"VANTAGGI DELLA MENTE E DEL CORPO NELLA PRATICA DELLE ARTI MARZIALI".


Il "grande paradigma d'occidente" formulato da Cartesio e imposto dagli sviluppi della storia europea a partire dal XVII secolo, é presente nel titolo della mia relazione; tale paradigma distingue il soggetto dall'oggetto la filosofia e la ricerca riflessiva da un lato, la scienza, la ricerca oggettiva dall'altro; una dissociazione che corre lungo tutta la nostra conoscenza, l'anima contrapposta al corpo, lo spirito alla materia, la qualità alla quantità, il sentimento alla ragione, la finalità alla causalità.
Il grande paradigma regola la doppia natura del pragmatismo occidentale, l'esaltazione dell'uomo, la nazione, la razza, il soggetto; e la scienza, la tecnica, la quantità, l'oggetto. La realtà quotidiana ci obbliga ad un continuo balletto tra una oggettività, esercitata attraverso le scienze sul mondo materiale, di cui siamo fatti, e la nostra soggettività, rappresentata dai nostri scatti d'umore, dalle simpatie, dalle attrazioni che proviamo per gli altri e per il mondo. Questo andamento "schizoide" della cultura occidentale ci cattura in una sorta di doppia vita a cui rimaniamo legati e da cui dipendiamo, una frattura nella nostra identità che ci obbliga a ridurre l'uomo o a semplice materia, perdendo in tal modo il lato spirituale della vita, o puro spirito, che difficilmente trova alloggio in un corpo materiale.
La concezione del mondo della scienza classica si basa sulla coincidenza tra razionalità logica e verità oggettiva, confondendo in realtà l'effetto con la causa, commettendo un macroscopico errore di interpretazione nel pensare che la mappa, attraverso la quale ci rappresentiamo il reale, sia in realtà il territorio in cui viviamo. Ora é strano a dirsi, ma gli uomini dell'occidente, così forti, sicuri, pieni di certezze, sono sconfitti da un'idea, dall'idea che ci siamo costruiti della realtà che ci circonda, che ora crediamo ingenuamente unica, vera e insostituibile. Tutto ciò che viviamo, che pensiamo é intriso della conoscenza che abbiamo delle cose, una conoscenza che indubbiamente ci ha fatto percorrere tanta strada, ma che noi per semplicità ora confondiamo con la nostra ragionevole realtà. Non siamo capaci di superare le spiegazioni, non siamo in grado di andare oltre alle cose, cerchiamo le soluzioni unicamente dove la nostra ragione ci insegna a guardare. In realtà la scienza, bravissima a distruggere razionalmente le risposte metafisiche sul senso della vita, non é stata in grado di fornire dei sostituti, lasciandoci senza fondamenta, in preda al nichilismo, la perdita dei valori, la mancanza di uno scopo, di un fine nei pensieri come nella vita.
Le arti marziali, tecniche di difesa corporea sviluppate in seno al pensiero orientale, possono forse aiutarci a "fermare la lancia" del nichilismo e porre un freno all'inaudita violenza che circonda spesso la vita quando questa é vissuta senza un senso. Due cose certamente vengono insegnate con le arti marziali, la consapevolezza e la presenza, la consapevolezza verso ciò che succede fuori di noi e la presenza in ciò che stiamo facendo. Questi due concetti sono anche alla base della meditazione, un momento in cui sono in grado di distinguere l'azione dalla reazione; sono consapevole dell'azione, lo stimolo ricevuto e sono presenta alla reazione, la risposta che esercito. Attraverso alla decisione ponderata di far seguire all'azione una reazione mi riapproprio della mia identità, del perché; un'identità che perdo, al contrario, ogni volta che agisco in modo automatico senza un perché, senza saper significare la mia vita. Le arti marziali insegnano a coordinare i gesti tra loro, a dare un significato alle proprie azioni ogni gesto viene eseguito in un dato momento, in armonia col successivo, attraverso una danza coordinata perfettamente con la danza dell'altro. Ecco emergere da tali discipline un punto d'incontro, una "via di mezzo della conoscenza" tra il pensiero occidentale e il pensiero orientale, che ci aiuta a comprendere, gli schemi abituali, i comportamenti, i gesti, ripetuti senza scopo, di una mente divisa dal suo corpo. Nella ricerca di questa "via di smezzo" subentra spesso un momento di smarrimento che vede il suo culmine nella fuga verso il nichilismo; in realtà siamo talmente abituati a riporre il senso della vita in noi e negli oggetti che ci circondano, che ci é difficile accettare il vuoto che si presenta dietro alle suddivisioni che il nostro "paradigma cognitivo" ci ha insegnato a fare. Noi siamo pieni di spiegazioni al punto che la conoscenza stessa non ci permette di uscire dal suo "pieno esistenziale", obbligandoci al contrario a subire questa suddivisione continua della realtà. Solo riuscendo, con consapevolezza e presenza, a rilassare ulteriormente la nostra mente, raggiungiamo quel senso di calore e di inclusione, indice della comprensione che la nostra vita é quella parte (l'IO) che é nel tutto (l'UNIVERSO) che é in noi. L'avvicinarsi al pensiero orientale spinge inizialmente alla negazione del sè, dell'io e del mondo, al non-dualismo, alla mancanza di un fondamento, tutto questo nell'intento di allontanarci dagli schemi abituali di attaccamento alle cose, in realtà il pensiero orientale é altamente propositivo. La comprensione del pensiero orientale passa attraverso il semplice agire quotidiano, come il dedicarsi allo sviluppo di una propria capacità, o l'imparare a coordinare i propri movimenti, come avviene con le arti marziali. Meditando su tale capacità si arriva a rimuovere tutte le abitudini egocentriche, di cui la violenza può essere considerata come una delle manifestazione più dirette, lasciando che l'azione venga guidata dalla saggezza, una saggezza raggiunta con consapevolezza e presenza continue verso la propria vita. E' come dire che si nasce con la grande capacità d'amare ma ci si deve esercitare ad amare, con grande impegno, per rimuovere le abitudini che ci impediscono di mostrare tale virtù. In realtà vivendo in un mondo che ci rimanda costantemente al modello scientifico, non possiamo rifiutare la scienza con le sue applicazioni, ogni sua distinzione, per errata che possa risultare, é pur sempre il nostro punto di partenza, non possiamo che renderci consapevoli delle distinzioni che son state fatte, e superare tali distinzioni attraverso la continua presenza nella nostra vita.
Accorgersi di sè e dell'altro, comprendere come ci sia una "struttura che connette" me, i miei gesti, coi gesti dell'altro, mi permette di comprendere la vita, la sua complessità, la mutua dipendenza degli individui tra loro. Le arti marziali attraverso lo studio dei gesti e dell'armonia messa nell'eseguire tali gesti, quando sono trasmesse nel rispetto dei riti che le distinguono da un banale gesto fisico, ripristinano quell'equilibrio fondamentale alla vita che noi possiamo ritrovare tra la nostra mente e il nostro corpo; un equilibrio che ci spinge oltre a costruire ed abitare un mondo completo senza fondamento.
Voglio terminare con una breve storia Zen: "Lo Zen di Joshu". Joshu cominciò lo studio dello Zen quando aveva sessant'anni e continuò sino agli ottanta, allorché realizzo lo Zen. Insegnò dall'età di ottant'anni sino a quando raggiunse i centovent'anni. Una volta uno studente gli domandò: "Se nella mia mente non c'é nulla, che cosa devo fare?".
Joshu rispose: "Buttalo via". "Ma se non c'é nulla, come faccio a buttarlo via?" insistette l'allievo.
"Bè," disse Joshu "allora attualo".