Gustavo Adolfo Rol

"Un grande piamontese del XX secolo». Cosi, l'Associazione immagine per il Piemonte ha definito il medium Gustavo Rol, scomparso nel '94, all'età di 81 anni.

 

Lo chiamavano il «mago di Fellini» per la sua amicizia con il grande regista. Oppure il «mago» di Agnelli perché da sempre frequentava la casa del magnate italiano delle automobili. Ma il suo nome poteva essere accostato a migliaia di altri vip. Aveva infatti ammiratori ed estimatori in tutto il mondo. Per le sue misteriose e incredibili doti paranormali, era entrato nella leg genda e la sua abitazione costituiva la meta più ambita per chi voleva provare il brivido del mistero.

 

Figlio di un banchiere, due lauree, pittore di professione, Adolfo Gustavo Rol si è spento nei giorni scorsi a Torino, sua città natale. Aveva 9 1 anni. E da oltre mezzo secolo era considerato l'uomo del mistero. E stato definito «mago», «mediurn», «veggente», «guaritore», «sensitivo», «fenomeno paranormale». Ma nessuna di queste parole poteva dare lì di ciò che era m grado di compier Era tutto questo insieme portato al più alto grado di perfezione e qualche cosa di più. Davanti a lui sono passate le personalità più varie: da Albert Einstein al generale De Gaulle, da Enrico Fermi a Mussolin~ da Curzio Malaparte a Jean Cocteau, Pittigrillì, Buzzati, Casalegno, Jemolo, da Federico Fellini a decine di attori e registi del cinema italiano e internazionale. Avvocati, monsignori, industriali, intellettuali, scienziati, prestigiatori, giornalisti, tutti tornavano a casa sbalorditi senza riuscire più a dimenticare quell'uomo inquietante che per un attimo aveva aperto a loro le porte del mistero.

 

Trascorrere una giornata con Rol era come fare un viaggio nell'impossibile. Le sue esibizioni sembravano violare in modo sconcertante le leggi fisiche. Sapeva scrivere a distanza, leggere un libro chiuso, disintegrare gli oggetti, trasportarli da un luogo all'altro senza toccarli, conosceva il futuro, vedeva intorno al capo delle persone la famosa «aura», di cui parla la filosofia indiana; era stato fotografato nello stesso istante in due città diverse, lontane migliaia di chilometri l'una dall'altra.

 

Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene e di essergli amico. Ho vissuto accanto a lui le esperienze più sconvolgenti.

 

Un giorno ero al ristorante Firenze di Torino e lo aspettavo perché dovevamo pranzare insieme. Arrivò in ritardo, si scusò affabilmente e sedette accanto a me. Prese la mia mano, la mise sopra il tovagliolo stropicciato che tenevo sul tavolo. «Come si chiamava la tua nonna materna?», mi chiese. Lo guardai sorpreso e risposi: «Amabile». «Che bel nome», disse. Estrasse la penna e tracciò nell'aria dei segni veloci, poi, indicandomi il tovagliolo, disse: «Aprilo». Eseguii l'ordine. Al centro, a matita, con grafia nitida, era scritto: «Amabile».

 

Al termine del pranzo, mi chiese:

 

«Vuoi delle noci?». Su un tavolo, vicino alla cucina, lontano da noi una decina di metri, c'era un canestro con la frutta e, senza attendere la mia nsposta, Rol aprì la mano sul tavolo, nella direzione del canestro, chiudendola subito con uno scatto, come per afferrare qualcosa arrivato con la velocità della luce. Poi la aprì lasciando cadere una noce. Ripeté quel gesto diverse volte mettendo davanti a me una decina di noci, che ruppi e mangiai. La stanza era illuminata a piena luce. La mano di Rol, libera da ogni impaccio, era visibile a tutti i presenti.

 

Ero andato a Torino con il fotografo. Rol ci aveva condotti in casa di una signora per riprendere alcuni suoi quadri. Passando per il salotto, vide che c'erano le cartelle della tombola. Prese il sacchettino di stoffa, contenente le pedine numerate, ci mise dentro la mano e rivolto verso di me disse: «Chiama un numero». «Venticinque», risposi. Estrasse la pedina e mostrò il numero: era il venticinque.

«Un altro», disse sorridendo. «Sette», gridai forte perché anche le altre Persone presenti sentissero. Rol estrasse la pedina ed era il sette. Poi, rivolto al fotografo: «Proviamo con lei». «Quaranta», disse il fotografo e Rol estrasse il quaranta. Andammo avanti a fare questo gioco per un po' e Rol non sbagliò mai un numero.

 

Una mattina ero arrivato a Torino presto. Dovevo far vedere a Rol una serie di fotografie. Era marzo. Faceva ancora freddo. Quella mattina c'era la nebbia e avevo fatto il viaggio in treno. Alla stazione di Milano avevo comperato i giornali e un libro.

 

Trovai Rol a letto con la febbre. Mi ricevette nella sua camera- Osservò le foto. lo ero a lato del letto. Non mi ero neppure tolto il cappotto e tenevo il libro tra le mani. A un certo momento Rol posò lo sguardo sul volume e disse: «Vediamo se le mie facoltà funzionano anche con la febbre». Mi guardò da capo a piedi. «Quanti bottoni ha il tuo cappotto?», chiese. «Non lo so», dissi. Guardai e mi accorsi che il mio doppiopetto aveva tre coppie di bottoni. «Due, due, due», disse Rol. «Dunque, vediamo, a pagina 222 del tuo libro, nella prima riga in alto c'è scritto: "queste ricerche. Dopo averci caldamente invitate..."». E scrutandomi aggiunse: «Possiamo controllare?». Emozionato, sfogliai il libro e alla prima riga della pagina 222 lessi: «queste ricerche. Dopo averci caldarnente invitate ... ». .

 

Eravamo nella sua casa e Rol aveva il raffreddore. Arrivò il medico con un tubetto di Cebion forte. Come tutti sanno, la confezione del Cebion è costituita da un involucro di cartone, con dentro un tubetto cilindrico di metallo, ben chiuso, e dentro il tubetto le compresse, molto grosse, avvolte in carta stagnola. Prendendo il tubetto, Rol chiese: «Come si prende?». «Una o due compresse ogni tanto, sciolte in acqua», rispose il medico. Tenendo la confezione di Cebion nella destra, Rol le diede un colpo secco verso la mano sinistra aperta, come per far uscire dal tubo qualche cosa. Sul palmo della sua mano apparve una compressa di Cebion. «Che grossa», disse. Chiuse la mano e subito la riaprì: nel suo palmo c'era, ora, una compressa piccola, come un'aspirinaSbalorditi, andammo a controllare: l'involucro di cartone era perfettamente chiuso, e così il tubetto di metallo e la stagnola, ma dalla confezione mancava una pastiglia.

 

Uno degli esperimenti più sbalorditivi tra quelli che Rol si divertiva a compiere era la scrittura a distanza. Invitava un ospite a scegliere un foglio da una risma di carta, a piegarlo m otto e a metterselo in tasca. Poi iniziava la seduta. Rol, senza cadere in «trance», prendeva contatti con «spiriti» di trapassati, li invitava a lasciare un messaggio e alla fine, sul foglio che l'ospite teneva ben nascosto, si leggevano le parole del messaggio lasciate dello spirito invocato.

 

Una sera, al termine di una seduta dedicata alla musica, ricevetti un messaggio da Giovanni Paisiello, e inoltre il grande musicista napoletano mi regalò lo spartito musicale di una sua canzone. Lo feci esaminare: la carta era autentica del Settecento e lo stile inconfondibile, ma quella canzone risultava e risulta ancora inedita.

 

Spesso i messaggi erano costituiti da disegni, acquarelli, che si formavano all'improvviso su quei fogli. Ma Rol era famoso anche per i quadri a olio che si realizzavano da soli, senzal'intervento di alcuna persona visibile. Ho esaminato alcuni di quei quadri, indubbiamente notevoli. La tavoletta o la tela venivano scelte dai presenti e preventivamente contrassegnate. Anche il soggetto da dipingere era indicato dai presenti. Rol preparava tutto su un cavalletto, con i colori posti sul tavolo. Poi si sedeva tra gli ospiti, lontano dalla tela e allora si assisteva a un fatto da fantascienza. Nella luce soffusa, si vedevano i pennelli e il raschietto che operavano da soli: impastavano il colore, si intingevano nell'essenza di trementina, trasportavano il colore sulla tela e, nel silenzio, si udiva il lieve rumore del lavorio compiuto da mani invisibili. L'esperimento durava una decina di minuti. Al termine, davanti agli occhi sbalorditi e commossi dei presenti c'era il quadro, con il colore fresco il soggetto realizzato come era stato chiesto.

 

Federico Fellini mi ha raccontato Che un giomo era stato a pranzo con Rol a Torino. Era luglio. Faceva molto caldo. Stavano camminando nel parco del Valentino per raggiungere l'abitazione di Rol. «Notai una donna seduta su una panchina, con un bambino in braccio», rtù raccontò il regista. «Si erano addormentati. Ma intomo al viso del piccolo ronzava un calabrone. "Oddio, adesso lo punge», dissi indicando il bambino. Rol guardò, vide il calabrone che stava per posarsi sul viso del piccolo, allungò la mano nella direzione dell'insetto e il calabrone cadde a terra. Accorsi a vedere: era tral'erba, immobile, fulminato da una energia misteriosa che si era sprigionata dalle dita del nuo anuco». Rol aveva grande fama anche di guaritore. Molte persone affermano di aver ricevuto straordinari benefici dai suoi interventi. Il dottor Alfredo Gaito, che fu anche vicepresidente dell'Ordine dei medici di Torino, mi ha raccontato: «Il mio bambino aveva la febbre altissima, più di quaranta. Chiamai il pediatra che ordinò delle cure. La febbre però non scendeva e continuò per tutta la notte. Mia moglie era preoccupata. Essendo molto amico di Rol, gli telefonai. "Metti giù il telefono, stai tranquillo che ci penso io, mi disse. Tomai in camera dei bambino per riferire a mia moglie e mi accorsi che il volto del bambino non era più rosso come un minuto prima. Misurai la temperatura e la trovai normale: meno di 37 gradi».

 

Conoscendo le qualità di Rol, diversi medici lo consultavano. Ci fu un periodo in cui veniva regolarmente chiamato in una clinica da un illustre ginecologo, soprattutto quando si presentava un parto particolarmente difficile. Rol, con le sue qualità psicocinetiche, «pilotava» il nascituro risolvendo gli inconvenienti.

 

«Se vado al casinò», diceva, «e, a scopo del tutto disinteressato, provo a indovinare i numeri della routette, non ne sbaglio uno; se invece gioco sul serio, non ho alcuna fortuna».

 

Qualche volta però ha «suggerito» i numeri a persone povere che avevano bisogno di un po' di soldi per risolvere certi gravi problemi, e quei numeri sono sempre risultati «miracolosi».

 

Il professor commendator Enrico Vecchia, che fu primario a Torino e autore di importanti pubblicazioni sul cancro, raccontava questo eccezionale episodio, di cui era stato testimone diretto: «Una sera fai chiamato d'urgenza a visitare una bambina ammalata. Rol volle accompagnarmi. Arrivammo in una casa poverissima. I genitori della piccola non avevano i soldi per comperare le medicine. Rol, commosso fino alle lacrime, mi disse: «Portami al casinò, devo provvedere a questa gente». Lo accompagnai. Si avvicinò alla roulette, fece quattro puntate vincendo una grossa somma che portò immediatamente a quella povera famiglia».

 

Di Renzo Allegri, giornalista, inviato speciale e critico musicale.

 

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