell’”Arringa di un pazzo” scrive:” Cominciai a soffrire di questa misteriosa affezione in seguito ad una visita nel laboratorio di un mio vecchio amico, dove mi sono procurato un rossetto di cianuro di potassio, destinato a darmi la morte”. Sebbene la vita del drammaturgo fosse intessuta di elementi che attestano una coincidenza tra il più alto sviluppo creativo e la patologia, è sconcertante che questi elementi più che un disfacimento psicologico ed emotivo, conducano a una trasformazione del suo modo di interpretare e valutare l’esistenza, incomprensibile attraverso le nostre comuni esperienze.
Questa constatazione induce Jaspers a introdurre, rispetto all’opinione tradizionale, una nuova visione della schizofrenia. Mentre le altre malattie dovute ad un disordine cerebrale “agiscono sulla vita psichica come una marmellata che centra un meccanismo di un orologio distruggendolo”, i processi schizofrenici “producono un’intricata modificazione del meccanismo: l’orologio continua a funzionare, ma in modo imprevedibile”.
Si direbbe che una grande intelligenza al servizio di quella forza virulenta, che è la follia, possa neutralizzarne gli effetti devastanti.
E’ sorprendente come gli evochi la tensione straordinaria che caratterizza lo stadio iniziale del processo. Molti schizofrenici sono dominati da situazioni che minacciano di dilaniare la personalità, perché costretti a vivere senza sosta nell’imminenza della fine.Eppure essi non si abbandonano, nonostante la tensione per non precipitare nelle tenebre dell’insensatezza sia molto forte.
Nel momento in cui la dinamica patologica ha inizio, appare nell’opera un cambiamento, che vi apporta qualcosa di unico e straordinario. Ciò succede perché artisti di grande genio sono capaci di innalzare la malattia a un senso supremo, di congiungerla pienamente alla propria esistenza spirituale, di dominarla “per” e “con” l’arte.
In realtà, la dimensione demoniaca, la tendenza a misurarsi con l’assoluto, si pongono al di fuori della psicosi. Ma tutto accade come se il demone liberatore, che nell’uomo sano è frenato, riuscisse a sfondare, per consentire alle profondità dell’anima di rivelarsi. Lo smarrimento si sottrae ai travestimenti e alla menzogna della vita, diventando il momento della verità: espressione artistica. E là dove c’è una ricchezza spirituale, la follia può consentire all’arte di approdare alle vette più alte.
Le patologie, presunte o confermate, non riescono a spiegarci né la vita né l’opera di un artista. Il genio lo si constata, non lo si spiega. Non ci sono cause ed effetti, le une e le altre si raccolgono nella simultaneità dell’opera che è la formula eterna di quello che l’artista ha voluto essere e ha voluto esprimere. Da questo punto di vista, l’analisi di Jaspers è più che esplicita: “Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, […] può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”.



Tuesday, May 21, 2002



Approfondimenti sull’intelligenza Marco Chisotti


DEUTEROAPPRENDIMENTO = apprendere ad apprendere è sapere quali sono le regole che ci hanno permesso di essere come siamo. E’ una cosa personale, è la conoscenza della conoscenza. I metodi di apprendimento dell’apprendimento sono processi che sviluppano forti competenze (genialità) e che permettono di apprendere i processi che formano i PRESUPPOSTI, o REGOLE DEL GIOCO. I presupposti li diamo sempre per scontati, ma alla base hanno sempre delle regole del gioco. Il livello di conoscenza si stratifica in noi e l’intelligenza lavora su questi strati.
Sono molto lunghi da elaborare, si parla di periodi della durata di una decina d’anni; solo dopo un periodo di apprendistato così prolungato, una persona riesce a padroneggiare completamente una COMPETENZA.
I geni non sono speciali , semplicemente si dedicano in modo regolare e continuativo ad un ad un unico interesse, solo a quello e lo sviluppano approfonditamente, tanto da essere in grado di cogliere ogni regola di funzionamento.
Questo sviluppo completo avviene su parametri di APPRENDIMENTO RAZIONALE, nei quali l’apprendimento risulta più rapido (l’oggetto è ben definito e chiaro) e su parametri di APPRENDIMENTO EMOTIVO nei quali il tempo di “esposizione” deve essere più prolungato, perché si ha sensibilizzazione od imprinting sense.
La consapevolezza razionale, a livello inconscio, sviluppa una diffusa sensibilità di percezione e movimento, molto dettagliati, ma di difficile inquadramento.
L’impegno dovuto nel trovare procedure adatte allo scopo è praticamente nullo; la sensibilità acquisita, facendo parte dell’esperienza emotiva viene emulata, copiata per sincronismo, ma non può essere accelerata più di tanto.

L’esperto è in grado di selezionare (percezione mirata) e memorizzare (7 +/- 2 cose contemporaneamente) i flussi di esperienza; la sua organizzazione mentale (presupposti o regole del gioco) gli permette di mettere a fuoco i processi basilari dell’esperienza, lavorando sulle strutture in modo completamente libero.

L’apprendimento razionale si avvicina alle strutture dell’esperienza, permette di cogliere molto bene, attraverso le procedure, le componenti di base intercambiabili dell’esperienza stessa.
L’apprendimento emotivo permette di cogliere l’organizzazione, i presupposti che stanno alla base dell’esperienza, gli elementi di sensibilità essenziali al processo.
Si può dire che il PROCESSO RAZIONALE è un processo essenzialmente descrittivo che lavora sulle forme, mentre il PROCESSO EMOTIVO è il processo vero e proprio.
Ogni esperienza che contempli l’idea ricorsiva (ad es. insegnare ad insegnare o apprendere ad apprendere) è un processo, perché prevede un lavoro sulla stessa esperienza; in seguito viene racchiuso nella forma descrittiva dell’esperienza stessa.

L’INTELLIGENZA è in processo, non una forma; non possiamo che descrivere qualcosa di cui l’essenza sta nel processo. La forma è importante perché permette ad un’altra persona di avvicinarsi alla stessa esperienza.
L’intelligenza può essere definita, in termini processionali, la struttura che connette e questa è a carattere razionale ed emotivo insieme.


CONOSCENZA

L’INTELLIGENZA RAZIONALE connette esperienze ripetitive, dal punto di vista operativo (procedure), sistematizza ogni processo descrittivo e di memorizzazione; l’intelligenza razionale, dunque, memorizza (ricordare quali distinzioni si sono fatte!).
L’INTELLIGENZA EMOTIVA sviluppa le forme attraverso cui costruire le competenze; è il processo di distinzione (fare delle distinzioni!).
In questo modo si possono vedere i due livelli della conoscenza operare in modo corretto esperienze di forme; fare distinzioni sulla forma è un lavoro molto lungo da sviluppare, è un’azione sul contesto, riguarda i presupposti (memorizzare i passaggi è un processo essenziale); in un passaggio ancora ulteriore occorre fissare i processi che hanno permesso il raggiungimento di tale forma.
Procedendo in questo modo si spiega il lungo tempo necessario per potersi avvicinare ad un’organizzazione partendo dalla struttura; la percezione ci dà la struttura partendo dalla forma, mentre l’azione ci riporta al processo, alle regole del gioco, all’organizzazione.
Se siamo nel processo, non possiamo cogliere la forma e siamo in sintonia (sincronismo) con l’organizzazione; se siamo nella forma (struttura), possiamo cogliere solamente la forma, le procedure e ci perdiamo il processo (organizzazione).


Monday, April 08, 2002


BREVE STORIA DELLA MEDICINA da parte di Paola Sacchettino
 
2000 avanti Cristo
- Dottore, dottore, ho mal di gola!
Lo stregone: - Mastica questa radice...
 
1000 avanti Cristo
Lo sciamano - la radice non serve a nulla; di' questa preghiera...
 
1000 dopo Cristo
Lo speziale: - la preghiera do sola non basta, prendi questo estratto di erbe...
 
1900 dopo Cristo
Il medico: - Macché rodici, macché erbe... prenda un'aspirina!
 
1980 dopo Cristo
Lo specialista: - L'aspirina non basta per questa forma di mal di gola. Prenda un antibiotico.
 
2000 dopo Cristo
Il medico specializzato in medicina alternativa: - L'antibiotico ha degli effetti collaterali, dia retta a me, mastichi questa radice...
 


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