Sulla superstizione erroneamente attribitia agli atleti ..................

Marco Chisotti

Credo sia opportuno, fare chiarezza su ciò che erroneamente viene detto della superstizione attribuita agli atleti per i loro gesti ed i loro riti prima durante e dopo la loro performance, di cui sono riportati dalla stampa diversi articoli in merito.

 

Come da tempo sosteniamo e sviluppiamo all'interno della nostra esperienza di ricerca e formazione all'interno del Dipartimento di Psicologia dello Sport, gli atleti, al contrario di ciò che si dice sul loro comportamento, non cercano di propiziarsi la buona sorte, anche se quella é l'ingenua attribuzione di significato che viene loro attribuita in tali circostanze e che loro stessi spesso dichiarano di fare, il loro é un rituale che risulta fondamentale alla costruzione ed al mantenimento di un preciso stato mentale di riferimento, anche se sviluppato con dichiarati fini differenti, testimoni di una semplicistica spiegazione in merito.

 

Ogni atleta che riceve un adeguata formazione psicologica sa quanto sia fondamentale trovare uno stato mentale adeguato ai risultati che si desidera ottenere, lo stato mentale é definibile, in poche semplici parole, un equilibrio dinamico che si struttura in una persona tra i propri pensieri e le sensazioni ad essi legate, uno stato mentale adeguato alla performance é un equilibrio che é stato raggiunto dall'atleta attraverso le ripetute esperienze dell'allenamento, nel continuo tentativo di fissare le esperienze mentali riuscite in prospettiva alle prove future da sostenere.

 

E' utile considerare che ogni individuo, e l'atleta non fa eccezione, struttura nel tempo un proprio equilibrio di competenza, stato mentale legato ad una specifica competenze acquisita e ripetuta, ed ogni competenza si lega strettamente ad uno stato mentale tanto da fornire ad esso come un unico "pacchetto" di esperienza da cui attingere ogni volta che se ne ha bisogno.

 

Esperienze differenti vissute "sotto" un differente stato mentale, ad esempio una competenza vissuta in uno stato mentale ansioso, non conducono alla fonte di apprendimento e dunque di memoria, acquisite nel tempo, "sotto" il corretto stato mentale di riferimento, al contrario spostano l'individuo da quell'equilibrio orientando la persona ad uno stato mentale differente, dunque estraneo agli allenamenti ripetuti e consolidati nel tempo "sotto" lo stesso stato mentale funzionale al risultato ottimale.

 

Il principio nel suo funzionamento é molto simile alla fenomenologia della preparazione mentale ad un risultato scolastico, solitamente il buon studente studia in un un contesto di tranquillità interiore, altrimenti non riesce a concentrarsi, ed esteriore, almeno questo é il clima che si tende a generare attorno a noi stessi quando desideriamo concentrarci e "rendere", nel momento che ripetiamo l'allenamento, preparazione ad esempio di un esame universitario, ripetiamo tutto il contesto che circonda il nostro essere concentrati dentro e fuori di noi, in tal modo fissiamo l'esperienza e memorizziamo, associamo ad un preciso stato mentale di riferimento la nostra esperienza positiva di apprendimento, così di seguito almeno fino a

che non decidiamo per una qualche ragione, come fiducia nella preparazione, consapevolezza nei propri mezzi di provare a dare l'esame.

Ora nel momento che ci ritroviamo a dare l'esame é fondamentale che ritroviamo in noi quello stato mentale adeguato alla riuscita preparazione dello stesso esame, stato mentale per altro ripetuto e rinforzato dalle molteplici riproduzioni dello stesso avvenute durante le nostre "simulate" preparazioni avvenute.

Solo se ritroviamo noi stessi, cioé a dire lo stato mentale vissuto e rivissuto in allenamento, noi siamo in grado di "ricordare" la nostra esperienza associata, al contrario, ogni tentativo di riuscita che avviene in un clima differente, diverso stato mentale di riferimento, non é in grado di riportarci alla nostra competenza acquisita nonché al pacchetto di esperienza funzionale ad esso collegato.

 

L'atleta dunque compie dei gesti che nella loro apparente "ingenuità" permettono molto spesso di accedere a quello stato mentale adeguato alla performance, l'unico stato che porta con sé tutto il "pacchetto" di esperienze funzionali per tanto tempo esercitate (dunque "vincenti" rispetto ad altre possibili) ad esso correlate, tali gesti fungono da "ancora" o segnali, interruttori di ingresso, come lo si vogliano chiamare, allo stato mentale di riferimento, senza il quale la performance risulta come "non allenata" e dunque "non funzionale" allo scopo a cui per tanto tempo ci si é allenati.

 

Non sono dunque "rassicurazioni interiori" o "riti scaramantici" nonché "manie innoque" come si riporta nell'articolo, bensì chiare fenomenologie di "richiamo" (ancoraggio, legame, stretto collegamento) dell'atleta ad un suo preciso stato mentale di riferimento, solo a seguito di un protratto e ripetuto "monoideismo" (unica idea presa in considerazione dalla persona) di riferimento, la mente dell'atleta é pronta ad una precisa ed assoluta concentrazione mirata (focus attentivo, punto attrattore o di convergenza ecc.).

 

Questi gli ultimi traguardi della Psicologia dello Sport e delle sue applicazioni nell'allenamento mentale dell'atleta, come nello studio degli stati mentali e del loro sviluppo all'interno dell'esperienza dell'individuo, nella possibilità di permettere all'atleta stesso di gestire pienamente ed autonomamente la propria prestazione utilizzando un personale segnale (come un interruttore on/off) di attivazione e disattivazione del proprio stato mentale di eccellenza (preciso "pacchetto" a cui fare riferimento durante tutta la propria prestazione).

Questo é ciò che portiamo avanti da tempo al Dipartimento di Psicologia dello Sport, monitorando con la ricerca i risultati ottenuti sviluppati con i nostri atleti, attraverso la tecnica "madre"se vogliamo così ricordarla, da cui sono nate le più moderne metodiche di allenamento mentale, training autogeno, P.N.L. (Programmazione Neuro Linguistica) mental training e così via, naturalmente un ipnosi che oggi é possibile comprendere nel suo reale funzionamento nei confronti dell'individuo (pensiamo al solo '"effetto placebo" legato allo studio ed alla ricerca sull'effettiva utilità di un farmaco) grazie ai recenti contributi che neuroscienze, costruttivismo e cibernetica hanno saputo apportare allo studio della moderna psicologia.

 

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