Editoriale

Di solito qui troverete l'articolo che in ultima analisi riprende importanti tematiche esperienziali della pratica dell'ipnosi, della psicologia dello sport, come di ogni nostra particolare esperienza formativa, applicativa o di ricerca, posizioni che teniamo e che prendiamo nel corso del nostro lavoro.

Gli spunti che seguono sotto forma di articoli li si potranno trovare naturalmente nell'elenco generale degli articoli o in ambito di Psyco o in ambito di Ipnosicosturttivista, buona lettura.

Per ogni domanda, commento o quant'altro vi vega dopo la lettura dell'editoriale potrete comunicare con noi attraverso il modulo collegato, questo spazio potrà anche essere destinato alla risposte dei vostri commenti.

 

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Indice editoriali ed articoli:

 

Verso una psicologia unificata: la teoria degli stati mentali 3 Gennaio 2002

 

Francisco Varela un addio sentito 28 Maggio 2001

 

Editoriale 6 Gennaio 2001 N° 1

 

Editoriale 28 Dicembre 2001 N° 2

 

Editoriale 20 Dicembre 2000 N° 3

 

Un giorno particolare ........

 

 

LA PSICOLOGIA DEL LIMITE ESTREMO

Dedicato a tutti coloro che non hanno mai smesso di cercare

di Giuseppe Vercelli

 

Ci sono momenti nella vita degli uomini che non possono e non devono essere vissuti normalmente. Sono punti di svolta, di non ritorno, attraversamenti di un confine oltre il quale non ci si era mai spinti in precedenza.

La maschera della quotidianità può apparentemente nascondere il turbinio psicologico che investe il mutante, ma la notte e la solitudine non lasciano mai scampo alla riflessione, ed invitano l'uomo a curare i dettagli che permettano il pieno possesso del suo nuovo ruolo e della sua nuova guisa.

Cambiare significa osare, crescere, evolversi, soffrire, ricominciare. Cambiare è chiudere per sempre una porta ed accettare di aprirne altre che non erano in vista e di cui non si sospettava nemmeno l'esistenza. Quando si cambia davvero non si perde mai ciò che si è acquisito in precedenza, ma lo si trasforma mantenendolo a disposizione nella nostra mente per essere utilizzato e recuperato quando i fatti della vita lo richiedono.

Ora mi è tutto chiaro: non si può mai solcare il mare all'insaputa del cielo, perché la notte fa affiorare tutte quelle zone d'ombra che rimangono nascoste durante il giorno.

Volare in dinamica, facile e divertente, non c'è bisogno di pensare. La mente si dissocia, è un attimo, sono nella notte, il mio ambiente non è più protetto, le maschere sono crollate ed io sono estremamente vulnerabile.

Una manovra sbagliata, forse volutamente sbagliata, ancora dissociato so che sto oltrepassando il limite ma questa volta non posso fermarmi. Chiusura, vite, adesso sono presente, sono di nuovo io, ma è troppo tardi. Ho deciso di salvarmi, la mia mente sa cosa deve fare, rapida, adesso, ha dato tutto, ha fatto il meglio.

Impatto, un viaggio di andata e di ritorno oltre il confine. E'iniziato il cambiamento, per sempre.

Il giorno e la notte si sono finalmente riconciliati.

 

Nella società moderna la ricerca del limite estremo deriva dal comportamento evolutivo di ogni essere umano. Tutto ciò che oggi rappresenta il limite di uno strumento, di uno sport, di un'attività, diventa di per se stesso la sfida da superare.

La sfida al razionale in senso avventuroso, creativo, sportivo e tecnico costituisce il risvolto positivo di questa ricerca. Se non avessero ricercato continuamente il loro limite… Messner non avrebbe scalato tutti gli ottomila himalayani, Edison non avrebbe inventato la lampadina, Einstein non avrebbe formulato la teoria della relatività, Helen Keller non avrebbe imparato a dipingere essendo cieca. Nella ricerca del limite l'unico confine che non deve essere superato è quello delle responsabilità etiche ed umane di rispetto e correttezza nei confronti degli altri.

Se la realtà è in continuo divenire, il ricercatore del limite deve perseguire il suo obiettivo con l'ottica del miglioramento continuo, senza deformare gli equilibri pre-esistenti e senza mai accontentarsi del risultato ottenuto.

Ogni limite da superare è assolutamente, in prima istanza, un limite psicologico.

Un giorno chiesero ad Albert Einstein quale fosse la differenza tra lui ed una persona comune. Egli rispose che se ad una persona viene chiesto di cercare un ago in un pagliaio, questa persona si fermerà e si sentirà appagata se e quando troverà questo ago, mentre per quanto lo riguarda, egli avrebbe continuato a cercare tutti i possibili aghi che potevano ancora esserci oltre al primo trovato.

Questo per indicare che spesso ci si accontenta della prima soluzione trovata, che però può non essere l'unica possibile e nemmeno la migliore.

La differenza tra il pensiero riproduttivo (della maggior parte delle persone ) ed il pensiero creativo sta alla base del miglioramento continuo e del superamento del limite. Pazienza e percezione immaginativa sono le doti fondamentali del ricercatore del limite, un atteggiamento simile a quello del detective e al "prolungato indugiare sopra al caso esposto" che porta all'insight della soluzione.

Dal punto di vista psicologico, ciò che caratterizza il ricercatore del limite è che egli è il costruttore della realtà in cui vive, compiendo un percorso introspettivo che procede dall'illusione all'autoconsapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza.

Alcune attività estreme sono esperienze assimilabili ad intense meditazioni in cui il vissuto del soggetto è centrato completamente sul qui ed ora, ed il pericolo maggiore diviene proprio l'allontanamento anche per un solo istante da questa piena consapevolezza.

La ricerca del limite è estremamente costosa, il successo è di pochi, pochissimi, ma tutti noi ci sentiamo immediatamente coinvolti e ci proiettiamo totalmente in ogni "piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità" che ogni nostro simile riesca a compiere. Il superamento del limite consacra l'eroe, sia esso scienziato, ingegnere, medico, sportivo, e la grandezza di un popolo si vede spesso da quanti eroi sia riuscito a produrre nella sua storia.

La ricerca dell'eccesso rappresenta invece il lato negativo ed indesiderabile dell'evoluzione umana.

Il valore di un evento sportivo si è spostato dal competere al vincere, dal prendere parte ad una gara al distruggere l'avversario, dal gareggiare bene al raggiungere il primato inaudito ed assoluto. Si è perso nello sport quel senso del gioco collettivo che è un simbolo ed una metafora della civiltà umana. La vittoria è un obiettivo naturale ma il primato è diventato un' ossessione.

E' compito di ognuno di noi adoperarsi affinchè la cultura dell'eccesso non abbia mai la meglio sulla cultura del buon senso.

 

Quasi tutti gli uomini somigliano a quelle costruzioni grandi ed abbandonate il cui proprietario occupa solo poche stanze e non si reca mai alle estremità del castello che giacciono deserte.

Osa, nella ricerca del tuo limite, avanzare a piccoli passi nel buio, sfidando qualunque incertezza, spalanca le finestre, cerca di scoprire da dove arriva questo odore di muffa, guarda da quale parte del tetto penetra l'acqua.

Sii pronto a ricevere il dolore, il piacere ed il successo, senza esserne soffocato!

 

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Psicologia dello Sport e dintorni all'interno del nostro modello AGS

 

Struttura Globale dell'Atleta

Chisotti Marco

Ormai è possibile delineare un profilo della disciplina, se così possiamo già definirla, della Psicologia dello sport, sicuramente non è giusto considerarla alla stregua di quanto si fa con la storia della psicologia o altre branche di studio della psicologia generale, la psicologia dello sport si differenzia dal resto delle "Psicologie" per diversi motivi:

 

 

 

 
  1. Benessere psichico, fisico ed emotivo

     

  2. Riuscita nello scopo o raggiungimento degli obiettivi

     

  3. Ottimizzazione ed ingenierizzazione della performance

     

  4. Estetica (in senso pieno come sensibilità totale) nell'esecuzione dell'azione

     

  5. Orientamento ottimale al pensiero interno

     

  6. Orientamento ottimale al pensiero esterno

     

  7. Sviluppo del potenziale mentale

     

  8. Ricerca dell'equilibrio ottimale tra sviluppo razionale ed emotivo

 

 

 

Da questo primo esame si delinea l'interesse dello studio della Psicologia dello Sport, andare a vedere cosa accade in chi si trova in condizioni estreme di sofferenza fisica, deprivazione, sacrificio, ogni tipo di sollecitazione fisica, psichica ed emotiva ed acquisirne la competenza, ciò che rende realmente possibile tutto ciò che l'atleta riesce a fare ed a ripetere.

Noi riteniamo fondamentale ricercare quegli elementi comuni all'uomo, ciò che ogni persona è in grado di sviluppare realizzando esperienze che permettono di ottenere i risultati che si desidera ottenere, in particolare ciò che si desidera mettere in luce è quanto dell'attività umana si realizzi attraverso un uso mirato delle proprie risorse mentale, ed in tal senso, come poter fare emergere il potenziale mentale in questa direzione.

Non per nulla il mondo della formazione in campo professionale guarda sempre di più a ciò che viene realizzato nello sport come ad un percorso arricchente e coinvolgente, un contesto quello dello sport che sempre più riesce a coniugare assieme ragione ed emozione, difficile connubio altrimenti da sviluppare. L'ideale per tutti è sicuramente un lavoro che dia emozioni, e lo sportivo, che sia atleta o dilettante, noi sappiamo bene quanto svolge perfettamente un lavoro in un contesto di emozioni, forti emozioni di interesse, impegno,passione, riuscita, nuovo impegno, nuove emozioni e traguardi da migliorare, una crescita continua.

Non è difficile tradurre l'attività di routine quotidiana in un momento d'attività emozionanti, mantenere alto l'interesse, sviluppare l'entusiasmo come in una squadra di calcio, di pallavolo o di basket, guidare gli individui ad utilizzare le emozioni a guida della propria motivazione nell'uso della ragione e delle applicazioni operative del mansionario lavorativo quotidiano, ruoli compiti, attribuzioni, impegni ecc.

Ma vediamo in dettaglio cosa si fa ed in che modo si opera all'interno del nostro modello di Psicologia dello Sport, e cominciamo a considerare quali sono gli elementi che permettono ad ogni individuo di motivarsi sviluppando in tal senso il proprio potenziale mentale e dunque realizzare sogni, ambizioni, interessi.

La motivazione in un individuo comporta, dal punto di vista psicologico, un complesso di fattori, noi riteniamo che l'avvicinarsi ad una attività e l'impegnarsi in questa, senza che altri scopi ed interessi diretti od indiretti subentrino, comporta una presa in considerazione particolare dell'atteggiamento generale e del suo impegno a portare avanti il proprio impegno.

Perché una data attività ci coinvolga è necessario vivere un certo periodo in contatto con chi sviluppa l'attività stessa, nonché vivere nell'ambiente in cui si svolge tale attività, questo primo momento noi lo chiamiamo sincronismo iniziale con l'attività sessa, in questa prima fase è importante che l'attività razionale del soggetto sa implicata il meno possibile dal momento che sono privilegiate tutte le forme percettive globali, d'insieme, non analitiche, che solo in un secondo tempo divengono materia di interesse ed approfondimento, la "parte" del cervello implicata nella percezione d'insieme è la parte del cervello emotivo dove vengono elaborate le emozioni.

Le risorse del cervello non sono illimitate, ogni parte dell'intera attività psichica coinvolge parte dell'energia totale a disposizione, le risorse sono limitate anche perché il lavoro che comporta l'essere presenzienti alla realtà non è un semplice lavoro di rappresentazione bensì un lavoro di emulazione del reale, questa continua attività costruttiva a cui è dedito il nostro cervello è alla base del motivo per cui si coglie l'insieme percettivo prima di scendere nel dettaglio, ogni elemento dell'insieme permette di scendere nel dettaglio della conoscenza, senza questa conoscenza/costruzione continua non è possibile arrivare all'approccio analitico/razionale, tipica esperienza avanzate della percezione di un contesto.

Ecco dunque nascere l'esigenza percettiva e cognitiva di concentrare l'attenzione/costruzione percettiva in un preciso ambito di riferimento, questo lavoro d'attenzione continua ad un preciso riferimento contestuale noi lo descriviamo come la possibilità di sviluppare un'unica idea di riferimento descrittivo/percettivo, una monoidea, che permette di orientare il più possibile l'attività del cervello a conoscere ed a sviluppare l'"oggetto" di riferimento.

Ogni approfondimento di un aspetto della realtà, abbiamo detto, prende energie e spazio all'attività del cervello, l'"emulatore", sviluppando una nicchia, porta all'insieme una limitazione del campo percettivo, unica conseguenza possibile per il livello percettivo e di orientamento raggiunto è uno stato mentale particolare in cui, disattivando l'attività di globale attenzione, definizione, descrizione ed emulazione della realtà, si disattivino in parte anche gli elementi razionali connessi a tale attività.

La razionalità possiede elementi tra loro altamente relazionati, possediamo un alto concetto religioso, da "re-ligo" legare (ligo) le cose (res) tra loro, dove la relazione tra le parti di razionalità sono i legami cognitivi, uno per tutti la causa effetto; implicare gli accadimenti, i meccanismi di causa effetto, che utilizziamo per le nostre spiegazioni, equivale a tessere un mosaico completo di implicazioni reciproche, ogni esperienza si lega strettamente con l'esperienza successiva, la percezione/spiegazione che abbiamo di un aspetto della realtà, cerca altri elementi esplicativi, o per vicinanza, o per similitudine a cui legarsi, afferrare il senso della realtà comporta vivere il senso del consenso, come senso comune condiviso, attribuito alla logica consequenziale del senso critico della realtà sessa, tutto è trattenuto ed insito nelle parti, dettagli, che implicano il tutto.

Lo stato mentale implicato nel meccanismo di percezione/costruzione della realtà stessa è uno stato mentale alternativo a quello del normale flusso percettivo, all'interno dello stato di realtà l'attenzione è diffusa, in uno stato alternativo di realtà l'attenzione è concentrata, in questa concentrazione non c'è spazio per la critica razionale, si procede con percezioni del nuovo, parallelamente a ciò che è conosciuto, attraverso continui meccanismi d'accomodamento ed assimilazione, la costruzione di parti del "nuovo" procede con lentezza perché ogni elemento deve essere inserito nella precedente costruzione, precedentemente conosciuta e continuamente riconosciuta della realtà condivisa.

Noi chiamiamo trance questo stato mentale alternativo di coscienza, che si crea ogni volta che, ad esempio, attiviamo, durante una percezione mirata verso un dettaglio non ancora collegato al conosciuto, la parte del nostro cervello implicata nella visione di insieme dell'esperienza; essendo l'esperienza della trance collegata al nuovo dettaglio percettivo, non essendo al contrario collegata ad un dettaglio di un insieme conosciuto e riconosciuto, il nostro cervello, come risposta al "nuovo", genera un attivazione del potenziale mentale, mobilitando risorse potenzialmente utilizzabili entro un nuovo contesto di riferimento.

L'attivazione del potenziale mentale è strettamente collegato ad evidenti trasformazioni somatiche derivanti dal differente stato mentale vissuto dalla persona, una fenomenologia di riferimento che si rende disponibile come elemento correlato ad ogni stato psico-fisico, l'uscita da questo stato mentale, o trance, equivale ad una de-trance, uscita da uno stato mentale alternativo è collegato alla ripresa degli elementi dello stato di veglia, la veglia equivale ad uno stato mentale condiviso perché conosciuto e riconosciuto, conosciuto e riconosciuto perché condiviso.

Ogni stato mentale noi lo definiamo un equilibrio, o stato di continuità, tra pensieri e sensazioni, i pensieri sono ciò che ci lega all'idea che abbiamo di noi e dell'identità che possediamo su di noi, identificarsi permette di identificare, nell'identificarci noi ci manteniamo costanti in un idea, manteniamo una monoidea di noi stessi, per inteso ogni stato mentale per essere attivato ha bisogno di un identità di riferimento, lo stato di veglia ha collegato a sé un preciso ruolo di riferimento con cui ci colleghiamo agli altri, l'agire sociale é vincolato a questo vicendevole riconoscersi entro il disegno della realtà sociale di riferimento, uscire dai vincoli del reale equivale a lasciare un ruolo, un idea di sé, equivale a mettere da parte il senso critico costruito entro la realtà condivisa, vuol dire agire e reagire su basi differenti dai comuni e condivisi presupposti sociali.

Le sensazioni annesse ad uno stato mentale sono collegate ad esperienze passate,apprendimenti avuti, però nel caso in cui lo stato mentale sia alternativo, e non rappresenti lo stato di veglia, le sensazioni collegate non sono le stesse, necessariamente, possono variare dal momento che non appartengono strettamente allo stato mentale di riferimento, la ragione costruisce per noi il senso critico che ci dice cosa provare, essendo la percezione elemento condiviso nel senso comune, un senso culturale appreso di riferimento, percepire non é avere dei dati di riferimento, questa particolare percezione é in realtà una rappresentazione mentale sulle coordinate del senso percettivo condiviso, non può esistere una percezione a prescindere dal senso comune, percepire, in questo caso in quanto appartiene ad un senso personale del percepire, é una possibile interpretazione soggettiva e specifica del possibile modo di organizzare il "quanto" percettivo, quanto ci perviene dai nostri organi di senso, dunque non necessariamente è il percepire ratificato dal comune senso.

Inoltrandoci nel campo degli stati mentali ci accorgiamo che ciò che maggiormente è dato come assodato, e dunque anche scontato, non lo è, la realtà non può essere data e certa, dipendendo da un lavoro di costruzione, è qualcosa che può cambiare, che può essere messa in dubbio, che può essere differenziata, una realtà "relativa" ed "indeterminata", per usare due termini di comune uso nel mondo della scienza fisica, perché dunque tanto clamore se gli stessi termini li ritroviamo in una concezione neuro-socio-psicologiche di stato mentale?

Le neuroscienze hanno fatto molti passi avanti portandoci a constatare che il nostro cervello è in piena attività anche quando apparentemente è in stato di riposo, nel sonno il cervello continua ad emulare realtà possibili, mantenendoci in stretto contatto con noi stessi, quasi come se la macchina dell'auto consapevolezza non potesse mai fermarsi, noi crediamo che sia realmente così, il cervello non smette di funzionare perché non può fermare la vita stessa, la biologia di noi stessi non può prescindere dalla nostra stessa psicologia, sebbene in modo elementare, il più elementare dei pensieri deve essere attivo perché la vita dimori in noi, per non essere altro da noi, questa, sebbene possa sembrare un ipotesi e null'altro, in realtà è un elemento che si incastra perfettamente nell'ipotesi di un cervello necessitato ad emulare una realtà di riferimento, la realtà non è la vita, ma una realtà si, non è possibile la vita, indubbiamente la vita psicologica di un individuo, ma per noi anche una semplice vita biologicamente intesa è da collegarsi all'autoriferimento dell'individuo verso se stesso, un identificazione, quella di se stesso necessaria, alla vita stessa, non nei termini di una conoscenza psicologica naturalmente, un identificazione di autoriferimento processuale, un algoritmo necessario al processare un identificazione di fatto.

Tornando all'idea iniziale di motivazione, il costruire una trance permette all'individuo di sviluppare un interesse mirato, passionale, in cui il senso che diamo alla realtà stessa viene profondamente modificato dall'interesse dimostrato, il nostro impegno trascende i confini della realtà condivisa e si inoltra in un mondo "nuovo", un mondo in cui trovare spazi nuovi, in cui vivere emozioni che non si conoscevano, i cui confini cambiano nei limiti di un nuovo possibile che va a dettagliarsi, pensiamo ad un progetto, qualcosa che ancora non c'è e che va delineandosi, la ragione segue all'emozione, il sogno precede la realizzazione.

Oggi si parla tanto di metafora, la metafora permette di andare oltre al limite del razionalizzabile, attraverso un intesa su di un campo esperienziale precedentemente condiviso, io ti guido alla comprensione di questa realtà, uso ciò che conosci per avvicinarti a ciò che non conosci, uso l'insieme generico di un esperienza per avvicinarti a quei dettagli che desidero che tu apprendi.

La Psicologia dello Sport che stiamo definendo fissa dei punti di riferimento a questa parte dell'idea di metafora, usando conoscenze ovvie e scontate cerca di avvicinare l'idea di stato mentale, la sua possibilità di utilizzo, il suo livello di esportabilità e replicabilità, nel fare questo definisce inevitabilmente dei campi possibili, ed introducendo un preciso percorso per attuare la realizzazione di uno stato mentale suggerisce un uso mirato delle risorse mentali.

Bene, tutto quello che fino ad ora abbiamo incontrato in questo seppur breve excursus tematico, è perfettamente rilevabile nel contesto dell'esperienza dell'ipnosi, noi riteniamo, in conseguenza a ciò, che l'esperienza dell'ipnosi, come da noi chiarita e strutturata, sia alla base di ogni mezzo od espediente, utilizzato dall'individuo, che sposti l'attenzione, dunque la critica condivisa, da uno stato di realtà ad un'altro possibile, e che questo spostamento porti di conseguenza l'attivazione di un differente uso stesso delle risorse mentali, ed in fondo siamo convinti, è questo che fa un atleta nel tentativo di reinventare la realtà in cui si trova a definire il proprio campo esperienziale, noi aggiungiamo che ogni esperienza determina la causa di un mondo che ne è la sua conseguenza, il problema dunque non sta nel mondo fisico, come siamo abituati a pensare, ma nelle continue operazioni che facciamo per definire tale mondo, operazioni che sono di per se già le esperienze che lo creano!

Il mondo, dopo che questo si è riferito ai nostri occhi, in conseguenza all'esperienza da noi avuta, è già altro da prima, é l'operazione che definiamo conoscenza che definisce quel mondo che la produce, la nostra attività definisce il nostro conoscere, l'esperienza per un atleta è la possibilità di creare un mondo in cui trovarsi protagonista dell'impossibile, e quando gli riesce a noi l'essere spettatori, per lo più ignari, di un qualcosa che ancora non c'è, e questo record non è solo retaggio del mondo dello sport, è appannaggio di ogni mondo in divenire, di ogni esperienza che stravolgendo i presupposti di una realtà ci permettere di vivere lo stato mentale emotivo in cui e solo in cui, quel senso globale generico ed emozionante ci rende partecipi di un mondo in divenire.

 

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 Da un intevento verso l'editoriale dela rivista Focus ribattendo all'ingenua narrazione di un collega (colonna sinistra) la risposta alla vostra destra.

 

Gentile redazione di Focus, nonché direttore Sandro Boeri:

In relazione al vostro numero 99 del mese di Gennaio 2001 ed all'articolo redatto dal vostro giornalista Daniele Bresciani: "Calze, baffi e maledetta sfortuna".

Nel numero 102 di Focus (mese di Aprile 2001) é stato pubblicato un sunto, nella pagina dedicata ai lettori, dell'articolo che segue, sulle mie considerazioni inerenti il lavoro sugli stati mentali, colgo l'occasione per ringraziare l'editore del mensile Focus ed il suo staff per la sensibilità dimostrata sull'argomento.

 

Calze Baffi e Maledetta Sfortuna

Daniele Bresciani

 

Non è vero, però ci credo: un motto che calza a pennello quando si parla di superstizione nel mondo dello sport. Un universo pregnato di scaramanzie, riti propiziatori, voti alle divinità più disparate. Ma provate a chiedere a un atleta se è superstizioso: la risposta sarà quasi sempre no. Dirà che i suoi gesti, le Rlie piccole manie altro non sono che Mezzi per mantenere la concentrazione, specificando che non si tratta di compiuti per tenere lontana la sfortuna. Eppure, il confine tra H rito "sportivo" e quello "propiziatorio" è molto sottile. «Anibedue rappresentano la ricerca di una rassicurazione interiore, sono quasi una antica forma di preparazione psicologica. Certo, dal punto di vista razionale è il riconoscimento di una sconfitta atletica e psicologica. Ma questo non significa che i riti, alla fine, non aiutino davvero» spiega Massimo Cabrini, psicologo dello sport e collaboratore della

 

Fedetazione italiana gioco calcio. «Può sembrare strano, per esempio, vedere Nicola Caccia, calciatore del Piacenza, strappare ciuffetti d'erba ogni 5-6 minuti, così come sapere che iltennista Adriano Panatta giocava tenendo in tasca chiodi o scoprire che ci sono atleti che utilizzano sempre le stesse calze o la stessa maglia indossate in una gara vinta. Ma se questo serve a rassicurare lo sportivo, ben venga e, se questi atteggiamenti non danneggiano l'avversario, è inutile deriderli, osteggiarli o tentare di sradicarli».

 

E sembra proprio che non ci. siano discipline sportive immuni dai riti scaramantici. Chi segue il Motomondiale si sarà accorto che Valentino Rossi, appena prima del via, effettua un'ispezione meticolosa alla sua due ruote che prevede una precisa sequenza di gesti che culmina con un tocco di mano al freno a pedale. Per restare nell'ambiente delle moto, Marco Lucchinelli, campione indato nel 1981, per un lungo periodo ha gareggiato indossando sotto la tuta camicia e cravatta: un abbigliamento che non ha certo motivazioni tecniche.

 

Nel ciclismo, Felice Gimondi gareggiava con un pezzetto di spago legato intorno a una caviglia e Fausto Coppi, potendo scegliere, voleva il numero 36, quello con cui vinse il Giro d'Italia nel 1949 e nel 1953. Francesco Moser portava sempre al collo una medaglietta trovata per terra prima di un successo da cWettante; Paola Pezzo, due volte campionessa olimpica di mountain bike, ha invece attaccato al manubrio della sua bicicletta alcune medaglie della Madonna dell'Altaron.

 

Quadrifogli e orsacch~ Anche in Formula 1 non mancano esempi di riti e amuleti. Alain Prost, per esempio, saliva sempre sulla sua monoposto da destra, ma Nelson Piquet faceva di meglio, visto che, prima di mettersi al volante, metteva sul sedfle un quadrifoglio. 1 celebri calzini rossi indossati dall'equipaggio del team New .Ze-a-la-nd_, vincitore delle ultime due edizioni della Coppa America di vela, oltre che fortuna hanno portato un sacco di soldi a Black Magic, visto che sono diventati merchandising ufficiale e che tutta Auckland ne ha indossati un paio in occasione delle regate. Niente calze, invece, per Mike Tyson, che combatte con i soli stivaletti e, per rimanere alle calzature, Dino Meneghin, campione di basket oggi dirigente della nazionale, da giocatore non si alzava mai dalla panca dello spogliatoio se prima non aveva indossato le scarpe. Poi c'è chi, come Giovanni Pellielo, fresco bronzo olimpico nel tiro a volo, dopo ogni colpo sparato si inun- údisce il pollice con la lingua e lo passa sul mirino del fucile, come se la cartuccia esplosa fosse una pagina sfogliata, e chi invece, come la velocista azzurra Manuela Levorato, si porta sempre nella borsa un orsetto di peluche.

 

Pensare positivo

 

«Tutto serve a immaginare una situazione vincente» prosegue Cabrini «a "pensare positivo" come si dice oggi». Capita che un calciatore ripensi a quello che ha fatto prima della partita in cui ha segnato tre gol e che gli venga in mente che, proprio quella volta, è uscito dallo spogliatoio con il piede destro. Ovviamente le reti e quel gesto assolutamente casuale non sono legati, ma per lui diventano inscindibili. «E poi, spesso sono gli stessi allenatori a inculcare nei giocatori queste credenze, trasformandosi quasi in stregoni. Un tecnico molto superstizioso, per esempio, era lo svedese Nils Liedholm, che negli alberghi dei ritiri non voleva mai le camere numero 13 o 17 e che partiva per le trasferte sempre in determinati orari, risultati favorevoli in precedenza».

 

Quello del calcio è uno degli ambienti più superstiziosi. Si va da gesti come i calzettoni abbassati di Omar Sivori o la maglietta fuori dai pantaloncini di Franco Baresi fino a piccoli rituali, come quello di Antonio Cabrini che non si radeva prima della partita o di Michel Platini che baciava il pallone prima di calciare un rigore. Si passa da amuleti innocui, come il braccialetto di cuoio al polso destro di Gigi Riva o l'orsetto di peluche nella porta del beloa Jean- Marie Pfaff a vere manie: Renzo Ufivieri, ai tempi in cui allenava il Bologna, si sedeva in panchina indossando lo stesso cappotto anche in estate, mentre l'olandese Ruud Gullit avrebbe fatto qualunque cosa tranne allacciarsi le scarpe da seduto.

 

La trasmissione televisiva Le jene ancora oggi distribuisce magliette portafortuna a molti calciatori, che non esitano a mostrarla dopo aver segnato un gol.

 

Infine ci sono i "professionisti" del malocchio: non sono mancati in passato spargimenti di sale nelle aree di rigore, maghi e fattucchiere al capezzale di squadre vicine alla retrocessione, e addirittura presidenti di club di Serie A, come il defunto Romeo Anconetani, padre-padrone del Pisa, che si armavano di cometti e zampe di coniglio per aiutare i propri giocatori.

 

Fragilità psicologica

«Se è vero» conclude Cabrini «che si tratta quasi sempre di manie innocue che possono avere effetti positivi, è altrettanto certo che chi si affida ossessivamente a riti, amuleti e superstizioni denota una certa fragilità psicologica. Così come l'atleta che non crede di riuscire a superare una prova ricorre al doping, chi si serve di questi mezzucci non ha la tranquillità interiore che dovrebbe avere, oltre a dimostrare una creduloneria che non depone a suo favore. I Greci ringraziavano gli dei con un sacrificio, oggi c'è chi si fa il segno della croce o chi prega divinità più pagane nella speranza che la palla, colpendo il palo, entri in porta invece di uscire».

 

Sarà, ma resta il fatto che questi atteggiamenti sono ben radicati. Anzi, continuano a manifestarsi anche a traguardo raggiunto, perché i voti fatti agli dei vanno rispettati, come hanno dimostrato Beppe B , che si è tagliato i baffi dopo la vittoria nei Mondiali di calcio del 1982, e gli improvvisi e abbaglianti capelli tinti di biondo dei giocatori della Sampdoria tricolore del 1991, di Marco Pantani e della sua squadra dopo il Tour 1998 e della Romania ai Mondiali i di Francia 1998. E dire che Ecuro, 2.300 anni fa, avvertiva: é stolto chiedere agli dei ciò che ci si può procurare da soli».

 

Daniele Bresciani

Sulla superstizione erroneamente attribitia agli atleti ..................

 

Marco Chisotti

 

 

Credo sia opportuno, fare chiarezza su ciò che erroneamente viene detto della superstizione attribuita agli atleti per i loro gesti ed i loro riti prima durante e dopo la loro performance, di cui sono riportati dalla stampa diversi articoli in merito.

 

 

Come da tempo sosteniamo e sviluppiamo all'interno della nostra esperienza di ricerca e formazione all'interno del Dipartimento di Psicologia dello Sport, gli atleti, al contrario di ciò che si dice sul loro comportamento, non cercano di propiziarsi la buona sorte, anche se quella é l'ingenua attribuzione di significato che viene loro attribuita in tali circostanze e che loro stessi spesso dichiarano di fare, il loro é un rituale che risulta fondamentale alla costruzione ed al mantenimento di un preciso stato mentale di riferimento, anche se sviluppato con dichiarati fini differenti, testimoni di una semplicistica spiegazione in merito.

 

Ogni atleta che riceve un adeguata formazione psicologica sa quanto sia fondamentale trovare uno stato mentale adeguato ai risultati che si desidera ottenere, lo stato mentale é definibile, in poche semplici parole, un equilibrio dinamico che si struttura in una persona tra i propri pensieri e le sensazioni ad essi legate, uno stato mentale adeguato alla performance é un equilibrio che é stato raggiunto dall'atleta attraverso le ripetute esperienze dell'allenamento, nel continuo tentativo di fissare le esperienze mentali riuscite in prospettiva alle prove future da sostenere.

 

E' utile considerare che ogni individuo, e l'atleta non fa eccezione, struttura nel tempo un proprio equilibrio di competenza, stato mentale legato ad una specifica competenze acquisita e ripetuta, ed ogni competenza si lega strettamente ad uno stato mentale tanto da fornire ad esso come un unico "pacchetto" di esperienza da cui attingere ogni volta che se ne ha bisogno.

 

Esperienze differenti vissute "sotto" un differente stato mentale, ad esempio una competenza vissuta in uno stato mentale ansioso, non conducono alla fonte di apprendimento e dunque di memoria, acquisite nel tempo, "sotto" il corretto stato mentale di riferimento, al contrario spostano l'individuo da quell'equilibrio orientando la persona ad uno stato mentale differente, dunque estraneo agli allenamenti ripetuti e consolidati nel tempo "sotto" lo stesso stato mentale funzionale al risultato ottimale.

 

Il principio nel suo funzionamento é molto simile alla fenomenologia della preparazione mentale ad un risultato scolastico, solitamente il buon studente studia in un un contesto di tranquillità interiore, altrimenti non riesce a concentrarsi, ed esteriore, almeno questo é il clima che si tende a generare attorno a noi stessi quando desideriamo concentrarci e "rendere", nel momento che ripetiamo l'allenamento, preparazione ad esempio di un esame universitario, ripetiamo tutto il contesto che circonda il nostro essere concentrati dentro e fuori di noi, in tal modo fissiamo l'esperienza e memorizziamo, associamo ad un preciso stato mentale di riferimento la nostra esperienza positiva di apprendimento, così di seguito almeno fino a che non decidiamo per una qualche ragione, come fiducia nella preparazione, consapevolezza nei propri mezzi di provare a dare l'esame.

 

Ora nel momento che ci ritroviamo a dare l'esame é fondamentale che ritroviamo in noi quello stato mentale adeguato alla riuscita preparazione dello stesso esame, stato mentale per altro ripetuto e rinforzato dalle molteplici riproduzioni dello stesso avvenute durante le nostre "simulate" preparazioni avvenute.

 

Solo se ritroviamo noi stessi, cioé a dire lo stato mentale vissuto e rivissuto in allenamento, noi siamo in grado di "ricordare" la nostra esperienza associata, al contrario, ogni tentativo di riuscita che avviene in un clima differente, diverso stato mentale di riferimento, non é in grado di riportarci alla nostra competenza acquisita nonché al pacchetto di esperienza funzionale ad esso collegato.

 

L'atleta dunque compie dei gesti che nella loro apparente "ingenuità" permettono molto spesso di accedere a quello stato mentale adeguato alla performance, l'unico stato che porta con sé tutto il "pacchetto" di esperienze funzionali per tanto tempo esercitate (dunque "vincenti" rispetto ad altre possibili) ad esso correlate, tali gesti fungono da "ancora" o segnali, interruttori di ingresso, come lo si vogliano chiamare, allo stato mentale di riferimento, senza il quale la performance risulta come "non allenata" e dunque "non funzionale" allo scopo a cui per tanto tempo ci si é allenati.

 

Non sono dunque "rassicurazioni interiori" o "riti scaramantici" nonché "manie innoque" come si riporta nell'articolo, bensì chiare fenomenologie di "richiamo" (ancoraggio, legame, stretto collegamento) dell'atleta ad un suo preciso stato mentale di riferimento, solo a seguito di un protratto e ripetuto "monoideismo" (unica idea presa in considerazione dalla persona) di riferimento, la mente dell'atleta é pronta ad una precisa ed assoluta concentrazione mirata (focus attentivo, punto attrattore o di convergenza ecc.).

 

Questi gli ultimi traguardi della Psicologia dello Sport e delle sue applicazioni nell'allenamento mentale dell'atleta, come nello studio degli stati mentali e del loro sviluppo all'interno dell'esperienza dell'individuo, nella possibilità di permettere all'atleta stesso di gestire pienamente ed autonomamente la propria prestazione utilizzando un personale segnale (come un interruttore on/off) di attivazione e disattivazione del proprio stato mentale di eccellenza (preciso "pacchetto" a cui fare riferimento durante tutta la propria prestazione).

 

Questo é ciò che portiamo avanti da tempo al Dipartimento di Psicologia dello Sport, monitorando con la ricerca i risultati ottenuti sviluppati con i nostri atleti, attraverso la tecnica "madre"se vogliamo così ricordarla, da cui sono nate le più moderne metodiche di allenamento mentale, training autogeno, P.N.L. (Programmazione Neuro Linguistica) mental training e così via, naturalmente un ipnosi che oggi é possibile comprendere nel suo reale funzionamento nei confronti dell'individuo (pensiamo al solo '"effetto placebo" legato allo studio ed alla ricerca sull'effettiva utilità di un farmaco) grazie ai recenti contributi che neuroscienze, costruttivismo e cibernetica hanno saputo apportare allo studio della moderna psicologia.

 

 

Marco Chisotti

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