DAL TRAUMA ALLA PERFORMANCE.

Micropsicoanalisi e prestazione sportiva.

 

Dr. Domenico Devoti

 

Premessa.

Questo mio intervento ha come oggetto l’ambito sportivo in senso proprio e l’atleta, cioè chi pratica uno sport individuale o collettivo a livello agonistico, e come obiettivo il significato della prestazione e il suo miglioramento.

Dato che l’ottica e il metodo sono quelli psicoanalitici, tutto l’impianto si discosta da quello più propriamente e tradizionalmente psicologico sportivo, anche se cerca di integrarne taluni apporti essenziali.

È bene dire subito che in Italia, a differenza di altri paesi, la psicologia dello sport è ancora intesa per lo più, nonostante i notevoli cambiamenti degli ultimi dieci anni e fatta eccezione per taluni ambiti oserei dire pionieristici, come strumento di intervento diagnostico e/o psicoterapeutico, e la presenza dello psicologo in una équipe o presso un atleta è vista come eventuale supporto o come tentativo di rimedio di una situazione "critica", non certo o non ancora come fattore di formazione e di miglioramento prestazionale, quindi in termini di sinergia con il ruolo dell’allenatore, del medico, del farmacologo, del dietologo, del massoterapista, ecc.

Di fatto, per quanto riguarda lo sportivo, l’asse rimane sbilanciato sul polo somatico proprio perché su questo verte la sua attività e dunque la sua preparazione fondamentale, mentre il polo psichico finisce per diventare o l’elemento di intralcio, sorta di anello debole del corpo dell’atleta, o di affinamento della sua potenza e abilità fisiche; in ogni caso una specie di organo accessorio, collegato sì al motore principale ma non essenziale per il suo funzionamento. Rimane dunque una scollatura tra preparazione fisica e preparazione mentale, tra lavoro dello psicologo e lavoro dell’allenatore, che non fa che riproporre la vecchia dicotomia tra psiche e soma, nonostante che, soprattutto da parte della psicologia dello sport più avanzata, quella intendo aperta alle neuroscienze e al costruttivismo, si cerchi di ricomporre in unità i due poli separati in un’ottica autenticamente psicosomatica e a indiscutibile beneficio dello sport e della prestazione.

Anche quando l’ambiente sportivo richiede l’intervento psicologico, in realtà la sua richiesta è di una pillola psicologica, dagli effetti immediati o nel più breve tempo possibile, concentrata al massimo per via degli impegni agonistici che ormai invadono tutto l’arco dell’anno e mirata unicamente al risultato. Di qui la richiesta, soprattutto di tecniche, brevi e facilmente asssimilabili dall’atleta, da impiegare anche nello spazio ristretto del pregara. Una linea di tendenza questa che non vale solo per lo sport ma per tutti gli ambiti di espressione dell’uomo oggi, tempo in cui tutto si brucia nell’istante e guarda alla produttività immediata.

 

1. Psicoanalisi e sport.

 

È ovvio che, date queste premesse, un metodo e un’ottica come quelli psicoanalitici sembrano essere assai poco praticabili in campo sportivo. L’intervento dello psicoanalista è richiesto eventualmente quando ci sono crolli vistosi e di chiara matrice psicologica nell’atleta. Anche in questi casi comunque lo spazio concesso al lavoro è sempre molto ristretto, quindi forzatamente limitato alla psicoterapia o, nella migliore delle ipotesi, all’analisi focale. La possibilità di un’osservazione profonda in un atleta è pertanto estremamente rara; generalmente è piuttosto in individui che praticano lo sport, se non proprio marginalmente, quantomeno come attività secondaria, che tale investigazione è possibile; occorre però tenere presente che costoro si rivolgono all’analista non per problemi attinenti questa attività ma per sofferenze o disturbi d’altro tipo. Le rare eccezioni di atleti che, magari successivamente ad una psicoterapia breve, decidono di continuare il lavoro in senso più propriamente analitico e di proseguire parallelamente l’attività sportiva primaria costituiscono casi particolari, nel senso che rivelano una disposizione interna all’analisi, e dunque un desiderio di cambiamento radicale del loro assetto globale. Cambiamento naturalmente non vuol dire abbandono dello sport, ma un nuovo modo e più proficuo di esercitarlo, anche se non è esclusa l’ipotesi che questo interesse diminuisca, si trasformi o venga addirittura meno. Questi soggetti comunque permettono, con uno strumento analitico adeguato, di osservare e seguire fin nei nuclei più profondi il formarsi e l’assestarsi della passione e della pratica sportive come forme privilegiate di espressione del loro mondo interno.

La micropiscoanalisi da questo punto di vista si rivela uno strumento ideale per l’investigazione dell’ambito sportivo in tutte le sue componenti, umane e situazionali, a causa della sua duttilità, dei suoi supporti tecnici e soprattutto del suo modello energetico &emdash; integrato con i punti di vista strutturale e dinamico freudiani - che ricompone in unità polo psichico e polo somatico dell’uomo, riformulando in modo scientifico la psicosomatica e rendendo perfettamente conto dei processi fini che intessono l’evoluzione dal primario al secondario e l’interrelazione tra psiche e soma. Inoltre permette, anzi in certo qual modo costringe, ad andare al di là dell’individuo ed abbracciare l’intera storia umana in cui per tappe successive si sono elaborate, cristallizzate e fissate le forme e i setting dell’agire sportivo collettivo, nelle quali si riversano come in stampi preconfezionati e sulle quali si intrecciano le vicende individuali.

 

2. Prototraumi e sublimazione dell’aggressività.

 

Proprio in ordine a quest’ultimo aspetto l’indagine micropsicoanalitica consente di scoprire e ricostruire per messe in serie associative le fasi di formazione ed evoluzione della forma sportiva a partire dalle origini mitico-rituali e sacrali-sacrificali degli elementi che la compongono fino alle loro risultanze finali nello sport moderno; una evoluzione che vede il passaggio progressivo da un trauma-dramma cosmico o precosmico o cosmogonico duplicato e reiterato nel rito, ad un trauma-morte umano (la morte dell’eroe) perlaborato come lutto nei giochi agonistici e gladiatori, ad un trauma interno neutralizzato o sublimato nello sport attuale. In altre parole, un’evoluzione nel senso di una codificazione e sottomissione a regole sempre più vincolanti di impulsi aggressivi all’origine estremamente violenti e disgreganti. Tali impulsi, connessi con quell’attività primaria che è l’aggressività e attivati da un trauma originario, in un primo tempo sono proiettati su uno scenario cosmico e rappresentati per mimesi nel territorio del sacro con un vincolamento al codice rituale e normativo che al sacro pertiene; in un secondo tempo sono desacralizzati, identificati e giocati sullo scenario umano in connessione con immagini di separazione e perdita, quindi agiti nell’ambito dei riti funerari e iscritti in quel complesso lavoro di elaborazione del lutto che vede attivarsi in modo privilegiato i processi di identificazione e idealizzazione.

In un terzo tempo si sganciano anche dal contesto funerario e si legano alla dimensione della festa e dell’esaltazione di capacità prettamente umane. A questo punto il trauma originario, internalizzato e apparentemente scomparso o disattivato, in realtà rimosso specie nelle sue componenti rappresentazionali, può diventare motore prestazionale in individui che per il loro terreno e per i loro vissuti interiorizzati sono predisposti all’esternalizzazione sportiva.

Se questa è l’evoluzione storica e dinamica globalmente considerata nei suoi tempi principali, il processo evolutivo concreto è più complesso e vede attivarsi congiuntamente, sia pure con diversi gradi di intensità in ogni tempo forte i meccanismi di proiezione, identificazione e rimozione; l’andamento generale è comunque quello di una progressiva desaggressivizzazione degli impulsi aggressivi, quindi di sublimazione dell’aggressività.

Tale processo di sublimazione implica, oltre al cambiamento degli oggetti-meta delle pulsioni aggressive mediante loro sostituzione con oggetti-meta socialmente accettati, un altrettanto complesso lavoro di metabolizzazione di quel trauma che fin dalle origini sta alla base della forma sportiva e che poi altro non è che una manifestazione di squilibrio o di rottura in relazione a un conflitto fondamentale determinato da incompatibilità strutturali. È proprio del mito mettere in scena questi antagonismi originari per padroneggiarli e eventualmente risolverli, come è proprio del rito trasporli nell’agito secondo forme, modi e sequenze ordinate che ne regolano i dinamismi interferenti e contrastanti.

La forma sportiva e il suo setting, che a loro volta sono costituiti da elementi appartenenti al medesimo nucleo conflittuale aggressivo quale si esprime all’interno di essi, conservano una relativa stabilità nel corso del tempo, per non dire una rigidità di tipo superegoico, in quanto rappresentano il limite che circoscrive lo spazio dell’agire sublimato e regolato, separandolo da quell’altro spazio in cui tutti i processi sono più liberi e l’aggressività si esplica nelle forme più dirette o mascherate, nevrotiche o perverse.

Luoghi del tabù, forma e setting segnano il limite invalicabile, se non per gli addetti ai lavori e dietro precisi rituali purificatori, tra il sacro e il profano, tra il puro e l’impuro; nelle attestazioni più arcaiche sono spesso rappresentati dalla figura del serpente che si morde la coda (Ouroboros, Apophis, Pitone e derivati, ecc.), figura inodore/puzzolente, secondo l’opinione antica, che porta iscritto nella sua stessa natura ambigua il segno dell’ambivalenza e della contraddittorietà e cui sono ascritte nelle diverse culture azioni, funzioni e significati simbolici molteplici, spesso diametralmente opposti e riassumibili nella parola greca pharmakon, cioè veleno e rimedio. Anche l’atleta/eroe/solutor d’enigmi Edipo è chiamato da Sofocle pharmakon, in quanto artefice di felicità e di sventura, limite tra umano e superumano, conosciuto e sconosciuto, personificazione di norma e trasgressione.

La palestra, lo stadio, il circuito, il ring, ecc. sono forme chiuse di analogo significato, entrando nelle quali se ne assumono le valenze strutturali e dinamiche, quindi con mobilitazione di sentimenti e pensieri che entrano in risonanza con immagini e vissuti profondi. Ovviamente questo non vale per tutti ma sicuramente per chi porta nella sua eredità psichica o nelle esperienze interiorizzate della sua ontogenesi il ricordo di tali forme e le impressioni del lavoro avvenuto al loro interno.

 

3.L’organizzazione psicobiologica dell’atleta e la sua dinamica.

 

Venendo dunque all’atleta attuale, questi si trova inserito nella forma assunta dallo sport moderno, forma ormai decisamente sganciata dalle sue origini sacrali e divenuta il luogo dell’espressione corporea e della competizione al massimo grado.

Anche in questa nuova dimensione l’evoluzione è stata nel senso di un vincolamento sempre più stringente a regole precisamente definite e di una neutralizzazione sempre più spinta degli impulsi violenti e disgreganti. Ha proseguito quindi la tendenza alla deviazione dell’aggressività verso la sua sublimazione. Il costante invito al fair play di questi ultimi anni ne è la più evidente illustrazione, anche se nella sua reiterata invocazione denuncia un ritorno proprio di quegli elementi che la linea di tendenza cercava di escludere o di neutralizzare. D’altronde il processo di sublimazione non è mai concluso, in quanto processo dinamico che, sotto la spinta delle componenti strutturali dell’aggressività, continuamente si elabora e si rimodella a contatto con l’ambiente esterno e/o per interni spostamenti di investimenti e scambi di informazioni.

A questo proposito, due considerazioni possono essere fatte dal punto di vista psicosociale: 1. la tendenza a desaggressivizzare sta interessando tutti gli ambiti dell’espressione umana, con conseguente stasi energetica e rinforzo della rimozione delle rappresentazioni e affetti specifici dell’aggressività. Di qui l’incremento delle risultanze nevrotiche, psicosomatiche e perverse. 2. In ambito sportivo la tendenza alla trasgressione delle regole, la pratica dilagante del doping e la ricerca di ogni mezzo per imporsi a qualunque costo, anche a seguito della pesante intromissione di interessi commerciali e finanziari, fanno aumentare il rischio nei tempi lunghi per lo sport stesso, oltre che beninteso per la salute e la longevità atletiche degli sportivi.

Ma ritornando al punto di vista psicodinamico, l’atleta per sua costituzione psicobiologica si esprime in modo privilegiato con e attraverso il corpo: il corpo diventa il teatro in cui si rappresentano tutti i suoi vissuti, e questi si estrinsecano nella forma primordiale dell’azione, cioè attraverso l’attività motoria. In che modo ciò avvenga e come sia possibile, la metapsicologia micropsicoanalitica lo spiega in base al denominatore comune energetico che lega alla radice e nell’identità di essenza lo psichico e il biologico: entrambi cioè sono strutturati energeticamente in organizzazioni di complessità crescente e sono in interazione permanente, accumulando e trasferendo dall’uno all’altro polo informazioni ed energia. Così lo psichismo inconscio è descritto in termini di livelli di organizzazione energetica che contengono la memoria di esperienze e vissuti aggressivo-sessuali, onto- e filogenetici interiorizzati e che, quando si riattivano, si caricano producendo spinte pulsionali la cui funzione è di scaricarli. Nel processo di carica-scarica si operano movimenti energetici e modificazioni di sistema che interessano l’intero apparato psicosomatico, con interscambi di informazioni tra mente e corpo e mobilitazioni della motricità dell’una e/o dell’altro. Il tutto allo scopo di riequilibrare l’organismo psicobiologico.

 

4. Dalla fusione alla transizionalità.

 

Tornando allora all’atleta, possiamo dire che il corpo è la via preferenziale di scarica delle tensioni ed è sul corpo che sono veicolate le informazioni contenute nelle entità psichiche. L’inconscio cerca così di manifestarsi nel corporeo mediante una dinamica che poggia sui diversi livelli di strutturazione energetica propri del biologico (molecole, cellule, tessuti, organi, apparati, sistemi). Il perché di questa via preferenziale può essere spiegato, oltre che dal terreno del soggetto, proprio dai tipi di vissuti interiorizzati e dalla dominanza aggressiva di questi stessi. Nuclei rappresentazionali-affettivi a forte componente destrutturante e disaggregante, che rischiano di far esplodere o implodere l’unità psicobiologica, pongono l’organismo in stato di sovraccarica, quindi di estrema tensione e di allerta che può attivare la motricità corporea innescando comportamenti primordiali di attacco/fuga, istinti e bisogni più direttamente legati alla sopravvivenza. Il livello di attivazione (arousal) di base sembra essere più elevato negli atleti e sbilanciato verso il polo dell’agitazione o della frenesia, con una tendenza all’ansia somatica piuttosto che a quella cognitiva. I forti nuclei aggressivi si ripercuotono sugli stadi di sviluppo ontogenetico producendo vissuti a intensa coloritura conflittuale ed esaltando in modo particolare le pulsioni sadiche e di appropriazione.

Ma particolarmente importanti al fine di un destino atletico risultano essere alcune fasi di transizione estremamente delicate: anzitutto quella tra il periodo fusionale e quello defusionale, in cui l’abbarbicamento del bambino alla madre nell’indistinzione proprio del primo periodo, con circolazione e scambi informativi tra l’uno e l’altra, può prolungarsi, fissarsi o violentemente interrompersi esacerbando vissuti di abbandono e di rivendicazione, attivando pulsioni di rigetto e di distruzione cannibalica mescolate con pulsioni di annichilamento e mobilitando una continua rincorsa al ripristino della situazione precedente perduta. Si pensi solo, ad esempio, alla coazione a correre o ad allenarsi in modo ossessivo in taluni atleti, coazione che è come una spinta irrefrenabile verso una meta sconosciuta e che sempre si sottrae, costringendo così la spinta medesima a cortocircuitarsi sul corpo stesso del soggetto divenuto oggetto-meta di essa. L’investimento sul proprio corpo di tali pulsioni nel loro impasto con le corrispettive sessuali può diventare in tal caso l’equivalente di un investimento narcisistico sul corpo della madre, favorendo legami di tipo simbiotico e sospingendo lo psichico verso il corporeo, anzi l’epidermico, come luogo di rifusione. Forse è proprio qui che si forma la disposizione alla somatizzazione.

Altra fase estremamente importante, soprattutto ai fini della sublimazione dell’aggressività, è quella delineata da Winnicott e denominata "fase transizionale"; durante questa il bambino, se aiutato da una madre sufficientemente buona, riesce attraverso la sua creatività a riparare quanto è stato danneggiato dalle pulsioni aggressive, e lo fa costruendosi un oggetto intermedio che sta tra il sé e il non sé, corpo esterno che è prolungamento di sé. In realtà questa fase si riempie di realtà e fenomeni transizionali che costituiscono come un mondo di mezzo, tra realtà e immaginazione, in cui avvengono scambi di informazioni, percezioni, esperienze tra mondo interno e mondo esterno, dove si stabiliscono connessioni e corrispondenze in un movimento oscillante di proiezioni, identificazioni e introiezioni in assoluta libertà, che esaltano la capacità creativa del bambino e lo predispongono alle realizzazioni artistiche, religiose, magiche… sportive.

 

5. La prestazione e il suo miglioramento.

 

Giungendo al punto finale del mio intervento,e cioè alla prestazione sportiva, è chiaro dalle premesse che questa la si raggiunge quando la sublimazione dell’aggressività è stabilmente raggiunta e riuscita, integrandosi con la sessualità e ponendosi con questa al servizio dell’io e delle istanze ideali. Il massimo della prestazione si ha in quella che viene chiamata peak experience o più semplicemente momento magico: in tale momento il gesto sportivo fluisce naturalmente quasi a prescindere dalla coscienza che il soggetto ha di compierlo; il gesto in certo senso si fa da sé e l’atleta è tutto nel gesto, è il gesto o vede se stesso compierlo come se fosse un altro, in una contemplazione quasi ipnotica da cui sono assenti fatica, impegno, concentrazione sulle abilità acquisite, strategie. Si potrebbe quasi dire che il soggetto si fa tutto corpo e il corpo si sublima nel mentale, ritrovando la comune origine energetica, con i giusti stimoli, cioè con la libera circolazione delle informazioni tra la mente e il corpo ed una perfetta cibernetica psicobiologica.

Ovviamente questo tipo di risultato è un punto di arrivo, la conclusione di un lungo lavoro preparatorio compiuto sul corpo e sulla mente. Una volta tale lavoro lo si faceva esclusivamente sul corpo; ora ci si è resi conto che lavorando sulla mente, proprio per la cibernetica psicobiologica si producono effetti importanti nel corpo, nel senso addirittura di un suo allenamento fisico. D’altronde, se si pensa che un sogno può indurre un sovraffaticamento fisico o viceversa un’attivazione di forze insospettabili, si può capire che una preparazione mentale mirata possa avere sensibili effetti sul gesto atletico.

Naturalmente occorre rendersi conto di come si producono questi risultati, per affinarne le tecniche. Ritengo da questo punto di vista che il modello micropsicoanalitico possa essere un ottimo strumento di lettura e di decodificazione delle interrelazioni psicosomatiche, così come sia in grado di situare con relativa precisione i diversi livelli di organizzazione, di scambio e di traslazione tra psichico e somatico con le relative trasformazioni strutturali e dinamiche quali sopravvengono nei diversi sistemi psichici.

Chiarisce altresì che, se le stimolazioni-induzioni esterne, cioè provenienti dall’ambiente o dal corpo, hanno effetti sullo psichismo, quest’ultimo, data la maggiore plasticità della sua organizzazione, è la sede principe della elaborazione e trasformazione dei processi psicosomatici. D’altronde è nell’inconscio che si strutturano le unità informative di base che circoleranno negli strati superiori e nel corpo.

Ma la metodica micropsicoanalitica, sotto qualunque forma sia praticata (come psicoterapia breve nel suo setting proprio o "sul campo", come counseling, come analisi focale, ecc.), è certamente uno strumento eccellente per il miglioramento della prestazione. Prima di tutto quando il processo di sublimazione è riuscito solo parzialmente e rischia, sotto la pressione di impulsi disgreganti, di fallire o di deviare in esteriorizzazioni inadeguate; in secondo luogo come intervento focale su disturbi soprattutto di ordine psicosomatico che possono intralciare o arrestare temporaneamente e più o meno gravemente la pratica sportiva; infine integrare in un piano di preparazione mentale a lungo o medio termine tecniche di visualizzazione o di rilassamento con taluni supporti tecnici che le sono propri, quali lo studio delle fotografie &emdash; specie quelle relative all’attività sportiva -, dell’albero genealogico e delle registrazioni di colloqui e sedute. Ma al di là di tutto ciò l’elemento forte dell’efficacia in ambito sportivo è il particolare atteggiamento che il micropsicoanalista dimostra, come risultante della sua formazione, in qualunque situazione si trovi a vivere, operare e relazionare; quindi la sua modalità di presenza e di ascolto, oltre che l’attenzione al materiale che casualmente o espressamente gli viene offerto.

 

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