
Studiò presso i gesuiti. Avviato alla carriera legale, l'abbandonò presto per dedicarsi all'attività letteraria. Le tragedie Edipo (1718) e Marianna (1725) consacrarono la sua fama. Ma l'evento che impresse una svolta alla sua vita fu il litigio con il cavaliere di Rohan, che lo fece bastonare dai suoi servitori; Voltaire cercò il duello, ma fu rinchiuso nella Bastiglia (1726) e successivamente liberato a condizione di lasciare Parigi. Tra il 1725 e il 1729 visse in Inghilterra, dove frequentò le maggiori personalità della cultura e della politica, attratto dalla vivacità dei dibattiti politici, filosofici e religiosi. Rientrato in Francia pubblicò le Lettere filosofiche o Lettere sugli inglesi (1734), elogio dei principi di tolleranza politica e religiosa della tradizione inglese; l'opera gli valse un nuovo mandato di arresto e fu costretto a espatriare in Svizzera e poi in Lorena. Revocatagli la condanna nel 1735, si dedicò a un'intensissima attività che spaziò dagli scritti storici e filosofici (Il secolo di Luigi XIV, 1751; Saggio sui costumi, 1756; Trattato sulla tolleranza, 1763; Dizionario filosofico, 1764) a quelli letterari, strettamente connessi alla problematica ideologica e sociale: tragedie classicistiche (Edipo, 1718; Zaïre, 1732; Maometto, 1741-42), poemi epici (Enriade, 1728), eroico-comici (La Pulzella, 1755) e meditativi (Poema sul disastro di Lisbona, 1756), racconti e romanzi (Zadig, 1748; Micromega, 1752; Candido, 1759; L'ingenuo, 1767). Il suo stile narrativo sfrutta abilmente tutti i registri dell'ironia e della satira modellandosi sugli intenti polemici e dimostrativi e rivela chiarezza razionale e brio epigrammatico.
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