ovvero chi siamo da dove veniamo dove andiamo.
La realtà e i suoi pezzi, meglio detto come fare a pezzi la
realtà!
'Sotto l'immagine rivelata ce né un'altra più fedele
alla realtà e sotto quest'altra un'altra ancora e di nuovo
un'altra ancora fino alla vera immagine di quella realtà
assoluta che nessuno vedrà mai.'
(Tratto dal film: 'Al di là delle nuvole' di W. Wenders, M.
Antonioni)
Il linguaggio e la realtà sono, ovviamente, strettamente
connessi. Generalmente si sostiene che il linguaggio sia una
rappresentazione del mondo, ma noi vorremmo proporvi esattamente
l'opposto, e cioè che il mondo è un'immagine del
linguaggio. Il linguaggio viene prima e il mondo è una
conseguenza.
Pensiamo ad una comprensione, una comprensione altro non è che
un tipo di accordo complesso che riflette le condizioni che hanno
reso possibili i diversi insegnamenti dei partecipanti alla
conversazione stessa, dove da un lato un'individuo apprende e
dall'altra un'altro insegna sia in modo diretto come in modo
indiretto, in realtà la comprensione prevede un'interazione
istruttiva dove esiste un oggetto esterno di conoscenza, qualcosa da
apprendere, mentre l'oggetto é interno all'esperienza
dell'individuo, ed ogni oggetto del reale porta con sé una
spiegazione o é intriso di spiegazioni differenti. Riguardo
alle spiegazioni vi vogliamo ricordare una storia di Carlos
Castaneda. Come forse ricorderete, Castaneda si recò a Sonora,
in Messico, per incontrare un brujo, di nome don Juan, per farsi
aiutare ad apprendere a vedere. Così donJuan se ne va con
Carlito nella boscaglia messicana per insegnargli a vedere ciò
che vi avviene. Essi camminano per un'ora o due e improvvisamente don
Juan dice: 'Guarda, guarda là! Hai visto?' Castaneda risponde:
'No... non ho visto'. 'Niente di male'. Riprendono il cammino e dopo
circa dieci minuti donJuan ancora: 'Guarda, guarda là! Hai
visto?' Castaneda guarda e dice: 'Non vedo un bel niente'. 'Ah!'.
Continuano a camminare e la stessa scena si ripete altre due o tre
volte, ma Castaneda non vede mai niente. Finalmente don Juan trova la
soluzione: 'Ora capisco, Carlito, qual è il tuo problema. Non
puoi vedere le cose che non sai spiegare. Cerca di dimenticarti delle
spiegazioni e comincerai a vedere'. Noi esseri umani conosciamo il
mondo tramite i messaggi trasmessi dai nostri sensi al nostro
cervello.
'Il mondo é presente all'interno della nostra mente, la quale
é all'interno del nostro mondo' ci ricorda Edgar
Morin nel metodo, noi siamo come
prigionieri del senso che abbiamo dato al nostro mondo, questo
conosciamo e questo ci portiamo dietro con tutti i suoi limiti e le
sue contraddizioni, le sue spiegazioni, le scoperte e le
invenzioni.
Ricordate i metaloghi di Gregory
Bateson? Un metalogo è un dialogo,
alcuni sostengono fittizio, tra un Padre e una Figlia. Le persone che
conoscevano bene Gregory potrebbero dire che si trattava della sua
esperienza di dialogo con sua figlia. Ma, vero o no, resta il fatto
che si tratta di racconti di dialoghi molto suggestivi. Ve ne
vogliamo riportare uno per due ragioni: la prima è che
affronta la nozione di spiegazione, di cui è molto importante
conoscere gli effetti perché, come vi abbiamo precedentemente
illustrato, essa è pericolosa per il fatto di potervi rendere
ciechi rispetto a qualcos'altro; la seconda ragione è relativa
alla distinzione tra invenzione e scoperta. Il metalogo a cui
facciamo riferimento é pubblicato in Verso un'ecologia della
mente, è intitolato 'Che cos'è un istinto?' e, come
tutti questi dialoghi, inizia con una domanda trabocchetto da parte
della figlia: 'Papà, che cos'è un istinto?' Ora, se
nostra figlia ci avesse posto tale domanda avremmo cominciato
prudentemente con una spiegazione tratta dalle nostre conoscenze
biologiche, sfoderando magari una bella spiegazione letterale di
cos'è un istinto. Il padre in questione, però, non
cadde nella trappola. Si rende subito conto che la parola 'istinto'
è utilizzata all'interno di un dialogo, viene utilizzata per
qualche scopo 'politico', e si domanda: 'Che cosa vuole da me? Che
cosa si aspetta?' Così risponde: Padre. Un istinto, tesoro,
è un principio esplicativo. Figlia. Ma che cosa spiega? Padre.
Ogni cosa... Quasi ogni cosa. Ogni cosa che si voglia spiegare con
esso. [Osserverete che se qualcosa spiega ogni cosa,
probabilmente non spiega proprio niente] F. Non dire sciocchezze.
Non spiega la forza di gravità.
P. No. Ma è cosi perché nessuno vuole che l' 'istinto'
spieghi la forza di gravità. Se qualcuno volesse la
spiegherebbe. Si potrebbe semplice mente dire che la luna ha un
istinto la cui forza varia in maniera inver samente proporzionale al
quadrato della distanza... F. Ma non ha senso, papà.
P. S', d'accordo, ma sei tu che hai tirato fuori l' 'istinto', non
io. F. D'accordo... ma allora che cos'è che spiega la forza di
gravità? P. Niente tesoro, perché la forza di
gravità è un principio esplicativo. F. Ah. (Breve
pausa)
F. Vuol dire che non si può usare un principio esplicativo per
spiegarne un altro? Mai? P. Uhm... quasi mai. Questo è quello
che Newton intendeva quando diceva 'Hypoteses non fingo' . F. E che
cosa vuol dire?
[Ora, per favore, prestate attenzione al padre mentre dà
una spiega zione di che cosa è un'ipotesi, e notate come, nel
fare ciò, si mantenga sempre nel dominio linguistico e nella
descrizione, senza fare riferi mento a nient'altro al di fuori del
linguaggio]. P. Beh, sai cosa sono le ipotesi. Ogni proposizione
che colleghi tra loro due proposizioni descrittive è
un'ipotesi. Se dici che il 1° febbraio c'era la luna piena e che
il 1° marzo c'era di nuovo, e poi colle ghi queste due
proposizioni in qualche modo, la proposizione che le collega è
un'ipotesi. F. Si, e so anche che cosa vuol dire non. Ma fingo che
cosa vuol dire? P. Beh... fingo è un termine della tarda
latinità che significa 'fabbri co'. Da esso si forma un
sostantivo, fictio, da cui proviene la parola 'finzione' che oggi
è spesso intesa come fabbricazione non vera. F. Papà
vuoi dire che il signor Isacco Newton pensava che tutte le ipo tesi
fossero solo fabbricate come le storie? P. Si, proprio cosi.
F. Ma non è stato lui a scoprire la gravità? Con la
mela? P. No, tesoro, I'ha inventata.
Se voi inventate qualcosa, allora è il linguaggio che crea il
mondo; se invece pensate di aver scoperto qualcosa, allora il
linguaggio non è che un'immagine del mondo. Con questo ci
sentiamo di affermare assieme a Gregory
Bateson che è il linguaggio che
genera il mondo, e non il mondo che si rappresenta nel
linguaggio.
Siamo sempre più ibottigliati in sistemi cognitivi
smisuratamente complessi e generalizzati da non essere più in
grado di dettagliare con precisione i confini del sistema educativo
di riferimento, in un individuo in crescita la comprensione segue
l'esperienza diretta, tutta l'attività umana, ancor prima di
essere riflessione scientifica, comunicazione, contemplazione, o
quant'altro, è una continua pratica di perseguimento delle
conoscenze attraverso la creazione di strumenti e attrezzature
concettuali fino ad avere una completa distinzione tra esperienza e
conoscenza, una distinzione che ci allontana sempre di più dai
dati di realtà comunemente intesi. Emerge dunque sempre
più l'esigenza di creare processi di
insegnamento/apprendimento conversazionale in questa società
del controllo generalizzato e della comunicazione spettacolarizzata,
creare un mondo di comprensione o meglio ancora di comunione
attraverso il semplice conversare. Conversare vuol dire creare un
ponte tra insegnamento e apprendimento: lo stesso ponte che separa e
unisce l'insegnamento e l'apprendimento consente di intercettare la
radiosa essenza di un luogo comune dove l'insegnamento e
l'apprendimento possano incontrarsi e collegarsi insieme. Così
vorremmo mettere in discussione un altro famoso proverbio molto
diffuso, e cioè quello che dice vedere per credere'. E'
corretto dire 'credere per vedere'! Dovete capire quello che vedete
altrimenti non lo vedete, e nel nostro esempio ciò è
molto chiaro. Ora, naturalmente, i fisiologi sobbalzeranno sulla
sedia domandandosi 'ma come è possibile?', 'che cosa è
successo?', 'come può essere', ecc... Fortunatamente possiamo
rispondervi, grazie al lavoro svolto nel campo della neurofisiologia
e della neuroanatomia da due scienziati cileni, Humberto
Maturana e Sammy Frenk, che dimostrarono,
attraverso l'investigazione delle vie auditive, l'esistenza di fibre
centrifughe, provenienti dalla porzione centrale del cervello e
dirette alla retina, che distribuendosi lungo tutta la retina possono
esercitare un controllo su ciò che la retina vede. Così
la retina è soggetta al controllo centrale: ecco perché
bisogna credere per vedere.
Dal contesto delle relazioni, quindi, dipendono non solo le soluzioni
ai problemi, ma con questo fatto ne emerge un altro: la
possibilità di imparare dai contesti riceventi di ciascun
partecipante alla conversazione dell'insegnamento/apprendimento.
Nella logica ortodossa una doppia negazione produce un'affermazione
(se si mettono due negazioni in una proposizione questa diventa
affermativa), ma naturalmente se si manifesta un'incapacità
percettiva come la cecità della cecità non si ottiene
la vista. In questo senso la doppia negazione non produce nella
logica percettiva quello che produce nella logica ortodossa. Si
tratta di una circostanza molto affascinante che è stata
ripresa da molti logici interessati ai concetti di secondo ordine.
Questo campo della logica riguarda quelle nozioni che possono essere
applicate a se stesse. Non tutte le nozioni possono essere applicate
a se stesse, ma alcune s', e queste producono una profondità
semantica totalmente diversa. Possiamo farvi degli esempi che
ricorrono spesso: mettiamo che stiate cercando di elaborare una
teoria del cervello: come funziona, come si comporta, ecc. Poi un
giorno arriva un tizio che vi domanda: 'Come state elaborando la
vostra teoria del cervello, state usando... il vostro cervello?'.
'Naturalmente uso il mio cervello'. 'Dunque la vostra teoria rende
conto solo del vostro cervello o anche del mio?'. 'Ehm... ehm...'.
Quel che vogliamo dire è che una teoria deve rendere conto di
se stessa. Così, se una teoria del cervello viene scritta, per
potersi considerate completa deve rendere conto del suo proprio
essere scritta. Questi sono i problemi che sorgono con nozioni che
devono essere applicate ricorsivamente a se stesse.
Connettere é al contempo creare gli apprendimenti: ecco il
compito della conversazione. L'infinita conversazione
dell'insegnamento/apprendimento è già visibile in un
qualunque esperimento di psicologia in cui si abbia una conversazione
su uno o più argomenti che rappresentano il dominio
conversazionale tra due partecipanti, A e B, rispettivamente chi
risponde e chi domanda e anche, ovviamente, costituisce una forma di
approccio e di atteggiamento nei confronti di sistemi sociali e
culturali più ampi.
Troppo controllo, cos' come una certa logica del comunicare troppo
invasiva, genera assuefazione. Il correttivo della conversazione
è importante per deviare verso un luogo comune, verso una
forma altra di rapporto che ci ricordi questo fatto: se c'è
insegnamento c'è anche apprendimento; tra i due termini esiste
sempre una complementarità non lineare a partire dalle
diversità, dalle originalità, dalle singolarità,
dagli stili e dalle regolarità dei partecipanti. La
conversazione eretta a regina del comprendere come dell'apprendere,
nella semplicità come nella complessità arrivare in
modo indiretto alla comprensione del proprio 'Io', la prima nozione
da acquisire é quella del 'vedere', e intendiamo 'vedere'
nello spirito di William Blake, quando sosteneva di non vedere con
gli occhi ma attraverso gli occhi: ciò significa che vedere
deve essere inteso nel senso di ottenere un insight, di giungere alla
comprensione di qualcosa, ricorrendo a tutto ciò di cui si
dispone a livello di spiegazioni, metafore, parabole, ecc. L'altra
nozione è quella di 'etica', intesa nello spirito di
Wittgenstein,
quando diceva: 'E chiaro che l'etica non si può esprimere in
parole' (che in tedesco suonerebbe: 'Es ist klar das Ethik sich nicht
aussprechen laesst'). Leggendo Gregory
Bateson si nota una sua costante
attenzione a che l'effetto di parole come, ad esempio, significato,
fine, controllo, informazione, ecc., in qualche modo non si rivolti
contro di esse.
Da questo punto di vista, una comprensione altro non è che un
tipo di accordo complesso che riflette le condizioni che hanno reso
possibili i diversi insegnamenti dei partecipanti a una
conversazione. Provate a pensare a come ci rappresentiamo la nostra
identità attraverso gli occhi degli altri, l'unico modo per
vedere noi stessi è di vedere noi stessi attraverso gli occhi
degli altri. Abbiamo imparato questo dallo psicoanalista Victor
Frankl. C'era una situazione molto catastrofica in Austria alla fine
del la guerra. Molta gente tornava dai campi di concentramento, molti
erano vittime di bombardamenti, e Victor Frankl fu uno spirito
veramente es senziale che aiutò veramente tanta gente a
quell'epoca. Nello stesso periodo in cui arrivò a Vienna, da
Belsen, e si stabil' subito nella clinica dove aveva già
lavorato, c'era una coppia che arrivava da due differenti campi di
concentramento. Entrambi erano sopravvissuti. Si erano incontrati a
Vienna ed erano increduli, non potevano crederci: 'Tu sei ancora...?'
Fantastico! Essi rimasero assieme per circa sei mesi,
dopodiché lei mor' a causa di una malattia che aveva contratto
nel campo di concentramento, e il marito si abbatté
completamente. Stava sempre seduto in casa, non parlava più
con nessuna delle persone che cercavano di consolarlo, che gli
dicevano: 'Pensa se fosse morta prima...'. Non reagiva. Finalmente
qualcuno riusc' a convincerlo a cercare aiuto da Victor Frankl.
L'uomo andò da Victor Frankl e parlarono a lungo. Forse due,
forse tre ore. Alla fine di questa conversazione, Victor Frankl disse
a quest'uomo: 'Ammettiamo che Dio mi desse il potere di generare una
donna che sia esattamente come tua moglie: ricorderebbe tutti i
vostri dialoghi, ricorderebbe gli scherzi, ricorderebbe ogni
particolare, non saresti in grado di distinguere questa donna che io
genererei per te dalla moglie che hai perduto. Vorresti che lo
facessi?' L'uomo rimase in silenzio per qualche minuto poi disse:
'No, grazie molte!' Si strinsero la mano, l'uomo se ne andò e
iniziò una nuova vita. Quando sentii questa storia, chiesi
subito a Frankl: 'Dottore, che cosa è successo? Non
capisco...'. E lui rispose: 'Vedi Heinz, noi ci vediamo attraverso
gli occhi degli altri. Quando lei è morta, lui è
diventato cieco. Ma quando ha visto che era cieco ha potuto vedere
ancora!'.
Com'é complesso e poco riducibile il pensiero dell'uomo! Come
giocano differenze e sostanze, come il senso ed il consenso a
dirottarne gli impliciti come gli espliciti, come risulti difficile
nonché lacunoso costringersi a raffigurarsi il diverso
nell'uguale e l'uguale col diverso!
'L'uomo singolo, considerato in se stesso, non racchiude l'essenza
dell'uomo in sé, né in quanto essere morale, né
in quanto essere pensante. L'essenza dell'uomo é contenuta
soltanto nella comunione, nell'unità dell'uomo con l'uomo: ed
é tale unità che si appoggia sulla realtà della
differenza tra l'io e il tu.' Ludwig Feuerbach.
Nel riconoscimento dell'altro il bisogno di una realtà stabile
e costante, l'identità su cui si basa la vita
dell'umanità, almeno per come la conosciamo nel mondo
occidentale, la continuità come confine insuperabile prezzo la
stessa realtà che verrebbe a mancare. Non é possibile
togliere elementi che si sostengono sostenendo il tutto, la
realtà é complice di se stessa, e non permette che si
scoprano i suoi giochi. Dice Huxley (Le porte della percezione, '80)
che 'ogni individuo è nello stesso tempo il beneficiario e la
vittima della tradizione linguistica nella quale è nato; il
beneficiario in quanto il linguaggio gli dà accesso ai ricordi
accumulati dall'esperienza altrui; la vittima in quanto lo conferma
nella convinzione che la ridotta consapevolezza sia la sola
consapevolezza e perchè stuzzica il suo senso della
realtà, in modo che egli è fin troppo pronto a prendere
i suoi concetti per dati, le sue parole per cose vere.'Troppo spesso
carichiamo la realtà di senso filtrandola attraverso noi
stessi, l'ambiente non contiene informazioni; I'ambiente è
quello che è, noi siamo quello che siamo, come ci fa
comprendere Heinz von Foerster, 'l'informazione associata a una
descrizione dipende dalla capacità delI'osservatore di
ricavare inferenze dalla descrizione stessa. La logica classica
distingue due forme di influenza: deduttiva e induttiva. Mentre in
linea di principio è possibile operare inferenze deduttive
infallibili (' necessità '), sempre in linea di principio
è impossibile operare inferenze induttive infallibili (' caso
'). Ne segue che quelli di ' caso ' e ' necessità ' sono
concetti che non si applicano al mondo, ma ai nostri tentativi di
crearlo (di crearne una descrizione).'. Dunque siamo costantemente in
un dominio descrittivo e rischiamo di strozzarci con le nostre stesse
tautologie sulla realtà, la sua origine, la sua fine.
Prendiamo ad esempio la pubblicità, un buon paragone per come
si va a strutturare la nostra realtà quotidiana, la cosa
singolare è che, mentre la qualificazione iniziale è
molto importante, per esempio la signora che è terrorizzata
davanti al compito che deve eseguire, che so, lavare dei piatti,
improvvisamente riceve l''adiuvante magico', da quel momento
l'esecuzione centrale, quella di lavare concretamente, non è
affatto rappresentata, l'attenzione é deviata, la
realtà viene sottilmente virtualizzata.
Questa inquadratura é quella di due grandi sequenze della
comunicazione: 1) la formazione (il Bildungsroman, il romanzo di
formazione iniziale) e 2) il compimento dell'operazione fondamentale
(il riconoscimento), sono ugualmente riscontrabili nella
pubblicità, dove costantemente chi non riesce a compiere
un'azione, prima fallisce ( fallisce la propria competenza, non
è in grado di deciderne), successivamente compie l'operazione
esecutiva, una volta che ha ricevuto quello che noi chiamiamo un
'coadiuvante magico', cioè lo strumento che è il
prodotto, e successivamente, molto importante, viene riconosciuto da
tutti. Ecco che il gioco si completa attorno alla scena, quando
l'indice indica la luna l'imbecille guarda il dito, e così
é tutte le volte che rimaniamo prigionieri del reale, uno
sconosciuto mondo virtuale che riesce a mascherarsi di realtà
reale indossando i panni di una oggettività conclamata, tutto
ciò, messo in luce con l'esempio della pubblicità, ci
riporta al concetto di costruttivismo, con questo termine si indica
un orientamento, condiviso in molte discipline, secondo il quale la
realtà non può essere considerata come un qualcosa di
oggettivo, indipendente dal soggetto che la esperisce, perché
è il soggetto stesso che crea, costruisce, inventa ciò
che crede che esista. La realtà non può essere
considerata indipendente da colui che la osserva, dal momento che
è proprio l'osservatore che le dà un senso partecipando
attivamente alla sua costruzione, questo punto i particolare ci
avvicina al concetto della seconda cibernetica, non é
possibile esularsi dalle considerazioni che si fanno della
realtà stessa.
Secondo i contributi dei suoi principali esponenti (George
Kelly, Ernst
von Glasesfeld, Heintz
von Foerster, Humberto
Maturana, Francisco
Varela, ecc.), gli assunti più
importanti condivisi dai costruttivisti possono essere così
sintetizzati: a) partecipazione attiva dell'individuo nella
costruzione della conoscenza; b) esistenza di una struttura cognitiva
di base che, in ogni soggetto, dà una determinata forma
all'esperienza; c) visione dell'uomo come un sistema
auto-organizzantesi che protegge e mantiene la propria
integrità, a cui si abbinano le considerazioni di
Humberto
Maturana e Francisco
Varela in Autopoiesi e cognizione.
Il concetto fondamentale del costruttivismo è che la
conoscenza umana, l'esperienza, l'adattamento, sono caratterizzati da
una partecipazione attiva dell'individuo. Siamo noi che letteralmente
creiamo le 'realtà'alle quali poi rispondiamo. Questo aspetto
costituisce un punto fondamentale nella 'Teoria dei Costrutti
Personali'di G.A.
Kelly (1955), autore comunemente
considerato uno dei padri del costruttivismo in psicologia. Le
capacità del sistema non sono esclusivamente reattive
(classificare e organizzare le informazioni in arrivo) ma sono
funzionalmente anticipatorie e attive.
Si possono individuare due tipi di costruttivismo: il costruttivismo
critico e il costruttivismo radicale. Quest'ultimo nega qualsiasi
tipo di esistenza che vada oltre a quella prodotta dai pensieri. La
conoscenza non riguarda più una realtà
'oggettiva'ontologica, ma esclusivamente l'ordine e l'organizzazione
di esperienze nel mondo del nostro esperire.
I costruttivisti critici sono invece essenzialmente 'realisti': non
negano l'esistenza di un mondo fisico reale, sebbene riconoscano i
nostri limiti nel conoscere questo mondo direttamente o
approssimativamente. Nell'ambito della psicologia del lavoro le
implicazioni dei concetti di cui il costruttivismo si fa portavoce
portano a considerare le organizzazioni come luogo paradigmatico in
cui la realtà costruita viene socialmente condivisa. La
visione che i membri di un'organizzazione hanno sia del mondo che
dell'organizzazione stessa in-fluenza le attività svolte, le
decisioni da prendere, le strategie da seguire e, in ultima analisi,
l'intervento dell'organizzazione nella realtà.
Il considerare i soggetti come coloro che costruiscono, interpretano
le realtà, con le quali poi l'organizzazione si trova a fare i
conti, porta necessariamente a focalizzare l'attenzione sull'analisi
dei processi soggettivi che so-stanziano la realtà
organizzativa.
Sebbene questi concetti possano sembrare a prima vista
sostanzialmente astratti, si consideri che molti dei pro-blemi che le
organizzazioni si trovano ad affrontare han-no spesso a che vedere
con strategie di comportamento stereotipate, automatiche sia nelle
relazioni tra i membri dell'organizzazione che nel rapporto
dell'intera organiz-zazione con l'ambiente esterno. La
necessità di mettere in discussione il proprio punto di vista,
di rendersi contò che il proprio modo di leggere la
realtà non è in fin dei conti l'unico, sembra un
obiettivo non secondario in un'epoca di profondi e rapidi
mutamenti.
Ma vediamo con gli occhi di Edgar
Morin il concetto di psiche ed il suo
rapporto co il reale:
'Possiamo constatare che le nostre interpretazioni della
realtà non sono indipendenti dai nostri stati psichici
profondi che sono anch'essi per parte loro in un rapporto di
interdipendenza rispetto al nostri stati bio-neuro-cerebrali. Gli
stati esaltati sono legati alI'ottimismo, gli stati depressivi al
pessimismo, e, quando passiamo dagli uni agli altri, il nostro mondo
diviene ora un mondo di miseria, fallimento e tragedia, ora un mondo
di realizzazione, pienezza e felicità. Il reale stesso
può perdere o riprendere consistenza secondo i nostri stati
esistenziali; così, in preda a fasi di abbattimento dovute ai
postumi di una malattia epatica, io avevo notato: 'E allora? Le mie
idee dipendono dal mio dinamismo? Il reale dipende forse dalla mia
vitalità?'Le psicosi determinano delle visioni del mondo
specifiche che impongono il loro senso alle informazioni, agli
eventi, alle situazioni; così gli stati maniaci si
impadroniscono di ogni evento fortuito lo considerano sempre come
gravido di senso lo interpretano sempre in modo coerente in funzione
dell'idea fissa del soggetto e suscitano una serie di
razionalizzazioni tra le quali la spiegazione, attraverso la
macchinazione, il complotto, o il maleficio: stati schizofrenici
fanno sorgere contraddizioni insormontabili e, secondo Jose Gabel
(1962), comportano una incapacità di affrontare
I'irreversibilità del tempo, cosa che spiega la loro specifica
tendenza a 'reificare'e a 'spazializzare'tutto. Questi due stati
estremi illustrano l'idea freudiana secondo la quale i processi
patologici sarebbero l'esagerazione di processi normali e
rientrerebbero, proprio coi loro eccessi negli aspetti invisibili
della normalità: così la psicosi maniacale sarebbe
l'esagerazione incontrollata del nostro bisogno razionale di coerenza
e la schizofrenia invece l'esagerazione della nostra disposizione a
concepire le contraddizioni e a riconoscere le incertezzeñ e
la cosa ci fa pensare che una conoscenza 'sana'sia una navigazione
auto-eco-regolata fra coerenza e contraddizione, ordine e disordine,
certezza e incertezza.'
Ci sembra particolarmente interessante notare l'intreccio crescente
in un mondo sempre più virtualizzato tra mondo interno
dell'individuo e mondo esterno, tra il nostro vissuto ed un vissuto
collettivo trasfuso in esso.
Come può cambiare la concezione dell'uomo sull'uomo nel
tempo?
Il tempo scorre veloce e cambia continuamente i presupposti degli
uomini sulla conoscenza dell'universo e sulla conoscenza di sé
stessi, segni e simboli si intrecciano senza lasciar più
spazio alla tradizione ne al nuovo, in un unico vortice inafferrabile
di passato, presente futuro.
Come lavorano i nostri presupposti sulla percezione che abbiamo della
realtà, dello spazio come del tempo?
Come va cambiando la nostra mentalità e con essa la nostra
percezioe del mondo, l'etica sociale e la morale individuale, come
cambiano le concezioni, i giudizi del tempo, dello spazio, le idee,
quali spazi si schiudono?
Si vive perennemente nell'idea di essere i migliori, di saper
giudicare e considerare il mondo, i successi della scienza ci portano
continuamente ad intravedere nuovi orizzonti ed a noi tutti ci sembra
di conquistare nuovi spazi e nuovi tempi; ma il mondo ed ogni sua
dimensione ruota intorno all'individuo, é lui l'unico
protagonista di tutto l'incanto che si trova a descrivere, il mondo
é quello che é, siamo noi a descriverlo per come
diventa, il mondo é dunque nella descrizione del mondo stesso,
una relatività la nostra che difficilmente riusciamo ad
evadere per i pochi punti che ci accompagnano nel riconoscerla,
sempre continuamente accolti da una continuità cognitiva e
percettiva.
Vedere per credere é ciò che si va dicendo da sempre in
campo esperienziale e cognitivo, ma la nostra mente non é in
grado di fare ciò, la mente e non il cervello, la mente che
sorge dalla fusione tra cervello organi di senso e realtà
osservata deve credere , non può fare a meno di credere per
poterci avvicinare all'esperienza estetica!
Credere é l'unica possibile strada della mente noi abbiamo
differenti livelli percettivi che vanno ad orientarci ogni volta che
affrontiamo da osservatori la realtà; il livello base é
un livello indefinito ed indefinibile, un livello in cui la
realtà non può essere chiamata per nome, né
definita, neppure spiegata, una realtà che stenta ad emergere
a livello cosciente se non confusa in livelli percettivi differenti
ed appartenenti ad altri contesti. Vi é poi la realtà
conosciuta e dunque creduta, questa al contrario della precedente
é libera perché disegnata in precisi contesti di
apprendimento che scandiscono il nostro percepire.
Guardare é credere a più livelli, credere ai confini,
credere al linguaggio denotativo, credere ad ogni elemento guida
della nostra esperienza connotativa.
La percezione é più un atto di fede che un dato
oggettivo, una guida che si é fissata nel tempo attraverso i
passi evolutivi di una socializzazione, attraverso l'apprendimento di
forme precise di riconoscimenti e riferimenti passo passo fino ai
confini della conoscenza.
Noi crediamo che la prossima rivoluzione dell'umanità non
avverrà all'esterno dell'uomo bens' all'interno,
nascerà da una drastica considerazione legata al fatto che
ogni apprendimento parte da un'osservatore per arrivare ad un
osservatore, l'uomo non può prescindere da come é
fatto, la sua essenza é legata alla sua auto
organizzazione.
Non é possibile considerare l'esperienza della conoscenza
senza tener presente il soggetto di tale esperienza, negare tale
presenza proclamandosi in un contesto di oggettività equivale
a negare la propria presenza, conosciamo ancora troppo poco della
nostra essenza di organismi sensibili, continuiamo a negare la nostra
dimensione confermandoci nella nostra dimensione neutrale.
'La prima separazione, la più elementare distinzione che
possiamo fare, può essere la separazione intuitivamente
soddisfacente tra se' stessi, in quanto soggetti esperienti da una
parte, e la propria esperienza dall'altra. Ma questa separazione, in
nessuna circostanza può essere una separazione tra se' stessi
e un mondo degli oggetti oggettivi che esiste indipendentemente. La
nostra 'conoscenza '... deve cominciare con l'esperienza e le
separazioni tra la nostra esperienza, come, ad esempio, la
separazione che facciamo tra la parte dell'esperienza che chiamiamo
'noi stessi'e tutto il resto della nostra esperienza che chiamiamo il
nostro 'mondo'. Dopodichè questo nostro mondo, non importa
come lo strutturiamo, non importa quanto bene riusciamo a renderlo
stabile con oggetti permanenti e interazioni ricorrenti, è ,
per definizione un mondo codipendente con la nostra esperienza....
sebbene il mondo sembri solido e regolare, quando lo andiamo ad
esaminare, scopriamo che non c'è alcun punto stabile di
riferimento al quale poterlo fissare. In nessun posto è solido
o resistente.'[Francisco
Varela 1979 ]
Lo sguardo oggettivo non riesce a rimanere senza tradire i suoi
limiti, il concetto ha una sua forza intrinseca che guida un sistema
di credenze, il dubbio deve rimanere legato all'esperienza per non
costringerla entro i confini del dogma e del pregiudizio, dubitare
rimane un percorso indispensabile per l'intera epistemologia.
'Quando si mette l'oggettività tra due parentesi, tutte le
vedute, tutte le direzioni nella multidirezionalità sono
ugualmente valide. Se capiamo questo, perdiamo la passione per il
cambiamento dell'altro. Uno dei risultati è che si può
apparire indifferenti alle altre persone. Invece chi non vive con
l'oggettività tra parentesi ha una vera passione per cambiare
l'altro. Quindi loro hanno questa passione e tu no.
Nell'Università dove lavoro, ad esempio, la gente dice.
'Humberto non è veramente interessato a niente!'E questo
perchè io non ho una passione dello stesso orientamento di
quella della gente che vive con l'oggettività senza parentesi.
Penso che questa sia la maggiore difficoltà. Ad altre persone
puoi sembrare troppo tollerante. Tuttavia, se anche gli altri mettono
l'oggettività tra parentesi, puoi scoprire che il disaccordo
può essere risolto entrando in un dominio di Co-inspirazione,
nel quale le cose vengono fatte insieme perchè i partecipanti
vogliono siano fatte. Con l'oggettività tra parentesi è
facile fare le cose assieme perchè l'uno non squalifica
l'altro nel processo di farle.'
Humberto Maturana -Intervista- 1985
Quando si ha il coraggio di mettere in discussione
la propria percezione e dunque il proprio credo allora ha senso
parlare di realtà condivisa, costruzione della realtà,
comprendere é il primo passo del percepire, senza la
comprensione non vi può essere realtà.
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