Relazione al convegno di medicina dello sport tenutosi al lingotto il 17 ottobre 1998.


Commissione di Psicologia dello sport.
“Lo sport a livello agonistico: riflessioni di lavoro della psicologia dello sport
in itinere.”

Marco Chisotti



Condividere le emozioni di una vittoria, incitare alla riuscita, partecipare alla preparazione di un atleta, correre insieme il rischio, scommettere sul risultato, questi ed altri i momenti intensi in cui ci si immerge quando si respira l’agonismo dello sport, quando si entra in un contesto di narrazione, dialogo, costruzione e confronto reciproci quali sono gli impegni e le collaborazioni professionali dello psicologo dello sport.
La psiche contribuisce a suo modo ad organizzare il “circo” che circonda un atleta nel suo sviluppo; il lavoro della psicologia dello sport è quello di introdurre l’atleta al processo di formazione della propria identità di professionista, ed avvicinarlo agli sviluppi potenziali di quegli scenari che potrà incontrare. Tale lavoro si focalizza sul come questi universi e queste identità possano essere resi possibili, in un certo senso ispira desideri orientando allo sviluppo ed al potenziamento dell’identità personale.
La costruzione di futuri possibili implica l'esplorazione delle procedure tramite le quali poter accedere a quei futuri agendo sulle circostanze presenti; in particolare l’universo dell’atleta é forgiato in funzione del risultato, nonché delle sue caratteristiche psicofisiche, il suo immaginario e le priorità attorno cui ruota la sua vita.
Le possibilità create dal colloquio e dalla consulenza psicologica diventano una nuova realtà; visualizzare e sognare il successo, é ipotecare la vittoria come qualcosa di già sperimentato, un anticipazione, un profetizzare attraverso un sogno, un creare quelle aspettative che orientano verso un futuro desiderato.
Questa concezione terapeutica/consulenziale privilegia la creatività, lo sviluppo di alternative. Il lavoro è svolto nell'intervallo che si crea fra lo stato presente e lo stato desiderato, e quindi si contrappone a quegli approcci con l’atleta che tendono a mettere in risalto le regolarità, la ripetizione e le condizioni deficitarie, tipico atteggiamento di molte scuole e modelli nel mondo dello sport; il risultato è un processo attivo costruttivista che si protrae verso le potenzialità e lavora sulle differenze. Questo alla base di un lavoro che concepisce l’identità e le relazioni come elementi e prodotti dei processi che le ricostruiscono in continuazione: “Noi costruiamo quelle idee di noi che costruiscono l’identità che le produce” Edgar Morin (La conoscenza della conoscenza 1986) e le idee legate ad alte prestazioni devono essere congrue al risultato, altrimenti una qualunque limitazione si frapporrà tra presente e futuro ostacolando i progetti dell’atleta.
Al contrario della posizione oggettivista, secondo cui il significato delle parole dipende dalla loro capacità di rappresentare qualcosa di realmente esistente in un mondo oggettivo o nelle menti di chi le usa, questa visione mette in risalto la funzione formativa del linguaggio e delle relazioni umane, nonché l'impossibilità di separarle dal fattore generativo delle azioni stesse, il vissuto agonistico; l’atleta che nel suo muovere attiva un processo di significazione del reale attraverso le proprie descrizioni/rappresentazioni, il tradurre le comuni esperienze della vita da parte del campione, in competenze e capacità specifiche, esaltando il proprio livello percettivo ed interpretativo.
La consulenza psicologica nello sport è un processo di costruzione del significato, dei comportamenti, del senso del gesto atletico, tramite una collaborazione discorsiva nella quale nuove e alternative storie degli eventi emergono e vengono trasformate; un'opportunità di partecipare attivamente alla costruzione e alla progettazione della propria realtà esistenziale e, nel contempo, una nuova costruzione di se stessi.

Potremmo dire che l’approccio che vi stiamo presentando si sviluppa attraverso i seguenti modi:

1) L’innovazione con cui un certo contesto viene costruito da nuovo materiale, sorgenti anche molto diverse (dallo psicologo, dall’atleta, dall’allenatore o da altre persone, come anche dal colloquio stesso);
2) L’elaborazione dei commenti, delle aspettative, dei presupposti, i punti da cui si parte nel definire il contenuto, il contesto e le relazioni ritenute significative;
3) L’argomentazione sui commenti fatti, in cui il materiale già discusso viene trattato per la prima volta come un argomento significativo attraverso appunto elementi di significato, nonché consapevolezza e coerenza;
4) Il collegamento degli argomenti portati tra loro, in cui agli argomenti sia possibile alternare percorsi differenti che si vengono ad aprire per generare nuove pratiche, significati e modi di vivere la propria pratica sportiva, dal semplice gesto atletico, all’insieme del dominio organizzativo, (relazioni messe in gioco, in particolari contesti di riferimento, attraverso specifici contenuti).
Questo tipo di conoscenza (di identificazione e di individuazione) si basa su un percorso aperto con biforcazioni, alternative e scelte: vi è la possibilità di prendere in considerazione diverse alternative, permettendo all’atleta di organizzare da sé i propri percorsi e, al contempo, di organizzarsi.
La possibilità di scegliere certi percorsi a discapito di altri e/o di crearsi delle alternative, è basata sul presupposto che gli atleti devono essere attivi nel colloquio, portatori di capacità creative e costruttive nel quadro generale della loro storia e dell’esperienza, anche maturato durante precedenti performances.
Nel processo di trasformazione delle potenzialità (mondi possibili e identità) in attualizzazioni (progetti, sviluppi, risultati...), le possibilità che emergono dalla conversazione diventano realtà vere e proprie, presenze che accompagnano l’atleta durante ogni possibile confronto.
Lo psicologo si colloca dunque come parte di questo processo di narrazione e di costruzione, guidato dai parametri della conversazione terapeutica e dalla propria esperienza professionale.
Il linguaggio possiede a tale titolo un aspetto denotativo poiché indica ciò che è là fuori. Allo stesso tempo però il linguaggio è connotativo e polisemico. Svolge una funzione dialogica, capace di suscitare e di creare scenari sia negli altri sia insieme agli altri, dove i significati si espandono in altri significati possibili attraverso la conversazione e l'immaginazione umane, coordinando le azioni delle persone attraverso il dialogo (Heinz von Foerster Sistemi che osservano 1987).
Parole e azioni derivano il loro significato dal contesto in cui si trovano e, al tempo stesso, creano tale contesto. Intrecci di significato già esistenti (contestuali) creano un senso di pertinenza, (relazioni significative, contenuti congruenti, consapevolezza).
Potenzialmente, atti ed episodi specifici hanno la capacità di trasformare interi insiemi di relazioni sociali dall'interno (V.E. Cronen, K. Johnson e J. Lannamann,1982; W.B. Pearce, 1994; W.B. Pearce e V.E. Cronen, 1981), é la forza intrinseca delle parole, se domandi a qualcuno scusa per averlo urtato sei automaticamente scusato.
Un particolare modo di comunicare e sviluppare la reciproca comprensione é dato dall’uso delle metafore, queste hanno la capacità di estendere il possibile, collegando rappresentazioni, comportamenti ed esperienze dell’universo dell’atleta in modi prima sconosciuti, rivelando così nuove relazioni.
Le metafore, o il parlar metaforico, creano significati, pratiche alternative, possibili modi di essere e possibili universi. Parafrasando Lakoff, la metafora è forse il mezzo più importante per proiettare un atleta attraverso la sua disciplina al fine di stabilire nuove connessioni e nuovi potenziali risultati. Qui le metafore non vengono considerate solo come semplici forme linguistiche o strutture cognitive ma come importantissimi strumenti per la costruzione della conoscenza, permettono all’atleta di organizzare la sua esperienza ed il suo allenamento in modi nuovi e inaspettati.
Ma in che modo le metafore nascono dalla conversazione e organizzano le esperienze di vita? Seguendo il tracciato delle metafore nella conversazione possiamo segnalarne l'emergenza e delineare il processo attraverso il quale esse amplificano, creano nuovi rapporti e diventano ingredienti chiave dei processi di trasformazione, un atleta che anticipa la sua esperienza creando le premesse per lo sviluppo del proprio risultato attraverso l’allenamento ideomotorio, le fantasie guidate, l’auto-ipnosi.
Le nostre storie così costruite, fatte di metafore come di parole, architettano le spiegazioni che ci diamo, organizzano e giustificano gli scenari della nostra vita: gli eventi, le azioni i successi come le sconfitte.
Fin dalla nascita siamo immersi in storie familiari, sociali, culturali. Quello che proviamo, comprendiamo, come pure l'ordine che diamo alla nostra esistenza avvengono sotto forma di storie, racconti che viviamo direttamente e che direttamente ci condizionano. Raccontiamo noi stessi, gli altri e siamo narrati dagli altri. Le storie degli atleti appartengono a sceneggiature psico-fisico-sociali alle quali ci appoggiamo nelle scelte come nelle decisioni.
I narratori-autori, gli atleti come i tecnici, gli psicologi come i medici costruiscono la realtà e al contempo ne vengono costruiti, questo il destino di chi incontra qualcun’altro in un terreno di narrazione, dialogo, costruzione e confronto reciproci.