L'attività sportiva e la conformazione psico-fisica dell'atleta attraverso un approccio neuro-costruttivista.

Introduzione

La neuroscienza e la rappresentazione cognitiva di un individuo alla luce del
costruttivismo.


Le neuroscienze.

Sviluppi possibili.

Considerazioni da considerare.

Bibliografia essenziale.



Introduzione


L'attività sportiva appare soprattutto espressione fedele e vera della personalità individuale: un'attività ludica che indirizza l'organizzazione psicomotoria, raggiunta attraverso l'esercizio, verso lo scopo agonistico. Il ludismo e l'agonismo diventano così le profonde e primitive finalità dell'attività sportiva. Analizzandole, si comprende l'influenza che l'attività ha nella formazione della personalità, e nello sviluppo psicofisico della persona.
Chiunque pratichi l'attività sportiva o abbia occasione di osservare persone intente a tale attività, assiste ad una forma particolare di gioco adulto che, analogamente a quello infantile, rappresenta una delle modalità di evasione dalla realtà e di edificazione di un ambito di vita tra i più piacevoli ed appaganti. Proprio come avviene nel sogno ad occhi aperti, nella fantasticheria, anche nel gioco sportivo si attua un distacco dalla realtà; si è cioè " distratti " ed assorbiti in un mondo sciolto dai limiti quotidiani, ricco di situazioni atte a favorire libere espressioni delle tendenze istintive. Nella distensione sportiva, l'individuo può vivere una piena e felice realizzazione di se, soprattutto nella direzione dell'immaginario.
Lo stile, l'atteggiamento, il movimento dell'atleta poggiano dunque su ciò che il linguaggio neurologico definisce " personalità psico motoria "; essa rappresenta la risultante del concorso di tutte le attitudini percettive e pragmatiche che nel loro insieme conferiscono una definita ed inconfondibile impronta ad ogni singolo individuo. E' controproducente imporre una forma al movimento, che è una spontanea espressione psicomotoria, risultato di una particolare struttura corticale e sottocorticale e di un reciproco equilibrio funzionale.
L'allenamento, ad esempio, deve puntare, almeno all'inizio, all'esercizio globale del movimento alla migliore formula cinetica.. Se si noteranno delle deficienze in alcuni distretti muscolari, si cercherà di risolverle, mai sottoponendo il soggetto a movimenti isolati, ma invitandolo a compiere esercizi globali in cui quelle funzioni abbiano una maggiore rilevanza. Non si deve infatti dimenticare che il movimento, proprio perché è una forma psicomotoria, ha un equivalente, non anatomicamente delimitabile, ma funzionalmente operante, nell'equilibrio dinamico della corteccia cerebrale.

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La neuroscienza e la rappresentazione cognitiva di un individuo alla luce del costruttivismo.

Il costruttivismo.

Con costruttivismo si indica un orientamento, condiviso in molte discipline, secondo il quale la realtà non può essere considerata come un qualcosa di oggettivo, indipendente dal soggetto che la esperisce, perché è il soggetto stesso che crea, costruisce, inventa ciò che crede che esista. La realtà non può essere considerata indipendente da colui che la osserva, dal momento che è proprio l'osservatore che le dà un senso partecipando attivamente alla sua costruzione. Secondo i contributi dei suoi principali esponenti (George Kelly, Ernst von Glasesfeld, Heintz von Foerster, Umberto Maturana, Francisco Varela, ecc.), gli assunti più importanti condivisi dai costruttivisti possono essere così sintetizzati:

a) partecipazione attiva dell'individuo nella costruzione della conoscenza;

b) esistenza di una struttura cognitiva di base che, in ogni soggetto, dà una determinata forma all'esperienza;

c) visione dell'uomo come un sistema auto-organizzantesi che protegge e mantiene la propria integrità.

Il concetto fondamentale del costruttivismo è che la conoscenza umana, l'esperienza, l'adattamento, sono caratterizzati da una partecipazione attiva dell'individuo. Siamo noi che letteralmente creiamo le "realtà" alle quali poi rispondiamo. Questo aspetto costituisce un punto fondamentale nella "Teoria dei Costrutti Personali" di G.A. Kelly (1955), autore comunemente considerato uno dei padri del costruttivismo in psicologia. Le capacità del sistema non sono esclusivamente reattive (classificare e organizzare le informazioni in arrivo) ma sono funzionalmente anticipatorie e attive.
Si possono individuare due tipi di costruttivismo: il costruttivismo critico e il costruttivismo radicale.

I costruttivisti critici sono essenzialmente "realisti": non negano l'esistenza di un mondo fisico reale, sebbene riconoscano i limiti nel conoscere questo mondo direttamente o approssimativamente. Nell'ambito della psicologia del lavoro le implicazioni dei concetti di cui il costruttivismo si fa portavoce portano a considerare le organizzazioni come luogo paradigmatico in cui la realtà costruita viene socialmente condivisa. La visione che i membri di un'organizzazione hanno sia del mondo che dell'organizzazione stessa in-fluenza le attività svolte, le decisioni da prendere, le strategie da seguire e, in ultima analisi, l'intervento del-l'organizzazione nella realtà.
Il considerare i soggetti come coloro che costruiscono, interpretano le realtà, con le quali poi l'organizzazione si trova a fare i conti, porta necessariamente a focalizzare l'attenzione sull'analisi dei processi soggettivi che sostanziano la realtà organizzativa.

I costruttivisti radicali negano qualsiasi tipo di esistenza che vada oltre a quella prodotta dai pensieri. La conoscenza non riguarda più una realtà "oggettiva" ontologica, ma esclusivamente l'ordine e l'organizzazione di esperienze nel mondo del nostro esperire. E' un approccio non convenzionale al problema della conoscenza e del sapere. Parte dall'idea che la conoscenza, non importa come sia definibile, è nella testa delle persone, il soggetto pensante non ha alternative diverse dal costruire quello che conosce in base alle proprie esperienze. L'elaborazione dell'esperienza costituisce l'unico mondo nel quale coscientemente si vive; la vita può essere raggruppata in diverse categorie di esperienza, quali le cose, se stessi, gli altri, e così a seguire, ma tutti i tipi di esperienza sono essenzialmente soggettivi, e sebbene si possa trovare modo di credere che la propria realtà possa non essere diversa da quella delle altre persone, non si ha alcuna maniera di sapere se sia la stessa, così anche per ciò che riguarda l'esperienza e l'interpretazione del linguaggio.

Le neuroscienze.

Per neuroscienze si può intendere il complesso delle scienze che hanno per oggetto di studio il sistema nervoso, di cui analizzano la composizione, la struttura, il funzionamento allo stato normale o patologico; ne fanno parte, tra le altre, la neurochimica, la neurofisiologia, la neuropsichiatria ecc.


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Sviluppi possibili.

Prendendo in considerazione alcuni dei risultati fondamentali delle neuroscienze ed alcuni degli sviluppi del costruttivismo é possibile constatare che cervello è altamente strutturato fin dalla nascita; vi sono centinaia di parti del cervello che coordinano o ese-guono funzioni specializzate. La coscienza stessa di un individuo é rilevabile dall'attività cerebrale, é possibile considerarla come il modo più semplice di mettere in relazione tutte le sensazioni provate da un individuo, (creando un unica immagine), collegandole tra loro in un unico spazio e nel modo più appropriato, qualunque sia il contesto in cui esse hanno avuto luogo. Coscienza di sé ed identità individuale sono essenze strutturate della vita di un atleta, dunque risulta indispensabile prendere atto di tale sviluppo e seguirne l'evoluzione fin dai primi momenti, considerando tutti i cambiamenti ad esso legati.
Nel primo anno di vita scompare una percentuale significativa dei neuroni e delle sinapsi (connessioni neuronali) presenti alla nascita; quali cellule e quali connessioni sopravvivono dipende dalla loro utilizzazione, in base agli stimoli ricevuti. Così l'e-sperienza - l'interazione col mondo - modella il nostro cervello in modo decisivo, entro i limiti della struttura cerebrale presente fin dalla nascita.
Secondo Jean Piaget in ogni momento il bambino piccolo cerca di prevedere e di comprendere ciò che gli accade attorno. I modelli connessionisti, in sintonia con quanto afferma Jean Piaget, cercano di spigare ciò che accade nel cervello di un bambino immaginando che il cervello usi l'informazione proveniente dalle esperienze recenti come base per cercare di prevedere ciò che accadrà, e quindi che il cervello osservi ciò che accade realmente. Immaginiamo che un bambino abbia di fronte uno schermo opaco, e che una palla venga fatta rotolare sul pavimento così da farla scomparire dietro lo schermo. La domanda è: che cosa dovrebbe aspettarsi il bambino? Se non ha conoscenze precedenti, può darsi che non si aspetti che la palla riappaia dall'altra parte dello schermo. Se questo è il caso, proverà davvero sorpresa a vedere riapparire la palla. Si può pensare che sia proprio questo tipo di sorpresa a spingere il bambino ad apprendere che gli oggetti continuano a esistere anche quando noi non li vediamo più. L'idea fondamentale è la seguente: nel corso di una qualunque esperienza la mente continua a cercare di prevedere gli eventi futuri, mentre ciò che accade realmente indica alla mente ciò che essa avrebbe dovuto prevedere. Il cervello segue, quindi, una regola di apprendimento molto semplice, quella di correggere i parametri delle aspettative mentali, in modo che la volta successiva le previsioni fatte risultino più precise. Quando questi parametri sono ben regolati, noi abbiamo a nostra disposizione un modello interno del mondo che ci circonda.
Nel cervello esiste anche una buona dose di plasticità, compatibilmente con la sua struttura di base. E' possibile chiedersi, ad esempio, quanti neuroni ci siano approssimativamente all'interno del cervello. La risposta che ci proviene è 10 alla decima. E' un numero enorme! Eppure, questo sistema funziona come un singolo evento funzionale, la coscienza. Così ci si può domandare quanti neuroni siano dedicati alla vista, all'udito o al tatto, per scoprire che sono molto pochi, la maggior parte dei neuroni del cervello non si occupa del mondo esterno. Queste e altre considerazioni fanno ritenere che il cervello sia, fondamentalmente, un sistema chiuso, autopoietico (Una rete di processi di produzione, trasformazione e distruzione di componenti che produce i componenti i quali: 1) attraverso le loro integrazioni rigenerano e realizzano la rete di processi (relazioni) che li ha prodotti; e 2) la costituiscono come un'unità concreta nello spazio in cui essi esistono specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto ente.) Il cervello è dunque più propriamente un emulatore che genera una realtà e che ne verifica l'affidabilità servendosi delle sensazioni.
L'apprendimento determina una modificazione dei contatti sinaptici, attraverso l'aumento delle connessioni utiliz-zate e la perdita di quelle inutilizzate. Quando imparia-mo qualcosa, il cervello si modifica in senso fisico. Le differenze di patrimonio genetico determinano solo parzialmente la struttura ultima del cervello, le capacità e i talenti, le esperienze hanno una forte influenza sulle stesse basi biologiche. Oltre al fatto che i geni ci conferiscono una costituzione genetica individuale, il nostro ambiente e le nostre interazioni personali con esso offrono un'ulteriore possibilità di sviluppare una struttura cerebrale specifica per ciascun individuo.
I sistemi neuronali costruiscono naturalmente delle categorie, in quanto es-seri neurali, c'è impossibile non categorizzare. Ci sono dei concetti che si radicano a livello neuronale, quanto meno quelli cromatici. E' stato appurato che la neurofisiologia della visione cromatica determina i colo-ri focali fondamentali e la struttura sfumata delle cate-gorie cromatiche.
Nel cervello non esiste nessuna localizzazione fisica unitaria della consapevolezza: il pensiero e la percezione sono distribuiti fra numerose aree cerebrali così pure il linguaggio che descrive percezioni e dà forma a pensieri. Spesso invece di usare il linguaggio come uno strumento per esprimere pensieri ed esperienze percettive, si accetta il linguaggio come uno strumento che determina i pensieri.
Si può ricordare che attorno al 1860 si scoprì l'esistenza di una rappresentazione corporea per tutti i muscoli; c'era anche una rappresentazione della superficie corporea relativa alla sensazione tattile, per tutti i recettori che innervano le mani, le braccia e la superficie del nostro corpo. Fino a poco tempo fa si pensava che queste mappe presenti nel cervello, mappe della superficie corporea, della cute, della retina, dei muscoli, fossero fisse; in altre parole, che uno nascesse con esse e se le portasse dietro per tutta la vita. Oggi le cose non stanno così, le mappe sono dinamiche. Ciò significa che quando uno suona il pianoforte e si esercita, la rappresentazione delle mani andrà espandendosi nel suo cervello a spese di quella di altre regioni. Questo è stato dimostrato da Mike Musnik, ed è veramente una scoperta straordinaria. Egli ha esaminato l'area della mano nelle scimmie, e ha scoperto che scimmie diverse avevano rappresentazioni della mano di tipo e dimensioni diverse. Musnik non sapeva se ciò fosse dovuto al fatto che le scimmie fossero geneticamente eterogenee, o al fatto che avessero avuto esperienze tattili differenti. Allora fece in modo che, per ricevere il cibo, le scimmie dovessero azionare, per molti giorni di seguito, una barra; scoprì così che le aree associate alle tre dita usate per azionare la barra si espandevano moltissimo a spese di altre aree del cervello.
Andando ad analizzare in dettaglio ciò che il cervello struttura e costruisce attraverso il linguaggio, la maggior parte del pensiero risulta essere inconscio, automatico e non richiedere alcuno sforzo. Dal momento che per lo più il pensiero è inconscio e senza controllo, nel prendere decisioni spesso non si é in grado di scegliere consapevolmente quali aspetti utilizzare dei sistemi concettuali. Il più delle volte si pensa e si prendono decisioni utilizzando il normale apparato concettuale composto da aspettative e pregiudizi, e il più delle volte senza alcuna possibilità di fare altrimenti, andando anche contro i propri interessi. Per di più, poiché i nostri sistemi concettuali non sono né coerenti né compatti, spesso capita che non esista alcuna nozione coerente di quale sia il nostro interesse in modo da poterlo massimizzare.
Così i concetti astratti risultano essere proiezioni metaforiche di con-cetti più concreti e le metafore concettuali sono fondate sull'esperienza corporea e su quella culturale lo sport risulta esprimere una valida metafora esistenziale per gli individui sia nelle fasi di sviluppo come in quelle di mantenimento dell'esperienza personale. Per buona parte l'idea del mondo è costruita attraverso delle metafore, così la conoscenza è formulata tramite concetti metaforici e la maggior parte del ragionamento implica concetti metaforici. Pertanto la nostra concezione della realtà non è rigorosamente letterale. Possiamo e dobbiamo, in ogni modo, credere nelle nostre metafore, soprattutto quando ci permettono di funzionare bene. La conoscenza stessa è organizzata in strutture olistiche (olismo teoria biologica secondo la quale l'organismo può essere considerato solo nella sua totalità e completezza e non come somma di parti irrelate), chiamate frames, o schemi, o modelli cognitivi ideali.
Le categorie di livello base e le immagini-schema (strutture topologiche e di orientamento che vengono utilizzate nella definizione dei concetti inerenti alle relazioni spaziali, caratterizzano la logica spaziale, sono usati per la comprensione di relazioni spaziali complesse e vengono usate in concetti astratti attraverso delle metafore) han-no un fondamento corporeo, si costruiscono in funzione di necessità psico-fisiche, l'attività sportiva é un grande serbatoio di tali esperienze, si pensi agli sport che richiedono doti e capacità di orientamento come l'orientering.

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Considerazioni da considerare.

Tutto questo, sommato insieme, implica un concetto di persona molto diverso da come la logica occidentale classica concepisce un individuo, dunque rappresentando una persona attraverso concetti della moderna neuroscienza é possibile vedere che la mente e il corpo non sono separati. I concetti hanno un fondamento corporeo; sono fondati sull'esperienza percettiva e motoria e sono rappresentati neuralmente.
La ragione non supera i limiti dell'esperienza, è di natura corporea, la maggior parte della ragione non è conscia né intenzionale. Dal momento che i nostri sistemi concettuali non sono né coerenti con se stessi né compatti, le persone non possiedono visioni del mondo coerenti e compatte, la cosiddetta oggettività va posta tra, il considerare tutto possibile, il pensiero potenzialmente libero di agire le regole che lo regolano; la conoscenza risulta satura di tautologismi, si nutre dei propri limiti e lo fa a propria insaputa.
La percezione non è una passiva rappresentazione della natura; gran parte di ciò che percepiamo è costruito dal nostro cervello. Vedere per credere é ciò che si va dicendo da sempre nel campo dell'esperienza cognitiva, ma la nostra mente non é in grado di fare ciò, la mente e non il cervello, la mente che sorge dalla relazione tra cervello organi di senso e realtà osservata deve credere, non può fare a meno di credere per poterci avvicinare all'esperienza. Solo se si comprende quello che si vede si può percepire altrimenti non lo si vede. E questo lo si può affermare grazie al lavoro svolto nel campo della neurofisiologia e della neuroanatomia da due scienziati cileni, Humberto Maturana e Sammy Frenk, che dimostrarono, attraverso l'investigazione delle vie auditive, l'esistenza di fibre centrifughe, provenienti dalla porzione centrale del cervello e dirette alla retina, che distribuendosi lungo tutta la retina possono esercitare un controllo su ciò che la retina vede. Così la retina è soggetta al controllo centrale: ecco perché bisogna credere per vedere.
Dai nostri sistemi concettuali noi pretendiamo molto: che sappiano rappresentare la conoscenza, scegliere gli obiettivi, prendere le decisioni. Ma i sistemi concettuali sono limitati dall'esperienza corporea, dalle metafore utilizzate, e della formazione dei modelli cognitivi - tutte cose che a loro volta sono vincolate dalla natura del cervello, ancora pressoché sconosciuta, nonché da qualunque casualità storica che abbia modellato i sistemi di conoscenza. La prossima rivoluzione dell'umanità non avverrà all'esterno dell'uomo bensì all'interno, nascerà da una drastica considerazione legata al fatto che ogni apprendimento parte da un'osservatore per arrivare ad un osservatore, l'uomo non può prescindere da come é fatto, la sua essenza é legata alla sua auto organizzazione, ai suoi autovalori come direbbe von Foerster, Auto-valori (stati-configurazioni-comportamenti, ecc.), rispetto a un determinato operatore, sono quei valori (stati-configurazioni comportamenti ecc.) tali che, quando si applica ad essi quell'operatore, riottengono i medesimi valori (stati-configurazioni-comportamenti, ecc.). Per esempio la radice quadrata di 1 è 1, quindi 1 è l'autovalore dell'operazione: " fare la radice quadrata di ".
Noi non siamo totalmente liberi, abbiamo piuttosto una libertà di tipo contestuale, una libertà di prendere decisioni all'interno di limiti precisi costituiti da ciò che siamo in grado di interpretare. L'intelligenza e la consapevolezza spesso sono presenti più nell'osservatore che non nel soggetto che elabora; ad esempio durante lo sviluppo del bambino, le madri tendono a sopravvalutare le capacità dei propri figli, spingendoli ad andare al di là di ciò che sono realmente capaci di fare (questo è molto importante ai fini dello sviluppo del bambino), quest'idea di sopravvalutare ciò che si trova nella testa di un'altra creatura è un concetto consolidato della psicologia dello sviluppo. In ogni caso gli adulti, in larga misura, hanno la tendenza a sopravvalutare la misura in cui le persone sono consapevoli di ciò che fanno. Di fatto, le loro reazioni possono essere dei riflessi innescati da certi eventi della comunicazione. Ma come queste reazioni soddisfano le nostre aspettative, esse ci portano anche a considerare la gente più consapevole di quanto non sia in realtà.
Questa è la persona vista attraverso la lente delle scienze neurocognitive e del costruttivismo, che non ha una divisione fra mente e corpo, né una singola collocazione della coscienza, né una percezione attendibile, né una ragione assoluta, né una visione del mondo coerente e compatta, né una libertà totale, né una naturale tendenza ad evolvere in positivo, né una concezione obiettiva della realtà, né una concezione letterale della verità.

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