Sportiva mente

 

Ai blocchi di partenza davanti alle corsie di acqua quieta e scintillante, sette (sette? Sì, un blocco è, per il momento misteriosamente, vuoto) ragazzi sono immobili, aggrappati alle pedane, i muscoli che urlano di poter scaricare tutta la loro potenza.

E’ l’attimo prima del via. Il giudice di gara addetto alle partenze ha già alzato la mano armata di pistola. Sa che non potrà attendere molto, perché provocherebbe una falsa partenza. E sa che non può sparare subito: c’è sempre l’eventualità che qualche furbo conti di partire sullo sparo, calcolando i tempi del giudice e non la propria reazione allo sparo. Per una manciata di secondi il tempo sembra allentarsi e diventare iridescente come i raggi di sole che attraversano la vetrata di fronte alle gradinate dove sono sistemate le persone del pubblico, per lo più parenti, amici, tecnici e compagni di squadra. Tra circa un minuto sarà tutto finito, ma quante emozioni, speranze e fatiche si concentrano nella mano armata del giudice, che spara senza una decisione cosciente, ma quando è il momento, con i corpi dei ragazzi immobili e in linea, esattamente come si accorgeva di avere la bracciata più o meno fluida quando gareggiava. Ed è una buona partenza: gli atleti sono scattati tutti insieme. Può essere soddisfatto ed abbassare la mano.

 

Tutte le persone presenti contribuiscono a creare l’avvenimento sportivo, tutte hanno al riguardo un paesaggio interiore che è un possibile compito dello psicologo cercare di comprendere e utilizzare per il benessere generale e del singolo.

Esiste un ramo della psicologia che studia specificatamente lo sport e gli atleti e che si pone come una disciplina che dà un contributo essenziale, alla pari, poniamo, con la biomeccanica e la fisiologia, per cui si parla correntemente, per esempio, di “allenamento mentale” e di tecniche di “imagery” e non solo di sostegno psicologico.

C’è poi, naturalmente, una psicologia delle persone in quanto tali ed è questo il mio angolo visivo, la mia prospettiva.

E vediamo cosa coglie questo immaginario occhio psicologico nella scena descritta.

Inevitabilmente l’attenzione va prima di tutto sui ragazzi ai blocchi di partenza. L’età stimata è intorno ai 15 anni. L’adolescenza è per eccellenza l’età del cambiamento e dello svilupparsi delle potenzialità. E lo sport non fa eccezione. In questi anni, un po’ prima per le ragazze, un po’ dopo per i maschietti, esplodono i talenti. Però sono anche gli anni in cui le esigenze interiori, di scoperta, di definizione di se stessi e delle proprie prospettive-aspettative diventano più pressanti. E parallelamente sono gli anni in cui gli allenamenti diventano più continui e più specifici. E così succede che l’adolescenza è il periodo in cui gli abbandoni della pratica sportiva professionalizzante sono più frequenti. Eppure tutti concordano che l’attività fisica è un buon complemento della crescita di ciascuno di noi, a qualunque età. Ed è vero, ma non può prendere il posto ed essere la risposta a tutte le richieste emotive. Lo sport professionalizzante non sostituisce, per esempio, il gioco, perché ha accentuazioni psicologiche diverse. Eccone alcune, estremizzate per cogliere le differenze.   Il gioco è divertimento, con tutte le connotazioni di adesione spontanea, appagamento interiore gratuito e scoperta dei propri mondi interiori ed esteriori. Lo sport è prestazione e la soddisfazione eventuale è collegata al livello della prestazione. Il gioco è creatività, esplorazione continua a tutto tondo. Lo sport è ricerca della perfezione all’interno dei limiti della specialità scelta. Il gioco è variazione, esplorazione, cambiamento. Lo sport è ripetizione, adeguamento, disciplina. Nel gioco ci si pone in maniera attiva rispetto alle eventuali regole esplicite, che del resto non sempre esistono. Nello sport il singolo atleta si pone in maniera passiva rispetto alle regole, che sono tutte esplicite e fortemente codificate. Il gioco porta sempre ad un qualche tipo di acquisizione almeno simbolica, i gesti dello sport sono di per sé gratuiti, hanno un legame abbastanza allentato rispetto ai gesti della vita quotidiana. Certamente però sono una forma ritualizzata e, quasi sempre, depotenziata di aggressività. Tutto ciò nel mondo contemporaneo si risolve in una spettacolarizzazione esasperata. Il gioco è indifferente agli spettatori, se non addirittura segreto. Il gioco è sempre in rapporto di tensione rispetto alla realtà e tende ad una sua trasformazione. Lo sport è completamente inserito nella realtà concreta e sottoposto ad ogni sorta di misurazione oggettiva. Il gioco è una dimensione ineliminabile della vita, lo sport ne è una mitizzazione, in particolare rispetto ai limiti che la condizione umana comporta.

Certo lo sport ha anche elementi di gioco e contribuisce, ed in maniera decisa, alla formazione di ciascuno, in special modo durante l’età critica dell’adolescenza, proprio per i valori di confronto con se stessi, con gli altri e con i propri limiti. E per il piacere ed i vantaggi che l’attività fisica può dare. Però molto difficilmente da solo è sufficiente a formare delle persone felici, per quanto è possibile esserlo. Le biografie dei grandi campioni a volte grondano non solo sudore e determinazione, ma anche sofferenze e ferite indicibili nella vita privata. E’ necessario che ci si avvicini alla pratica agonistica con equilibrio e moderazione. Senza sacrificare troppo tutto il resto. Perché lo sport accentua la concentrazione su se stessi che già può essere forte negli adolescenti e può portare a comportamenti abnormi, che vanno da carichi eccessivi di lavoro all’uso di sostanze proibite o comunque improprie, ad una sofferenza interiore molto acuta rispetto alla possibilità del fallimento e dell’esclusione.

Per cui il fatto che nell’adolescenza un ragazzo o una ragazza abbandonino la pratica agonistica può essere forse un peccato per la disciplina in questione, ma per la persona può essere anche un positivo passaggio ad una fase diversa della propria vita.

Se dai blocchi di partenza ci spostiamo alla postazione dei cronometristi, lì vicino su una panchina è seduto, avvolto in un accappatoio bianco, un ragazzo con lo sguardo fisso ai compagni sulle pedane: non se l’è sentita. Sa che il nuoto gli piacerà sempre, ma basta allenamenti e gare. I suoi come la prenderanno? Alza un attimo gli occhi ad incontrare quelli dei genitori, che sono tra il pubblico. La mamma gli sorride, il padre alza le spalle, sospira e poi sorride a sua volta. Non ci saranno problemi.

Ma non sempre è così. Lo sport ha un forte impatto sociale e un alto tasso di visibilità e riuscita per chi eccelle. A volte capita che aspirazioni deluse o desideri di rivalsa o di gratificazione personale si riversino sui figli e sulle loro attività, compreso lo sport. Magari anche solo con l’intento dichiarato di trasmettere quei valori che si ritengono importanti e in cui si è sempre creduto. Tipicamente chi ha una attività o una professione ben avviata vorrebbe che il proprio lavoro fosse continuato dai figli. Un trasferimento simile per l’intensità emotiva può capitare nello sport. Allora il ragazzo si sente doppiamente sotto tensione, per le prestazioni che la pratica sportiva esige e per le aspettative pressanti dei genitori. Senza contare l’enorme interesse che potrebbe suscitare e che da solo è in grado di schiacciare una persona anche solida. E’ facile che una situazione simile non lo aiuti ad essere più felice, quali che siano i suoi risultati sportivi. Va bene incoraggiare e seguire la pratica sportiva dei figli, ma senza sostituirsi a loro e senza rammaricarsi troppo per un eventuale abbandono, che sarà già stato sofferto. E ricordarsi che per un ragazzo e una ragazza sono almeno altrettanto importanti le amicizie, gli affetti, la scoperta del mondo che ci circonda e che ci portiamo dentro, la costruzione di un proprio modo di stare con gli altri e con se stessi. Lo sport, almeno durante l’adolescenza e tranne situazioni veramente di eccezione, dovrebbe essere pensato come un mezzo e non come un fine, uno dei tanti strumenti di crescita.

Intanto i ragazzi sono partiti. A uno gli occhialini sono scivolati sul volto, ma non si ferma certo a metterli a posto. Altri due sono appaiati e a ogni bracciata i loro sguardi si incrociano. I giudici di gara seguono passo passo gli atleti. I cronometristi sono in attesa ai blocchi di partenza. I tecnici si scalmanano, tentando di far giungere le loro indicazioni in vasca. Il rumore complessivo è notevole. Il pubblico segue incitando i propri favoriti. Qualche genitore divide l’attenzione tra la vasca e il cronometro che tiene in mano. Altri seguono con gli occhi lucidi la gara. Altri ancora si uniscono al coro delle urla. Ai cinquanta metri i giudici sono tutti a controllare le virate. Ai due accoppiati si sta affiancando quello che ha perso gli occhialini. I tre occupano le corsie centrali. Vuol dire che già si sono presentati con dei buoni tempi. Però anche il ragazzo in settima corsia vira quasi con loro e sembra avere una bracciata molto fluida ed efficace. E sta aumentando il ritmo. Come andrà a finire?                                                                     

   Aldo Ferrari Pozzato