Commissione di psicologia dello sport
Spunti dal Convegno Nazionale di Siracusa
“Movimenti del Corpo. La psicologia dello sport tra ricerca
ed applicazione”
di Giuseppe Vercelli
L’importante convegno
nazionale di Siracusa (28-30 giugno 2001) ha messo bene in evidenza come
l’attività sportiva non si esaurisca in un movimento del corpo,
del quale è comunque espressione e rappresentazione esemplare. Lo sport
veicola messaggi che vanno molto oltre gli specifici obiettivi motori, svelando
nella complessità del gesto delicate operazioni mentali, ricerca di
significati personali e collettivi, produzioni simboliche che attraversano
costantemente ogni evento sportivo.
Il convegno si è
articolato su tre nuclei tematici ben precisi. In una prima fase si è
valutato lo stato dell’arte sul contributo della psicologia in ambito
sportivo. Nella seconda sono stati dibattuti gli elementi caratterizzanti la
psicologia dello sport: formazione, applicazione, ricerca di nuovi modelli di
intervento. Nella terza fase si è delineata la nuova realtà dello
sport, tesa tra l’epos, generato dal conflitto simulato, ed il marketing,
prodotto da una inevitabile commercializzazione. Lo sport è quindi
valutato nella sua accezione più allargata, come esperienza di incontro,
di confronto, di conoscenza, di comunicazione ed anche come importante elemento
che facilita e promuove processi di interazione più ampi, anche nella
direzione di una autentica integrazione culturale.
Ecco in sintesi alcuni
spunti su quanto emerso dalle principali relazioni.
La prestazione sportiva
ad altissimo livello. Lo psicologo
dello sport è prima di tutto lo psicologo della normalità a
livelli eccezionali, cioè colui in grado di servire la genialità,
intesa come potenziamento di facoltà che gli individui utilizzano sempre
a livelli minori.
Lo psicologo che voglia
essere il facilitatore ed il mediatore dell’ottimizzazione della
prestazione deve cercare la normalità invece che la patologia ed
esaltarla stimolando l’intelligenza motoria dell’atleta, sapendo
regolare i tempi del singolo e della squadra, favorendo quella
familiarità con il compito da svolgere che ha come obiettivo
l’utilizzo ottimale dell’energia. Deve avere l’umiltà
di lasciarsi studiare dall’atleta prima di intervenire. Il percorso di
ottimizzazione passa attraverso la massima consapevolezza di ciò che
accade all’interno del proprio corpo, sapendo utilizzare saggiamente i
segnali che da esso provengono per la costruzione dello stato mentale ottimale.
Anche la gestione dei rapporti interpersonali deve essere allenata, ricordando
che il talento motorio è fondamentale ma non definitivo per
l’atleta ad altissimo livello.
Il detto antico “mens
sana in corpore sano” non può essere più considerato come
rapporto di causa effetto se non si tiene in considerazione l’ambiente
dell’atleta e la definizione di salute come benessere fisico, psichico e
sociale.
Fratello Sport, sorella
Natura. Innestare la psicologia nei
muscoli e portare lo sport nella prospettiva di vita della persona: solo in
questo modo si potrà combattere e vincere il doping, ormai troppo
diffuso per essere controllato se non con una nuova visione culturale della
competizione e del movimento. La competizione non è solo un fatto di
muscoli ma anche di una mente pronta, elaborazione di un processo che porta
all’osservazione dei migliori atleti e dei migliori allenatori per
cogliere i principi che essi utilizzano, consapevolmente o meno, per renderli
percepibili ai sensi.
Mantenere la prestazione. La psicologia dello sport deve utilizzare i
principi della psicologia in generale per rendere esportabili gli studi e le
ricerche effettuate sui singoli atleti e sulle squadre d’elite. Lo
psicologo ha il dovere di colloquiare con tutte le figure che appartengono
all’ambiente dell’atleta, per avere sempre un riferimento rispetto
agli antecedenti che influenzano la prestazione ottimale. Gli atleti che si
mantengono ad elevati livelli per lunghi periodi paiono possedere una totale
sicurezza in se stessi, una ben precisa routine pre-gara, una strutturata e
funzionale esecuzione e ripetizione mentale degli schemi ed un’ottima
organizzazione degli elementi di rendimento.
Leggere
l’esperienza, riabilitare migliorando. Gli strumenti di indagine della psicologia dello sport permettono, con
un adeguato screening psicodiagnostico, di valutare la propensione
all’infortunio (accident proneness). Quando l’atleta è
infortunato passa obbligatoriamente attraverso quattro fasi psicologiche nel
suo periodo riabilitativo e cioè: negazione, collera, depressione ed
accettazione. E’ compito dello psicologo facilitare il processo di
autoguarigione dell’atleta, trasformando i suoi punti di debolezza in
punti di forza, allargando i
confini del suo mondo tramite la sua esperienza. Gli atleti che riabilitano
meglio hanno elevata motivazione interna, appoggio sociale, elevata autostima.
L’attività futura della Commissione prevede una ulteriore ricerca e sviluppo delle tematiche di competenza della psicologia dello sport con particolare attenzione a due aree principali: la prima è quella che approfondirà i temi attinenti allo sport competitivo, l’altra quella che si orienterà verso lo sport giovanile non competitivo e l’educazione sportiva come prevenzione del disagio.
E’ prevista inoltre una stesura di un ipotetico profilo professionale dello psicologo dello sport e l’identificazione dei parametri di qualità per la valutazione dell’attività dello psicologo, conformemente a quanto richiesto dal Consiglio Nazionale.