PSICOLOGIA E SPORT
INTRODUZIONE
GLI OBIETTIVI
GLI STRUMENTI
L'IDENTITA'
LA MOTIVAZIONE
LE ABILITA' MENTALI
IL LINGUAGGIO
IL SISTEMA
IL TEMPO
LA STORIA
LE PROFEZIE.
IL RITO.
LA MEDITAZIONE.
L'IPNOSI.
OLTRE I LIMITI.
CONCLUSIONI.
INTRODUZIONE
E' perfettamente vero, come dicono i filosofi, che la vita deve essere
capita guardando indietro. Ma essi dimenticano un altro ragionamento, e cioè
che deve essere vissuta guardando avanti. S. kierkegaard.
Se all'inizio della sua storia la psicologia dello sport si era data come obiettivo
quello di studiare la personalità degli atleti, ricercando modelli cognitivi
e comportamentali, utili a differenziare le caratteristiche degli atleti dagli altri
uomini, (le differenze sessuali nella pratica di uno sport, nonchè ciò
che distingueva le diverse specialità tra loro), sviluppando un ampio spazio
all'interno della psicodiagnostica; oggi l'obiettivo della psicologia dello sport
risulta molto cambiato.
Ora il quesito più impellente posto dai tecnici e dagli atleti allo psicologo,
come spesso al fisiologo o al medico è: "Come posso compiere prestazioni
sempre più eccellenti?". In tale contesto la psicologia dello sport si
è trovata a passare da un livello teorico alla pratica, divenendo in tal modo
operativa.
Oggi ogni atleta sa quanto sia vero che il primo reale nemico da battere è
il fantasma della paura, dell'insicurezza, della bassa stima di sè, prima
ancora dell'avversario.
Lo scontro con l'avversario è episodico, un momento nella vita dell'atleta;
per tutto il resto del tempo ciò che conta è una lineare e continua
crescita fisica e mentale, attraverso un lavoro che dura anni, per tutta la carriera
agonistica dell'atleta.
Dunque essere operativi nell'ambito dello sport significa sviluppare un programma
di allenamento per la mente, al pari dei programmi di allenamento fisico; ma ancor
prima significa lavorare su quegli elementi che costituiscono la base psicologica
di un atleta, e che gli permettono di utilizzare al meglio le proprie risorse, attraverso
un opportuno allenamento mentale.
GLI OBIETTIVI
Il primo punto da fissare con l'atleta è la meta che questi desidera raggiungere;
per poter lavorare con un atleta è fondamentale fissare un buon obiettivo
che contenga determinate caratteristiche, questo cioè deve essere:
A) definito in positivo, descrivendo ciò che si desidera come qualcosa a cui
tendere e non da cui allontanersi, in un esempio si potrebbe dire non "Voglio
smettere di essere ansioso ed agitato", bensì "Voglio imparare ad
essere tranquillo e determinato".
B) verificabile: l'imparare ad essere tranquillo e determinato, nell'esempio fatto,
non è verificabile fino a quando non si sarà riusciti a tradurre la
tranquillità e la determinazione in comportamenti ed atteggiamenti verificabili,
in altre parole risponderà alla domanda: "Come saprò di aver raggiunto
il mio obiettivo, come lo sapranno gli altri?"
C) specificato rispetto a:
- chi (quali son le persone coinvolte nel mio obiettivo?)
- come (quali comportamenti produrranno il mio cambiamento?)
- quando (quali tempi scandiranno il passaggio dal mio stato presente a quello desiderato)
- dove (quali saranno i luoghi entro i quali produrrò il mio cambiamento?)
- perchè (quali sono le motivazioni di cui dispongo per poter realizzare il
mio cambiamento?)
D)ecologico (l'obiettivo scelto dall'atleta sarà accettato dalle persone per
lui significative?Tale obiettivo gli procurerà dei vantaggi?)
Solo se ne varrà effettivamente la pena per la persona, sarà possibile
raggiungere l'obiettivo. Una volta centrato l'obiettivo, è possibile procedere
con l'atleta nella costruzione di quelle caratteristiche della sua personalità
indispensabili per lo sviluppo della sua carriera.
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GLI STRUMENTI
Naturalmente, per poter lavorare sull'obiettivo concordato occorre instaurare un
buon rapporto con l'atleta. La psicologia non possiede altro strumento che quello
di operare sul livello organizzativo della mente dell'atleta, agendo attraverso la
comunicazione.
E' fondamentale incontrare l'atleta sul suo terreno, cogliendo gli elementi più
significativi dell'esperienza da lui-lei narrata, annotando tutto ciò che
è possibile osservare, ascoltare e percepire durante il colloquio. La persona
deve sentirsi rispettata in ciò che lei considera importante, le sue credenze,
le sue convinzioni sul mondo e sulla vita.
Il primo passo da fare, dunque, è trovare il modo per sintonizzarsi con lui-lei,
utilizzando il più possibilmente il suo stesso linguaggio che rappresenta
il modo attraverso cui l'atleta si raffigura il mondo e lo connota di significati.
Solo in un momento successivo ci si adopererà a fornire una guida ragionata
in direzione di nuovi orizzonti, incentivi e risorse utili all'atleta per raggiungere
i propri risultati.
La prima fase dell'incontro è tutta orientata a definire un terreno d'accordo
e di intesa con il mondo interiore dell'atleta.
Questo tipo di approccio non è solo retaggio dello psicologo dello sport,
ma offre un'utile base per uno sviluppo costruttivo del colloquio, sia in ambito
clinico che formativo.
L'IDENTITA'
E' molto più utile lavorare sull'identità dell'atleta, più che
su tecniche specifiche orientate a sviluppare particolari doti più in ordine
quantitativo che qualitativo per l'atleta, partendo dall'ipotesi che l'identità
personale è costruita attivamente dal soggetto stesso.
A tale proposito è bene considerare cosa intendo per identità del soggetto;
il modello di identità che propongo deriva da un lavoro sui modelli logici
dello studioso Gregory Bateson. I livelli logici possono essere visti come una lista
di priorità attraverso cui l'individuo organizza la sua esperienza; i livelli
inferiori della lista possono andare ad influenzare i livelli superiori, mentre questi
ultimi, nel momento in cui vengono modificati, porteranno sicuramente dei cambiamenti
ai livelli inferiori.
I livelli logici dell'esperienza, partendo dal più basso e andando via via
crescendo a quello superiore, sono:
1)L' AMBIENTE, che costituisce il contesto entro il quale avviene l'esperienza del
soggetto.
2) I COMPORTAMENTI, che sono le azioni effettive operate dall'individuo all'interno
di un contesto.
3) LE CAPACITA', che costituiscono le abilità sviluppate dall'individuo che
ha imparato ad agire in modo adeguato all'ambiente esterno.
4) LE OPINIONI e LE CREDENZE, che sono le idee che si posseggono o ci si è
fatti su se stessi, gli altri e il mondo.
5) I VALORI e LE CONVINZIONI, che costituiscono ciò che veramente conta ed
è importante per la vita, la motivazione a fare ciò che si fa.
I primi tre livelli, ambiente, comportamenti e capacità sono essenzialmente
legati al mondo del saper fare, rispondono a domande sul "come, dove, quando"
fare una certa cosa; gli ultimi due livelli sono legati al mondo del saper essere,
rispondono alle domande sul "perchè" si deve fare una certa cosa.
E' chiaro che il livello dei perchè è fondamentale per la motivazione,
parafrasando il filosofo Nietzsche:"Chi ha un perchè abbastanza forte
può sopportare qualsiasi come".
Se possediamo una serie di ragioni forti per cambiare possiamo modificare in pochi
minuti ciò che non siamo stati in grado di fare per anni.
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LA MOTIVAZIONE
Se si pensa all'impegno che si chiede ad un'atleta, il miglioramento continuo e costante
che deve riuscire a dare durante gli allenamenti, in un ambiente spesso poco gratificante,
in cui solo alcuni sport sono altamente riconosciuti e premiati, ci si spiega quanto
sia fondamentale il perchè che l'atleta si costruisce, che costituisce la
motivazione principale a continuare la sua carriera agonistica.
La motivazione è strettamente collegata alla direzione e all'intensità
di un comportamento, è dunque fondamentale nel momento in cui l'atleta lavora
sulla propria costruzione fisica e psicologica. La motivazione costituisce la chiave
d'accesso ai risultati, lavora attraverso i bisogni dell'atleta, gli stimoli positivi,
l'interesse e il divertimento, la ricerca di affiliazione verso l'allenatore ed i
compagni, il bisogno di affermazione e di riuscita.
Risulta comunque complesso distinguere tra loro le specifiche motivazioni, all'interno
dello sviluppo psico- fisico dell'atleta, essendo queste strettamente legate ai bisogni
di crescita, sviluppo e consolidamento delle abilità apprese durante la propria
crescita attraverso i modelli parentali, culturali e sociali.
LE ABILITA' MENTALI
Mettendo da parte il ruolo clinico dello psicologo, un aspetto questo strettamente
legato alla psicopatologia, nel lavoro psicologico con l'atleta si andranno a sviluppare
abilità mentali specifiche; un requisito essenziale a questo livello è
la conoscenza di sè che l'atleta deve possedere per arrivare a considerare
le sue forze e le sue debolezze fino a sconfiggere queste ultime attraverso un pieno
sviluppo personale.
Tra le abilità mentali più significative si possono annotare l'abilità
di immaginazione, di gestione dell'energia mentale, di gestione dello stress e l'abilità
attentiva.
Vediamo ora come collegare assieme queste abilità; una buona gestione dell'energia
mentale permette di dominare lo stress e rilassarsi, solo quando si è rilassati
si è in grado di utilizzare al meglio l'immaginazione. Mediante l'immaginazione
l'atleta può migliorare la sua concentrazione; questa, assieme all'attenzione
verso ciò che si fa, permette poi di puntare su specifiche mete. Una meta
concreta e realistica rafforza il comportamento attivo, incrementando l'energia mentale,
che una volta liberata permetterà all'atleta un ulteriore immaginazione dei
propri sogni, mete e traguardi, rendendoli sempre più attuabili, sviluppando
in tal modo ulteriormente le proprie abilità attentive.
Nel momento che lo stress è gestito in modo efficace, l'atleta è più
in grado di mettere a fuoco i propri obiettivi, di concentrarsi, soprattutto di utilizzare
in modo specifico le potenzialità ideo-motorie della sua mente, arricchendo
la propria energia mentale e via di seguito, in un circolo a spirale che torna su
se stesso sempre più arricchito dell'esperienza precedente.
L'evoluzione agonistica dell'atleta trova in tal modo la possibilità di svilupparsi,
attraverso ogni singola abilità, in piena armonia con la vita stessa.
IL LINGUAGGIO
La base di tutto l'intervento psicologico è il linguaggio, nel suo utilizzo
quotidiano non ci rendiamo conto dell'uso che facciamo delle parole, del loro peso,
del significato che con queste creiamo.
Il linguaggio porta con sè una grande funzione, se apparentemente passa per
essere descrittivo, in realtà è costruttivo. I cronisti sportivi spesso
inciampano nella loro illusione descrittiva, dinnanzi ad una prestazione si mettono
nella condizione di dire com'è avvenuto un fatto, in realtà il fatto
risulterà da come lo descrivono: in apparenza "io dico com'è",
in realtà "è come lo dico!".
Ancora più forte risulta il linguaggio usato dall'atleta nel suo dialogo interno;
i messaggi che questi manda a se stesso sono fondamentali alla riuscita della sua
prestazione. La mente ha una grande abilità che può risultare un forte
limite, quella di orientarsi, spesso in modo inconsapevole, in funzione dei propri
pensieri. E' il "SISTEMA ATTIVANTE RETICOLARE" (SAR), in particolare, che
si interessa di mettere in collegamento la mente (i pensieri) con il corpo (le abilità
percetive) , orientando in tal modo l'attenzione del soggetto sulle cose per lui
più significative.
Ora, dinnanzi ad uno stesso stimolo posso reagire in modo positivo (ottimistico)
o negativo (pessimistico), a seconda di come interpreto i fatti, dal momento che
il sistema percettivo è in grado di analizzare solo la quantità di
uno stimolo e non la qualità, che viene decisa, o inferita, dal sistema cognitivo
.
E' dunque essenziale che l'atleta utilizzi una sorta di "dieta mentale",
in cui nutrirsi di parole orientate alla sua meta, che gli diano la giusta carica
e gli permettano di essere ottimista, convinto e determinato verso le sue risorse.
Il nostro vocabolario presenta una netta preponderanza di parole a connotazione negativa
nella descrizione delle emozioni. La lingua inglese ad esempio contiene circa un
migliaio di parole per esprimere emozioni positive, mentre sono ben duemila le parole
che esprimono emozioni negative. Si pensi a quanti vocaboli vengono usati da psichiatri
e psicologi per descrivere le varie forma di patologia mentale e quanto pochi vocaboli
vengano usati per descrivere gli stati di benessere. Una persona sana, che sta bene,
è una persona che sta bene e basta, non esistono particolari modi per descrivere
lo stato di benessere.
Culturalmente siamo plasmati dal nostro linguaggio, le parole modellano le nostre
convinzioni, influenzano i nostri stati d'animo e dirigono le nostre azioni.
L'atleta, come tutte le altre persone, va aiutato a comprendere il proprio linguaggio,
a porsi le domande corrette, ad entrare nel significato che dà alle cose,
per far luce sulle opinioni, le credenze e le convinzioni che lo orientano nelle
scelte, che lo limitano nei risultati, fino a fornirgli una chiarezza di intenti
e volontà.
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IL SISTEMA
Un utile modo di considerare l'atleta è quello di vederlo proiettato al'interno
del suo sistema di riferimento, prendendo in considerazione il contesto, l'ambiente
sociale in cui vive (società sportiva, team tecnico, amicizie, famiglia),
per valutare nel sistema di appartenenza quale ruolo gioca, come si trova inserito,
quali risposte sta dando, come reagisce alle richieste, implicite od esplicite, delle
persone di riferimento.
E' sorprendente come molte risposte ad eventuali difficoltà, verso la realizzazione
di certi progetti, vadano ricercate nella famiglia, o nel sistema di riferimento,
piuttosto che nel singolo individuo. Spesso si riscontrano tra i genitori degli atteggiamenti
di svalutazione diretta allo sport intrapreso dal loro figlio, messaggi ambigui o
un'incongruenza tra i messaggi dei due genitori. Al contrario, spesso è possibile
rilevare una grande intesa con il proprio partner affettivo, associata ad una grande
volontà di riuscita, nel realizzare il proprio obiettivo.
La famiglia d'origine e/o acquisita, costituisce uno dei pilastri di sostegno per
un atleta, se viene a mancare il suo appoggio il rischio è quello che la situazione
entri in stallo, si creino dubbi sulla motivazione e si abbia un crollo di rendimento.
Spesso sono la società sportiva, i compagni, l'allenatore a sostituire la
partecipazione e l'affetto della famiglia; è sorprendente vedere come i nuovi
legami affettivi siano in grado di restituire l'identità a ragazzi altrimenti
confusi e sbandati.
IL TEMPO
Il senso del tempo è l'elemento costitutivo della vita di un atleta che continuamente
si trova a misurarsi con il tempo, è quindi utile metterlo in grado di gestirlo
e programmarlo.
L'organizzazione del lavoro va dosata in tutte le attività che compongono
la vita di un soggetto. Non è possibile immaginare una giornata totalmente
orientata agli impegni, la scuola, gli allenamenti, il lavoro, la famiglia senza
lasciare altro spazio alla persona. Facendo così si rischia di impoverire
gli altri aspetti della vita e di inimicarsi una parte dell'atleta più orientata
al divertimento, allo svago e alla creatività.
Spesso ci si trova dinnanzi dei ragazzi super impegnati, completamente assorbiti
dalla loro quoitidianità, dalle loro abitudini, senza più la forza
di affermare in prima persona cosa desiderano veramente.
Esiste uno sviluppo fisiologico nella vita mentale di ogni individuo, che richiede
un'attenzione particolare se si perde di vista il senso dele proporzioni e del tempo
si rischia di creare degli automi che, ben presto, abbandoneranno lo sport considerandolo
un impegno troppo oneroso, che chiede tanto e dà poco.
LA STORIA
Un atleta ha bisogno di pensare, sognare e costruire la propria storia, se non si
immagina nel futuro, se non si lascia condurre dai suoi sogni e non si sente protagonista
della sua storia, presto abbandonerà l'idea ed i propri ideali.
Costa molto essere protagonisti in un mondo che, troppo spesso, ci abitua alla passività;
costa molto ed è difficile motivare un individuo a conquistarsi il proprio
valore, attraverso la costruzione della propria persona. E' più semplice offrire
dei surrogati legati più all'immagine che non alla sostanza, che non offrire
degli spazi entro cui una persona, rappresentando se stessa, è in grado di
realizzarsi. Gli Americani sono un popoplo di pionieri che si sono conquistati il
loro territorio, che hanno sempre esaltato le doti umane come forza e coraggio, e
continuano tutt'oggi a farlo promuovendo l'impegno nello sport, tenendo in alta considerazione
chi si impegna attraverso questo nella vita.
LE PROFEZIE.
In un lavoro costante di programmazione nel futuro, orientati dagli obiettivi, impegnati
costantemente alla progettazione di se stessi, è poca cosa ciò che
ci si può permettere di lasciare al caso. Sono molti i momenti dedicati ad
anticipare ciò che succederà nell'immediato futuro, è dunque
utile costruirsi delle "profezie" vincenti, e dare così spazio a
idee e pensieri orientati al futuro nel modo in cui desideriamo vederlo realizzato.
Il nostro comportamento, infatti, risulta continuamente orientato e guidato dal modo
in cui anticipiamo glieventi che seguiranno.
Il mito di un grande atleta precede quasi sempre quest'ultimo, alimentando ciò
che vien detto su di lui, anche quando in realtà l'atleta stesso non è
in grado di soddisfare le attese; differenti sono le aspettative direttamente fornite
dall'interessato, più ancora che un giudizio espresso dall'esterno, queste
sono in grado di dimostrarsi vere, dal momento che è l'atleta stesso a descriverle
ed alimentarle attraverso i suoi pensieri, orientando in tal modo l'intero apparato
precettivo
E' dunque fondamentale lavorare sulle aspettative e sul modo di affrontare le conseguenze
della propria attività nel futuro, prefiggendosi nei dettagli ciò che
si desidera raggiungere.
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IL RITO.
L'atleta ha essenzialmente bisogno di costruirsi uno stato mentale (un preciso equilibrio
psico-fisico di pensieri e sensazioni), che gli permetta, durante tutta la prestazione,
e in particolare nei momenti più significativi, di avere la massima concentrazione,
determinazione, e prontezza di esecuzione; uno stato d'allerta in cui tutto attorno
a lui si ferma, dove il tempo ha un'altra dimensione, dove il controllo è
totale e l'atleta sviluppa quelle che io definisco le doti dell' "essere",
non più un individuo capace di eseguire e sviluppare l'azione, ma in grado
di trasformarsi nell'azione stessa.
"Io sono la corsa!" dice il maratoneta, dove l'identità stessa dell'atleta
si confonde con il gesto atletico, così afferma lo slalomista: "Mi sento
un tutt'uno con il mondo esterno, il mio corpo, le mie gambe, gli sci e la neve divengono
una cosa unica e non posso che svolgere tutto nel migliore dei modi".
Questo è un momento "magico", il momento in cui si cambia la percezione
del soggetto che sviluppa l'azione. Solo nell'istante in cui l'arciere si sente un
tutt'uno col proprio arco, ed è in completa armonia con se stesso, può
percepire quando scoccare la freccia, sicuro che questa raggiungerà il bersaglio.
Un particolare interessante è che alcuni studi antropologici hanno messo in
luce come certe lingue indigene Africane abbiano una particolare struttura linguistica,
dove l'azione diviene il soggetto principale della frase, e l'oggetto passa ad essere
un complemento dell' azione stessa: per un europeo "il cavallo galoppa",
per la loro percezione "il galoppo cavalla!".
Il rito è una pratica fondamentale e personale attraverso cui l'atleta, dando
un significato preciso alle sue azioni (riscaldamento, allunghi, balzi, ricognizione
etc.), arriva ad essere in grado di creare quel giusto clima, attorno a sè,
che lo rende in grado di accedere a tutte le sue risorse interiori, in modo sinergico,
favorendo la giusta sincronia d'attivazione tra i suoi muscoli agonisti e quelli
antagonisti.
LA MEDITAZIONE.
Di contro al rito si pone l'abitudine, l'altra faccia dell'allenamento, un momento
utile ma delicato allo stesso tempo: utile per il fatto che permette di superare
facilmente tutto ciò che tecnicamente è stato appreso dall'atleta;
ma che risulta dannosa nel momento in cui viene persa completamente l'attenzione
su ciò che si fa, svolgendo l'intera attività in modo routinario ed
automatico.
Nel momento che uno stimolo spinge una persona a dare una risposta, questa si trova
come guidata da un meccanismo automatico di stimolo-risposta, si pensi a quando si
ha prurito e ci si gratta, o si fa lo spelling del proprio cognome essendo incorsi
molte volte nella sua storpiatura; il soggetto in questo caso non è presente
a se stesso, non media l'azione, interponendosi tra stimolo ed azione col proprio
pensiero.
Tale momento di riflessione è ciò che gli orientali descrivono in modo
esteso con il termine meditazione, un analisi di ciò che mi perturba e l'azione
che mi sento chiamato a sviluppare, e decidere eventualmente sul da farsi. In questo
momento meditativo io posso cambiare l'azione, decidere di non agire, o interporre
un tempo tra lo stimolo e l'azione, arrivo a possedere un controllo assoluto attraverso
la mia semplice presenza.
Essere presenti permette di decidere, di scegliere, è una qualità fondamentale
per l'uomo, è il momento in cui l'io veramente esiste e ne è pienamente
consapevole.
Personalmente ritengo che la pratica dello sport, per ciò che richide al soggetto
che la esercita, possa essere considerata per l'uomo occidentale un momento di meditazione,
al pari di molte forme meditative espresse dagli orientali.
In particolare poi nel momento in cui l'atleta arriva a considerarsi un tutt'uno
con l'azione, si è dinnanzi ad un fenomeno molto simile all'illuminazione,
solo protratta nel tempo, descritta nei modi più inconsueti e svariati dalla
pratica dello Zen.
Lascio al lettore lo spazio per valutare tale considerazione; lo sport è un
rito costruito attraverso il proprio corpo, portato avanti per un tempo sufficentemente
lungo da permettere di identificarsi completamente in ciò che si fa. Molte
tecniche meditative sono azioni ripetute per un lungo tempo, fino ad essere in grado
di calarsi completamente in ciò che si fa; per questa ragione mi sento di
appoggiare l'idea che lo sport, sia quello professionistico che quello dilettantistico,
rappresenta un intenso momento meditativo per la mente.
L'IPNOSI.
E'a questo livello di sport come meditazione che il lavoro dello psicologo risulta
più attinente, dal momento che, l'atleta sviluppando doti strettamente collegate
al lavoro mentale, entra in uno stato di trance, uno stato di coscenza alterato,
differente da quello legato alla routine quotidiana, in cui l'io esercita delle capacità
e delle doti oltre ai limiti della propria coscenza.
Questo stato mentale è quello che si desidera raggiungere e mantenere quando
ci si trova a lavorare con un atleta; la parte difficile del lavoro, infatti, non
è tanto raggiungere ogni tanto un tale livello, quanto mantenere ed attivare
questo stato mentale, ottimale per la prestazione, tutte le volte che se ne ha bisogno.
Entrano in gioco, durante la trance, un insieme di energie che l'atleta deve essere
in grado di gestire per tutta la durata della prestazione, solo attraverso una precisa
modulazione dell'allenamento mentale è garantita la tenuta; altrimenti l'atleta
è costretto ad accontentarsi di risultati casuali e sporadici.
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OLTRE I LIMITI.
E' il lavoro sulla presenza che si intende sviluppare all'interno della psicologia
dello sport; la forte presenza richiesta all'atleta durante le sue prestazioni, l'espressione
dei suoi pensieri, gli permette di sviluppare dei fenomeni di fusione tra azione
e consapevolezza, portandolo a convergere la propria attenzione su un limitato campo
di stimoli, dandogli chiarezza di esecuzione del gesto atletico e padronanza sul
proprio ambiente.
A questo punto si è di fronte al controllo di un unico flusso di energia,
un espressione completamente liberadagli ostacoli cognitivi, che scorre fluida dalla
mente al corpo.
Una pratica costante e continua dell'allenamento mentale, permette un più
facile accesso alle alle proprie risorse interne (anche al di la dell'ordinaria percezione
dello spazio e del tempo, e dei propri limiti fisiologici, come molti atleti sono
stati in grado di dimostrare), come ad una sorgente inesauribile di energia. Una
fusione tra le tecnologie mentali e quelle fisiche permetterà, ad atleti e
squadre del futuro, di superare quei limiti che oggi sono ancora troppo legati a
certe credenze.
CONCLUSIONI.
Siamo quello che pensiamo. Tutto ciò che siamo nasce con i nostri pensieri...Noi
creiamo il nostro mondo.
Buddha
In realtà il grosso limite e la prima opportunità che dimora in ognuno
di noi è proprio costituita dai pensieri, questi sono ciò che possiamo
conoscere, e coi quali ci dobbiamo misurare.
Permettere all'atleta di esprimere il proprio stile e le proprie abilità nel
modo migliore, aprire così la strada a nuovi traguardi, dove l'uomo mette
costantemente a prova se stesso, in una danza continua che rappresenta la vita; questo
è ciò che penso di portare avanti nell'ambito dello sport, questo è
ciò che ritengo esprima la psicologia nell'ambito dello sport.
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