La verità non ha nome ......

 

 

" La verità non ha nome; pur essendo conoscenza assoluta, essa è conoscenza senza nome, vale a dire senza dualità tra l'oggetto conosciuto ed il soggetto conoscente; oggetto conosciuto e soggetto conoscente si fondono nella medesima ed unica realtà, l'uno integrato nell'altro in modo da riassorbire qualsiasi scissione."

 

- T. Deshimaru ( Maestro Zen ) -

 

La vera realtà ti passa tra le dita, non è fermata dalla conoscenza, non ha confini, non ha forma è puro processo, divenire, un contenitore che trascende i propri confini, ne forma, ne spazio, ne tempo, è una dimensione che trascende ogni dimensione.

 

E' lo spazio tra le dita, ciò che unisce, ciò che connette me con te con l'altro, è un evadere il presente, un non trovare, un non c'è, e l'esito di questo cercare è ancora nulla di conosciuto.

 

La conoscenza è ciò che è ovvio, scontato è la realtà a cui siamo abituati, è vedere l'altro attraverso i confini di noi stessi, delle nostre attese, delle nostre risorse delle possibilità, dei pregiudizi, dei limiti definiti, della realtà così come ci appare confezionata da un senso compiuto, letterale razionale.

 

La vera realtà comincia dove iniziano le emozioni, l'impalpabile che muove dal profondo, che fa inebriare, girare la testa, che provoca gioia, amore, che porta passione, che spinge per avere, per sentire, mai per raggiungere, perché è fuga, alea, dubbio, incertezza ed ancora un elettrizzante ondata di emozioni, questa la vera realtà.

 

Ma dove il limite misura, dove l'occhio sa girarsi, dove il senso si compie, dove si sa guardare li sbuca l'ovvio, la noia prende il sopravvento, i confini tolgono il respiro nel quotidiano, si vuole e si cerca l'infinito, l'emozione del nuovo, dell'impossibile, si desidera la magia, lo spettacolo che fa sognare, sperare, che allontana da ciò che chiude, che impera e sovrasta su di noi.

 

Lo spettacolo che cela le vere ragioni le regole del gioco, quello è apprezzato, è la maschera che amiamo portare, che amiamo levarci solo per scherzo tanto da trasformare il dubbio in certezza e la certezza in nuovo dubbio. Cerchiamo chi possa accompagnarci, guidarci, condurci si da non dover scegliere, guardare, cercare, legittimare, sentire il nostro destino, viverlo, meglio lasciarsi andare, in fondo non è un nostro problema.

Il profilo non ha volto, è una linea che delinea una possibile sagoma, è il confine immaginario, la via di mezzo, oltre non c'è più, entro rimane si chiarisce, ci da la possibilità di orientarci, la nostra identità è il confine dell'apparenza, il profilo del senso compiuto di noi, è la non realtà, ciò che non si conosce di noi è la vera realtà, quello che ancora non ha nome, non si proietta ne si identifica, ma noi non riusciamo a stare legati alla verità che non ci porta un nome, che non ci da un oggetto, un identificazione, il confine è il limite che cerchiamo per nasconderci nel detto, nello scontato, nell'apparente motivazione ad esistere, e siamo appagati da quell'idea, solo quella ci basta, si compie il miracolo interno dell'identificazione, dell'appagamento, ci bastiamo e li nasce la nostra fine, nasce il confine, il profilo che ci obbliga a diventare, ad obbedire a limitare, non più dubbi, solo certezze di una realtà che si fa padrona, di una conoscenza che ci trattiene, si prende beffa di noi, e noi dietro a credergli, a formare tanti animi a rimanergli fedeli, insieme per sempre, e l'attaccamento, l'inossidabile legame con ciò che ci è stato impartito e che tramandiamo senza volerlo, senza sentirlo.

 

Se si vuole pensare si deve frequentare il mondo incompiuto di un indefinibile non confine tra noi ed il resto, lasciarsi ridere, deridere, scherzare di noi della vita che conduciamo, non dovremmo più e questo non ci farebbe più sentire, non ci darebbe il senso del valore, del bene e del male, nella dualità al contrario ritroviamo subito i confini, il bene traccia la sua linea, il suo profilo proprio dove la sua ombra, il male, lascia il proprio, ed il gioco è fatto, noi obbediamo alle regole della differenza che noi stessi abbiamo creato, i confini sono il canovaccio a cui dare rispetto nel rispecchiarsi, ed i ruoli ed il gusto e gli abbinamento, ciò che è meglio ciò che è peggio, e la convinzione in ciò che si è e si rappresenta, che grande giostra che ruota all'impazzata, che ci trasporta senza mai tradire i propri limiti, il giogo che pone sul capo di ognuno.

 

In fondo credere è organizzare, produrre, limitare per rendere intelleggibile, per permettere di orientarsi, è sano credere, credere fa credere, è il principio della forma, della conoscenza, si fanno le distinzioni e poi ci si identifica attraverso le distinzioni fatte, è il principio della minima consapevolezza, della condizione minima di causa sufficiente e necessaria perché possiamo operare quell'abbinamento, creare quel legame, poi le conseguenze quelle si dimenticano, non ci appartengono, non le vogliamo sentire, le neghiamo, non arrivano mai subito, si fanno aspettare, le conseguenze di ciò in cui crediamo ci impegnano a rimaner fedeli alle prime distinzioni, alla causa sufficiente e necessaria per credere.

 

Com'è vero che sembra vero ma è vero, sembra e dunque può essere e se da effetti diviene consuetudine, mi convince, ci credo ora è vero, non lo dubito più ma non lo cerco più neppure il vero, lo lascio per costruirci sopra altro, è la condizione della scienza creare l'inconfutabile ed in fondo costruire il limite, il profilo, il confine.

 

In fondo quello che succede nell'immediato ci incanta, non stiamo a guardare tanto in là, non possiamo guardare oltre ai confini del nostro pensare, legare assieme, spiegare, non possiamo guardare oltre a ciò che crediamo, "…… ed un immagine ci teneva prigionieri. E non potevamo venirne fuori perché giaceva nel nostro linguaggio …." (Wittgenstein), in fondo stiamo nelle superstizioni che ci siamo creati e li non troviamo altro, leghiamo ogni effetto alla loro causa e viviamo le esperienze che sono la causa del nostro mondo, della realtà che ci circonda, la realtà vera è oltre a quei confini che spieghiamo, è oltre al linguaggio, non si può conoscere ne ciò che si conosce ne ciò che non si conosce, ciò che si conosce non ha bisogno di essere conosciuto, e ciò che non si conosce perché non si sa da dove cominciare.

 

In fondo il presupposto della verità è ciò che deve essere vero perché la verità abbia un senso, ma cosa può essere vero più della verità stessa, il nome della rosa non è la rosa, il nome non è la cosa, la cosa che ha nome non è la verità, la verità non ha nome, ne forma, ne si distingue, è il principio dell'indifferenziato, ciò di cui non si può parlare ed io vivo in questo paradosso, non accetto di essere spiegato o guidato, ne di credere a verità che non possono essere verità per principio, qual'è il presupposto del presupposto del presupposto ……... cos'è che deve essere vero perché ciò che conosciamo come vero abbia un senso?

 

La verità è la sabbia che ti passa tra le dita e tu non puoi fermarla perché se ci provi la perdi, la verità è ciò che non può essere conosciuto, la verità rimane una pura suggestione che si regge da sola a cui noi tutti ci aggrappiamo assieme per non sentirci soli e finiti nella stessa conoscenza.

 

 
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