Presupposti psicologici al doping

Dr. Mauro Venturello

 

Il doping può essere definito come "l'uso di quelle sostanze o metodologie che sono state proibite dalle competenti autorità sportive a livello nazionale/internazionale". Il riferimento delle definizioni adottate sono solitamente o il potenziamento artificioso delle prestazioni o la pericolosità per la salute o entrambe. Non affronto qui la difficile questione di una definizione o di un elenco delle sostanze proibite. Altri relatori nella giornata potranno trattare la questione in modo più competente di me.

Come psicologo cerco di rispondere a questa domanda: perché determinate sostanze pur essendo proibite e pur essendone fortemente penalizzato l'uso vengono ugualmente assunte dagli atleti?

La psicologia dello sport è un settore della psicologia applicata che studia il comportamento umano prima, durante e dopo l'attività sportiva in relazione alla personalità, alla motivazione, ai tassi di ansia e di aggressività, alle dinamiche di gruppo nelle prove collettive, perché l'atleta sperimenta situazioni psichiche estreme e corrispondenti sensazioni impulsive che non è dato verificare nelle normali attività.

Questa definizione, dal Dizionario di psicologia di Galimberti, mette in evidenza le situazioni psichiche estreme quali: competitività, fatica, ripetizione esasperata di prestazioni, ec. e le conseguenti condizioni psichiche estreme che l'atleta vive quali:

 

 

Sono condizioni psichiche non riscontrabili nella normale attività e che non possono essere comprese nell'ambito psicopatologico. Dette condizioni e situazioni psichiche pongono quindi allo psicologo degli specifici interrogativi e la ricerca di adeguati approcci teorico-metodologici che riguardano le capacità cognitive più adatte, gli assetti emotivi ottimali, le relazioni mente-corpo atleticamente più redditizie, ecc.

Ora alcune riflessioni sui presupposti psicologici che possono favorire il ricorso al doping, prenderò in esame alcuni movimenti psicologici profondi della persona essendo la psicoanalisi l'ambito teorico-metodologico in cui si sono svolti i miei studi e la mia pratica professionale.

Trattandosi di situazioni psichiche estreme intenderei il doping come un modo per ampliare il confine dell'estremo, quando questo non è ritenuto raggiungibile per vie autonome o col supporto di altri ausili.

Premetto che intendo l'attività sportiva, soprattutto a livello agonistico, come una risposta esistenziale ad una esigenza profonda irrinunciabile. Altra sarebbe infatti la scelta di vita dell'atleta se l'esigenza non fosse psicologicamente irrinunciabile. È chiaro che non è sufficiente la determinazione psicologica, ma si rende anche necessario il supporto corporeo, con diverse caratteristiche a seconda delle specialità. È altrettanto chiaro che possono esserci corpi atleticamente dotati in persone che non si dedicano all'atletica. Di qui l'importanza della determinazione psicologica.

Da dove nascono allora esigenze così obbliganti?

Vi propongo dapprima alcune considerazioni sulle condizioni psicologiche che caratterizzano il funzionamento psicologico nell'espressione e affermazione di Sé dell'individuo e dei gruppi in generale con particolare riguardo all'attività sportiva. Mi riferisco in particolare alle interazioni dinamiche:

 

abbandono

<------------------>

competitività

apatia

<------------------>

aggressività

mancanza

<------------------>

appagamento

rinuncia

<------------------>

ambizione

frustrazione

<------------------>

gratificazione

Sono interazioni in quanto il variare di uno dei due elementi genera una variazione nell'altro, dinamiche in quanto ci si riferisce a forze psichiche che sono alla base della costruzione psichica e del suo funzionamento.

Per motivi di tempo svilupperò una di queste interazioni per dare un'idea del funzionamento psicologico profondo, per fare poi alcune considerazioni inerenti il tema che stiamo trattando. Prenderò in considerazione l'interazione:

 

frustrazione

<---------------->

gratificazione

Frustrazione: è lo stato emotivo spiacevole di un individuo che perseguendo uno scopo con una determinata motivazione si trova impedito nel raggiungimento dello scopo stesso per motivi interni o esterni.

 

La psicoanalisi studia le motivazioni di tipo affettivo (ricerca della sicurezza, dell'amore, della protezione, ecc.). In questo ambito la frustrazione è legata all'assenza della persona o della situazione esterna in grado di assicurare il soddisfacimento o all'impossibilità del soggetto stesso di concedersi soddisfacimento per propri conflitti interni (nikefobia).

 

Gli studi sperimentali hanno dimostrato che l'effetto della frustrazione è l'aumento della forza, anche in virtù dell'aggressività che ne nasce e che può essere utilizzata per il raggiungimento dello scopo.

 

In ogni individuo esiste una soglia che riguarda il livello di sopportabilità della frustrazione. Al disopra della soglia la frustrazione diventa insopportabile e genera processi involutivi (apatia, ripiegamento su se stessi) al di sotto, essendo sopportabile, genera forme di vita evolutive (ricerca di attività, miglioramento di se stessi) che possono portare alla riduzione dello stato di frustrazione. L'eccesso di frustrazione quindi genera sfiducia, abbattimento, rinuncia, l'assenza di frustrazione genera disinteresse e mancanza di aggressività.

 

La gratificazione è la possibilità di raggiungere uno scopo, di trovare soddisfazione alle proprie esigenze. Anche in questo caso esiste una soglia ottimale. L'eccesso di gratificazione riduce la forza della motivazione alla realizzazione dello scopo, l'insufficiente gratificazione genera una ripetizione della ricerca che se dura troppo a lungo può portare a insopportabile insofferenza e a rinuncia.

La dinamica frustrazione-gratificazione è importante per i livelli di motivazione, rendimento e soddisfazione dell'atleta.

 

Per gestire tale dinamica bisogna tener conto di alcuni aspetti:

 

&endash; la sensibilità alla frustrazione e alla gratificazione varia da soggetto a soggetto e solo la conoscenza della persona consente di riconoscerla

&endash; sono soggettivamente diversi anche gli scopi il cui raggiungimento produce gratificazione. Nell'attività sportiva, ad esempio, possono diventare scopi da raggiungere:

 

&endash; il guadagno

&endash; il primeggiare

&endash; il diventare idolo dei tifosi

&endash; la fama, la notorietà

&endash; il gusto di misurarsi con l'estremo

 

&endash; la necessità di sopportare anche un alto grado di frustrazione a causa dell'esperienza estrema, richiede corrispondente e sempre maggiore compenso che ha valore soggettivo (soldi, bagno di folla, cure particolari, fama, ec.)

 

Vediamo ora i punti critici quando può scattare il rischio di uso del doping nella interazione dinamica frustrazione-gratificazione:

 

&endash; quando la frustrazione è eccessiva perché lo scopo prefisso appare irraggiungibile

&endash; quando il senso di insufficienza genera troppa ansia prima di una competizione

&endash; quando il rapporto tra mezzi disponibili e scopi da perseguire è frutto di una valutazione errata in quanto i mezzi sono insufficienti o lo scopo è troppo impegnativo.

&endash; quando la gratificazione è eccessiva e manca la spinta per mantenere i livelli di prestazione richiesti

 

 

È possibile un qualche aiuto per la gestione di questa dinamica?

 

Sì, la conoscenza e la consapevolezza di sé, che in più testi di psicologia dello sport sono indicate come fondamentali, sono senz'altro utili. Per quanto riguarda la dinamica che abbiamo considerato conoscere bene il proprio rapporto con la frustrazione e la gratificazione o essere più consapevoli degli scopi che si vogliono raggiungere e dei mezzi di cui si dispone è senz'altro utile. È possibile con l'acquisizione della conoscenza aumentare la capacità di sopportare la frustrazione con effetti positivi sulla forza della motivazione e sull'uso dell'aggressività.

Ho sviluppato brevemente l'interazione frustrazione-gratificazione per esemplificare un metodo di approccio ai problemi che nascono nell'attività sportiva e l'uso delle conoscenze che la psicologia offre. Analogo lavoro si potrebbe fare per le altre interazioni, ma il tempo che ho a disposizione non me lo consente.

 

È possibile una correlazione tra doping e tossicomania?

 

La tossicomania è la dipendenza da sostanze tossiche. È opportuno distinguere tra dipendenza intesa come condizionamento psicologico all'uso di sostanze tossiche fino a non poterne più fare a meno se non col rischio di compromettere le proprie possibilità di vivere e assuefazione intesa come bisogno per il proprio metabolismo al fine di evitare i sintomi di astinenza (Jervis). Per quanto riguarda il nostro argomento si tratta quindi di sapere se talune sostanze usate da atleti possono portare a dipendenza.

Propongo un'ipotesi di comprensione prendendo in considerazione l'instaurarsi della dipendenza con particolare riferimento all'immagine corporea. Schilder, lo studioso più significativo in questo campo, scrive: "Con l'espressione "immagine del corpo umano" intendiamo il quadro mentale che ci facciamo del nostro corpo, vale a dire il modo in cui il nostro corpo appare a noi stessi. Noi riceviamo delle sensazioni, vediamo parti della superficie del nostro corpo, abbiamo impressioni tattili, termiche, dolorose, sensazioni indicanti le deformazioni del muscolo provenienti dalla muscolatura e dalle guaine muscolari, sensazioni provenienti dalle innervazioni muscolari e sensazioni di origine viscerale". e ancora "…l'immagine non è semplicemente percezione sebbene ci giunga attraverso i sensi, ma comporta schemi e rappresentazioni mentali.."

Se la costruzione dell'immagine corporea è fortemente condizionata dall'assunzione di droghe che alterano le reazioni del corpo o la percezione di determinate sensazioni e se la condizione raggiunta è decisamente favorevole (resistenza all'affaticamento, riduzione del dolore, potenza superiore, ec.) voi capirete che può essere difficile accettare di tornare a un'immagine corporea "ordinaria". Si è creata cioè dipendenza dall'immagine corporea costruita usando droghe e si cercherà quindi di conservarla continuando a usarle.

 

Scorrendo "l'archivio del doping" su Internet, ho letto che su un settimanale francese (Le nouvel Observateur) sono apparsi i risultati su un'indagine fatta presso alcune cliniche specializzate in disintossicazione da droghe pesanti. In una clinica su 50 pazienti, ben 25 sono stati "sportivi di alto livello". In un'altra clinica su 100 pazienti in disintossicazione, sono 20 gli ex atleti. Sui 25 ex sportivi, 14 avevano consumato droghe pesanti quando ancora gareggiavano; in particolare, l'eroina l'avevano presa in quattro prima di fare sport, in cinque durante la carriera, in 16 dopo aver smesso. Il primo fra gli sport praticati dai tossicodipendenti è il calcio, seguito da atletica, nuoto, judo, pallamano. Due degli atleti erano arrivati a gareggiare a livello internazionale, sette a livello nazionale.

 

Sui motivi, i responsabili della cliniche parlano di dipendenza sviluppata durante la carriera sportiva, per combattere la fatica, il sovrallenamento e il dolore.

È possibile quindi pensare ad una correlazione positiva tra tossicomania e doping.

 

Riusciremo a sconfiggere il doping?

 

Un sondaggio della TGS (Testata Giornalistica Sportiva) fatto ponendo questa domanda porta al seguente risultato:

 

Risposta

Voti

%

No

751

79,1

Si

199

20,9

Totale

950

100,0

 

È evidente che la grande maggioranza degli interpellati ritiene che non si riuscirà a sconfiggere il doping. Perché? Credo sia perché, al di là della fiducia o meno nella giustizia o nella capacità repressive degli organismi preposti, anche per i tifosi è difficile rinunciare a prestazioni estreme, oltre il limite normale per aver modo di identificarsi nell'atleta dalle grandissime prestazioni, che è forte, vince e può costantemente rinnovare la vittoria oppure per poter imitare l'atleta nella costruzione della propria immagine corporea (vedasi l'indossare la maglia del proprio beniamino, imitarne il modo di muoversi, la pettinature, ec.). Secondo quanto detto prima, quindi, anche i tifosi raggiungono uno scopo (essere il primo, dare dimostrazione di potenza, ec.) immedesimandosi nell'atleta. Per quanto riguarda gli atleti essi sono sottoposti a enormi pressioni dall'interno (motivazione) e dall'esterno (richieste dei tifosi, dei compagni di squadra, dall'èquipe, dagli sponsor, ec.) che tendono a spostare sempre più in avanti l'estremo e possono quindi trovarsi nella condizione di rottura del rapporto ottimale motivazione/mezzi/scopi e nella disposizione ad integrazioni artificiose per reggere.

All'inizio della relazione mi ero posto la domanda: perché determinate sostanze, pur essendo proibite e pur essendone fortemente penalizzato l'uso, vengono ugualmente assunte dagli atleti? La risposta che posso dare dopo le riflessioni che vi ho proposto è la seguente: gli atleti sono spinti da agenti esterni, ma soprattutto da agenti interni in modo costrittivo a mantenere le condizioni psichiche estreme che consentono loro di fornire grandi prestazioni.

Il punto di vista della psicologia va logicamente integrato da altri punti di vista come quello socio-economico e quello chimico-farmacologico. A proposito di quest'ultimo proprio giovedì scorso su "La stampa" il direttore del dipartimento di medicina dell'istituto di scienze dello sport del Coni ha stigmatizzato l'uso di integratori alimentari (creatina) affermando: "Quando l'abitudine è diffusa, si passa poi agli anabolizzanti e al doping". Vedete qui un altro percorso che porta al doping.

 

Personalmente credo sia difficile sconfiggere il doping e credo che alcuni motivi di questa affermazione siano impliciti in quanto ho detto. Credo ovviamente che il doping vada combattuto, ma penso sarà una battaglia continua. perché le motivazioni psicologiche presenti nelle interazioni dinamiche indicate, tende a rendere valido qualsiasi mezzo. La sola repressione non riesce a contenere il fenomeno.

 

È la condizione estrema che estremizza tutto.

Un aspetto che mi sembra importante è promuovere con tutti i mezzi (scuola, media, sensibilizzazione degli operatori sportivi nei corsi di formazione) una cultura dello sport che:

&endash; svalorizzi l'uso di sostanze o mezzi impropri come credo sia nell'intenzione della campagna del CONI intitolata "io non rischio la salute"

&endash; instauri valori perseguibili e condivisi dagli atleti, dai tifosi, dagli allenatori, dagli organizzatori, e da quanti hanno a che fare con le competizioni sportive.

&endash; promuova un'immagine dell'atleta caratterizzata dalla capacità di utilizzare al meglio le sue risorse psico-fisiche

&endash; agisca sull'esasperazione, riducendone gli aspetti che facilmente portano ad una situazione di rottura degli equilibri psico-fisici umanamente raggiungibili

 

 

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