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Profilo biografico.

Primi anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e percezioni alterate
La poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Gli anni del College e della facoltà di Medicina
Ecco come invece parla del dolore nella vita d'ogni giorno:
Come invece utilizzava i ricordi per dimenticare il dolore:
Da dove cominciare per raccontare la vita di questo sveglio ragazzo americano vissuto in campagna, che fu così in gamba da trionfare sulla tragica malattia che lo aveva colpito e da diventare un genio nel campo della guarigione e dell'ipnosi? Riandiamo agli inizi, quali egli stesso amava raccontarli, alla saga dei suoi genitori pionieri, alla capanna di tronchi nella quale nacque ai tempi della conquista del West.
A Milton piaceva raccontare la storia di suo padre, Albert, che a
sedici anni se ne andò di casa da Chicago con nient'altro,
come bagaglio, che un biglietto di treno e lo spirito degli antenati
vichinghi. Andò verso Ovest fin dove poteva arrivare col suo
denaro, e alla fine si trovò a chiedere un passaggio nelle
ondulate verdi campagne nei pressi di Lowell, nel Wisconsin. Venuto a
sapere che un contadino del luogo aveva bisogno d'aiuto, Albert
andò dritto alla fattoria e presto trovò quello che
voleva: una timida ragazza carina che faceva capolino da dietro un
albero.
"Di chi sei la ragazza?", chiese. "Di mio papà", rispose lei. "Be', adesso sei la ragazza mia", rispose lui.
E così fu. Albert lavorò per il contadino, e nel 1891, a 21 anni, sposò Clara, che ne aveva 19. La vita non era facile per la giovane coppia. Nei territori di frontiera la vita del contadino era sempre precaria, e il giovane Albert si trovò a cercare un altro posto per vivere. Per uno strano caso, il primo lavoro di Albert presagiva quella che sarebbe divenuta la professione di suo figlio: si ritrovò con un contratto di un anno come infermiere in un ospedale psichiatrico, con permessi solo saltuari per andare a trovare sua moglie a casa.
Successivamente il sangue vichingo e lo spirito di avventura che in quei tempi eroici spingeva a esplorare terre sconosciute portarono Albert a rispondere al richiamo delle miniere d'argento del Nevada. La famiglia Erickson viaggiò dunque in treno e in carro fino ad arrivare nel minuscolo villaggio di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a Ovest fu difficile, pieno di quei disagi tipici delle avventure dei pionieri: vi furono carenze di cibo e d'acqua, rigide notti, forti tempeste di vento da sopportare, senza contare la resistenza fisica richiesta per il lungo tragitto.
Una volta arrivata, la famiglia si stabilì in una capanna di tronchi dal pavimento di terra, con tre sole pareti (la quarta era costituita da una montagna! ) in una zona desolata della Sierra Nevada. Costantemente assillati da penuria di viveri, i pionieri divennero bravissimi nel trasformare ciò che avevano a disposizione in ciò di cui avevano bisogno. Ad Albert e Clara piaceva raccontare di quando conservavano la gelatina nelle bottiglie di whisky - la gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello - perché i vasi a bocca larga, che erano di meno, servivano per conservare altri cibi. Certamente crescere in un ambiente di questo tipo deve aver contribuito a formare la base é ciò che alla fine avrebbe caratterizzato gli approcci molto innovativi alla terapia di Milton: l'utilizzare in modo creativo tutto ciò che è disponibile nella persona al fine di ottenere cambiamento e guarigione.
Questo periodo delle vicende della famiglia Erickson è stato registrato da Don Ashbaugh in un capitolo dal titolo "Give Me Back My Yesterdays", ( Ridammi i miei giorni passati.) nel suo libro Nevada's Turbolent Yesterday (Los Angeles, Westernlore, 1963). Una settimana prima del suo novantesimo compleanno, il 25 marzo 1959, Albert Erickson mise per íscritto alcuni dei ricordi della vita dell'accampamento, che Ashbaugh inserì nel suo libro: [la persona di cui si citano le parole nei primi due paragrafi è appunto Albert].
'1 minatori erano sempre i benvenuti nelle case dei contadini, e la gente di Aurum era sempre felice di ospitare visitatori provenienti dalla valle quando venivano per la posta o per fare acquisti. Di conseguenza quei pochi avvenimenti sociali che avevano luogo portavano a un mescolamento degli abitanti".
Le famiglie vivevano in case di tronchi dal pavimento di terra. Sia la signora Raddatz che suo fratello, il dottor Milton H. Erickson, nacquero nella capanna di tronchi degli Erickson. Lei così la descrive: 'Ta casa e la capanna consistevano in due grandi stanze, più alcune piccole camere da letto. Sul dietro per parete c'era la montagna. I pavimenti erano di terra, e per impedire che si formasse della polvere venivano sempre bagnati con acqua. Non si formava fango, per via della composizione minerale della terra".
Quando i bambini degli Erickson raggiunsero l'età di andare a scuola, la famiglia decise di ritornare nel Wisconsin, e acquistò quella fattoria nella quale il giovane Milton avrebbe passato i suoi anni di formazione. Cinquant'anni più tardi i suoi genitori poterono tornare a far visita aTamata casupola di Aurum. La figlia ne dà un resoconto, e nel suo libro Ashbaugh cita il suo racconto:
L'uomo dai capelli bianchi [Albert] sedeva diritto e teso nella macchina. I suoi occhi azzurri esploravano l'arco delle montagne. Dopo 45 anni stava tornando al villaggio fantasma di Aurum dove aveva fatto il cercatore d'argento per tredici anni.
Improvvisamente tese il dito e disse in tono vivace: "Ecco, quella lì, dove c'è quell'affioramento di basalto". Sua moglie guardò attentamente e disse piano: "No, non mi sembra". Ma il vecchio rimase testardamente della sua opinione.
Ingranata una marcia bassa, fece arrampicare lentamente l'automobile lungo una specie di pista di terra battuta, e dopo sei chilometri raggiunse la cima di un'altura e si fermò a parcheggiare accanto ad alcuni vecchi tronchi che rimanevano una muta testimonianza di come una volta in quel luogo sorgesse un edificio.
Con un'agilità insospettata per i suoi ottantasei anni, balzò dalla macchina e proclamò tutto eccitato: "Ecco, questi sono i resti del vecchio mulino a pestelli. Guarda, ecco una parte del crogiuolo. Questa è Aurum, Clary".
Ma 'Clary' continuava a essere scettica. "Non mi sembra, è troppo ripido. La casa degli Anderson, dov'era? No, aspetta, fammi vedere il cimitero e ti crederò".
"Al diavolo il cimitero", disse vivacemente il vecchio, 1a conosco, la mia montagna". Sul suo viso passò un'espressione di perplessità e l'eccitazione andò svanendo via via che si guardava intorno e diceva lentamente: "2 Aurum, ma è cambiata, la strada che portava su alle nostre miniere è sparita, il carro del mandriano è lì dove c'era H cortile degli Anderson, e solo un muretto indica dove c'era una volta l'ufficio postale. t la mia montagna - ma per il resto è davvero un villaggio fantasma".
Il suo umore cambiò nuovamente quando esaminò con lo sguardo tutta la vallata e i suoi occhi s'Wuminarono quando notò: "Le colline rosse, Clary, sono esattamente le stesse, sono solo le cose fatte dall'uomo che se ne sono andate".
Poi, con voce rotta dall'emozione, guardò su al picco della montagna e disse: "Dío mio, quando guardo queste grandi formazioni rocciose, la verde vallata, gli alti pini posso solo dire: Ridammi i miei giorni passati! E se potesse essere esaudito un solo mio desiderio, vorrei passare i pochi anni che mi rimangono in una piccola capanna con questa montagna a farle la guardia, e ascoltare il vento che soffia nei canyon e mi sussurra ninnenanne per farmi addormentare".
L'amore per la natura e lo spirito pionieristico così evidenti nelle prime vicende della sua famiglia erano ancora un aspetto caratteristico della personalità di Milton quando lo conobbi, nell'ultimo decennio della sua vita.
Primi anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e percezioni alterate
Dato che Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera e in campagna, poté avvalersi di poche istituzioni sanitarie o educative. L' 'istruzione' che si impartiva era di tipo semplice, limitata all'essenziale, ed è forse per questo che (a quanto sembra) nessuno si accorse che il giovane Milton percepiva il mondo in un suo modo del tutto peculiare. Molti dei primi ricordi di Erickson riguardano il modo in cui, per via di vari problemi di costituzione, le sue percezioni erano diverse da quelle degli altri: per esempio, era daltonico inoltre era affetto da sordità tonale e non poteva né riconoscere né eseguire i ritmi tipici della musica e delle canzoni; era poi a che affetto - da dislessia un problema che indubbiamente la sua mente di Fa-mSino non riusciva a capire e che egli riconobbe e capì solo molti, molti anni dopo.
Le incomprensioni, le discrepanze e la confusione che derivavano da
queste differenze rispetto alla visione del mondo che era comune e
normale negli altri avrebbero potuto menomare il funzionamento
mentale di un'altra persona. Nel giovane Milton, invece, queste
differenze crearono a quanto pare l'effetto opposto: stimolarono la
sua ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa
più
importante,
esse portarono a una serie di esperienze inusuali che costituirono la
base di una ricerca, durata tutta una vita, sulla relatività
delle percezioni umane e sui oroblemi che ne derivavano,
nonché sugli approcci terapeutici riguardanti tali
problemi.
Un giorno, quando aveva poco più di settant'anni, Erickson
così ricordava ed esaminava con me alcune di queste
esperienze:
Quando aveva sei anni Erickson era un bambino che appariva handicappato dalla dislessia. La sua maestra, per quanti sforzi facesse, non riusciva a convincerlo che un 'Y e una 'm' non erano la stessa cosa. Un giorno ella scrisse un 3 e poi una m guidando con le proprie mani quelle del piccolo, ma Erickson non riusciva ancora a coglierne la differenza. D'un tratto ebbe un'allucinazione visiva spontanea in cui la percepì in un lampo di luce accecante.
E: Puoi capire come questo sia sconcertante? Poi un giorno, c'è stato qualcosa di sbalorditivo: uno scoppio improvviso di luce atomica. Ho visto la m e il 3. La m stava diritta sulle gambe e H 3 poggiato su un fianco con le gambe protese. Già, un lampo accecante! Luminosissimo! Da far dimenticare ogni altra cosa. Un lampo accecante e, al centro di quell'esplosione di luce, il 3 e la m.
R: Hai visto veramente un lampo accecante? C'era proprio o stai
usando una metafora?
E.: Sicuro. Oscurava ogni cosa, tranne il 3 e la m.
R.: Ti rendevi conto d'essere in uno stato alterato? Da bambino qualf eri, ti meravigliavi di un'esperienza così strana?
E.: t, così che impariamo le cose.
R: - Penso che sia _qullo che chiamerei un momento creativo (Rossi, 1972, 1973). Hai sperimentato una vera alterazione percettiva: un lampo con il 3 e la m al centro. Avevano proprio delle gambe?
E: Li ho visti com'erano. [Erickson fa lo schizzo di un
effetto nube con al centro un 3 e una m]. Escludevano ogni altra
cosa!
R: Era un'allucinazione visiva? A sei anni hai effettivamente
avuto un importante insigbt intellettuale sotto forma di
allucinazione visiva?
E: Sì, non ricordo nient'altro di quel giorno. Il lampo
più accecante, più abbagliante l'ho avuto al secondo
anno di scuola secondaria. Tanto nella scuola elementare quanto in
quella secondaria mi avevano soprannominato 'Dizionario'
perché passavo un sacco di tempo sul dizionario. Un giorno,
poco dopo il segnale d'inizio dell'intervallo di mezzogiorno, me ne
stavo seduto al mio solito posto in fondo all'aula e leggevo il
dizionario. D'un tratto vi fu un lampo luminosissimo che mi
abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino a quel
momento, leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo
luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a
usarlo. Sino a quel momento, quando dovevo cercare una parola,
cominciavo dalla prima pagina e continuavo a leggere colonna per
colonna, pagina per pagina, finché non arrivavo al
voca
bolo desiderato. In quel lampo accecante capii che per cercare una parola usiamo l'alfabeto come un sistema ordinato. Gli allievi che si portavano la colazione da casa andavano sempre a mangiarla nel piano interrato. Non so quanto temp~ rimasi al mio posto, abbagliato dalla luce accecante, ma quando scesi quasi tutti avevano finito di mangiare. Quando mi chiesero perché arrivassi con tanto ritardo, sapevo già che non gli avrei detto che avevo appena imparato a usare il dizionario. Non so perché ci avevo messo tanto tempo. Non potrebbe darsi che il mio inconscio rifiutasse di farlo proprio per la grande quantità di nozioni che ricavavo dalla lettura integrale del dizionario? ( ... )
E: Devo avere avuto una leggera dislessia. Non avevo dubbi sul fatto
che quando dicevo: co-mick-al,
vin-gar, goverment e
mung,
la mia
pronuncia fosse identica ai suoni prodotti quando gli altri dicevano:
comical, vinegar,
governMent e
spoon.
Quando
facevo il secondo anno di scuola secondaria, la professoressa di
dizione cercò inutilmente per un'ora intera di farmi dire:
government.
Poi,
con una improvvisa ispirazione, si servì del nome di un mio
compagno, 'La Verne', e scrisse sulla lavagna: 'govLaVemement'. Io
lessi: 'govlavernement'. Lei allora me lo fece rileggere omettendo il
La di La Verne. Quando lo feci, un, n accecante cancellò altro
oggetto circostante compresa la lavagna. Devo a Miss Walsh la mia
tecnica- di introdurre l'inatteso e il non pertinente in uno schema.
fisso e
rigido
farlo
esplodere. Oggi è venuta una paziente, tutta tremante e
singhiozzante: "Sono stata cacciata via. NE capita sempre. Il mio
capo ufficio mi strapazza. Ricevo degli insulti e piango sempre. Oggi
mi ha urlato: 'Stupida! Stupida! Fuori di qui! Fuori!'. Ed eccomi
qui". Le ho detto con estrema coscienza e serietà:
"Perché non gli dice che bastava che lui glielo facesse sapere
e lei avrebbe lavorato volentieri in un modo ancora più
stupido! ". t rimasta perplessa, sconcertata e sbigottita, poi
è scoppiata in una risata. Il resto del colloquio si è
svolto bene, con risate improvvise in genere all'indirizzo di se
stessa.
R: Le sue risate indicano che l'hai aiutata a far breccia nella sua
visione limitata di se stessa come vittima. In quella vecchia
esperienza con Miss Walsh è illustrato un principio
fondamentale del tuo approccio di utilizzazione:
lei
aveva utilizzato la tua capacità di pronunciare LaVerne per
aiutarti a irrompere fuori del tuo errore stereotipo nella pronuncia
della parola government
(pp. 138-140).
Forse
fu per via della confusione generata da tali difficoltà di
percezione che il giovane Milton imparò a fare più
domande di quante ne faccia la maggior parte dei bambini della sua
età. Un esempio: prima ancora di avere dieci anni, Milton
volle sapere perché suo nonno piantava le patate a pancia in
su, e sempre in una data fase lunare. Non contento della risposta
ricevuta, passò a ideare e mettere in atto il suo primo
esperimento controllato: piantò alcune file di patate con le
gemme rivolte in tutte le direzioni e in diverse fasi lunari; mentre
ne piantò altre seguendo il metodo del nonno. Rimase
però molto male quando il nonno non volle credere che tutte le
file di patate avevano dato gli stessi risultati!
L'innata intelligenza di Erickson è illustrata dal seguente
episodio di cui fu protagonista in quello stesso periodo di tempo, e
che ricordò molti anni dopo. In esso racconta il modo in cui,
per risolvere un problema, ricorse a un doppio legame, anche se
naturalmente, questo termine non era ancora stato coniato:
Il mio
primo uso intenzionale del doppio legame che ricordi con esattezza
risale agli inizi dell'adolescenza. Un giorno invernale, con
temperatura sotto zero, mio padre fece uscire dalla stalla un vitello
per portarlo all'abbeveratoio. Dopo averlo dissetato ripresero la via
della stalla, ma quando giunsero alla porta l'animale puntò
testardamente i piedi e non volle saperne di entrare nonostante gli
sforzi disperati di mio padre che lo tirava per la cavezza. Io stavo
giocando con la neve e, al vedere quella scena, scoppiai in una gran
risata. Allora mio padre mi sfidò a fare entrare il vitello
nella stalla. Visto che si trattava di una resistenza ostinata e
irragionevole da parte dell'animale, decisi di dargli la più
ampia occasione di continuarla secondo quello che era chiaramente il
suo desiderio. Di conseguenza lo posi di fronte a un doppio legame:
lo presi per la coda e lo tirai fuori dalla stalla, mentre mio padre
continuava a tirarlo verso l'interno. Il vitello decise subito di
opporre resistenza alla più debole delle due forze e mi
trascinò nella stalla (pp. 469-470).
La
poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Se c'è mai stato qualcuno che ha impersonato l'archetípo del medico malato -, colui che impara a guarire gli altri guarendo innanzitutto se stesso questi fu Mílton H. Erickson. L'esperienza più formativa nei suoi primi anni di vita Fu a sua pri a lotta con la poliomielite all'età di diciassette anni (il secondo attacco lo ebbe all'età di 51 anni). Nel seguente dialogo egli così ricorda quella crisi della sua vita, e la propria esperienza di uno stato percettivo alterato, che successivamente riconobbe essere una sorta di autoipnosi:
E: Quella sera, dal mio letto, udii per caso i tre medici dire ai miei genitori, nella stanza accanto, che il loro ragazzo non sarebbe arrivato al mattino. Divenni furibondo all'idea che qualcuno potesse dire a una madre che il figlio sarebbe morto entro il mattino. Poi mia madre entrò con l'espressione più serena che le riuscì di prendere. Le chiesi di spostare il comò, spingendolo d'angolo contro il lato del letto. Lei non capiva perché; pensava che stessi delirando. Parlavo con difficoltà. Ma in quell'angolo, grazie allo specchio che sormontava il comò, riuscivo a vedere attraverso la porta e la finestra di ponente dell'altra
stanza. Non volevo a ogni costo morire senza aver visto un'ultima volta il tramonto. Se avessi qualche attitudine al disegno, potrei ancora disegnarlo.
R: La tua rabbia e la tua voglia di vedere un altro tramonto sono state un modo di mantenerti vivo in quel giorno critico nonostante le previsioni dei medici. Ma perché la chiami un'esperienza autoipnotica?
E: Vedevo quel vasto tramonto che copriva interamente il
cielo. Sapevo però che fuori della finestra c'era anche un
albero, ma lo avevo escluso.
R: Lo avevi escluso? Si trattava di quella percezione
selettiva che ti permette di dire che eri in uno stato
alterato?
E: Sì, non lo facevo consciamente. Vedevo tutto il
tramonto, ma non vedevo né la siepe né la grande roccia
rotonda che c'erano. Avevo escluso tutto, meno il tramonto. Dopo
averlo visto rimasi per tre giorni senza coscienza. Quando tornai in
me chiesi a mio padre perché avessero tolto la siepe, l'albero
e la roccia. Non mi rendevo conto d'essere stato io a cancellarli
quando avevo fissato tanto intensamente l'attenzione sul tramonto. In
seguito, quando fui guarito e divenni consapevole delle mie
condizioni inabilitanti, mi chiesi come avrei fatto a guadagnarmi da
vivere. Avevo già pubblicato un articolo su una rivista
agricola nazionale: "Perché i giovani abbandonano la
campagna". Non avevo più le forze necessarie per fare
l'agricoltore, ma forse avrei potuto farcela come medico.
R: Diresti che è stata l'intensità della tua
esperienza interiore, il tuo spirito e il tuo senso di sfida, a
tenerti in vita perché potessi vedere il tramonto?
E: Certo ai pazienti con scarse prospettive diciamo: "Dovreste
vivere abbastanza per farlo il mese prossimo". E loro lo
fanno.
Il modo in
cui Milton si riprese costituisce uno dei racconti di auto-guarigione
e scoperta più affascinanti che io abbia mai sentito. Quando
si svegliò dopo quei tre giorni, si trovò quasi del
tutto paralizzato: sentiva i suoni molto bene, vedeva e poteva
muovere le pupille, poteva parlare, con grande difficoltà, ma
per il resto non poteva fare nessun altro movimento. Nella sua
comunità rurale non esisteva nessuna struttura per la
riabilitazione, e a detta di tutti egli sarebbe rimasto senza l'uso
degli arti per tutto il resto della sua vita. Ma la sua acuta
intelligenza continuò a lavorare. Egli imparò, per
esempio, standosene tutto il giorno a letto, a fare dei giochi con la
mente, interpretando i suoni che gli provenivano dall'ambiente: dal
suono che faceva la porta della stalla nel chiudersi, e dal tempo che
impiegavano i passi a raggiungere la casa, lui riusciva a dire di che
persona si trattava e di quale umore era.
Poi venne il famoso giorno in cui i suoi familiari si scordarono di
averlo lasciato solo, inchiodato nella sedia a dondolo. (Gli avevano
costruito una specie di primitivo vaso da notte intagliando un foro
nel sedile). La sedia a dondolo si trovava all'incirca nel mezzo
della stanza, e Milton, seduto in essa, guardava ardentemente la
finestra, col desiderio di esservi più vicino, in modo d'avere
almeno il piacere di poter guardare la fattoria lì fuori.
Mentre era lì seduto, apparentemente immobile, preso dai suoi
desideri e dai suoi pensieri, improvvisamente che la sua. sedia aveva
cominciato a dondolare leggermente., Che enorme scoperta! Era
un caso? Oppure il suo desiderio di essere più vicino alla
finestra non aveva forse effettivamente stimolato qualche minimo
movimento del corpo, che aveva cominciato a far dondolare la
sedia?!
Questa esperienza, che probabilmente alla maggior parte di noi
sarebbe passata inosservata, portò il ragazzo diciassettenne a
un periodo di febbrile esplorazione di sé e di scoperta.
-Milton stava scoprendo da solo il principio ideomotorio fondamentale
dell'ionosi esaminato da Berneim una generazione prima che il solo
pensiero o la sola -idea di un movimento potevano
portare all'effettiva esperienza di un movimento automatico
del corpo. Nelle settimane e nel mesi che seguirono, Milton
andò a ripescare tutti i suoi ricordi sensoriali per cercare
di reimparare a
muoversi. Per esempio, si guardava per ore e ore la mano, e cercava
di ricordare che sensazione gli avevano dato le dita quando tenevano
un forcone. A poco a poco si accorse che le sue dita cominciavano a
fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente in modo scoordinato.
Continuò sino a che i movimenti diventarono più ampi, e
lui poté controllarli coscientemente. E in che modo la mano
afferrava un ramo d'albero? Come si muovevano gambe, piedi e dita
quando si arrampicava su un albero?
Non erano semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi di attivazione di reali ricordi sensoriali - ricordi che ri-stimolarono la sua coordinazione senso-motoria tanto da permettergli di guarire. Ciò appare evidente dal seguente stralcio di colloquio:
E:
Dapprima cercai di imparare a rilassarmi e ad accrescere la mia
forza. Mi costruii dei tiranti elastici che potevo tendere contro
certe resistenze. Ogni notte facevo quest'esercizio e tutti gli altri
possibili. Poi mi accorsi che avrei potuto camminare per stancarmi e
liberarmi dal dolore. _A pocoa poco capii cbe, se lossi riuscito a
pensare al fatto di camminare, stancarmi e rilassarmi. ne avrei
_avuto un sollievo.
R: Il solo fatto di pensare a camminare e a stancarti riusciva ad
alleviarti il dolore allo stesso modo dell'effettivo processo
fisico?
E: Sicuro, poco per volta ci riuscì.
R: Nelle tue esperienze di autorieducazione, tra i 17 e i 19 anni, ti sei reso personalmente conto che potevi servirti dell'immaginazione per ottenere gli stessi risultati che avresti ottenuto con uno sforzo fisico reale.
E: Di un intenso ricordo più che dell'immaginazione. Ci
ricordiamo di certi gusti, sappiamo che la menta ci dà quella
certa sensazione di fresco. Da bambino mi arrampicavo su un albero di
un boschetto, poi saltavo da un albero
all'altro come una scimmia. Ho cercato di ricordare le varie contorsioni e giravolte che facevo per scoprire quali sono i movimenti che facciamo quando abbiamo la piena disponibilità dei nostri muscoli.
R: Attivavi dei ricordi reali dell'infanzia per capire quanta parte
del controllo muscolare avessi perduto e trovare il modo di
riacquisirlo.
E: Sì, ci serviamo di ricordi reali- A 18 anni cercavo di ricordare tutti i movimenti che facevo da bambino per aiutarmi a riapprendere la coordinazione muscolare (pp. 141-142).
Ma perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della semplice introspezione: l'osservazione del mondo esterno. Fortunatamente in quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol, stava appena imparando a camminare. Milton iniziò una serie di osservazioni giornaliere nelle quali notava il suo modo (soprattutto inconscio) di imparare a camminare, in modo da poterlo copiare consapevolmente, e così costringere il proprio corpo a fare lo stesso. In una conversazione sinora inedita, egli così parla di quel periodo:
Imparai a stare in piedi guardando la mia sorellina che imparava a stare in piedi: usa le tue due mani come base, allarga le gambe, usa le ginocchia come base larga, e poi poggia più peso su un braccio e una mano e sollevati. Ondeggia avanti e indietro per trovare l'equilibrio. Esercitati a piegare le ginocchia e a mantenere l'equilibrio. Dopo che H corpo è in equilibrio, muovi la testa. Dopo che il corpo è in equilibrio muovi la mano e la spalla. Metti un piede davanti all'altro mantenendoti in equilibrio. Cadi. Riprova.
Dopo undici mesi di questo intensivo allenamento, Mílton camminava ancora sulle stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare in modo sempre meno faticoso, in modo da sottoporre a minima tensione il suo corpo.
Gli anni del College e della facoltà di
Medicina
A questo punto Milton non si tendeva ancora conto che il suo essersi ristabilito attraverso il rilassamento, i ricordi sensoriali e l'acuta osservazione avrebbero costituito la base del suo futuro operare nella veste dell'ipnoterapeuta più innovativo del mondo. Il suo corpo si stava riprendendo ma lui era ancora debole, e non riusciva a camminare senza l'aiuto delle stampelle. Dopo il suo anno di matricola all'Università del Wisconsin, un medico gli consigliò di passare un'estate all'aria aperta per acquistare salute e irrobustire il suo corpo. Da persona che non si poneva obiettivi facili, Milton decise che ciò che ci voleva per lui era un viaggio in canoa.
Non disponendo delle risorse finanziarie che gli potessero garantire un viaggio pieno di comodità, Milton si preparò a lanciarsi in questo viaggio con soli quattro dollari in tasca e, come sperava, un amico al suo fianco. Dato che la sua capacità di guidare una canoa era nel migliore dei casi irrisoria (immaginatevi di lottare per far entrare e uscire dall'acqua una canoa reggendo contemporaneamente un paio di grucce! ), sembrava evidente che un compagno sarebbe stato non solo opportuno, ma anche indispensabile. Tuttavia all'ultimo momento il suo amico decise di non partire, cosicché l'indomito Milton si mise in viaggio tutto da solo nel giorno che aveva stabilito. (Ebbe l'accortezza di non dire ad Albert e Clara che il loro figlio inesperto e handicappato si riprometteva di scendere da solo lungo le rapide). Equipaggiato con riserve di cibo per due settimane, il necessario armamentario per cucinare, una tenda e un certo numero di libri, Milton si mise a discendere la corrente con l'intenzione di procedere in quella direzione sino al momento di invertire la marcia. Darsi una precisa destinazione, a suo avviso, non avrebbe fatto che rendere tedioso il viaggio.
Lungo la strada gli capitarono molte piccole avventure. All'inizio del viaggio se ne uscì a pescare un mattino presto, ma non fu in grado di uscire nuovamente dal lago sino al pomeriggio: i forti venti, uniti alla sua debolezza fisica lo costrinsero a molte ore di dura lotta. Ben presto, tuttavia, divenne bravissimo nel sollecitare in modo indiretto l'aiuto degli altri in tutte quelle situazioni che non riusciva ad affrontare da solo, come superare una diga e così via. Riuscì anche a farsi invitare a pranzo più di una volta da qualche campeggiatore, e con loro passava il pomeriggio attorno a una tavola piena di cibo scambiando racconti d'avventure. Sembrava che gitanti e campeggiatori trovassero qualcosa d'affascinante nel giovane Milton. (Ed effettivamente questo suo disporre le cose in modo che gli altri gli dessero 'spontaneamente' aiuto era valso a Milton il soprannome di "Eric il Tasso", affibiatogli dai compagni di scuola del Wisconsin. Quante volte, metà contenti e metà pieni di rammarico non si erano trovati a concedere, senza nemmeno sapere perché, certi vantaggi in situazioni di competizione a questo curioso ma astuto ragazzo di campagna! ).
Qua e là nel suo viaggio, Milton trovò lavoro temporaneo presso vari contadini, guadagnando così abbastanza denaro da ricostituire le proprie provviste. Scoprì anche che la sua capacità di cucinare poteva essere usata come mezzo di scambio: riuscì infatti a pagarsi una parte del suo viaggio lunga 400 chilometri semplicemente cucinando per due giovani che stavano avendo un'avventura estiva simile alla sua.
All'epoca in cui Milton cominciò il viaggio di ritorno, la sua forza muscolare era aumentata al punto che era in grado di pagaiare contro corrente e, cosa più importante, di trasportare la canoa senza bisogno d'aiuto. Alla fine del viaggio durato dieci settimane, l'elenco delle cose che aveva fatto era ancora più notevole: aveva navigato per quasi duemila chilometri di fiume, ricorrendo esclusivamente alla propria intelligenza e alle proprie risorse; aveva iniziato il viaggio con quattro dollari e lo terminava con otto; era partito sulle stampelle e tornava zoppicando in modo solo leggero (ma permanente); e per finire quando era partito era un debole malaticcio, e al ritorno era un robusto giovane con un nuovo senso di fiducia, di orgoglio e di autonomia personale.
Così rianimato e rafforzato dall'eroica avventura estiva, Milton tornò al college sprizzante d'energia e di determinazione a colmare le prime lacune della semplice educazione ricevuta. Ma come farlo? Entrando nel mondo giornalistico. Aveva già avuto un impiego (un lavoro da tavolino) alla fabbrica di conserve alimentari del luogo, per contribuire a finanziare le spese del college, ma ora si sentiva pronto per cose migliori:
E: Continuavo a osservare sempre. Ti dirò quale è stata la cosa più presuntuosa che abbia mai fatto. Avevo vent'anni ed ero nel primo semestre del secondo anno di college quando cercai di ottenere un posto al quotidiano locale, The Daily Cardinal, nel Wisconsin. Volevo scrivere articoli di fondo. Il direttore, Porter Butz, mi accontentò e mi disse che avrei potuto lasciarglieli nella buca delle lettere andando la mattina a scuola. Dovevo però leggere e studiare moltissimo per compensare la mia scarsa preparazione letteraria della campagna. Volevo farmi una vasta cultura. Un'idea di come procedere mi venne ricordando il modo in cui, quand'ero più giovane, a volte correggevo in sogno dei problemi di aritmetica.
Il mio piano era questo: avrei studiato la sera e sarei andato a letto alle dieci e mezza, addormentandomi immediatamente, dopo aver caricato la sveglia per l'una di notte. A quell'ora mi sarei alzato, avrei scritto a macchina l'articolo, avrei messo la macchina sopra le pagine scritte e me ne sarei tornato a dormire. Al mio risveglio, il mattino dopo, mi meravigliai moltissimo di trovare qualcosa di scritto sotto la macchina, perché non ricordavo affatto d'essermi alzato per scrivere. Era così che scrivevo ogni volta gli articoli.
Volutamente non li rilessi, ma ne conservai una copia a carta carbone. Lasciai gli articoli non riletti nella cassetta delle lettere, poi diedi ogni giorno un'occhiata al giornale, per vedere se fossero stati pubblicati, ma con esito negativo. Alla fine della settimana esaminai le copie che avevo fatto e constatai di avere scritto tre articoli che erano stati tutti pubblicati. Riguardavano per lo più il college e il suo rapporto con la comunità locale. Non avevo riconosciuto ciò che io stesso avevo scritto vedendolo stampato e avevo dovuto controllare le mie copie per averne la prova.
R: Perché decidesti di non rileggere al mattino gli
scritti della notte?
E: Mi chiesi se sarei stato capace di scrivere degli articoli. Il fatto di non riconoscere le mie parole sulla pagina stampata significava che nella mia mente c'erano molte più cose di quante non pensassi. Ebbi così la prova d'essere più intelligente di quel che credevo. Quando volevo sapere qualcosa non volevo che la conoscenza imperfetta di qualcun altro la deformasse. Il mio compagno di stanza osservava con curiosità le mie alzate all'una di notte per scrivere a macchina. Mi disse che sembravo non accorgermi di nulla quando mi scuoteva la spalla, e si chiedeva se camminassi e battessi a macchina nel sonno. Gli dissi che doveva essere proprio così, perché a quel tempo non vedevo assolutamente altre spiegazioni. Fu solo al terzo anno di college che frequentai i seminari di Hull e cominciai le mie ricerche sull'ipnosi.
R: Con un approccio naturalistico, pratico di questo tipo, potremmo far apprendere ad altri l'attività sonnambulica e l'autoipnosi? Uno potrebbe caricare la sveglia in modo da alzarsi a metà sonno e svolgere qualche attività che poi potrebbe dimentica-re. Sarebbe un modo di addestrarsi all'attività dissociativa e all'amnesia ipnotica?
E: Sicuro, e dopo qualche tempo la sveglia non sarebbe più necessaria. Ho istruito in questo modo molti allievi (pp. 143-144).
Ma per quanto, stando a questi primi esperimenti col proprio inconscio, il giovane Mílton sembrasse avere il mondo in pugno, c'erano lezioni ancora più importanti da imparare. Quanto segue è un esempio di come questo giovane americano di campagna abbia cominciato a pensare al suo futuro di medico:
E: Quand'ero agli inizi dei miei studi di medicina ebbi un'esperienza molto amara. Ero stato incaricato di visitare due pazienti. Il primo era un vecchio settantatreenne, un individuo sgradevole sotto ogni aspetto: fannullone, alcolizzato, ladro, che era sempre vissuto a carico dell'assistenza pubblica. Questo tipo di vita m'interessava: feci un'accurata anamnesi e mi informai di ogni particolare. Risultò chiaro che costui aveva buone probabilità di superare gli ottant'anni. Poi passai al secondo paziente. Era una delle più belle ragazze che avessi mai visto: una personalità affascinante e di grande intelligenza. Visitarla era un piacere. Poi, mentre le esaminavo gli occhi, mi trovai a dirle che avevo scordato di fare qualcosa: mi scusasse, sarei tornato al più presto. Andai nella sala di riunione dei medici e consideraí il futuro. La giovane aveva il morbo di Bright e poteva dirsi fortunata se fosse riuscita a vivere per altri tre mesi. Vidi l'ingiustizia della vita. Un vecchio fannullone di 73 anni, che non aveva mai fatto niente di meritevole, non aveva mai dato niente, era stato solo distruttivo. Qui invece una ragazza stupenda e affascinante, che aveva tanto da offrire. Dissi a me stesso: "Pensaci sopra e ricavane una visione dell'esistenza, perché come medico ti troverai continuamente di fronte a qualcosa del genere: alla assoluta ingiustizia della vita".
R: Come c'entra lo stato autoipnotico?
E: Lì ero solo. So che gli altri entravano e uscivano dalla sala, ma io non ne avevo coscienza. Stavo guardando nel futuro.
R: In che modo? Avevi gli occhi aperti?
E: Li avevo aperti. Vedevo i bambini non ancora nati, quelli che dovevano ancora crescere e diventare quel dato uomo e quella data donna, che sarebbero morti a 20, 30 o 40 anni. Alcuni sarebbero vissuti sino a 80 o a 90 anni, e consideravo il loro valore come individui. Persone di ogni tipo, con le loro occupazioni, la loro vita: tutte mi passavano davanti agli occhi.
R: Era una specie di pseudo-orientamento nel futuro? Hai vissuto nell'immaginazione la tua vita futura?
E: Sì, non si può praticare la medicina se si è sconvolti emotivamente. Ho dovuto imparare a riconciliarmi con l'ingiustizia della vita in quel contrasto tra la ragazza avvenente e il vecchio fannullone settantatreenne.
R: Quando ti sei accorto di trovarti in uno stato
autoipnotico?
E: Capivo di essere assorto come quando scrivevo gli articoli e lo ero semplicemente, senza cercare di esaminare questo mio stato. Vi ero entrato per orientarmi verso il mio futuro di medico.
R: Ti sei detto: "Ho bisogno di orientarmi sul mio futuro di medico".
Allora è subentrato il tuo inconscio e hai avuto questo
profondo sogno a occhi aperti. Perciò quando entriamo in
autoipnosi diamo a noi stessi un problema e poi lasciamo che se ne
occupi l'inconscio. I pensieri venivano e se ne andavano da soli?
Erano cognitivi o espressi in immagini?
E: Tutte e due le cose. Vedevo il bambino piccolo crescere e farsi
uomo (pp. 144-145).
All'epoca
di questo critico episodio, Milton non definiva ancora l'esperienza
come autoipnotica. Tuttavia stava cominciando a rendersi conto che
alcuni dei fenomeni facenti parte della sua esperienza interna erano
esaminati da altri come attinenti all'ipnosi. Ciò lo
portò a seguire il suo primo corso regolare di studi con Clark
L. Hull. Così Erickson successivamente descrisse la sua
formazione iniziale:*
Durante
un seminario ufficiale sull'ipnosi tenuto nel 1923-24
all'Università del Wisconsin, sotto la direzione di Clark L.
Hull, l'autore, allora studente universitario, presentò una
relazione sui molti e svariati risultati delle sue ricerche
sperimentali compiute negli ultimi sei mesi di intenso lavoro e sui
suoi studi presenti, per aprire una discussione con i laureati del
Dipartimento di Psicologia. Vi furono dibattiti animati, dispute e
discussioni sulla natura dell'ipnosi, sullo stato psicologico che
essa costituiva, sui rispettivi ruoli dell'operatore e del soggetto,
sui valori e i significati dei processi impiegati nell'induzione,
sulla natura delle risposte del soggetto nello sviluppo di una
trance, sulla possibilità di trascendere le capacità
normali, sulla natura della regressione, l'evocazione di modelli di
risposte apprese nel passato, lontano o recente, sui processi che
giocano nei fenomeni ipnotici individuali e, soprattutto,
sull'iderifificazione della figura primaria nello sviluppo dello
stato di trance, se cioè fosse l'operatore o il soggetto.
L'orario dei seminari settimanali era di due
ore ciascuno, ma di solito duravano molto più a lungo, e
spesso si tenevano delle riunioni supplementari di sera, o in giorni
di vacanza, alle quali partecipava la maggioranza del
gruppo.
Dato che non si raggiungeva un consenso sui problemi, e le opinioni e
le interpretazioni dei singoli individui erano molto varie, l'autore
finalmente decise, nell'ottobre 1923, di intraprendere uno speciale
progetto di ricerca. Sebbene a quel tempo fosse stato redatto un
protocollo completo della ricerca, come per molti altri studi questo
lavoro particolare rimase inedito. Una delle ragioni che fecero
decidere l'autore a non pubblicare allora il suo lavoro fu
l'incertezza determinata dalla convinzione radicata di Hull che
l'operatore, per mezzo di quanto diceva e faceva al soggetto, fosse
molto più importante di ogni processo comportamentale che si
svolgeva nel soggetto. Hull mantenne questo suo punto di vi~ta anche
nel lavoro che compì a Yale e ne diede un esempio col suo
tentativo di stabilire una 'tecnica standardizzata' per l'induzione
dell'ipnosi. Con questa espressione egli intendeva l'uso delle
medesime parole, con ritmo identico, con lo stesso tono di voce,
ecc.; ciò alla fine condusse a un tentativo di provocare degli
stati di trance tutti simili, facendo ascoltare dei 'dischi
fonografici per l'induzione', senza considerare le differenze
individuali dei soggetti, il loro diverso grado di interesse, le
diverse motivazioni e le diversità nella capacità di
apprendere. Sembrava così che Hull trascurasse il soggetto
come persona ponendolo allo stesso livello degli apparecchi inanimati
del laboratorio, malgrado fosse consapevole, per esempio, di
differenze fra i soggetti che potevano venire di mostrate con gli
esperimenti al tachistoscopio. Nondimeno, Hull dimostrò che
dei rigidi procedimenti di laboratorio potevano essere applicati allo
studio di alcuni fenomeni ipnotici (pp. 12-13).
L'inevitabile
conflitto con Hull derivava dal precedente lavoro d'introspezione e
guarigione che Erickson aveva compiuto, e stava ancora compiendo su
se stesso. Se esso sembrava essere in contrasto con Ppproccio
estroverso di quella scienza in via di sviluppo che era la psicologia
sperimentale, quale rappresentata da Hull, non era però in
contrasto con i concetti d'introspezione elaborati da E. B. Tichener,
Wilhelm Wundt e W. B. PilIsbury. Erickson utilizzò tali
concetti per organizzare i suoi primi studi di laboratorio sulle
dinamiche interne dell'ipnosi e della suggestione. La sua meticolosa
analisi delle forze interne e delle motivazioni di ciascun soggetto
individuale sarebbe divenuta il tratto distintivo e
píonieristico del suo approccio naturalistico', 'permissivo' e
'indiretto' all'ipnosi. E migliore resoconto di questa prima ricerca
sperimentale, effettuato quando era ancora studente, venne pubblicato
successivamente in due scritti: "Primi esperimenti d'indagine sulla
natura dell'ipnosi", già citato, e "Ulteriori indagini
sperimentali sull'ipnosi: Realtà ipnotiche e non
ipnotiche".*
Un tratto assolutamente originale e distintivo di queste prime ricerche di Erickson era costituito dalla sua attenta osservazione del sottile intergioco tra i meccanismi mentali dello stato di veglia e quelli dello stato di trance. Erickson dimostrò in che modo gli stati alterati e i fenomeni di trance costituissero anche parte normale della vita di tutti i giorni. Questa sua intuizione costituì il principio di base dei suoi successivi studi sulla psicopatologia, oltre che per lo sviluppo degli approcci naturalístici e di utilizzazione all'ipnoterapia. In questo modo Erickson trasformò la vecchia concezione autoritaria dell'ipnosi in un approccio permissivo e di facilitazione. Ora non c'erano più suggestioni meccaniche impresse in modo automatico nella mente ,vuota' della persona in trance; piuttosto, Erickson vide lo stato ipnotico di trance come uno stato di dinamica complessità e irudividualità, nel quale le capacità personali del soggetto- potevano essere utilizzate per facilitare il processo- di guarigione.
All'età di ventitrè anni, quando era ancora studente in
medicina, Erickson si sposò per la prima volta. Da questo
matrimonio, che durò dieci anni prima di finire con un
divorzio, egli ebbe tre figli. So molto poco delle sue vicende
personali in quel periodo della sua vita, ma dai pochi riferimenti
casuali che Erickson vi ha fatto, appariva molto evidente che
l'isolamento sociale e culturale cui era stato soggetto nei primi
anni di vita gli aveva lasciato una certa ingenuità in campo
sociale, e una certa carenza di capacità di giudizio riguardo
ai rapporti con gli altri. In ogni caso il dolore e la confusione che
gli derivarono da questo primo sfortunato matrimonio lo portarono a
focalizzare la sua attenzione sul capire le donne e i rapporti umani.
Sentiva di essere cresciuto con molte significative lacune nella
comprensione degli altri, e per tutta la sua vita d'adulto dovette
lavorare coscienziosamente per colmarle. Quando lo conobbi, sulla
settantina, era suo principio fondamentale ritenere che tutti gli
adulti normali avessero lacune del genere, che anch'essi dovevano
colmare, continuando a imparare su se stessi per tutto l'arco della
vita.
Sino al momento del primo matrimonio, Erickson si era dovuto per
forza concentrare soprattutto sui suoi problemi di salute fisica e di
benessere mentale. Ora si rendeva conto che doveva espandere la
propria attenzione al di là di se stesso, anche alle
difficoltà dei rapporti di coppia e con gli altri. Questa
lezione appresa a così caro prezzo divenne dunque un'altra
delle strade che con sofferenza personale lo portarono a essere
pioniere in un nuovo campo professionale: Erickson fu infatti negli
anni Quaranta e Cinquanta uno dei primi psichiatri che in seduta
trattassero coppie e famiglie tutte intere.
Nel 1928, subito dopo essersi laureato all'Uníversità del Wisconsin, Erickson entrò a fare internato come medico al Colorado General Hospital e come psichiatra al Colorado Psychopathic Hospital. Successivamente venne nominato assistente allo State Hospital for Mental Diseases di Howard, Rhode Island (1929-1930). La sua tesi di laurea aveva avuto come tema la deficienza mentale, e ora egli ampliò il lavoro svolto, esplorando i rapporti tra fattori quali intelligenza, matrimonio, abbandono e crimine. Le sue conclusioni vennero riportate da svariate riviste mediche, di scienze sociali e di diritto in una serie di sette articoli pubblicati tra il 1929 e il 1931.
Fu solo
all'epoca dei vari incarichi che ricoprì al Worcester State
Hospital del Massachusetts (1930-1934),
in cui
iniziò da giovane medico e terminò come psichiatra
primario dei servizi di ricerca, che pubblicò il suo primo
scritto riguardante l'ipnosi: "Possibili effetti nocivi dell'ipnosi
sperimentale".* In questo scritto si occupava della prima cosa che
aveva dovuto fare in un ambiente ospedaliero e professionale che
inizialmente era ostile a quella che molti consideravano un'arte
misteriosa e temibile: ed egli invece dimostrò
sperimentalmente che l'ipnosi era un procedimento che non comportava
pericoli.
In questo primo periodo l'ipnosi era ancora considerata una forma di
sonno. Con la diffusione della teoria pavloviana, il concetto di
sonno era stato elevato a quello di 'inibizione corticale'. Ma
Erickson non era affatto d'accordo. Le sue proprie esperienze di vita
lo portavano a considerare l'ipnosi come uno stato alterato nel quale
il soggetto provava un'attenzione intensa ma focalizzata su un ambito
più ristretto. Questa concezione è chiarita nel dialogo
seguente da me avuto con Erickson quand'egli era sulla settantina e
nel quale egli ricorda quei primi anni:
E:
Effettuando del lavoro ipnotico sperimentale con un soggetto in
laboratorio, notavo spesso che eravamo completamente soli. Le uniche
cose presenti eravamo il soggetto, l'apparecchiatura di cui mi
servivo per registrarne il comportamento e io.
R: Eri così concentrato sul tuo lavoro che ogni altra cosa
spariva?
E: Sì. Scoprii di essere in trance con il mio soggetto. Allora volli anche sapere se avrei potuto svolgere un lavoro egualmente buono attorniato dalla realtà che mi circondava, o se invece sarei dovuto entrare in trance. Constatai che riuscivo a lavorare egualmente bene in entrambe le condizioni.
R: Tendi a entrare in autoipnosi ora, quando lavori con pazienti in trance?
E: Attualmente, se ho qualche dubbio sulla mia capacità di vedere le cose importanti, entro in trance. Se ho con un paziente un problema cruciale e non voglio perderne il minimo indizio, entro in trance.
R:
Come
fai a entrare in questo tipo di trance?
E: E' una cosa che avviene automaticamente, perché comincio con il seguire dappresso qualsiasi movimento, segno o manifestazione di comportamento che possa essere importante. Proprio adesso, quando ho cominciato a parlarti, ho avuto una visione tunnel in cui vedevo soltanto te e la tua sedia. L'ho avuta automaticamente, con una terribile intensità, mentre ti stavo guardando. La parola 'terribile' è sbagliata; era piacevole.
R:
E' la
stessa visione tunnel che si ha nella cristalloscopia?
E:
Sì
(p. 145).
Questi stati di attenzione molto focalizzata non erano dissociati dalla coscienza normale. In altre parole, mentre si trovava in uno di tali stati, Eríckson era in grado di rendersi conto di essere in uno stato alterato, mentre quando ne usciva, era in grado di riconoscere e ricordare il cambiamento. Questo era in contrasto con altri stati di attività sonnambulica nei quali era completamente dissociato: non sapeva, mentre si trovava in tali stati, d'essere in uno stato alterato, e quando ne era uscito non aveva alcun ricordo del suo contenuto - com'è il caso per esempio di quando scriveva i suoi articoli da studente. Nello stato di attenzione molto focalizzata, invece, Erickson era in grado di interagire bene con gli altri e tuttavia continuare a essere dissociato, come illustra il seguente esempio tratto da una fase molto successiva della sua carriera:
Erickson
racconta poi lo stupefacente episodio accadutogli quando entrò
in trance nelle prime sedute del lavoro terapeutico che fece con un
notissimo psichiatra straniero, piuttosto autoritario, che era un
provetto ipnoterapeuta. Spiega d'essersi sentito sopraffatto dal suo
compito, ma d'essersi avviato alla prima seduta fiducioso che il suo
inconscio gli sarebbe venuto in aiuto. Ricorda che cominciò la
seduta e si mise a prendere appunti. Poi ebbe l'impressione d'essere
solo nel suo studio; erano passate due ore e sulla scrivania vi era
una cartella chiusa con una serie di appunti. Capì allora che
doveva essere rimasto in uno stato di autoipnosi. Rispettò il
suo inconscio e lasciò gli appunti nella cartella senza
leggerli. Spontaneamente, senza sapere assolutamente come avvenisse,
entrò in trance nello stesso modo nelle successive tredici
sedute. Fu solo alla quattordicesima che lo psichiatra-paziente si
accorse d'un tratto dello stato in cui si trovava Erickson. Allora
gridò: "Erickson, lei adesso è in trance! ". Con un
sobbalzo Erickson tornò al normale stato di veglia e vi rimase
per tutte le altre sedute. Il suo profondo rispetto per l'autonomia
dell'inconscio è indicato dal fatto che non lesse mai
gli appunti
scritti in
trance autoipnotìca nelle prime quattordici sedute. Non molto
tempo fa Rossi ha dato un occhiata a quelle
pagine
sbiadite e ha constatato che non vi era nulla di più dei
tipici appunti che potrebbe prendere un terapeuta (pp.
145-146).
Alla fine del suo incarico a Worcester, Massachusetts, nel 1934, anche il primo matrimonio di Erikson era finito. Aveva trentatrè anni ed erapadre di tre bambini piccoli dei quali doveva prendersi cura, una posizione a quell'epoca alquanto inusuale per uno psichiatra inusuale. Tuttavia, quando accettò la nomina successiva al Wayne County General Hospital a Eloise, nel Michigan, egli iniziò un nuovo capitolo di approfondita ricerca nella sua vita personale e professionale. Nel giro di un anno, poi, incontrò Elisabeth (Betty) Moore, che sarebbe divenuta sua moglie, la sua collega di ricerca, la madre dei suoi tre figli (e successivamente di altri cinque).
La nomina di Erickson a Eloise - dapprima come direttore della ricerca psichiatrica (1934-39) e successivamente come direttore della ricerca e formazione psichiatrica (1939-48) - offrì la sede per le sue principali ricerche sperimentali sulla natura e la realtà dei fenomeni ipnotici. L'ambito di questi studi andava dagli esperimenti di laboratorio, attentamente controllati, sulla sordità ipnotica e la cecità ai colori (con l'aiuto di sua moglie), sino alla ricerca sui complessi e le nevrosi significative per il lavoro clinico, indotte per via ipnotica. La fantastica abilità di Erickson nell'utilizzazione degli stimoli minimi e delle forme indirette di suggestione lo portò alla pubblicazione di una serie di scritti sulla dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla presenza dei processi inconsci sia nella 'psicopatologia della vita quotidiana', sia nelle sindromi psichiatriche gravi.
Benché molto del suo lavoro nel corso di questo periodo fosse
a sostegno della teoria psicoanalitica, Erickson non si
considerò mai un freudiano, né, del resto, un seguace
di nessuna scuola particolare. Ed effettivamente egli deplorò
spesso l'esistenza delle varie scuole di psicologia e di psichiatria,
perché secondo lui i loro seguaci dimostravano troppo spesso
un'immatura rigidità di pensiero e metodi. Erickson si rendeva
conto che tale rigidità (o 'limiti appresi') non facevano che
inibire una più ampia esplorazione libera, e per tutta la sua
carriera egli stesso non volle legarsi a nessuna teoria. Era un genio
nel campo della percezione e della comunicazione e provava un enorme
piacere nello studio e nell'impiego terapeutico dei mezzi datici
dalla natura; e tuttavia su questi mezzi non sentiva alcun bisogno di
costruire impalcature teoriche d'alcun genere.
La sua fama di capace osservatore ed esperto della comunicazione crebbe sin da questa prima fase di ricerca della sua carriera. Divenne direttore editoriale associato della rivista Diseases of tbe Nervous System (1940-1955), e fu molto ricercato come consulente nello studio che il governo degli Stati Uniti stava compiendo sui modeui di cultura in relazione allo sforzo bellico. La prima a consultarlo, nel 1940, fu Margaret Mead, che gli chiese di aiutarla a passare in rassegna e analizzare i film che aveva girato sulla trance spontanea dei danzatori di Bali. Erickson e la Mead divennero ben presto stretti colleghi, e più tardi avrebbero lavorato insieme, durante la seconda guerra mondiale, a quei progetti governativi che si proponevano di analizzare la struttura del carattere giapponese e gli effetti della propaganda nazista. Purtroppo, dato che queste attività sono tuttora mantenute riservate dal governo, la loro vicenda completa sarà svelata dagli studiosi futuri.
Durante gli anni della guerra Erickson prestò servizio come
psichiatra al locale ufficio di reclutamento. Ciò portò
a un'altra delle sue attività clandestine, le cui vicende
possono però essere raccontate. Erickson aveva l'abitudine di
annotare i piccoli episodi che avvenivano all'ufficio di
reclutamento, li scriveva in forma di aneddoti, e li inviava a H. C.
L. jackson, un giornalista del Detroit News. jackson li
raccoglieva e poi li pubblicava nella sua rubrica sotto forma di
comunicazioni di un certo "Eric il Tasso". La cosa si ampliò a
tal punto che Erickson arrivò a spedire storielle pungenti e
umoristiche d'ogni tipo, attinenti ad aspetti diversi della
condizione umana. La maggior parte di queste storielle venne raccolta
in un libro dallo stesso jackson e alcune di esse divennero famose e
furono riprodotte in pubblicazioni quali il Reader's Digest,
nella rubrica "Vita in questi Stati Uniti".
Le origini contadine di Erickson e la sua personalità tutta
americana erano sempre molto evidenti nella sua tendenza a comunicare
con P'uomo medio'. Per tutto questo periodo egli fu consultato come
esperto dalla radio e dai giornali, attraverso i quali fece grandi
sforzi per divulgare la comprensione dell'ipnosi nel vasto pubblico
sia attraverso la stampa popolare (Life Magazine, This Week
Newsmagazine), sia alla radio, sia attraverso contatti nelle zone
rurali del paese in comunicazioni ai Boy Scouts, al C.I.O. e agli
studenti.
Il successivo passo importante nella carriera di Erickson si ebbe quando accettò la carica di direttore dell'Arizona State Hospital a Phoenix, in Arizona (1948-49). Questo trasferimento nel clima secco e caldo dell'Arizona fu motivato in parte dai dolori che gli causava il freddo clima del Michigan e in parte dalle molteplici allergie che lì lo avevano tormentato.
Il sovraintendente all'ospedale dell'Arizona era john A. Larson, un
medico e ricercatore inusitatamente capace, uno studioso che aveva
compiuto molte delle prime ricerche sul poligrafo. I rapporti con
Erickson sul piano intellettuale erano eccellenti, e insieme essi
intendevano mettere in atto un programma all'avanguardia nella
ricerca e nel trattamento. Il primo anno la famiglia Erickson visse
in un'ala annessa all'ospedale, ma a quel punto Larson venne chiamato
ad altri incarichi ed Erickson iniziò un'attività
privata impiantando casa e studio a Cypress Stret, al centro di
Phoenix.
Il passaggio all'attività professionale privata malgrado i
principali interessi di Erickson vertessero nel campo della ricerca,
fu dovuto ancora una volta a cause di salute. Benché il caldo
secco e l'aria pulita dell'Arizona fossero d'aiuto nel ridurre i
crampi muscolari e le allergie da cui era stato provato nei climi
più freddi, Erickson era tutt'ora soggetto a momenti di
vertigine, disorientamento, grave debilitazione. La fonte di questi
problemi i medici l'attribuirono a "strascichi della poliomielite,
forse di poliencefalite".* Per quanto si potesse sentire bene, c'era
sempre per lui la possibilità di provare dolore e non essere
in grado di muoversi. Il fatto d'avere lo studio in casa gli avrebbe
permesso di prendersi delle pause tra un paziente e l'altro, durante
le quali avrebbe potuto riprendere con l'autoipnosi
controllo sul dolore; ciò avrebbe mantenuto le spese
professionali al minimo, rendendogli contemporaneamente disponibile
il costante sostegno e le cure di sua moglie; infine gli avrebbe
permesso di rimanere vicino ai suoi cani e ai suoi bambini, con i
quali aveva sempre un intenso rapporto di maestro, tutore, buffone,
narratore di aneddoti e storie sagge, nonché affettuoso
compagno.
Adottare questo stile di vita meno faticoso si rivelò
effettivamente una scelta perspicace. Nel giro di pochi anni infatti,
all'età di cinquantuno anni, Erickson provò la rara
tragedia di un secondo attacco di poliomielite. A questo punto della
sua vita il dolore divenne suo costante compagno. Ciò era
dovuto in parte al graduale e inevitabile deterioramento del tessuto
muscolare che avviene per via della poliomielite, e in parte agli
effetti residui delle torsioni e delle pressioni inusuali che aveva
imparato a dare alla sua colonna vertebrale negli anni passati nei
suoi tentativi di mantenere una posizione del corpo più
normale possibile. Nel colloquio che segue, Erickson descrive i
rinnovati sforzi che dovette compiere per riuscire a riprendere
un
normale funzionamento e a controllare il dolore attraverso l'autoipnosi. Ecco come descrive la sua guarigione dopo il 'secondo round':
R: In
seguito, a 51 anni, sei stato di nuovo colpito dalla poliomielite.
Come ti sei aiutato?
E: Allora riuscivo a relegare le cose nell'inconscio
perché sapevo d'essere già passato per tutte queste
prove. Entravo semplicemente in trance dicendo: 'Inconscio, fa il tuo
lavoro'. La prima volta era stato assai faticoso imparare a scrivere
con la sinistra. La seconda volta che ho avuto la poliomielite, la
mano destra era di nuovo fuori uso, e dovevo usare la sinistra, che
non avevo più usato dopo i 19 anni.
R: Gli esercizi di memoria sensoriale fatti tra i 17 e i 19
anni ti hanno veramente aiutato a recuperare l'uso della mano destra
e la capacità di camminare. Quando sei stato nuovamente
colpito dalla poliomielite a 51 anni avevi questa base d'esperienza
alla quale attingere e hai lasciato che lo facesse l'inconscio in
trance autoipnotíca.
E: Oggi (a 73 anni) ho cercato più volte di scrivere
con la sinistra. [Erickson dà una dimostrazione del modo
in cui scrive ora, tenendo la penna con la destra ma guidando tale
mano con la sinistra che è più robusta]. Sto molto
attento a usare finché posso la destra per qualsiasi cosa
riesca a fare.
R: Capisco. Ecco perché ti ho visto pelare le patate in
cucina. Sei certo un esempio dell'archetipo del medico ferito che
impara ad aiutare gli altri con il lavoro che fa per la propria
guarigione. Ecco la storia della tua vita (pp. 152-153).
Ecco
come invece parla del dolore nella vita d'ogni giorno:
E: Ieri sono andato a casa a mezzogiorno per mettermi a letto. Dovevo liberarmi da un tremendo dolore qui [nella schiena]. Andando a letto ho chiesto a mia moglie di prepararmi un po' di pompelmo. Poi so solo che mi sono alzato, ho mangiato il pompelmo e ti ho raggiunto qui allo studio per continuare il nostro lavoro. Solo allora mi sono accorto di non aver più quel terribile mal di schiena.
R: Che cosa hai fatto? Hai usato l'autoipnosi per
liberartene?
E: Ero sdraiato sul letto, sicuro che avrei dovuto cominciare a usare in qualche modo l'autoipnosi. Ma non so in che modo me ne sono servito per liberarmi dal dolore.
R: Capisco. t una trance specifica, solo contro quel
dolore.
E: E' una trance segmentata.
R: Parlami un po' di questa trance segmentata.
E: S, con la quale abbiamo lavorato ieri, diceva di avere le braccia intorpidite. Solo le braccia, il resto del corpo no. Come facciamo a intorpidirci le braccia? Con la segmentazione.
R: La segmentazione si associa al modo in cui concepisci il
tuo corpo, non all'effettiva distribuzione delle fibre nervose
sensoriali.
E: Giusto. Il dolore è soltanto una parte della nostra
esperienza complessiva, così in qualche modo lo dobbiamo
separare da essa. Quand'ero nello studio il dolore era piuttosto
tormentoso, allora mi sono messo a letto con l'intenzione
di liberarmene. Poi ho dimenticato che volevo liberarmene. Tornato
qui, mi sono accorto d'un tratto che non lo avevo
più.
R: Nel tempo trascorso tra il momento in cui ti sei messo a
letto e quello in cui hai mangiato il pompelmo, il dolore in qualche
modo è sparito. Ma non sai esattamente quando.
E: P, così. Non so esattamente quando, ma sapevo che
sarebbe sparito. Con la perdita del dolore si perde anche la
consapevolezza che se ne aveva.
R: Usando l'autoipnosi possiamo dire a noi stessi che cosa
vogliamo ottenere, ma...
E: Poi lo lasciamo al nostro inconscio.
R: Non possiamo continuare a chiederci: "Come farò a sbarazzarmene?" o a pensare di poterlo fare consciamente. Questo è molto importante quando usiamo l'autoipnosi. Possiamo dirci che cosa vogliamo ottenere, ma dobbiamo lasciare all'inconscio come e quando ottenerlo esattamente. Dobbiamo accontentarci di non sapere in che modo lo otteniamo,
E: Sì, è giusto, perché per sapere in che
modo lo otteniamo dobbiamo tenercelo.
R: Finché continuiamo a pensarci ossessivamente, il
dolore ci sarà sempre. Dobbiamo dissociare la nostra mente
conscia dalle associazioni col dolore.
E: Dobbiamo anche avere delle esperienze analoghe, come questa
(pp. 148-149).
e delle
tecniche da lui messe in atto per controllare il dolore:
E: Il sonno fisiologico, almeno per me, fa sparire la comune ipnosi. Ciò significa che dovremmo fare entrare in trance i nostri pazienti con Foirdine di restarvi sino al mattino dopo. Nel sonno fisiologico mi sottraggo semplicemente allo schema di riferimento ipnotico. Posso svegliarmi con il dolore e devo orientare nuovamente il mio schema di riferimento verso uno stato di rilassamento, di comodità, di benessere in cui riesca a lasciarmi trasportare in un sonno riposante. t una cosa che può durare per il resto della notte; a volte però non più di un paio d'ore, per cui mi risveglio e devo orientarmi di nuovo per mettermi a mio agio. Recentemente l'unico modo per riuscire a controllare il dolore era quello di sederini sul letto, accostarvi una sedia e premere la laringe contro la spalliera. Era una posizione decisamente scomoda, ma creavo di proposito la scomodità.
R: E sostituiva il dolore involontario?
E: Sì, piombavo in un sonno riposante, poi mi risvegliavo con la laringe infiaminata.
R: Santo cielo! Perché hai scelto questo modo insolito di
procurarti un dolore?
E: E il dolore che possiamo controllare è assai meno doloroso
di- quella- che sfugge al nostro controllo. Sappiamo di potercene
sbarazzare.
R: Ci libera della componerité futura
del
dolore
.(Erirkson, - 1976). Ci sbarazziamo di buona parte del dolore con lo
spostamento e la distrazione.
E: Proprio così! Distrazionè, spostamènto e
reinterpretazione.
R: Reinterpretazione? Puoi farmi un esempio di come l'hai
usata?
E: D'accordo. Avevo un fortissimo dolore alla spalla e pensavo che i dolori artritici non mi piacevano affatto. Sono dolori acuti, taglienti, lancinanti, brucianti. ne è sembrato allora che un filo metallico incandescente mi avrebbe dato la stessa acuta sensazione di dolore e bruciore, e improvvisamente l'ho provata, come se nella mia spalla ci fosse realmente un filo del genere! Prima il dolore artritico era radicato in profondità nella spalla, ma ora avevo un filo rovente disteso sulla superlicie della spalla.
R: Dunque hai spostato leggermente il dolore e lo hai
reinterpretato.
E: Sì. Ho spostato la mia attenzione: continuavo a sentir dolore, ma non più dentro l'articolazione della spalla.
R: Si trattava di una reinterpretazione intenzionale, che lo
rendeva più sopportabile.
E: Certo, più sopportabile; poi m'è venuta a
noia e l'ho dimenticata. Possiamo studiare questa sensazione solo per
un certo tempo. Quando abbiamo esaurito tutto ciò che possiamo
pensarne, finiamo con il perdere le sensazioni dolorose. Solo dopo
quattro ore circa mi sono ricordato di aver avuto in quel punto la
sensazione del filo incandescente. Non sono riuscito a ricordare in
che momento era scomparsa.
R: Così hai fatto anche buon uso della
dimenticanza.
E: Si può sempre dimenticare il dolore. Una cosa che non capisco nei pazienti è perché mai continuino a tenersi la loro tensione e il loro dolore (pp. 150-151).
Come
invece utilizzava i ricordi per dimenticare il dolore:
E: NE mettevo a letto in una posizione molto scomoda, che non mi permetteva molti movimenti. I contorcimenti delle braccia, delle gambe e della testa mi irritavano e aggravavano il mio stato perché avvertivo delle fitte, dei dolori lancinanti, taglienti. Prima qui e lì, molto brevi. Un disagio in tutto il corpo. Giacevo a pancia in giù con i piedi in alto e le gambe incrociate. Il braccio destro sotto il petto mi immobilizzava. Stavo recuperando la sensazione che avevo da bambino, quando giacevo prono, con le braccia in avanti e la testa in su, guardando quel bellissimo prato. Avevo persino l'impressione che il mio braccio fosse corto, come quello di un bambino. Andavo a dormire rivivendo essenzialmente quei giorni dell'infanzia in cui giacevo a pancia in giù sulla collina dominando con lo sguardo il prato o i campi verdi. Erano heWssimi, pieni di gioia e di pace. Oppure vedevo i boschi e la foresta o il lento scorrere di un ruscello.
R: Ritrovavi quelle immagini interne dell'infanzia, di quando
il tuo corpo era sano e a proprio agio. Quindi utilizzavi il processo
ideomotorio e ideosensorio associato a quei vecchi ricordi per
rafforzare nel presente il tuo senso di benessere.
E: E rivivevo i momenti in cui imparavo a godere della
bellezza della natura. Ma era una bellezza inattiva. Era il leggero
muoversi dell'erba nella brezza. Ma l'erba non faceva il minimo
sforzo.
R: Quest'immagine di assenza di attività autodiretta
portava a una corrispondente pace interiore.
E: Sicuro, mi colmava la mente. Quando poi venivo qui a vedere
una
paziente, lasciavo che vi subentrasse completamente l'intensità di osservazione con cui lavoravo con lei.
R: Continuavi a distrarti in modo che il dolore non avesse la
possibilità di ricatturare la tua coscienza. Quando riempi la
mente con questi primi ricordi dell'infanzia, che cosa avviene in
realtà? Hai l'impressione di riattivare in te questi processi
associativi e quindi di rimuovere semplicemente, in questo modo, il
tuo attuale dolore corporeo?
E: Sì, e di riattivarli da un periodo della mia vita
senza molte nozioni, un periodo semplice, privo di complicazioni.
Ciò mi permette una completa regressione. Riandavo col
pensiero a mio padre e a mia madre com'erano allora! Poi riuscivo a
ritrovare le sensazioni provate stando sulla collina sul lato nord
del fienile, ecc.
R: E queste sensazioni sostituivano le sensazioni dolorose che
avevi oggi?
E: Sì, sono un tipo visivo e quindi mi servo di ricordi visivi. [Erickson continua a spiegare come egli esamini anzitutto i primi ricordi dei pazienti per stabilire se si tratti di soggetti prevalentemente visivi o uditivi, e come utilizzi poi queste predisposizioni nel successivo lavoro di trance. Un paziente, per esempio, riusciva a distrarsi dal dolore concentrandosi sui ricordi del suono dei grilli che gli piaceva moltissimo nell'infanzia (pp. 151-152).
Ed ecco come un altro toccante aspetto della sua lotta (narrato da
sua moglie Betty):
L'inconscio può saperne di più della mente conscia e
bisogna lasciare che elabori le sue nozioni senza interferenze ma non
sempre le cose filano lisce e può accadere che affronti le
questioni in modo sbagliato.
Alcune esperienze di ME sul-controffo -dèl- dolore-s-ono state caratterizzate da tentativi ed errori, con una buona dose di errore. Per esempio, passava ore e ore spossanti a esaminare verbalmente le sensazioni, muscolo per muscolo, più e più volte, insistendo perché qualcuno (di solito io) non soltanto lo stesse ad ascoltare, ma gli dedicasse la sua più completa e concentrata attenzione, indipendentemente daIl'ora tarda o dall'urgenza delle altre cose da fare. Lui non ha assolutamente alcun ricordo di queste sedute e io non riesco ancora a capirle. Penso che fossero vicoli ciechi, ma è probabile che abbiano comportato qualche apprendimento inconscio. Oppure no. Ne parlo perché penso che molti si scoraggino quando l'inconscio si perde temporaneamente in un vicolo cieco. Il. messaggio è: "Tieni duro. Alla fine funzionerà".
Sforzi
così complessi e peculiari di impiego dell'autoipnosi
per avere sollievo dal dolore da parte di un così c'elebre
maestro dell'ipnosi dovrebbero far svanire qualsiasi idea di magia o
misticismo circa la sua natura e il suo impiego. Per tutto il corso
della sua vita Erickson mal sopportò le affermazioni della
parapsicologia, la fede religiosa nei miracoli, o gli entusiasmi
popolari riguardo a una presunta 'energia psichica'. Per Erickson
l'ipnosi era un fenomeno naturale che utilizzava processi fisiologici
ordinari quali il ricordo, la dimenticanza, la dissociazione, la
reinterpretazione cognitiva dei sistemi di credenze.
Di solito
per aiutare il paziente a raggiungere quei risultati apparentemente
miracolosi era richiesta una gran mole di addestramento, intelligenza
e lavoro da parte del terapeuta. Se al paziente e all'osservatore
abituale questi sembrano miracolosi, è solo perché non
conoscono tutte le vicende e l'attenta programmazione necessaria per
ottenere gli effetti ipnotici. t vero che a volte le circostanze
socio- culturali possono combinarsi spontaneamente in modo tale da
far pensare a un miracolo che si sia prodotto senza sforzo e per il
tramite di qualche entità sovrannaturale (si pensi ai
santuari, alle riunioni di fedeli, all'effetto prodotto da
pittoreschi ciarlatani, ecc.), ma il comune terapeuta dovrebbe
conoscere tutto il possibile sulle scienze della psicologia, dello
sviluppo umano, del linguaggio, della comunicazione e della cultura.
Ciascun paziente è un microcosmo unico che deve essere
compreso appieno se si vuol riuscire a sintetizzare un adeguato
approccio che utilizzi le sue potenzialità individuali. Anche
se esistono certi principi generali di trattamento da seguire,
qualsiasi intervento ipnoterapeutico è necessariamente
sperimentale. Con l'impegno, l'intuito e molta pratica, questi
approcci ipnoterapeutíci possono divenire quasi una 'seconda
natura' per il terapeuta, cosicché alla fine si ottengono
buoni risultati in modo apparentemente
privo
di sforzo.
Il fatto di lavorare a casa non significò per Erickson ritirarsi in disparte. Al contrario, non appena si fu ripreso dal secondo attacco di poliomielite si trovò tanta energia a disposizione da iniziare il periodo più pieno e soddisfacente della sua carriera, come amico, terapeuta, maestro e consulente - e alla fine come leader nazionale e mondiale nell'ipnosi clinica.
A questo punto Erickson incominciò a tenere lezioni e
conferenze dietro invito in vari college locali e in seminari rivolti
a colleghi. Agli inizi degli anni Cinquanta partecipò alle
lezioni tenute a piscologi, psichiatri e dentisti nei seminari di
ipnosi di Los Angeles, insieme a Leslie LeCron e altri.
In quello stesso periodo conobbe Aldous Huxley, con il quale
trovò un'eccellente affinità sul piano intellettuale.
La mente eccezionale di Huxley provò sotto la guida di
Erickson alcuni affascinanti fenomeni ipnotici. I due si
ripromettevano di effettuare un lavoro congiunto sulla coscienza e
gli stati alterati, ma i loro manoscritti non ancora portati a
termine andarono purtroppo distrutti in un incendio che
bruciò
completamente la casa californiana di Huxley. Erickson impiegò
però alcuni degli appunti presi nelle loro sedute ipnotiche
per scrivere successivamente uno dei suoi più geniali e
coloriti resoconti: 'Tna indagine speciale condotta con Aldous Huxley
sulla natura e il carattere dei vari stati di coscienza".
Nel 1950
il
dottor Linn Cooper si interessò al fenomeno della distorsione
temporale e si rese conto che l'ipnosi poteva costituire uno
strumento utile per investigare i modi in cui fosse possibile
manipolare la percezione del tempo. Si mise in contatto con Erickson,
che si dimostrò molto interessato alle sue idee. Cooper
andò a Phoenix, dove trascorse i mesi successivi ideando e
mettendo in atto ricerche sperimentali sull'impiego dell'ipnosi nella
distorsione temporale, impiegando come soggetti studenti
dell'Università dello stato dell'Arizona. Cooper mise per
iscritto le sue scoperte sperimentali, alle quali Erickson aggiunse
applicazioni cliniche e terapeutiche; ne risultò il libro
Time
Distortion in Hypnosis, pubblicato
nel 1954
(Baltimore,
Williams and Wilkins), con Cooper ed Erickson quali
co-autori.
Quando la prima edizione si esaurì, si prese in considerazione
l'idea di farne una seconda. A questo punto, tuttavia, Erickson e sua
moglie avevano svolto un interessante lavoro sperimentale sulla
'dilatazione temporale', l'opposto della 'condensazione temporale', e
sembrò più adeguato che la seconda edizione includesse
questa nuova scoperta. Essa apparve nel 1959
(stesso
titolo ed editore), ancora una volta con Cooper ed Erickson come
co-autori.
Il lavoro di Erickson con Cooper segnò l'inizio di
un'importante collaborazione che ora costituiva il veicolo, di cui
c'era gran bisogno, per l'esposizione e la pubblicazione delle sue
idee e tecniche. Per quanto Erickson avesse compiuto da solo la
maggior parte delle sue prime ricerche, e avesse certamente
già pubblicato da solo molti scritti accademici, le sue
capacità d'ipnoterapeuta e d'insegnante negli anni della
maturità e negli ultimi anni della sua vita sembravano
assorbire la maggior parte delle sue energie. Ciò significava
che la maggior parte dei libri erano scritti di solito dai suoi
collaboratori, tutti alla disperata ricerca di capire "Come
aveva fatto
Erickson! ".
Sino al
momento in cui comparve sulla scena Erickson, nel campo dell'ipnosi
clinica c'era stato il vuoto. Non c'erano, semplicemente, molti
professionisti che la impiegassero: sembrava che le vecchie,
autoritarie tecniche ipnotiche non si confacessero a una cultura
democratica alla spasmodica ricerca di se stessa. In America, l'unica
orga
nizzazione professionale di una qualche importanza era la Society of Experimental and Clinical Hypnosis, composta soprattutto da accademici che si concentravano sulla ricerca, più che sulla pratica. Fu in questo vuoto che comparve Erickson, il quale, con i suoi approcci indiretti e permissivi che utilizzavano l'insight e i meccanismi mentali, diede inizio a una grande rinascita dell'ipnosi nel mondo clinico, nelle sue applicazioni nei campi della medicina, dell'odontoiatria e della psicologia.
L'interesse e la richiesta di formazione professionale crebbero a tal
punto che Erickson e un certo numero di colleghi (Edward Aston,
Seymour Hershman, William Kroger, Irving Secter, e altri) fondarono
l'American Society of Clinical Hypnosis, della quale Erickson fu il
primo presidente (1957-59).
Oltre a
ciò, Erickson fondò l'American
journal of Clinical Hypnosis di
cui fu direttore per il primo decennio (1958-68).
Altri
collaboratori del giornale furono Bemard Gorton, Theodore Mandy,
Margaret Mead, Aaron Moss, Frank Pattie, Irving Secter e André
Weitzenhoffer. Nel primo numero della rivista comparvero
corrispondenze dal Cile, dal Giappone e dall'Uruguay. Esso si
riprometteva chiaramente d'avere una veste professionale, medica e
internazionale.
Erickson si lanciò ora nel periodo più impegnato della
sua vita. Aveva una famiglia sempre crescente, composta di otto
figli, una schiera sempre più numerosa di cani di tutte le
razze, e una fama sempre più vasta come scrittore, consulente
e insegnante. La gamma delle sue attività era estremamente
variegata: era consulente di gruppi disparati quali la squadra
americana di tiro al bersaglio, enti governativi che si interessavano
allo studio degli incidenti aerei, nonché atleti di primo
piano che cercavano di accrescere le loro potenzialità e
risultati tramite l'ipnosi. Le sue conferenze a gruppi di
professionisti si estesero a tutto il paese, tanto che di solito
mancava da casa almeno una settimana al mese. Venne acclamato in
svariati paesi quando diede dimostrazioni di ipnosi di fronte a
gruppi di professionisti, e non potendo parlare la lingua del luogo
inventò le spettacolari tecniche mimate di induzione ipnotica.
Il modo in cui le elaborò è descritto in "Tecniche
mimate nell'ipnosi e loro implicazioni"che inizia come
segue:
Nel primo esperimento compiuto dall'autore sulla sordità ipnotica, poiché la comunicazione verbale era andata perduta in conseguenza della sordità indotta,
si riconobbe il valore del linguaggio mimico, che venne usato
finché venne sostituito, per ragioni di praticità,
dalla comunicazione scritta.
La tecnica mimata, come tecnica ipnotica completa in se stessa, venne
sviluppata in conseguenza di un invito a tenere una conferenza al
Grupo de Estudio sobre Mpnosis Clinica y Experimental, associazione
affiliata alla American Society of Clinical Hypnosis, a Città
del Messico nel gennaio 1959.
Poco prima della riunione, venne detto all'autore che, come
introduzione alla sua conferenza, avrebbe dovuto dare una
dimostrazione dell'ipnosi impiegando come soggetto un'infermiera da
loro scelta, che non solo non conosceva nulla né dell'ipnosi
né dell'autore, ma non parlava e non capiva l'inglese, mentre
l'autore da parte sua non parlava e non capiva lo
spagnolo.
Essi le avevano spiegato privatamente che ero un medico nord
americano che avrebbe avuto bisogno della sua tacita collaborazione,
l'avevano informata delle nostre limitazioni linguistiche reciproche,
e che sarebbe stata assolutamente rispettata da me. Quindi essa
ignorava completamente ciò che avrebbe dovuto fare.
L'inattesa proposta costrinse l'autore a pensare rapidamente all'uso
limitato che aveva fatto nel passato di gesti, espressioni facciali,
eccetera, del linguaggio mimico, e lo portò a concludere che
questo sviluppo inaspettato gli offriva una occasione unica. Avrebbe
dovuto usare una tecnica completamente mimata, e lo stato di
incertezza mentale del soggetto e la sua disposizione a comprendere
avrebbero prodotto la stessa sorta di prontezza ad accettare ogni
comprensibile comunicazione mimata, come avviene per le comunicazioni
nette e definite nella tecnica di confusione (pp.
375-376).
Confusione,
certo! C'erano momenti in cui tutti coloro che circondavano Erickson
sembravano confusi: moglie, figli, amici, estranei, cani, colleghi,
pazienti, funzionari d'ogni tipo. La natura gli aveva riservato
vertigini, disorientamento sensoriale e confusione, che erano
divenuti quasi un modo di vita, per lui, e da una tale intima
conoscenza con essi egli ora prendeva la confusione a principale
strumento del suo metodo di lavoro. Impiegava i suoi inusitati modi
di vedere le cose e la sua acutezza intellettuale per confondere
soggetti e pazienti al fine di depotenziare (per usare il termine che
avrei successivamente coniato) i limiti e le rigidità dei loro
schemi mentali consci, e permettere che il loro inconscio creativo
avesse migliori possibilità di manifestarsi. Ammetteva
francamente che li stava "rnanipolando, nello stesso senso in cui
quando metti del sale nel cibo manipoli il tuo senso del gusto. Era
tuttavia convinto che in ipnosi la mente inconscia ha svariati mezzi
per proteggere pazienti e soggetti: essa accetta e utilizza qualsiasi
manipolazione presentata dal terapeuta che sia nel migliore interesse
della persona, ma rifiuta invariabilmente qualsiasi cosa metta la
persona in pericolo o dia un ingiusto vantaggio a un operatore poco
scrupoloso. Erickson credeva fermamente nell'esistenza di tali
meccanismi di auto-difesa dell'inconscio nel corso dell'ipnosi, e per
quanto sia stato contraddetto molte volte da colleghi e ricercatori,
mantenne e riaffermò sempre questo punto di vista per tutto il
corso della sua carriera.
Il processo di ricerca e chiarificazione dei procedimenti
ericksoniani ebbe inizio nel 1965, quando jay Haley e john
Weakland seguirono una delle dimostrazioni tenute settimanalmente da
Erickson a Phoenix, e la registrarono quale parte del loro lavoro per
il Progetto di 'Ricerca sulla Comunicazione (diretto da Gregory
Bateson). Questi uomini facevano parte di quel famoso gruppo che
lavorava al Veterans Hospital di Palo Alto, California, che nel loro
scritto del 1956, "Toward a theory of schizophrenia",
introdussero il concetto di doppio legame. In una discussione della
dimostrazione di Erickson, pubblicata nel 1959 col titolo
"Trascrizione commentata di un'induzione di trance", Haley e Weakland
fecero l'entusiasmante scoperta che Erickson impiegava dei doppi
legami. Nell'esempio che segue, il soggetto, Sue, ha già
provato un'iniziale trance leggera e si sta ora svegliando da una
seconda trance:
E: Dopo
che ti sarai svegliata di nuovo, e ti chiederò qualcosa della
trance, voglio che tu mi dica che questa seconda volta non eri
addormentata, ma che lo eri la prima volta. Insisterai molto su
questo, e lo ripeterai, no?
W: Ora, spostando il 'diniego' alla seconda trance, cominci a farti
accettare sempre più, via via che procedi?
E:
Sì.
Prima le ho fatto negare la prima trance. Ora annullo quel
diniego.
W: Dandole un altro 'no' da sostenere nel frattempo.
E:
E per
poter sostenere la seconda negazione, deve affermare la prima.
H:
Qui usi
dei doppi legami!
E:
E che
altro può fare lei?
W: Be', si potrebbe cominciare chiedendosi: "Supponi che qualcuno lo dica a te. Che cosa faresti?".
E:
Ogni
manipolatore lavora con questi mezzi.
H: Quindi, dandole queste due suggestioni lei viene posta in una situazione in cui, per rifiutare una suggestione, deve accettare l'altra.
E:
Per
rifiutarne una, deve accettare l'altra. Accettarne una è il
modo per rifiutare l'altra.
H:
Qui hai
prodotto un classico doppio legame.
Da quella volta in cui aveva tirato la coda al vitello, Erickson aveva fatto certo molta strada!
Le straordinarie capacità di Erickson quale operatore di
ipnosi gli
valsero a questo punto, nel 1958, un invito a tenere una dimostrazione nel laboratorio di Ernest Hilgard alla Stanford University. La dimostrazione venne fiilmata in sedici millimetri.* In modo apparentemente molto casuale, Erickson impiegò confusione, stimoli minimi e movimenti ideomotori per creare un 'contesto di opposti' che portarono il soggetto a riconoscere di star sperimentando una trance anche se la sua mente conscia non voleva ammetterlo. Questa dimostrazione costituisce uno dei migliori documenti visivi a nostra disposizione delle capacità di un Erickson all'apice della sua carriera nell'attivare e utilizzare i meccanismi mentali - processo che era sua convinzione costituisse l'essenza dell'arte dell'ipnoterapeuta. Era alla ricerca di queste capacità che ora un costante flusso di professionisti e ricercatori veniva a bussare alla porta dell'umile studio-casa di Erickson negli ultimi due decenni della sua vita.
L'umile studio-casa di Cypress Street costituiva un'esperienza umana per tutti coloro che venivano a varcarne la soglia. Nel soggiorno di famiglia che fungeva anche da sala d'aspetto i pazienti s'imbattevano sempre in simpatici cani e bambini. C'era un cane bassotto di nome "Roger" che si rilassava talmente, sdraiato in mezzo alla stanza, che i pazienti spesso cadevano in fantasticheria e stato di trance semplicemente guardandolo. Erickson considerava che ciò gli facilitasse il lavoro . Ed effettivamente non si trattava tanto di un rapporto medico paziente quanto piuttosto di un rapporto famiglia-paziente. I bambini avevano l'abitudine di fare dei disegni per i pazienti, e avvenivano scambi di piccoli doni. La famiglia sapeva sempre quando un paziente migliorava o peggiorava, e talvolta poteva anche avvenire che nel cortile retrostante la casa venissero messi in atto metodi di trattamento estremi: in almeno un'occasione Erickson mise sotto chiave gli stivali di un paziente alcolizzato, in modo che non potesse fuggire dal cortile dove si stava disintossicando - mentre per pagarsi la pigione badava ai cani e al giardino! Un altro paziente che dovette essere ospedalizzato venne 'adottato' dalla famiglia: dopo che fu dimesso dall'ospedale gli regalarono un cane, che venne tenuto a casa degli Erickson (dato che lui non poteva tenerlo nel suo appartamento), e per anni egli venne a trovare ogni giorno il cane e la famiglia e a tutt'oggi continua le sue visite regolari.
Dato che tutti gli elementi della casa, della famiglia e della terapia erano così meravigliosamente fusi, era più che naturale che Erickson cominciasse a utilizzare racconti e storielle riguardanti la famiglia - e in particolare riguardo alle fasi d'appreriffimento dei bambini - quali suggestioni indirette tendenti a stimolare i processi di guarigione e di crescita propri del paziente. A tutti era chiaro che chi parlava era un 'padre di famiglia' portatore degli incrofiabili, semplici valori dell'americano medio. E i modesti compensi che chiedeva erano un'altra manifestazione della sua pratica delle virtù della Moderazione.
I professionisti che venivano a trovarlo erano sempre leggermente
stupefatti da questo ménage. Era proprio quella la casa
di quel Milton H. Erickson universalmente noto? Libri, riviste e
manoscritti erano stipati in scaffali fatti in casa e trabordavano da
piccoli tavoli rustici su tappetini artigianali degli indiani
d'America. E benché la famiglia nel
1970
si fosse
trasferita in una nuova casa nella parte settentrionale di Phoenix, a
Hayward Avenue, dove lo studio era situato in una dependance
leggermente distaccata, la situazione non aveva subito cambiamenti
sostanziali: a Milton piaceva moltissimo portare i colleghi
nell'edificio principale ad ammirare la sua sempre crescente raccolta
di oggetti intagliati nel legno. E la nuova casa era parimenti
ingombra di una schiera di beneamati tesori e cuccioli.
Nel minuscolo studio di Erickson (misurava solo metri
3,2 X 2,9)
troneggiava
una di quelle solide scrivanie di legno di epoca indefinibile messa
in un angolo, assieme ad alcuni schedari di metallo e poche sedie
scomode e male assortite messe qua e là. Due pareti erano
coperte da scaffali fatti in casa, contenenti libri sull'ipnosi di
diverse epoche e lingue. 1 muri di cemento erano dipinti di verde
pastello, e c'erano sparsi qua e là oggetti nelle svariate
tonalità del violetto (un telefono violetto, una bambola fatta
a mano rappresentante Erickson nel suo vestito violetto, vari
tappetini, mobiles e cianfrusaglie d'ogni forma e dimensione).
Su un lato degli schedari era appiccicato un grande poster
rappresentante un coniglietto con una sigaretta pendente tra le
labbra; sopra a un altro c'era un grande tasso imbalsamato che
fissava con aria interrogativa i pazienti, e dietro c'era una foto di
Clara e Albert Erickson che ti guardavano, chiari e sereni nel loro
atteggiamento tipicamente americano. Sopra uno scaffale c'erano
dozzine (saranno state un centinaio) di piccoli oggetti intagliati in
legno realizzati dai Seri, una tribù Indo-Messicana che
Erickson praticamente sosteneva acquistando gran parte della loro
produzione. Alle pareti erano appesi titoli e attestati onorifici
come riconoscimento del contributo di Erickson a tante associazioni
mediche e d'ipnosi straniere. Mezzo nascosto al lato di uno scaffale
c'era un fotomontaggio di Sigmund Freud in uniforme da generale. Era
sempre un gran divertimento per Erickson quando un professionista in
visita da lui, entrando nello studio, restava impalato per uno o due
minuti davanti a questo ritratto prima di riconoscere il povero
vecchio bistrattato Sigmund in quegli inusuali panni. Come la maggior
parte degli scherzi di Erickson, si trattava di una lezione
indiretta, con un'importante implicazione per l'inconscio del
visitatore: qui dentro devi abbandonare le tue abituali
modalità percettive e assumerne di nuove.
A quell'epoca collaboravano con Eríckson nello scrivere un
testo a uso dei seminari didattici tenuti dalla Società due
suoi colleghi - il dottor Seymour Hershman, e il dottor Irving
Secter, che erano stati membri fondatori della American Society of
Clinical Hypnosis. Erickson aveva già pubblicato su riviste
accademiche oltre cento articoli che non erano facilmente
accessibili, cosicché un brillante giovane psichiatra, il
dottor Bernard Gorton, si prese il compito di raccoglierli tutti
insieme. Nel 1958
esaminò
il progetto con Erickson, jay Haley e André Weitzenhoffer, ma
morì improvvisamente prima di portarlo a termine. L'attento
Weitzenhoffer, che aveva già pubblicato due eccellenti testi
accademici sull'ipnosi tentò allora di curare un'edizione
completa dell'opera di Erickson, aggiungendovi la trascrizione di
conferenze e dei commenti. La sua notevole impresa in questo senso
non giunse tuttavia a termine, cosicché si decise che jay
Haley avrebbe pubblicato un solo volume degli scritti più
importanti allora disponibili. Il libro uscì nel
1967 col
titolo
Advanced Techniques of Hypnosis and Tberapy: Selected Papers of
Milton H. Erickson, M.D. (New York, Grune and Stratton).** Haley
fece seguire a quest'opera un volume molto interessante sulla terapia
ericksoniana con singoli, coppie e famiglie, dal titolo Uncommon
Therapy: The Psychiatric Techniques ol Milton H. Erickson (New
York, Norton 1973).
Nel frattempo io - senza che il mio sonnacchioso dogmatismo fosse
stato scosso - avevo scritto il mio primo libro, Dreams and the
Growth of Personality (New York, Pergamon, 1972), senza
minimamente sospettare dell'esistenza di Erickson. In quel libro
avevo presentato un nuovo approccio fenomenologico ai sogni,
considerati fonte di consapevolezza e identità, e avevo
proposto dei metodi per continuare e completare meglio i sogni
durante l'ora di terapia. Ero in uno stato di felice ignoranza
dell'ipnosi, e anzi mi trovavo leggermente irritato quando alcuni
pazienti, dopo aver provato in terapia le loro fantasticherie, si
chiedevano ad alta voce se non fossero per caso entrati in uno stato
ipnotico. Io affermavo di no, anzi, come poteva esser loro entrata in
testa un'idea símile! Io non ero certo un
ipnotista!
Alla fine un vecchio paziente, un maestro in pensione con problemi
d'erezione, mi mise tra le mani il volume di Haley sugli scritti
scelti di Erickson intendendo chiaramente dire che forse quella era
una via migliore. Una via migliore! Quel libro mi prese con una tale
intensità che rimasi sveglio tre giorni e tre notti incapace
di staccarmene. Il quarto giorno, indeciso se poggiarlo o no sul
comodino, mentre cercavo ancora di afferrare i concetti dell'articolo
sulla tecnica di confusione, avvertii un sordo dolore allo stomaco
prima di cadere infine in un sonno inquieto. Al mio risveglio il
dolore restava, e un medico mi diagnosticò una gastrite acuta.
Prima di allora non avevo mai avuto un disturbo psicosomatico. E ora
questo! Che fare?
Nella successiva seduta con me, il maestro di scuola disse per caso
di aver visto sulla guida del telefono che Erickson era ancora
vivente e abitava a Phoenix. Che altro mi rimaneva da fare?! Dopo una
lettera preliminare mi recai dritto a Phoenix per farmi guarire
l'incipiente ulcera. Feci un viaggio in macchina di otto ore, e
altrettante al ritorno per quattro sedute, sempre in uno stato di
semi-stupore. Alla fine della quarta seduta Erickson mi disse
garbatamente che non provavo più i sintomi, che non stavo
più andando da lui nella veste di paziente, e che non poteva
più accettare da me alcun compenso.
Ne sembrò che mi stesse congedando per sempre; così, con un fiume di parole, gli spiegai che vent'anni prima lui aveva fatto ciò che di lì a vent'anni mi ripromettevo di fare io (impiegando i metodi esposti nel mio primo libro). Ogni volta che avevo lasciato la seduta ed ero ritornato a Los Angeles avevo mentalmente scritto un certo numero di articoli. A quel punto mi lasciai andare a un febbrile scorrere di affermazioni, intuizioni, frasi e paragrafi, cercando di spiegare e integrare il suo lavoro con le più svariate cose. Lui non sembrò affatto sorpreso e fece semplicemente notare che dato che era più vecchio di me, sarebbe stato l'autore più anziano, e io il più giovane di qualsiasi scritto avessi effettivamente pubblicato. Poi sospinsi la sua sedia a rotelle dallo studio alla casa e me ne andai.'
Conobbi Erickson nel marzo 1972, e già l'anno
successivo compariva sull'American journal of Clinical Hypnosis
(1973, 16, pp. 9-22) il mio primo scritto sulla sua opera, "Shock
psicologici e momenti creativi in psicoterapia".' Da quel momento in
poi tutto il nostro lavoro fu in collaborazione, con lui come autore
principale e io come secondario. Presi l'abitudine regolare di
trascorrere una settimana circa al mese nell'appartamento per gli
ospiti di Erickson e di registrare - al meglio che potevo - le sue
sedute coi pazienti (il gran caldo di Phoenix esigeva che per la
maggior parte delle sedute fosse tenuto in funzione un vecchio
condizionatore d'aria; questo, insieme al rumore prodotto dal
traffico e dai cani, fece sì che la qualità delle
registrazioni lasciasse molto a desiderare, tanto che nessuno dei
nastri poté avere valore commerciale). Di solito registravo
per una settimana, tornavo a casa per trascrivere a mano i nastri per
farli dattiloscrivere, e poi, la volta successiva che andavo a
trovarlo, esaminavo in dettaglio le trascrizioni insieme a Erickson.
Quindi tornavo a Los Angeles, facevo dattiloscrivere su due colonne
vicine la seduta originale e la nostra discussione, e alla mia terza
visita leggevo entrambe a Erickson per eventuali correzioni e
commenti finali.
Il primo libro che venne fuori da questo modo di lavorare insieme fu
Hypnotic Realities. In quel primo volume ero assai poco sicuro
di me, ed ero ben consapevole della profondità e dell'ampiezza
delle conoscenze di Erickson rispetto alle mie. Mi sforzavo di essere
autentico volevo che il libro riflettesse "il vero Erickson", con la
minore interferenza possibile dei miei personali punti di vista.
Tuttavia avevo la tormentosa consapevolezza che Erickson, per quanto
potesse essere permissivo, proveniva nondimeno da una vecchia
concezione autoritaria del mondo grazie alla quale poteva
giustificare termini quali manipolazione e tecnica. Io,
invece, ero al cento per cento all'interno della visione
umanistica e transpersonale di Carl Rogers, Abraham Maslow e Roberto
Assagioli. Mi piacevano i concetti di anima e di coscienza
superiore, ero da anni un analista junghiano, e mi piaceva
esaminare tutti i tentativi sul piano mistico e religioso compiuti
dall'umanità per raggiungere una coscienza cosmica. Erickson,
invece, da naturalista puro qual era, non sapeva che farsene della
religione, e nutriva la tipica incomprensione professionale nei
confronti di jung e di pensatori dei suo tipo. Ma la cosa peggiore
era che Erickson stava rapidamente imparando a imbrogliare le carte
utilizzando ogni tanto i miei propri termini (per esempio
psicosintesi,
crescita, creativo, il nuovo) in
modo maliziosamente serio. Stava cominciando a darmi insegnamenti
impiegando quei concetti che erano già nella mia mente! Io per
arginare la cosa non potevo che abbandonare più o meno la mia
terminologia e cercare di usare la sua. Però era necessaria
una certa traduzione e qualche modifica. Anche se capivo e apprezzavo
il suo benevolo impiego dei termini tecnica
e
manipolare,
convenimmo
che la concettualizzazione più adeguata sarebbe stata
rappresentata dai concetti di approcci
ipnotici indiretti e
di utilizzazione
dei
meccanismi della mente. t questo che mi portò a concentrarmi
così intensamente sul modo di illustrare, dare un nome e
spiegare quelle forme
indirette di suggestione che
potevano essere impiegate per utilizzare
e
facilitare
in modo
permissivo i meccanismi mentali e i processi
di crescita
del
paziente.
Alcuni dei colleghi di Erickson formularono i suoi primi approcci
terapeutici in termini che meglio riflettevano, rispetto alla mia
formulazione, il suo temperamento e la sua personalità. Colui
che ha elaborato la più suc