Voglio parlarvi del mio rapporto col sesso femminile che, fin dalla più giovane età, è sempre stato più che ottimale anche se mai totalmente sereno e, molto spesso, un po confuso.
Partiamo innanzitutto dalla parola stessa: "Sesso!" parola magica e misteriosa costituita da due vocali e da ununica consonante ripetuta per ben tre volte in tutta la sua opulenza e, che già nella forma stessa, in un susseguirsi di curve, ricorda il profilo della figura femminile. Per passare poi alla sua pronuncia, sibilante e flessuosa, e, al tempo stesso, morbida, piena e saziante, il cui colore, volendogliene dare uno, si aggira tra il Rosso e lArancio un po tendente al Giallo.
Dicevo del mio rapporto con questo oscuro oggetto di desiderio. Fin da piccolo ero innamorato delle donne e neppure sapevo il perché. (Naturalmente posso riferirmi solo al periodo che ancora può dimorare nei miei ricordi perché nellepoca prenatale probabilmente qualcuno o qualcosa ci faceva gettare via ogni desiderio che non fosse quello di venire finalmente a questo mondo con lunico scopo, sublime e gonfio di misticismo, di romperci le palle tutta la vita).
Poi sono finalmente cresciuto e, giunto alletà in cui potevo farmi delle domande e pormi dei quesiti, dovetti accorgermi che anche i punti interrogativi avevano più o meno la stessa forma, sinuosa e conturbante, per cui ad ogni domanda sullargomento mi sembrava che la mia mente appartenesse di fatto ad un incantatore di serpenti il quale, con la sua maliziosa nenia, riusciva solo ad intorpidirmi il cervello.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo dunque alla mia infanzia.
Ero, fin dalletà più tenera, affascinato da tutto ciò che era morbido e curvoso e, questo fascino mi veniva trasmesso attraverso lo schermo cinematografico dalle mie tre attrici preferite: Marilyn Monroe, Jane Russell e la nostranissima Silvana Pampanini.
La prima delle tre non so bene perché mi piacesse (infatti era priva di "esse"). La seconda di "esse" ne aveva ben due, e la terza ne aveva una, liniziale di "Silvana", un nome non roboante ma flessuoso, con quella "esse" sibilante, mentre laccento cadeva martellante e lascivo sulla seconda vocale. Ma quello che riempiva la bocca, i polmoni e soprattutto il cuore era il cognome: "Pampanini"! così pieno di "pi" di "emme" e di "enne", consonanti che da sole dicevano poco ma che messe tutte assieme nella stessa parola accendevano qualcosa di magico nella mia fantasia.
Non so qui descrivervi a parole cosa potesse scatenare al mio piccolo cervello la pronuncia di questo nome, ma provate a chiudere gli occhi e a pronunciarlo e probabilmente vi farete unidea.
Chiudo anchio gli occhi con voi ed ecco che mi vengono in aiuto unimmagine ed una parola che hanno del lussurioso: "Pàmpini" (quelli delluva), posti ad adornare la fronte di un dio Bacco, vizioso e rubicondo, tutto preso a lasciarsi concupire da ninfe e baccanti. Il vino centra poco, ma forse i suoi stordenti fumi danno un colore ancora più inebriante allimmagine che suscita questa parola. Ecco, forse è questa la scena giusta che può rendere approssimativamente lidea delle sensazioni che poteva darmi la pronuncia del cognome di quellallora splendida ragazza.
Tutte e tre queste donne avevano un denominatore comune: le forme, imponenti e fiere nel riempire di "esse" gli attillatissimi vestiti.
Non so bene a quelletà (che era di circa cinque o sei anni) cosa ci stessero a fare nei miei sogni queste tre signore o signorine, fatto sta che ci stavano, ma appartenevano purtroppo allinaccessibile mondo della celluloide che dava unimmagine intangibile alla mia fantasia, dal quale il senso del tatto era di fatto messo da parte.
Dovevo trasferire nella realtà queste immagine lontane, e qui lo spirito creativo che caratterizza tutti i bambini venne subito alla luce. Ed in questo mi trovai e mi venne in aiuto un socio. Un mio coetaneo con cui condividevamo il pianerottolo nel palazzo che entrambi abitavamo.
Questo mio amico, poverino, non era proprio normale, era un po ritardato; però non era scemo, e le "esse" (non di "scemo" ma di "sesso") probabilmente facevano anche a lui lo stesso effetto.
Questo bambino era di famiglia agiata ed aveva, di conseguenza, una domestica che generosamente condivise con me in un produttivo sodalizio, così come condividevamo il pianerottolo. Perciò io andavo a giocare a casa sua ed entrambi non perdevamo loccasione di trasferire su di lei tutto laffetto che i nostri polpastrelli potevano trasmettere, dando così il privilegio a questa fortunata mortale di poter fare da controfigura tangibile a tutte e tre le nostre idealizzate beniamine dello schermo.
Non ricordo quanto fosse più o meno morbida costei, penso però che alla nostra tenera età tutto venisse moltiplicato per un notevole numero di fattori.
Ma oltre allaspetto materiale, la questione aveva anche bisogno di un aspetto più interiore e idealizzato, ma allo stesso tempo vicino e concreto, non mitico e lontano come il mondo della celluloide e le pagine dei rotocalchi.
E un bel giorno trovammo anche il soggetto (o meglio, i soggetti) su cui trasferire questa parte più nobile e romantica della faccenda.
Si trattava di tre signorine che non ho mai capito chi fossero ma che vedevamo dalla terrazza di casa nostra (o, più precisamente, dalla terrazza dellappartamento del mio socio).
Credo che queste tre tizie non abbiano mai saputo della nostra esistenza, ma noi, dallalto della terrazza le vedevamo passare nella via ed entrare e uscire dalla loro abitazione.
Non sapevamo neppure come si chiamassero ma noi per loro avevamo trovato un nome, o meglio, lo aveva trovato il mio amico. Le chiamavamo: "Le tre pupuìne" (con laccento sulla "i").
Oggi al solo pronunciarlo mi viene da ridere. Chissà cosa passava per la testa un po ritardata del mio compagno di fantasie nel coniare quellappellativo che per me ha sempre risuonato con un sapore agreste indescrivibile e misterioso dato che vivevamo in una grande metropoli e non in campagna, ma che per lui aveva chissà che magico significato. Eppure, nel ripronunciarlo una seconda volta, quel nome ha ancora qualcosa di avvolgente e morbido al tempo stesso; così come le forme femminili. "Pupuìne". Sentite come è carezzevole e opulenta questa espressione. Ha un che, non di erotico nel vero senso della parola, ma di leggermente abbondante e lascìvo. Se dovessi fare un esempio, certamente fuori luogo, ma prendendo qualcuno a riferimento per rendere lidea di un concetto, direi che lattrice Serena Grandi o la sua più recente collega Sabrina Ferilli potrebbero per me rappresentare, approssimativamente, limmagine di una "pupuìna".
.Eppure allora il meccanismo deve essere stato diverso, perché, pur avendo un ricordo molto vago, non mi sembra che queste tre signorine avessero le dimensioni e le caratteristiche delle due signore che ho testè menzionato. Fatto sta che ogni occasione era buona per correre sulla terrazza a spiare, aspettando per ore, il passaggio o il rientro a casa di questi tre conturbanti oggetti dei nostri sogni. Credo che fossero tre sorelle ma non ne sono mai stato sicuro.
Devo ammettere che allora le donne non le capivo e nemmeno cercavo di farlo perché ero troppo giovane per unimpresa così ardita. Fatto sta che nella mia vita esistevano ed avevano un gran ruolo. Tutto qui!
Quale? La risposta è semplice e non ho dubbi nel pronunciarla: "Boh!"
So solo che, crescendo, me le sono sempre trovate addosso. Non più le tre maggiorate dello schermo né le tre mitiche Pupuìne, che ormai ho collocato nel mondo dei ricordi, (non di quelli più intimi e passionali, bensì in quella parte dove permetto loro di burlarsi di me, ai quali però non nego comunque il mio affetto e mi sono ugualmente cari) ma tutta una serie di alteratrici del mio equilibrio che mi hanno riempito, spesso inconsapevolmente, di uninfinità di emozioni.
Stavo dicendo che le donne me le sono trovate addosso ma mi accorgo che non è del tutto vero, o meglio è vero solo in parte, perché il rapporto con le donne io lho sempre cercato, ed ho cercato molto e affannosamente. Probabilmente anche loro hanno cercato me. Chissà!
Io le ho cercate per capirle, e, più precisamente, per capire che cosa e perché suscitassero in me di strano che non sono mai riuscito a comprendere bene cosa fosse.
Sto ancora cercando, e ad ogni nuovo incontro e ad ogni nuova esperienza imparo qualcosa di nuovo. Poi finisco sempre per confondermi e per non capirci niente, e mi dico che forse non cè proprio niente da capire.
Certo che anche luomo è un essere strano, anche se sempre prevedibile.
Per capire la donna non comincia mai né dallalto né dal basso, come sarebbe più logico, più semplice e più razionale.
In questo suo tentativo di comprensione luomo comincia quasi sempre dallo stesso punto, che si trova più o meno ad una ventina di centimetri più giù dellombelico; e lì comincia già a confondersi perché in questo processo di conoscenza deve conseguentemente muoversi in due direzioni: verso lalto e verso il basso. E qui cominciano i dubbi: procedere prima nelluna o nellaltra direzione?
I più, dopo aver a lungo pensato, finiscono per stancarsi, rinunciano e si fermano lì. Il loro spirito di conoscenza si spegne, oserei dire che simborghesisce. Lambiente è umido ma confortevole e, mentre il cervello viene mandato in pensione nei testicoli, il più delle volte si addormentano.
Ma ci sono i più avventurosi; quelli la cui sete di conoscenza non è mai sazia e vogliono delle risposte, per cui si muovono: i primi (quelli più timidi) verso il basso. E qui incontrano le cose più disparate: tra mille avventure simbattono non solo in pizzi e merletti, giarrettiere, calze di nailon e tacchi a spillo, ma fanno anche conoscenze interessanti là dove la vanità lascia il posto a più nobili e poliedriche aspirazioni. Incontrano infatti Cellulite, Vene Varicose, qualche spino dimenticato dallEpilady, Emorroidi e Calli. I più fortunati incontrano anche il mitico Odor di Piedi che in taluni casi esprime un fascino così carismatico da entusiasmare gli animi più sensibili senza distinzione di ceto, cultura o ideale politico.
I più inquieti spingono invece, con coraggio e spavalderia, il loro spirito di conoscenza verso lopposta direzione, ritenendo che, se è vero che un corpo riceve una spinta dal basso verso lalto in egual misura del liquido spostato (come sosteneva il buon Archimede), può essere ipotizzabile che, essendo il corpo composto in buona parte dacqua, i misteri della donna, che sono molti, e di conseguenza pesanti, dovrebbero, a rigor di logica, celare la loro soluzione verso la sommità più alta (più o meno allaltezza dellaureola).
Ma il percorso qui è più lungo e cosparso dinsidie.
Già è sofferta e difficile la decisione di uscire dal luogo dove la ricerca è iniziata, in quanto, per un perverso e stregato gioco di vibrazioni e sensazioni varie, somigliante quasi al canto delle sirene, si è portati a credere che proprio lì stia la soluzione del mistero. Ma è solo un incantesimo.
Una volta liberatosene, chi comincia a salire, certamente ancora frastornato, rischia subito di smarrirsi in uno spettinato bosco di ricci e capricci somigliante ad un labirinto, col solo pregio di essere il luogo in cui, dal punto di vista cromatico, si riesce a sfatare una delle illusioni che le donne amano proporci, rivelandoci spesso la loro reale identità.
E poi, se lo supera, cosa può incontrare dinteressante a parte la cicatrice di una vecchia appendicite e una specie di foro mal rammendato che, non si capisce bene perché, in qualcuno è più profondo e in qualcuno meno, ma che comunque, a parte il fatto di essere collocato su di una pancia più o meno morbida, racchiude già di per sé un bellarcano a cui nemmeno la Settimana Enigmistica ha mai dato una risposta.
Uno si ferma lì, si spreme le meningi e, dopo non aver ottenuto nemmeno un succo di frutta, decide che non sta lì la soluzione del suo problema e si rimette a scalare la sua vetta. Qui, se la donna è molto magra, può aiutarsi nella sua impresa arrampicandosi su qualche costola sporgente, ma se questa è più robusta sono dolori perché non si sa dove attaccarsi.
Diamo comunque per buono che superi anche questo problema e qui si ritrova subito a sbattere contro qualcosa dingombrante ma di cui, al tempo stesso, luomo subisce sempre e da sempre il fascino, ed è il seno.
Cosa racchiuda il seno, a parte, talvolta, un po di latte, non è ben chiaro. Fatto sta che è morbido e vellutato; forse piace per questo. Ma anche le pesche sono vellutate eppure ad accarezzarle viene la pelle doca.
Beh, anche accarezzando un seno, a qualcuno viene la pelle doca. Altro mistero.
Io personalmente col seno ho ed ho sempre avuto un ottimo rapporto, di sincera ed affettuosa amicizia. Però non so il perché, ed anche questo è uno dei misteri che vorrei svelare; una risposta che vorrei darmi. Ma non ci riesco.
Eppure non sono stupido.
Forse non ho studiato abbastanza largomento; non sono preparato. Dal cinque al sei .sei meno meno.
Forse devo fare più pratica. Probabilmente gli esemplari esaminati non sono stati sufficienti. Devo impormi una maggiore assiduità ed un maggiore impegno. Voglio arrivare al sette e mezzo, magari allotto.
Però mi viene quasi il sospetto che uno degli oscuri compiti del seno sia quello di tenere luomo il più possibile lontano dal cuore della donna, perché il cuore sta appunto dietro al seno. Per cui, più grande è il seno, in teoria, più inaccessibile dovrebbe essere il cuore.
Che sia proprio così?
No, probabilmente non lo è. O forse sì. Il mistero della donna forse risiede proprio nel cuore. Certo che, tenendo il cuore così lontano dalluomo, proprio per colpa del seno anche la donna deve fare un gran casino nella corretta amministrazione dei sentimenti.
Già, forse è così! Forse sarebbe tutto più semplice se la donna nascesse senza seno.
Ma ci piacerebbe poi una donna così? Mah, chi può dirlo! Mi viene qualche dubbio, visto che anche gli omosessuali spesso si gonfiano il seno col silicone per crearsi una protuberanza toracica che originariamente non hanno o che hanno perduto nel corso dei millenni. O forse loro hanno le idee più chiare e vogliono il seno proprio perché hanno bisogno di confondersi. Perché forse confusione significa anche emozione .o sono solo due parole che vanno di concerto per via della rima. Mah! Qui il mistero si fa sempre più fitto.
Proviamo a salire ancora.
Trovo poco: un po di rossetto, dellalito cattivo, tracce di nicotina, una protesi olandese e qualche dente doro; delle tonsille un po ingrossate e i postumi di un raffreddore. Poi finalmente incontro gli occhi: gli specchi dellanima, come si suol dire.
Gli occhi sono sempre belli, anche quando non è vero. Anche quelli nascosti dagli occhiali che te li fanno apparire enormi come fari dautomobile.
Uno ci crede davvero che siano gli specchi dellanima. Ma è poi così o lo diciamo perché ci piace crederci .o semplicemente perché è una frase che suona bene?
Ma dovè questo cazzo di anima che non riesco a trovarla? E questo specchio docchi, in cui, anziché lanima, vedo riflessa la mia perplessità e, come in quello di Grimilde, mi sento dire che "Sì, sono proprio io il più scemo del reame!"
Delle volte mi sembra di averla trovata, ma gli occhi parlano ogni giorno una lingua diversa e mi perdo in una torre di Babele posta al centro di un oceano dincomprensione.
Donna, donna, essere misterioso, riuscirò a capire un giorno il tuo mistero? Perché ti allontani sempre su ali di farfalle diverse mentre io volo sempre sulle ali dello stesso uccello?
Ho un ultimo tentativo da fare; un ultimo lato di te da esplorare .il più oscuro .il più misterioso. Il cervello!
Ci sono una miriade di luoghi comuni su questa parte della tua persona che, pur non avendo un seno ad allontanarlo da noi, è ancora più inaccessibile del cuore. Cè chi dice che sia più piccolo di quello delluomo. Cè chi afferma che tu non ce labbia affatto. Altri dicono che il tuo cervello risieda in altro luogo (tu sai dove).
Io, personalmente non credo a niente di tutto ciò.
Penso, anzi, che tu sia molto più intelligente delluomo. Altrimenti non lo faresti impazzire nel tentativo di capirti.
Forse è qui la tua forza .o forse è proprio qui che mi sbaglio io? Spero di no. Mi rifiuto di crederlo.
Sono arrivato al dunque, ma il mistero si è fatto ancora più grande. Non sono giunto da nessuna parte.
Ma sono tenace, ricomincio da capo. Rimane solo un dubbio: da dove ripartire?
Ci penso un po, poi tutto mi è chiaro. Riparto da dove ho cominciato .Sì, proprio da lì .Decisamente è il posto migliore.
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