Considerazioni brevi sull'agire

 

Quando dirigo i miei occhi verso quello che penso sia un albero, ricevo un'immagine di qualcosa di verde. Ma quest'immagine non è all'esterno. Crederlo è una forma di superstizione, perché l'immagine è una creazione mia, prodotto di molte circostanze, compresi i miei preconcetti.

 

Gregory Bateson

 

 

E come allora mi è noto che cosa è uomo, che cosa pietra e così via per ciascuna cosa che so?

Nulla di queste cose sai, ma ritieni di sapere.

 

Nicola Da Cusa

 

Quel che i nostri occhi vedono, in generale, sia ciò un'azione, una pietra, una celletta di cera o la chioma di un albero, è conseguenza di informazioni contenute primitivamente nel referente esterno della nostra percezione e successivamente "replicate" nella nostra mente grazie ai nostri organi di senso? Oppure quel che i nostri occhi vedono è il prodotto di processi vitali interni alla mente, di processi creativi largamente inconsapevoli, di autonome attribuzioni di significato alle nostre esperienze percettive? O come si chiede bene Heinz von Foerster (1990): crediamo in ciò che vediamo o vediamo ciò in cui crediamo?

 

La difficoltà alla risposta deriva, credo, dal fatto che quel tipo di domanda ci obbliga a interrogarci simultaneamente, in modo diverso dal solito, a due livelli diversi, connessi fra loro in termini complementari, come nella cascata di Escher dove il flusso dell'acque é "impossibile" nel suo procedere benché all'osservazione (l'agire visivo) risulti regolare ed armonioso (figura qui sotto):

Il livello delle cose viste e il livello dei processi che rendono possibile vedere le cose.

Ci obbliga insomma a interrogarci insieme su cos'è che vediamo e su com'è che vediamo. Esercizio faticoso, poiché contrasta con una radicata abitudine di pensiero di noi occidentali, usi a ritenere ovvia la separazione fra i due livelli: che collochiamo infatti tradizionalmente in due distinte aree del sapere: ontologia ed epistemologia.

Scrive a questo proposito Bateson:

 

Nella storia naturale dell'essere umano vivente, l'ontologia e l'epistemologia non possono essere separate. Le sue convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che lo circonda determineranno il suo modo di vederlo e di agirvi, e questo suo modo di sentire e di agire determinerà le sue convinzioni sulla natura del mondo. (VEM, p. 345). La coscienza rimane una peculiarità straordinaria della nostra specie, ma lo scenario nel quale essa pone allo specchio della natura la fatidica domanda sulla propria identità non è più lo stesso. Non è più quello dicotomico dell'ape e dell'architetto, ma quello ecosistemico della struttura che connette:

 

Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l'ameba da una parte e lo schizofrenico dall'altra? (Mente e Natura, p. 21).

 

Ancora Bateson riporta:

 

Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con un'ascia; ogni colpo d'ascia è modificato o corretto secondo la forma dell'intaccatura lasciata nell'albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscofi-ascia-colpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente immanente.

 

In questo brano i processi mentali non sono appannaggio del soggetto umano, la coscienza rimane una peculiarità straordinaria della nostra specie, ma lo scenario nel quale essa pone allo specchio della natura la fatidica domanda sulla propria identità non è più lo stesso. Non è più quello dicotomico dell'ape e dell'architetto, ma quello ecosistemico della struttura che connette:

 

Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l'ameba da una parte e lo schizofrenico dall'altra? (Mente e Natura, p. 21).

 

 

E ancora riporto Bateson che dopo alcune precisazioni inerenti il funzionamento del "sistema totale" ora menzionato scrive:

 

Ma non è questo il modo in cui l'occidentale medio vede la sequenza degli eventi che caratterizzano l'abbattimento dell'albero; egli dice: "Io taglio l'albero", e addirittura crede che esista un agente delimitato, I' 'io', che ha compiuto un'azione "fínalistica" ben delimitata su un oggetto ben delimitato. (Verso un Ecologia della Mente, p. 349).

 

A questo punto possiamo tentare di dare un nome all'abito mentale ecosistemico che si viene delineando. Potrebbe essere l'abito di Alice. Riprendendo Alice nel paese delle meraviglie, la scena dell'incontro degli strani giochi con la regina rossa, lo strano croquet che Alice si trova a dover giocare nel bizzarro regno della regina: il terreno è tutto zolle, le palle da colpire con la mazza sono dei porcospini, gli archetti sotto cui spedirle sono carte da gioco viventi (soldati della regina) piegati in due e, dulcis in fundo, la mazza che Alice si trova fra le mani è un simpatico fenicottero che si volta a guardarla in modo buffo. Ebbene, che fare? Si potrebbe cercare di ricondurre le condizioni del gioco a una possibilità di controllo sugli elementi del processo, oppure smettere di giocare. In questo modo viene automaticamente scartata una terza possibilità, che mi piace attribuire ad Alice: quella di cambiare tipo di gioco, assumendo di essere una parte, non dominante né dominata, del più ampio sistema di relazioni che la include e che essa, reciprocamente, contribuisce a mantenere. Il cambio di abito mentale potrebbe allora essere così sinteticamente descritto: dal pilotaggio unilaterale del noto-dato (il conosciuto, l'ovvio, l'aspettativa che si "auto avvera") in certe condizioni (come lo tato di coscienza vigile, il cosidetto reale che ci circonda) al copilotaggio multilaterale dell'ignoto-costruito, condizioni incluse, artefice di un cambiamento di livello epistemologico, cognitivo/organizzativo (cambiare i presupposti cognitivi, operativi, organizzativi).

 

L'abito mentale di Alice non é usuale, è presente la nozione di sistema, che ritroviamo ("sistema totale") nel brano sull'albero e il taglialegna, ma che percorre, più in generale, l'intera opera di Bateson (il quale, ricordiamolo, fu parte del prestigioso gruppo interdisciplinare che, a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, diede vita alla cibernetica, alla teoria dei sistemi e alla teoria dell'informazione).

Tale nozione è oggi di uso comune. Lo è spesso, tuttavia, in un'accezione che potrebbe trarre in inganno - a parte, s'intende, il dio Eco, che come sappiamo non si lascia beffare. Si dice, in breve, che: un sistema è un insieme di parti fra loro interconnesse, alludendo con questo all'esigenza di tener presenti le parti per capire il tutto e il tutto per capire ogni singola parte.

In questo senso, la nozione di sistema è intuitivamente applicabile tanto al contesto dell'albero e del taglialegna quanto allo strano croquet di Alice. Ma non è tanto la reciproca implicazione di parti e tutto - ecco la precisazione necessaria - a caratterizzare l'abito di Alice. Quanto l'idea che quelle parti, quel tutto e le relazioni che li connettono sono, non meno dell'immagine 'verde' richiamata dalla citazione in testa a queste note, creazioni di Alice, "prodotto di molte circostanze, compresi i [suoi] preconcetti", creazioni di una parte del sistema, o meglio: co-creazioni di una parte connessa sistemicamente ad altre insieme alle quali co-emerge e co-evolve, co-generando quello che esse pensano essere un sistema.

Credere, all'opposto, che i "sistemi" siano cose che esistono come tali nel mondo là fuori è cadere in una sistemica reificante: "... una delle grandi tentazioni per la teoria dei sistemi è quella di reificare i concetti teorici" (VEM, p. 369). E' cadere, potremmo dire ancora, in una forma di superstizione, esser tentati da una scorciatoia alla via del pilotaggio unilaterale, senza la possibilità di intervenire.

Il mondo del vivente funziona ordinariamente, a mio modo di vedere, proprio come nel croquet di Alice, lei si muove nel suo ambiente, che gli appartiene ignorando la visione ecosistemica, i processi relazionali e le autonomie. In altri termini: il gioco è quello di Alice, ma, per dirla con le parole del cantautore Francesco De Gregori, tutto questo Alice non lo sa.

 

Il problema di mettersi nei panni di Alice - di un'Alice che sa - non riguarda soltanto chi si trovi nella posizione di Alice, ma anche chi si trovi in quella del fenicottero. Se questi agisse pensando che chi lo sta impugnando è un individuo che lo manovra, e cioè assumendo a propria volta la premessa epistemologica del pilotaggio unilaterale, si troverebbe di fronte a due sole vie: accettare il gioco (e nel suo caso sarebbe subordinarsi) o rifiutarlo (e nel suo caso sarebbe rivoltarsi) e questo è un dilemma molto presente in tutti coloro che portano avanti un impegno educativo!.

Se d'altronde qualcuno provasse a suggerire a questo fenicottero la terza via, quella del co-pilotaggio, rischierebbe di passare per emissario di colui che porta avanti il gioco, poco importa se in buona o in mala fede.

Credere in un mondo fatto di individui considerati come architetti del loro mondo, o di api e di cera è vedere solo architetti, api e cera, e dunque vedere di continuo confermate le proprie credenze e le proprie convinzioni percettive. Come agirà domani il nostro fenicottero, che può rappresentarci l'ambiente, se, stanco di sentirsi "manovrato", modellato come cera, si rivolterà e riuscirà a prendere il mitico posto dell'architetto? Tenterà di cambiare, allora, il tipo di gioco, sostituendovi lo strano croquet della regina rossa? Ma un nuovo individuo architetto che tenta di giocare al croquet di Alice non è forse ancora Alice stessa?.

 

Dal momento in cui sorge il sospetto che la finalità stia nell'occhio di un osservatore che crede nella finalità, l'immagine dell'evoluzione cambia. Edgar Morin (1980) parla, ad esempio, di autofinalità: vivere per vivere; in questo senso, la finalità del vivente non sta altro che nella storia, scritta giorno dopo giorno, di quello che fanno gli esseri viventi, coevolvendo attraverso relazioni a un tempo complementari e antagonistiche. E' la direzione in cui si muovono gli studi sull'autopoiesis, ovvero sulla logico auto-produttiva del vivente, dove a sopravvivere non è il più adatto, ma semplicemente l'adatto (Maturana, Varela, 1985); dove sopravvive, tautologicamente, chi sopravvive: chi mantiene la propria organizzazione e il proprio accoppiamento con i più vasti ecosistemi di cui è parte. Finché ce la fa, cioè finché vive, è adatto, e questo ha il suo prezzo: non si passa, per intenderci, da una finalità basata sulla lotta a una basata sull'armonia, ma all'autofinalità, che è fatta a un tempo di complementarità e antagonismo.

 

Bateson delineava qualcosa di strettamente analogo, quando parlava della tendenza all'auto-cicatrizzazione della Creatura - termine di derivazione Junghiana con il quale designava l'insieme dei viventi in quanto distinto dal non vivente, detto a propria volta Pleroma, considerando il concetto di Creatura come fosse un individuo, possiamo leggere ancora di Bateson:

 

Se la si lascia stare, qualunque ampia porzione di Creatura tende a stabilizzarsi verso la tautologia, cioè verso una coerenza interna di idee e di processi. Ma ogni tanto la coerenza si lacera, la tautologia si infrange come la superficie di uno stagno quando vi si getta un sasso. Poi, lentamente ma immediatamente, la tautologia comincia a guarire. E la guarigione può essere spietata: nel corso di questo processo possono venire sterminate intere specie (Mente e Natura, p. 272).

 

La tautologia cicatrizzante non è l'armonia che tutto conserva: può comportare prezzi altissimi. La Creatura è a un tempo bella e terribile, inseparabilmente. Come l'incorruttibile dio Eco. Come Shiva, danza creatrice e distruttrice. Come Abraxas, il dio gnostico, bellissimo e terribile, del giorno e della notte (cfr. Mente e Natura, p. 34).

 

In questi processi ecologici, ogni singola creatura, per mantenere la propria organizzazione vivente e l'accoppiamento con le altre creature con cui coevolve, si trova a integrare l'inatteso e il casuale delle sue esperienze individuali con un corredo di vincoli e possibilità di origine ereditaria, condiviso dalla specie. Il corredo ereditario - su questo non si riflette forse abbastanza - è per sua natura incompleto, incapace di suggerire le risposte a qualsiasi problema si presenti alla singola creatura: se un programma genetico fosse così perfetto, il sistema che lo contiene non sarebbe vivente, sarebbe equivalente a una macchina passiva comandata da una volontà (o finalità) esterna. Ogni singola creatura è disadattata dagli ambienti nei quali vive e coi quali coevolve, e momento per momento deve esercitare creativamente la propria autonomia individuale per mantenere, la propria organizzazione e l'accoppiamento con quegli ambienti per lei vitali. Questo vale per l'essere umano come vale per il fenicottero, per l'ape e per l'albero.

 

Dal punto di vista di Alice, la domanda se ci si debba astenere da qualsiasi azione non ha risposta poiché è priva di senso, Alice non vede, poiché nel croquet della regina rossa tutto è azione: non si può non agire - o meglio: non si può non interagire continuamente, senza respiro, è questa la realtà di molte perone oggi, frenetica azione a tutti i costi.

La condizione dell'essere-in-relazione (la struttura che connette: che non è un'invariante statica ma un gioco infinito di forme e processi) non si sceglie, credo ci si accorga di esserne circondati, ma non si sceglie.

Quel che cambia nella frenetica azione, mentale come fisica, è che ci si preclude la possibilità che una delle parti in relazione (o anche una coalizione maggioritaria di esse) possa giustificare la validità delle proprie azioni su di una pretesa di maggior esattezza nella percezione della realtà cosiddetta esterna, chi ha ragione di punteggiare che cosa?.

Credo che non siamo nelle tenebre in attesa di illuminazioni, come per la Creatura di Platone, siamo in un perenne gioco che ci gioca. Conoscere il confine fra le cose che possiamo cambiare e quelle che non possiamo cambiare, ovvero fra i limiti che possiamo forzare e quelli che dobbiamo rispettare, è di importanza vitale per la regolazione del nostro fare. Ma altrettanto vitale è sapere che la nostra immagine di quel confine non sarà mai la copia di un corrispondente confine 'esterno': sarà sempre un "miracoloso" frutto della nostra comunicazione, magari della nostra convinzione a nostra insaputa: "prodotto di molte circostanze, compresi i nostri preconcetti". Forse, ogni volta che ci troviamo fra le mani una qualche risposta al fatidico che fare, oppure un fenicottero, dovremmo saper recitare la bella preghiera, di tradizione francescana. che mi sono annotato su un ultimo foglietto:

 

Mio Dio, concedici la serenità per poter accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio per cambiare le cose che possiamo cambiare, e la saggezza per riconoscere la differenza (Verso un Ecologia della Mente, p. 369).

 

Non potrei sapere cosa aggiungere se non ritornando da capo il che non desidero farlo.

 

 

 

ARTICOLI E NOVITA'
PSICOLOGIA SPORT
PAGINA PRINCIPALE
IPNOSI COSTRUTTIVISTA
CORSI FORMAZIONE