L'esperienza tra costruzione e conquista:

ovvero chi siamo da dove veniamo dove andiamo.

di Marco Chisotti



La realtà e i suoi pezzi, meglio detto come fare a pezzi la realtà!


'Sotto l'immagine rivelata ce né un'altra più fedele alla realtà e sotto quest'altra un'altra ancora e di nuovo un'altra ancora fino alla vera immagine di quella realtà assoluta che nessuno vedrà mai.'


(Tratto dal film: 'Al di là delle nuvole' di W. Wenders, M. Antonioni)
Il linguaggio e la realtà sono, ovviamente, strettamente connessi. Generalmente si sostiene che il linguaggio sia una rappresentazione del mondo, ma noi vorremmo proporvi esattamente l'opposto, e cioè che il mondo è un'immagine del linguaggio. Il linguaggio viene prima e il mondo è una conseguenza.
Pensiamo ad una comprensione, una comprensione altro non è che un tipo di accordo complesso che riflette le condizioni che hanno reso possibili i diversi insegnamenti dei partecipanti alla conversazione stessa, dove da un lato un'individuo apprende e dall'altra un'altro insegna sia in modo diretto come in modo indiretto, in realtà la comprensione prevede un'interazione istruttiva dove esiste un oggetto esterno di conoscenza, qualcosa da apprendere, mentre l'oggetto é interno all'esperienza dell'individuo, ed ogni oggetto del reale porta con sé una spiegazione o é intriso di spiegazioni differenti. Riguardo alle spiegazioni vi vogliamo ricordare una storia di Carlos Castaneda. Come forse ricorderete, Castaneda si recò a Sonora, in Messico, per incontrare un brujo, di nome don Juan, per farsi aiutare ad apprendere a vedere. Così donJuan se ne va con Carlito nella boscaglia messicana per insegnargli a vedere ciò che vi avviene. Essi camminano per un'ora o due e improvvisamente don Juan dice: 'Guarda, guarda là! Hai visto?' Castaneda risponde: 'No... non ho visto'. 'Niente di male'. Riprendono il cammino e dopo circa dieci minuti donJuan ancora: 'Guarda, guarda là! Hai visto?' Castaneda guarda e dice: 'Non vedo un bel niente'. 'Ah!'. Continuano a camminare e la stessa scena si ripete altre due o tre volte, ma Castaneda non vede mai niente. Finalmente don Juan trova la soluzione: 'Ora capisco, Carlito, qual è il tuo problema. Non puoi vedere le cose che non sai spiegare. Cerca di dimenticarti delle spiegazioni e comincerai a vedere'. Noi esseri umani conosciamo il mondo tramite i messaggi trasmessi dai nostri sensi al nostro cervello.
'Il mondo é presente all'interno della nostra mente, la quale é all'interno del nostro mondo' ci ricorda
Edgar Morin nel metodo, noi siamo come prigionieri del senso che abbiamo dato al nostro mondo, questo conosciamo e questo ci portiamo dietro con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, le sue spiegazioni, le scoperte e le invenzioni.
Ricordate i metaloghi di
Gregory Bateson? Un metalogo è un dialogo, alcuni sostengono fittizio, tra un Padre e una Figlia. Le persone che conoscevano bene Gregory potrebbero dire che si trattava della sua esperienza di dialogo con sua figlia. Ma, vero o no, resta il fatto che si tratta di racconti di dialoghi molto suggestivi. Ve ne vogliamo riportare uno per due ragioni: la prima è che affronta la nozione di spiegazione, di cui è molto importante conoscere gli effetti perché, come vi abbiamo precedentemente illustrato, essa è pericolosa per il fatto di potervi rendere ciechi rispetto a qualcos'altro; la seconda ragione è relativa alla distinzione tra invenzione e scoperta. Il metalogo a cui facciamo riferimento é pubblicato in Verso un'ecologia della mente, è intitolato 'Che cos'è un istinto?' e, come tutti questi dialoghi, inizia con una domanda trabocchetto da parte della figlia: 'Papà, che cos'è un istinto?' Ora, se nostra figlia ci avesse posto tale domanda avremmo cominciato prudentemente con una spiegazione tratta dalle nostre conoscenze biologiche, sfoderando magari una bella spiegazione letterale di cos'è un istinto. Il padre in questione, però, non cadde nella trappola. Si rende subito conto che la parola 'istinto' è utilizzata all'interno di un dialogo, viene utilizzata per qualche scopo 'politico', e si domanda: 'Che cosa vuole da me? Che cosa si aspetta?' Così risponde: Padre. Un istinto, tesoro, è un principio esplicativo. Figlia. Ma che cosa spiega? Padre. Ogni cosa... Quasi ogni cosa. Ogni cosa che si voglia spiegare con esso. [Osserverete che se qualcosa spiega ogni cosa, probabilmente non spiega proprio niente] F. Non dire sciocchezze. Non spiega la forza di gravità.
P. No. Ma è cosi perché nessuno vuole che l' 'istinto' spieghi la forza di gravità. Se qualcuno volesse la spiegherebbe. Si potrebbe semplice mente dire che la luna ha un istinto la cui forza varia in maniera inver samente proporzionale al quadrato della distanza... F. Ma non ha senso, papà.
P. S', d'accordo, ma sei tu che hai tirato fuori l' 'istinto', non io. F. D'accordo... ma allora che cos'è che spiega la forza di gravità? P. Niente tesoro, perché la forza di gravità è un principio esplicativo. F. Ah. (Breve pausa)
F. Vuol dire che non si può usare un principio esplicativo per spiegarne un altro? Mai? P. Uhm... quasi mai. Questo è quello che Newton intendeva quando diceva 'Hypoteses non fingo' . F. E che cosa vuol dire?
[Ora, per favore, prestate attenzione al padre mentre dà una spiega zione di che cosa è un'ipotesi, e notate come, nel fare ciò, si mantenga sempre nel dominio linguistico e nella descrizione, senza fare riferi mento a nient'altro al di fuori del linguaggio]. P. Beh, sai cosa sono le ipotesi. Ogni proposizione che colleghi tra loro due proposizioni descrittive è un'ipotesi. Se dici che il 1° febbraio c'era la luna piena e che il 1° marzo c'era di nuovo, e poi colle ghi queste due proposizioni in qualche modo, la proposizione che le collega è un'ipotesi. F. Si, e so anche che cosa vuol dire non. Ma fingo che cosa vuol dire? P. Beh... fingo è un termine della tarda latinità che significa 'fabbri co'. Da esso si forma un sostantivo, fictio, da cui proviene la parola 'finzione' che oggi è spesso intesa come fabbricazione non vera. F. Papà vuoi dire che il signor Isacco Newton pensava che tutte le ipo tesi fossero solo fabbricate come le storie? P. Si, proprio cosi.
F. Ma non è stato lui a scoprire la gravità? Con la mela? P. No, tesoro, I'ha inventata.
Se voi inventate qualcosa, allora è il linguaggio che crea il mondo; se invece pensate di aver scoperto qualcosa, allora il linguaggio non è che un'immagine del mondo. Con questo ci sentiamo di affermare assieme a
Gregory Bateson che è il linguaggio che genera il mondo, e non il mondo che si rappresenta nel linguaggio.
Siamo sempre più ibottigliati in sistemi cognitivi smisuratamente complessi e generalizzati da non essere più in grado di dettagliare con precisione i confini del sistema educativo di riferimento, in un individuo in crescita la comprensione segue l'esperienza diretta, tutta l'attività umana, ancor prima di essere riflessione scientifica, comunicazione, contemplazione, o quant'altro, è una continua pratica di perseguimento delle conoscenze attraverso la creazione di strumenti e attrezzature concettuali fino ad avere una completa distinzione tra esperienza e conoscenza, una distinzione che ci allontana sempre di più dai dati di realtà comunemente intesi. Emerge dunque sempre più l'esigenza di creare processi di insegnamento/apprendimento conversazionale in questa società del controllo generalizzato e della comunicazione spettacolarizzata, creare un mondo di comprensione o meglio ancora di comunione attraverso il semplice conversare. Conversare vuol dire creare un ponte tra insegnamento e apprendimento: lo stesso ponte che separa e unisce l'insegnamento e l'apprendimento consente di intercettare la radiosa essenza di un luogo comune dove l'insegnamento e l'apprendimento possano incontrarsi e collegarsi insieme. Così vorremmo mettere in discussione un altro famoso proverbio molto diffuso, e cioè quello che dice vedere per credere'. E' corretto dire 'credere per vedere'! Dovete capire quello che vedete altrimenti non lo vedete, e nel nostro esempio ciò è molto chiaro. Ora, naturalmente, i fisiologi sobbalzeranno sulla sedia domandandosi 'ma come è possibile?', 'che cosa è successo?', 'come può essere', ecc... Fortunatamente possiamo rispondervi, grazie al lavoro svolto nel campo della neurofisiologia e della neuroanatomia da due scienziati cileni,
Humberto Maturana e Sammy Frenk, che dimostrarono, attraverso l'investigazione delle vie auditive, l'esistenza di fibre centrifughe, provenienti dalla porzione centrale del cervello e dirette alla retina, che distribuendosi lungo tutta la retina possono esercitare un controllo su ciò che la retina vede. Così la retina è soggetta al controllo centrale: ecco perché bisogna credere per vedere.
Dal contesto delle relazioni, quindi, dipendono non solo le soluzioni ai problemi, ma con questo fatto ne emerge un altro: la possibilità di imparare dai contesti riceventi di ciascun partecipante alla conversazione dell'insegnamento/apprendimento. Nella logica ortodossa una doppia negazione produce un'affermazione (se si mettono due negazioni in una proposizione questa diventa affermativa), ma naturalmente se si manifesta un'incapacità percettiva come la cecità della cecità non si ottiene la vista. In questo senso la doppia negazione non produce nella logica percettiva quello che produce nella logica ortodossa. Si tratta di una circostanza molto affascinante che è stata ripresa da molti logici interessati ai concetti di secondo ordine. Questo campo della logica riguarda quelle nozioni che possono essere applicate a se stesse. Non tutte le nozioni possono essere applicate a se stesse, ma alcune s', e queste producono una profondità semantica totalmente diversa. Possiamo farvi degli esempi che ricorrono spesso: mettiamo che stiate cercando di elaborare una teoria del cervello: come funziona, come si comporta, ecc. Poi un giorno arriva un tizio che vi domanda: 'Come state elaborando la vostra teoria del cervello, state usando... il vostro cervello?'. 'Naturalmente uso il mio cervello'. 'Dunque la vostra teoria rende conto solo del vostro cervello o anche del mio?'. 'Ehm... ehm...'. Quel che vogliamo dire è che una teoria deve rendere conto di se stessa. Così, se una teoria del cervello viene scritta, per potersi considerate completa deve rendere conto del suo proprio essere scritta. Questi sono i problemi che sorgono con nozioni che devono essere applicate ricorsivamente a se stesse.
Connettere é al contempo creare gli apprendimenti: ecco il compito della conversazione. L'infinita conversazione dell'insegnamento/apprendimento è già visibile in un qualunque esperimento di psicologia in cui si abbia una conversazione su uno o più argomenti che rappresentano il dominio conversazionale tra due partecipanti, A e B, rispettivamente chi risponde e chi domanda e anche, ovviamente, costituisce una forma di approccio e di atteggiamento nei confronti di sistemi sociali e culturali più ampi.
Troppo controllo, cos' come una certa logica del comunicare troppo invasiva, genera assuefazione. Il correttivo della conversazione è importante per deviare verso un luogo comune, verso una forma altra di rapporto che ci ricordi questo fatto: se c'è insegnamento c'è anche apprendimento; tra i due termini esiste sempre una complementarità non lineare a partire dalle diversità, dalle originalità, dalle singolarità, dagli stili e dalle regolarità dei partecipanti. La conversazione eretta a regina del comprendere come dell'apprendere, nella semplicità come nella complessità arrivare in modo indiretto alla comprensione del proprio 'Io', la prima nozione da acquisire é quella del 'vedere', e intendiamo 'vedere' nello spirito di William Blake, quando sosteneva di non vedere con gli occhi ma attraverso gli occhi: ciò significa che vedere deve essere inteso nel senso di ottenere un insight, di giungere alla comprensione di qualcosa, ricorrendo a tutto ciò di cui si dispone a livello di spiegazioni, metafore, parabole, ecc. L'altra nozione è quella di 'etica', intesa nello spirito di
Wittgenstein, quando diceva: 'E chiaro che l'etica non si può esprimere in parole' (che in tedesco suonerebbe: 'Es ist klar das Ethik sich nicht aussprechen laesst'). Leggendo Gregory Bateson si nota una sua costante attenzione a che l'effetto di parole come, ad esempio, significato, fine, controllo, informazione, ecc., in qualche modo non si rivolti contro di esse.
Da questo punto di vista, una comprensione altro non è che un tipo di accordo complesso che riflette le condizioni che hanno reso possibili i diversi insegnamenti dei partecipanti a una conversazione. Provate a pensare a come ci rappresentiamo la nostra identità attraverso gli occhi degli altri, l'unico modo per vedere noi stessi è di vedere noi stessi attraverso gli occhi degli altri. Abbiamo imparato questo dallo psicoanalista Victor Frankl. C'era una situazione molto catastrofica in Austria alla fine del la guerra. Molta gente tornava dai campi di concentramento, molti erano vittime di bombardamenti, e Victor Frankl fu uno spirito veramente es senziale che aiutò veramente tanta gente a quell'epoca. Nello stesso periodo in cui arrivò a Vienna, da Belsen, e si stabil' subito nella clinica dove aveva già lavorato, c'era una coppia che arrivava da due differenti campi di concentramento. Entrambi erano sopravvissuti. Si erano incontrati a Vienna ed erano increduli, non potevano crederci: 'Tu sei ancora...?' Fantastico! Essi rimasero assieme per circa sei mesi, dopodiché lei mor' a causa di una malattia che aveva contratto nel campo di concentramento, e il marito si abbatté completamente. Stava sempre seduto in casa, non parlava più con nessuna delle persone che cercavano di consolarlo, che gli dicevano: 'Pensa se fosse morta prima...'. Non reagiva. Finalmente qualcuno riusc' a convincerlo a cercare aiuto da Victor Frankl. L'uomo andò da Victor Frankl e parlarono a lungo. Forse due, forse tre ore. Alla fine di questa conversazione, Victor Frankl disse a quest'uomo: 'Ammettiamo che Dio mi desse il potere di generare una donna che sia esattamente come tua moglie: ricorderebbe tutti i vostri dialoghi, ricorderebbe gli scherzi, ricorderebbe ogni particolare, non saresti in grado di distinguere questa donna che io genererei per te dalla moglie che hai perduto. Vorresti che lo facessi?' L'uomo rimase in silenzio per qualche minuto poi disse: 'No, grazie molte!' Si strinsero la mano, l'uomo se ne andò e iniziò una nuova vita. Quando sentii questa storia, chiesi subito a Frankl: 'Dottore, che cosa è successo? Non capisco...'. E lui rispose: 'Vedi Heinz, noi ci vediamo attraverso gli occhi degli altri. Quando lei è morta, lui è diventato cieco. Ma quando ha visto che era cieco ha potuto vedere ancora!'.
Com'é complesso e poco riducibile il pensiero dell'uomo! Come giocano differenze e sostanze, come il senso ed il consenso a dirottarne gli impliciti come gli espliciti, come risulti difficile nonché lacunoso costringersi a raffigurarsi il diverso nell'uguale e l'uguale col diverso!
'L'uomo singolo, considerato in se stesso, non racchiude l'essenza dell'uomo in sé, né in quanto essere morale, né in quanto essere pensante. L'essenza dell'uomo é contenuta soltanto nella comunione, nell'unità dell'uomo con l'uomo: ed é tale unità che si appoggia sulla realtà della differenza tra l'io e il tu.' Ludwig Feuerbach.
Nel riconoscimento dell'altro il bisogno di una realtà stabile e costante, l'identità su cui si basa la vita dell'umanità, almeno per come la conosciamo nel mondo occidentale, la continuità come confine insuperabile prezzo la stessa realtà che verrebbe a mancare. Non é possibile togliere elementi che si sostengono sostenendo il tutto, la realtà é complice di se stessa, e non permette che si scoprano i suoi giochi. Dice Huxley (Le porte della percezione, '80) che 'ogni individuo è nello stesso tempo il beneficiario e la vittima della tradizione linguistica nella quale è nato; il beneficiario in quanto il linguaggio gli dà accesso ai ricordi accumulati dall'esperienza altrui; la vittima in quanto lo conferma nella convinzione che la ridotta consapevolezza sia la sola consapevolezza e perchè stuzzica il suo senso della realtà, in modo che egli è fin troppo pronto a prendere i suoi concetti per dati, le sue parole per cose vere.'Troppo spesso carichiamo la realtà di senso filtrandola attraverso noi stessi, l'ambiente non contiene informazioni; I'ambiente è quello che è, noi siamo quello che siamo, come ci fa comprendere Heinz von Foerster, 'l'informazione associata a una descrizione dipende dalla capacità delI'osservatore di ricavare inferenze dalla descrizione stessa. La logica classica distingue due forme di influenza: deduttiva e induttiva. Mentre in linea di principio è possibile operare inferenze deduttive infallibili (' necessità '), sempre in linea di principio è impossibile operare inferenze induttive infallibili (' caso '). Ne segue che quelli di ' caso ' e ' necessità ' sono concetti che non si applicano al mondo, ma ai nostri tentativi di crearlo (di crearne una descrizione).'. Dunque siamo costantemente in un dominio descrittivo e rischiamo di strozzarci con le nostre stesse tautologie sulla realtà, la sua origine, la sua fine. Prendiamo ad esempio la pubblicità, un buon paragone per come si va a strutturare la nostra realtà quotidiana, la cosa singolare è che, mentre la qualificazione iniziale è molto importante, per esempio la signora che è terrorizzata davanti al compito che deve eseguire, che so, lavare dei piatti, improvvisamente riceve l''adiuvante magico', da quel momento l'esecuzione centrale, quella di lavare concretamente, non è affatto rappresentata, l'attenzione é deviata, la realtà viene sottilmente virtualizzata.
Questa inquadratura é quella di due grandi sequenze della comunicazione: 1) la formazione (il Bildungsroman, il romanzo di formazione iniziale) e 2) il compimento dell'operazione fondamentale (il riconoscimento), sono ugualmente riscontrabili nella pubblicità, dove costantemente chi non riesce a compiere un'azione, prima fallisce ( fallisce la propria competenza, non è in grado di deciderne), successivamente compie l'operazione esecutiva, una volta che ha ricevuto quello che noi chiamiamo un 'coadiuvante magico', cioè lo strumento che è il prodotto, e successivamente, molto importante, viene riconosciuto da tutti. Ecco che il gioco si completa attorno alla scena, quando l'indice indica la luna l'imbecille guarda il dito, e così é tutte le volte che rimaniamo prigionieri del reale, uno sconosciuto mondo virtuale che riesce a mascherarsi di realtà reale indossando i panni di una oggettività conclamata, tutto ciò, messo in luce con l'esempio della pubblicità, ci riporta al concetto di costruttivismo, con questo termine si indica un orientamento, condiviso in molte discipline, secondo il quale la realtà non può essere considerata come un qualcosa di oggettivo, indipendente dal soggetto che la esperisce, perché è il soggetto stesso che crea, costruisce, inventa ciò che crede che esista. La realtà non può essere considerata indipendente da colui che la osserva, dal momento che è proprio l'osservatore che le dà un senso partecipando attivamente alla sua costruzione, questo punto i particolare ci avvicina al concetto della seconda cibernetica, non é possibile esularsi dalle considerazioni che si fanno della realtà stessa.
Secondo i contributi dei suoi principali esponenti (
George Kelly, Ernst von Glasesfeld, Heintz von Foerster, Humberto Maturana, Francisco Varela, ecc.), gli assunti più importanti condivisi dai costruttivisti possono essere così sintetizzati: a) partecipazione attiva dell'individuo nella costruzione della conoscenza; b) esistenza di una struttura cognitiva di base che, in ogni soggetto, dà una determinata forma all'esperienza; c) visione dell'uomo come un sistema auto-organizzantesi che protegge e mantiene la propria integrità, a cui si abbinano le considerazioni di Humberto Maturana e Francisco Varela in Autopoiesi e cognizione.
Il concetto fondamentale del costruttivismo è che la conoscenza umana, l'esperienza, l'adattamento, sono caratterizzati da una partecipazione attiva dell'individuo. Siamo noi che letteralmente creiamo le 'realtà'alle quali poi rispondiamo. Questo aspetto costituisce un punto fondamentale nella 'Teoria dei Costrutti Personali'di
G.A. Kelly (1955), autore comunemente considerato uno dei padri del costruttivismo in psicologia. Le capacità del sistema non sono esclusivamente reattive (classificare e organizzare le informazioni in arrivo) ma sono funzionalmente anticipatorie e attive.
Si possono individuare due tipi di costruttivismo: il costruttivismo critico e il costruttivismo radicale. Quest'ultimo nega qualsiasi tipo di esistenza che vada oltre a quella prodotta dai pensieri. La conoscenza non riguarda più una realtà 'oggettiva'ontologica, ma esclusivamente l'ordine e l'organizzazione di esperienze nel mondo del nostro esperire.
I costruttivisti critici sono invece essenzialmente 'realisti': non negano l'esistenza di un mondo fisico reale, sebbene riconoscano i nostri limiti nel conoscere questo mondo direttamente o approssimativamente. Nell'ambito della psicologia del lavoro le implicazioni dei concetti di cui il costruttivismo si fa portavoce portano a considerare le organizzazioni come luogo paradigmatico in cui la realtà costruita viene socialmente condivisa. La visione che i membri di un'organizzazione hanno sia del mondo che dell'organizzazione stessa in-fluenza le attività svolte, le decisioni da prendere, le strategie da seguire e, in ultima analisi, l'intervento dell'organizzazione nella realtà.
Il considerare i soggetti come coloro che costruiscono, interpretano le realtà, con le quali poi l'organizzazione si trova a fare i conti, porta necessariamente a focalizzare l'attenzione sull'analisi dei processi soggettivi che so-stanziano la realtà organizzativa.
Sebbene questi concetti possano sembrare a prima vista sostanzialmente astratti, si consideri che molti dei pro-blemi che le organizzazioni si trovano ad affrontare han-no spesso a che vedere con strategie di comportamento stereotipate, automatiche sia nelle relazioni tra i membri dell'organizzazione che nel rapporto dell'intera organiz-zazione con l'ambiente esterno. La necessità di mettere in discussione il proprio punto di vista, di rendersi contò che il proprio modo di leggere la realtà non è in fin dei conti l'unico, sembra un obiettivo non secondario in un'epoca di profondi e rapidi mutamenti.
Ma vediamo con gli occhi di
Edgar Morin il concetto di psiche ed il suo rapporto co il reale:
'Possiamo constatare che le nostre interpretazioni della realtà non sono indipendenti dai nostri stati psichici profondi che sono anch'essi per parte loro in un rapporto di interdipendenza rispetto al nostri stati bio-neuro-cerebrali. Gli stati esaltati sono legati alI'ottimismo, gli stati depressivi al pessimismo, e, quando passiamo dagli uni agli altri, il nostro mondo diviene ora un mondo di miseria, fallimento e tragedia, ora un mondo di realizzazione, pienezza e felicità. Il reale stesso può perdere o riprendere consistenza secondo i nostri stati esistenziali; così, in preda a fasi di abbattimento dovute ai postumi di una malattia epatica, io avevo notato: 'E allora? Le mie idee dipendono dal mio dinamismo? Il reale dipende forse dalla mia vitalità?'Le psicosi determinano delle visioni del mondo specifiche che impongono il loro senso alle informazioni, agli eventi, alle situazioni; così gli stati maniaci si impadroniscono di ogni evento fortuito lo considerano sempre come gravido di senso lo interpretano sempre in modo coerente in funzione dell'idea fissa del soggetto e suscitano una serie di razionalizzazioni tra le quali la spiegazione, attraverso la macchinazione, il complotto, o il maleficio: stati schizofrenici fanno sorgere contraddizioni insormontabili e, secondo Jose Gabel (1962), comportano una incapacità di affrontare I'irreversibilità del tempo, cosa che spiega la loro specifica tendenza a 'reificare'e a 'spazializzare'tutto. Questi due stati estremi illustrano l'idea freudiana secondo la quale i processi patologici sarebbero l'esagerazione di processi normali e rientrerebbero, proprio coi loro eccessi negli aspetti invisibili della normalità: così la psicosi maniacale sarebbe l'esagerazione incontrollata del nostro bisogno razionale di coerenza e la schizofrenia invece l'esagerazione della nostra disposizione a concepire le contraddizioni e a riconoscere le incertezzeñ e la cosa ci fa pensare che una conoscenza 'sana'sia una navigazione auto-eco-regolata fra coerenza e contraddizione, ordine e disordine, certezza e incertezza.'
Ci sembra particolarmente interessante notare l'intreccio crescente in un mondo sempre più virtualizzato tra mondo interno dell'individuo e mondo esterno, tra il nostro vissuto ed un vissuto collettivo trasfuso in esso.
Come può cambiare la concezione dell'uomo sull'uomo nel tempo?
Il tempo scorre veloce e cambia continuamente i presupposti degli uomini sulla conoscenza dell'universo e sulla conoscenza di sé stessi, segni e simboli si intrecciano senza lasciar più spazio alla tradizione ne al nuovo, in un unico vortice inafferrabile di passato, presente futuro.
Come lavorano i nostri presupposti sulla percezione che abbiamo della realtà, dello spazio come del tempo?
Come va cambiando la nostra mentalità e con essa la nostra percezioe del mondo, l'etica sociale e la morale individuale, come cambiano le concezioni, i giudizi del tempo, dello spazio, le idee, quali spazi si schiudono?
Si vive perennemente nell'idea di essere i migliori, di saper giudicare e considerare il mondo, i successi della scienza ci portano continuamente ad intravedere nuovi orizzonti ed a noi tutti ci sembra di conquistare nuovi spazi e nuovi tempi; ma il mondo ed ogni sua dimensione ruota intorno all'individuo, é lui l'unico protagonista di tutto l'incanto che si trova a descrivere, il mondo é quello che é, siamo noi a descriverlo per come diventa, il mondo é dunque nella descrizione del mondo stesso, una relatività la nostra che difficilmente riusciamo ad evadere per i pochi punti che ci accompagnano nel riconoscerla, sempre continuamente accolti da una continuità cognitiva e percettiva.
Vedere per credere é ciò che si va dicendo da sempre in campo esperienziale e cognitivo, ma la nostra mente non é in grado di fare ciò, la mente e non il cervello, la mente che sorge dalla fusione tra cervello organi di senso e realtà osservata deve credere , non può fare a meno di credere per poterci avvicinare all'esperienza estetica!
Credere é l'unica possibile strada della mente noi abbiamo differenti livelli percettivi che vanno ad orientarci ogni volta che affrontiamo da osservatori la realtà; il livello base é un livello indefinito ed indefinibile, un livello in cui la realtà non può essere chiamata per nome, né definita, neppure spiegata, una realtà che stenta ad emergere a livello cosciente se non confusa in livelli percettivi differenti ed appartenenti ad altri contesti. Vi é poi la realtà conosciuta e dunque creduta, questa al contrario della precedente é libera perché disegnata in precisi contesti di apprendimento che scandiscono il nostro percepire.
Guardare é credere a più livelli, credere ai confini, credere al linguaggio denotativo, credere ad ogni elemento guida della nostra esperienza connotativa.
La percezione é più un atto di fede che un dato oggettivo, una guida che si é fissata nel tempo attraverso i passi evolutivi di una socializzazione, attraverso l'apprendimento di forme precise di riconoscimenti e riferimenti passo passo fino ai confini della conoscenza.
Noi crediamo che la prossima rivoluzione dell'umanità non avverrà all'esterno dell'uomo bens' all'interno, nascerà da una drastica considerazione legata al fatto che ogni apprendimento parte da un'osservatore per arrivare ad un osservatore, l'uomo non può prescindere da come é fatto, la sua essenza é legata alla sua auto organizzazione.
Non é possibile considerare l'esperienza della conoscenza senza tener presente il soggetto di tale esperienza, negare tale presenza proclamandosi in un contesto di oggettività equivale a negare la propria presenza, conosciamo ancora troppo poco della nostra essenza di organismi sensibili, continuiamo a negare la nostra dimensione confermandoci nella nostra dimensione neutrale.
'La prima separazione, la più elementare distinzione che possiamo fare, può essere la separazione intuitivamente soddisfacente tra se' stessi, in quanto soggetti esperienti da una parte, e la propria esperienza dall'altra. Ma questa separazione, in nessuna circostanza può essere una separazione tra se' stessi e un mondo degli oggetti oggettivi che esiste indipendentemente. La nostra 'conoscenza '... deve cominciare con l'esperienza e le separazioni tra la nostra esperienza, come, ad esempio, la separazione che facciamo tra la parte dell'esperienza che chiamiamo 'noi stessi'e tutto il resto della nostra esperienza che chiamiamo il nostro 'mondo'. Dopodichè questo nostro mondo, non importa come lo strutturiamo, non importa quanto bene riusciamo a renderlo stabile con oggetti permanenti e interazioni ricorrenti, è , per definizione un mondo codipendente con la nostra esperienza.... sebbene il mondo sembri solido e regolare, quando lo andiamo ad esaminare, scopriamo che non c'è alcun punto stabile di riferimento al quale poterlo fissare. In nessun posto è solido o resistente.'[
Francisco Varela 1979 ]
Lo sguardo oggettivo non riesce a rimanere senza tradire i suoi limiti, il concetto ha una sua forza intrinseca che guida un sistema di credenze, il dubbio deve rimanere legato all'esperienza per non costringerla entro i confini del dogma e del pregiudizio, dubitare rimane un percorso indispensabile per l'intera epistemologia.
'Quando si mette l'oggettività tra due parentesi, tutte le vedute, tutte le direzioni nella multidirezionalità sono ugualmente valide. Se capiamo questo, perdiamo la passione per il cambiamento dell'altro. Uno dei risultati è che si può apparire indifferenti alle altre persone. Invece chi non vive con l'oggettività tra parentesi ha una vera passione per cambiare l'altro. Quindi loro hanno questa passione e tu no. Nell'Università dove lavoro, ad esempio, la gente dice. 'Humberto non è veramente interessato a niente!'E questo perchè io non ho una passione dello stesso orientamento di quella della gente che vive con l'oggettività senza parentesi. Penso che questa sia la maggiore difficoltà. Ad altre persone puoi sembrare troppo tollerante. Tuttavia, se anche gli altri mettono l'oggettività tra parentesi, puoi scoprire che il disaccordo può essere risolto entrando in un dominio di Co-inspirazione, nel quale le cose vengono fatte insieme perchè i partecipanti vogliono siano fatte. Con l'oggettività tra parentesi è facile fare le cose assieme perchè l'uno non squalifica l'altro nel processo di farle.'


Humberto Maturana -Intervista- 1985

Quando si ha il coraggio di mettere in discussione la propria percezione e dunque il proprio credo allora ha senso parlare di realtà condivisa, costruzione della realtà, comprendere é il primo passo del percepire, senza la comprensione non vi può essere realtà.






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