LA PSICOLOGIA DELLO SPORT OLTRE ALLA DIMENSIONE RAZIONALE.

La psicologia dello sport deve riscattarsi dalla dimensione prettamente razionale in cui è andata a racchiudere i propri interventi, rimanendo come fanalino di coda dietro l'intervento del medico, dell'allenatore, del tecnico ecc., recuperando il senso ed il peso di un intervento complesso quale quello legato all'esperienza mentale di un individuo che si trova nella condizione di dover "trascendere" la sua dimensione presente per proiettarsi nel risultato futuro.
Tutti gli interventi "specialistici", tra cui viene solitamente annoverato l'intervento psicologico, hanno carattere per lo più tecnico, sono dunque quasi totalmente orientati a sviluppare le doti e le qualità razionali dell'individuo, elementi che per altro vengono già ottimizzati attraverso esperienze di allenamento, terapie di mantenimento, potenziamento ecc., pochi sono gli aspetti non direttamente razionali che vengono presi in considerazione; l'atleta è visto come un uomo (in senso ontologico) del futuro, orientato al futuro, progettato gettato oltre al presente verso il futuro, (Heidegger), non viene considerato per quanto la sua storia e la sua fisicità lo hanno accompagnato nei secoli come un essere istintuale con forti qualità inconsce.
Ora, ciò che realmente fa la differenza, nella pratica della psicologia, è la capacità di andare oltre alla dimensione della comune visione della realtà; il senso comune è spesso il limite stesso della dimensione mentale dell'atleta, della sua percezione della realtà, l'intervento razionale, per quanto possa essere organizzato e mirato, non porta molto di nuovo nell'utilizzo delle risorse mentali dell'atleta, andare oltre alla dimensione comune vuol dire recuperare ciò che in genere viene scartato dal mondo dell'atleta, la dimensione dell'inconscio, l'uso di quella parte del cervello che nella suddivisione interemisferica viene definita come non dominante.
La nascita della coscienza di sé, da parte dell'individuo nella storia dell'umanità, è cosa relativamente recente, lo sport, visto come attività regolamentata, è una pratica ancora più recente che trova la sua collocazione nel contesto del mondo occidentale, un tentativo di razionalizzare l'attività dell'uomo attraverso movimenti imbrigliati da regole precise, la consapevolezza e presenza della propria esistenza sancita da parametri razionali di riferimento come la misurazione, la comparazione, la costruzione dell'identità personale seguendo un percorso preciso di riferimento.
Lo sviluppo della scienza, e di seguito lo sviluppo della razionalità ha totalmente orientato la conoscenza a percorrere un cammino pragmatico, un modello di riferimento riduzionista, un controllo diretto sulle attività fisiche e mentali dell'uomo.
Al contrario l'uso di certe pratiche di visualizzazione vanno nella direzione volta a recuperare la dimensione non dominante dell'emisfero destro del cervello, l'uso dell'inconscio, tornare ad utilizzare risorse antiche, ormai dimenticate, risorse che hanno la loro origine nel sogno, nell'immaginario, nell'inconscio collettivo, nonché in contesti magici.
Queste ed altre sono le voci del cervello destro per Julian Saynes, il carattere universale dei racconti mitici dell'Antichità testimonia di una realtà psichica peculiare agli uomini di quell'epoca, differente dalla nostra, e caratterizzata dall'assenza di quella coscienza di sé capace di dialogare interiormente con se stessa. In luogo di una simile coscienza si troverebbe uno spirito sdoppiato, ad immagine del cervello, e origine di esperienze allucinogene vissute come dialoghi con sorgenti esterne di voci e visioni, gli dei, i demoni e tutti gli altri oracoli che popolano le mitologie. L'interiorizzazione di queste voci, che rende possibile una coscienza di sé suscettibile di discorsi interiori e di dialogo con se stessa (più esattamente, di monologo interiore), sarebbe avvenuta solo progressivamente, in una data relativamente recente che segna la fine dell'epoca mitologica, attraverso un meccanismo di selezione naturale durante gli sconvolgimenti sociali che hanno accompagnato lo sviluppo delle città e l'allontanamento delle fonti di potere. Sarebbero allora stati favoriti gli individui più adatti ad interiorizzare una volta per tutte le ingiunzioni del potere regaledivino, ed a sviluppare in seguito un'autonomia psichica che quell'allontanamento consentiva ed implicava. In queste società, gli individui, sempre più rari, che continuavano tenacemente a vivere nella precedente realtà allucinatoria, ricevevano lo statuto speciale di divinatori e di profeti, finché anche questo statuto non è scomparso, almeno nelle nostre società, per essere rimpiazzato da quello di malato mentale o di posseduto dal demonio.
L'analisi dei testi antichi, greci ed ebraici, permette a Jaynes di fissare la data di questa trasformazione della psiche tra l'Iliade e l'Odissea, o ancora tra i primi e gli ultimi racconti biblici. Soltanto nei testi più recenti compaiono personaggi con uno spessore psicologico. Prima, si incontrano soltanto personaggi manipolati dagli dei, che eseguono degli ordini in modo immediato e senza distanza, posseduti da qualche dio che li fa agire, parlare, soffrire e gioire, senza che si ponga minimamente il problema stesso di una loro realtà psicologica autonoma. In ogni caso, il fondamento neurofisiologico del fenomeno sarebbe il dialogo/emissionedisegnali dall'emisfero cerebrale destro verso quello sinistro, dove quest'ultimo era vissuto ed interpretato nelle antiche allucinazioni come sdoppiato e di origine esterna. Simili manifestazioni di sdoppiamento, osservate nei disturbi della comunicazione interemisferica, ed oggi considerate patologiche, sarebbero allora delle sopravvivenze, costituzionali o accidentali, che permettono di ricostruire le condizioni di quegli stati.
In occidente tutti i rituali antichi, (riti tribali, riti propiziatori, riti di iniziazione) sono stati sostituiti molto presto dall'elaborazione teologica e culturale delle religioni monoteiste, l'uso della ragione, dapprima teologica poi scientifica, ha condotto alla rimozione di tutto il mondo dei sogni, dei miti, degli stregoni e dei demoni; illuminazione contro illuminazione, quella dei Lumi contro quella dell'estasi mistica.
Purtroppo la scienza per continuare a rendersi credibile agli occhi dell'uomo, proseguendo il controllo esercitato sugli eventi da parte del riduzionismo tecnologico, ha dovuto banalizzare anche l'organismo umano, rendendo semplicità a ciò che per principio era complesso; tutto questo ha reso in passato sicuramente dei servigi all'umanità, ma al contempo ha obbligato l'uomo a tradurre in "verità" ciò che era nato come semplice ipotesi in un mondo di possibili; "La verità è una memoria comune a tanti uomini" (Raccolta introduttiva al diritto Irlandese), verità e senso comune si sono così fusi in un unico sistema di conoscenza.
La scienza come mezzo di vita e di espressione è passata ad essere un fine, lo sport , di conseguenza, da mezzo di espressione delle abilità psicofisiche dell'uomo, è passato ad essere un fine, l'uomo scompare dietro al record, il mito della prestazione supera il mito dell'uomo, l'analisi biologica della macchina banale, l'atleta, fa dimenticare l'uomo, la dimensione della vita non può più essere semplicemente biologia, ragione e materia.
Oggi più che mai lo sport soffre di queste limitazioni; nato come espressione di nuove frontiere, nel tentativo di superare i limiti, non ultimi quelli mentali, si trova ora costretto a fare i conti con spiegazioni che lo obbligano, lo costringono a rimanere espressione di un corpo disegnato dalla scienza che, nel tentativo di sancire il "vero", monopolizza la conoscenza e la coscienza a suo uso e consumo, riducendo il corpo, sottratto al suo cervello, ad una "macchina banale" (von Foerster, Dupuy), facile da controllare, prevedibile, in cui i limiti, le regole del gioco, sono inevitabilmente presenti, risultando indispensabili al gioco stesso che è stato creato, un gioco troppo spesso inutilmente creativo, obbligato com'è a rimaner chiuso nei propri presupposti.
Le spiegazioni di per sé sono superflue, qualunque nuova considerazione di tipo medicoscientifico sull'attività di un atleta non pregiudica di per sé il suo rendimento, ogni atleta può vivere senza una data spiegazione, ma le spiegazioni non sono mai banali, una volta che sono state introdotte dall'atleta nel proprio sistema di valori e credenze, influenzano ed orientano i suoi comportamenti futuri, nonché la percezione di sé nel presente come nel passato. (Maturana)
Purtroppo il desiderio di fuga da un mondo imposto dal modello scientifico, come dal contesto culturale di riferimento, e dalle nostre convinzioni personali sembra non trovare altro modo di esprimersi se non attraverso le regole del sistema stesso in cui ci identifichiamo. La creatività, l'intuito e la spiritualità dell'essere umano, che risulta essere il completamento alla razionalità non può che trovare spazio nel modello scientifico, così la scienza medica in particolare, con le sue conoscenze e verità offre, indirettamente, in appoggio a coloro che desiderano andare oltre ai limiti fisici e razionali quelle droghe che, sebbene dichiara di condannare, rimangono gli unici punti di fuga rimasti, o nelle religioni nelle loro forme meditative, come nel linguaggio e nelle manifestazioni più molteplici degli stati di coscienza.
Ne risulta che possiamo descrivere un continuum di stati eccitati (stati di coscienza consapevoli e non) del sistema nervoso centrale caratterizzati da stati di vigilanza, di percezione e, in modo più generale, di presenza al mondo molto diversi, dal sonno e i sogni fino agli stati allucinatori apparentemente spontanei, come negli stati schizofrenici, o in quelli attivati e controllati da tecniche dell'estasi, o ancora indotti chimicamente, dall'esterno, con sostanze psicomimetiche.
Una volta riconosciuto questo continuum, quali che siano le ipotesi biochimiche precise atte a renderne conto, ne risulta una situazione abbastanza particolare riguardo ai nostri giudizi sulla natura della realtà. Da un lato, la realtà che appare attraverso questi stati è molteplice e diversificata. Dall'altro, l'esperienza di un continuum, ovvero di ciò che rimane uguale a se stesso attraverso tutti gli stati, ci consente nonostante tutto di intravedere una realtà unificata proprio nella misura in cui il nostro self può restare unificato e non disintegrarsi nella diversità degli stati. Questa situazione particolare ed insolita, situazione di cui possiamo parlare nella lingua della nostra cultura a partire da esperienze limite riscoperte e decodificate nel linguaggio della neurofisiologia, era quella che conoscevano e descrivevano nelle loro lingue tutte le cosiddette società primitive. La storia delle religioni e della ragione in occidente ce l'avevano fatta dimenticare, e l'abbiamo riscoperta grazie appunto all'uso di pratiche meditative, sostanze allucinogene, nonché all'introduzione della psicoterapia e delle sue diverse applicazioni. Quest'esperienza di stati molteplici della coscienza si esprimeva nella molteplicità dei mondi descritti dalle antiche tradizioni; ed in particolare nella distinzione tra il sacro e il profano, con i loro differenti livelli, che gli antropologi ci hanno abituato a tracciare e ritrovare ovunque (Bateson).
Il compito del rito, è proprio quello di unificare questi mondi, di rendere presenti il mondo dei sogni e delle allucinazioni nel mondo della veglia e dell'azione, senza che, tuttavia, le distinzioni si cancellino e le separazioni scompaiano, permettendo di utilizzare le risorse che tali mondi portano con sé, e per lo sport, come per la vita, tutto questo diviene il fondamento della prestazione stessa.
Dal momento in cui l'individuo si percepisce come soggetto, insieme disperso ed unificato, la ritualizzazione del linguaggio, della sessualità, dell'alimentazione, del lavoro, della passione, e dello sport, istituisce le sue relazioni con l'intima dimensione del sé, il recupero attraverso la dimensione razionale dell'irrazionalità della vita, le sue esagerazioni, la ricerca del limite impossibile, il rituale ha il compito di riattivare quel prototipo di uomo perduto e di conferire ai partecipanti la forza dei loro antenati semidei.
Del resto é ovvio che si ricerchino soluzioni dove si pensa ci possano essere, da modelli resi credibili alla maggioranza, assolutamente propagandati come veri, che hanno fatto dimenticare le origini di un mondo siffatto; che fin dalla divisione decretata con Cartesio tra mente e corpo, (divisione per altro legittimata dal bisogno di creare una distinzione operativa tra due aspetti così differenti della vita dell'uomo, che fino a quel tempo si trovavano ad ostacolarsi vicendevolmente, dove la scienza non era in grado di approfondire i propri orientamenti dal momento che era ostacolata da un pensiero divergente, il pensiero umanistico e filosofico), hanno sviluppato una conoscenza che ha mantenuto separati i due emisferi cerebrali, quello sinistro razionale concreto e quello destro legato al sogno e all'immaginario. (Morin)
Un esempio in particolare, il cammino verso l'illuminazione, a cui si è condotti attraverso la meditazione orientale e che può sembrare la naturale contrapposizione al pensare razionale del modello scientifico, non conduce di per sé al pensiero divergente o creativo, ma al pensiero convergente, ad un tutt'uno complesso, e per questo definito da molti come debole, poco adatto a dare soluzioni concrete ai problemi, che non va confuso con il pensiero semplice o semplicistico, spesso riconosciuto nell'ambito delle specializzazioni, riduzionista per necessità, orientato al continuo tentativo di racchiudere ogni cosa in spiegazioni esaustive, in sistemi di idee tautologici (Bateson), per questo agli antipodi con la sensazione di infinita libertà che è dato a credere si possa raggiungere attraverso l'illuminazione, il pensiero creativo in particolare è da considerarsi come la capacità di rimanere a cavallo delle due differenti forme di pensiero, quello forte razionale e quello debole intuitivo, una via di mezzo della conoscenza (Varela).
La presa di coscienza del soggetto, che si risolve nell'individualizzazione della propria identità, è alla base dell'idea di individuo, la ragione è divenuta nel tempo la prima ed ultima testimonianza della vita per l'individuo, attraverso la logica ed il linguaggio matematico si sono fissati i parametri del senso, tutto il resto è piombato in un "non senso" primitivo; il sogno, la visione, la lungimiranza secolare di una conoscenza esperienziale è stata soppiantata da un credo scientificorazionale; (è forse ovvio, anche se tutt'altro che inutile, ricordare il contrasto, nato in seno alla psicoanalisi, tra il modello razionale del padre della psicoanalisi, Freud, ed il modello di riferimento di Jung, e la conseguente controversia sul carattere scientifico dei loro rispettivi approcci).
Lo sport attinge alle risorse sia razionali che intuitive dell'atleta, si sviluppa con creatività in una dimensione di gioco e di organizzazione, un gioco (si veda Winnicot) che alle volte è strettamente legato a delle regole imposte, ed altre volte chiede che tutto venga interpretato attraverso un continuo rimaneggiare di tempi e spazi personali.
La psicologia dello sport non può più rimanere all'ombra di altre discipline nel tentativo di scimmiottarne gli interventi, è il momento di stabilire i nuovi presupposti dai quali si intende partire per rifondare lo spirito "profetico" della mente dell'uomo, la ricchezza dell'immaginario, del sogno, la suggestione di un inconscio complice delle azioni dell'individuo, con e oltre al razionale, alla logica, verso il pensiero magico che dimora in ognuno di noi, per non rimaner intrappolati nel paradigma cognitivo della cultura scientifica, della nostra cultura e del nostro secolo, roccaforte di un pensiero chiuso, lineare, e sfociare così in quel contesto creativo che la psicologia, liberata dal presidio riduzionista, è in grado di elicitare in ogni persona utilizzando le risorse inconsce della persona stessa, senza fini, evitando le superstizioni ereditate dal meccanismo logico della causaeffetto, vivendo ed applicandosi serenamente alla complessità espressa nella mente come nella vita dell'uomo.
Credo che la psicologia in generale e la psicologia dello sport in particolare, debbano farsi portavoce del pensiero complesso, meglio dire della struttura che connette il semplice, le interpretazioni semplicistiche del modello scientifico verso la teoria della mente complessa, quell'insieme di conoscenze che fanno dell'uomo un essere biopsicosocioculturale. Non è più possibile evadere richieste di complessità, riguardanti la psicologia individuale, con l'uso di modelli semplici e riduttivi, alla complessità si deve rispondere con la complessità, considerando a tutti gli effetti il sistema di riferimento dell'individuo nella sua interezza.
La psicologia ha il compito di sovrintendere le scienze che direttamente si occupano dell'uomo adottando un'epistemologia che la legittimi a tutti gli effetti ad essere il sistema di comprensione e di sensibilizzazione dell'uomo, la sua intelligenza, il suo sistema cognitivo e percettivo, la dinamica dei presupposti che attraverso il linguaggio legittimano la vita stessa; ogni esperienza, ogni fatto in questa nostra realtà è mediato dall'uomo, dipende dalla sua organizzazione interna, biologia, fisiologia, e dalla sua organizzazione esterna, cultura, società, ogni elemento studiato, frutto di ricerche, di conoscenze è frutto della mente dell'uomo, ogni descrizione è frutto di un' osservatore e del suo sistema di riferimento, entrambi vanno considerati assieme.
La realtà ha il carattere della conoscenza, la psicologia non può prescindere dall'epistemologia, dal come si conosce si rivela il come si percepisce, la verità é strettamente collegata al senso comune, "Se un uomo è solo a sognare è solo un sogno, se tanti uomini sognano insieme è la realtà che comincia" (Anonimo).
La realtà è un invenzione (von Foerster), ognuno di noi è ciò che afferma di essere, così le nostre aspettative ci portano ad essere psicologicamente orientati dal modo in cui anticipiamo gli eventi (G.A.Kelly), e la nostra identità diviene quell'organizzazione della mente che crea quei pensieri che la producono (Morin); mentre il linguaggio all'apparenza è semplicemente denotativo, in realtà è connotativo (Maturana, Varela), così noi siamo il risultato di quei presupposti che ci hanno creato (Bateson), tutto questo è la complessità che ci guida alla comprensione di un uomo nuovo, completo di tutte le conoscenze che lo riguardano, nella mente dell'uomo è racchiusa ogni sua manifestazione, la psicologia dello sport può rifondare l'idea che lo riguarda.