Considerazioni sul convegno: "Oltre il doping: nuove prospettive di vittoria"

 

 

Marco Chisotti

 

 

 

Prima di lasciarvi accedere alle relazioni che i rispettivi oratori al convegno hanno anticipatamente presentato, lasciatemi esprimere alcune considerazioni conclusive al convegno stesso.

Come spesso accade quando si desidera e si ha la necessità di condensare in pochi minuti il proprio pensiero, se ne rimane vittima, previo svegliarsi poco dopo considerando di non esser riusciti a dire, fino in fondo, ciò che si desiderava portare.

Anche per un professionista della comunicazione, quale dovrebbe uno psicologo, rimane difficile scindere le idee che stanno dentro la propria testa con quelle che escono dalle parole, dal linguaggio, le emozioni sono troppo spesso lente ad emergere e il principale nemico diviene la mancanza di tempo, il limite delle parole, il clima dell'auditorio, la stanchezza di chi ti ascolta che giocoforza ha ascoltato tanti prima di te.

Il significato di queste mie parole non riguarda il risultato che abbiamo ottenuto dal convegno, questo non lo possiamo dire noi, ne lo possiamo ricavare ora; dopo essermi confrontato coi colleghi posso dire, riportando credo in questo la loro opinione, che il convegno ha avuto un buon successo, una buona affluenza, credo si possa stimare intorno ad un numero di 120-130 persone almeno, buoni contenuti, buone anche le idee.

Il mio è il tentativo di ampliare ulteriormente gli orizzonti, è stato per me utile considerare un ulteriore limite legato al discorso "psicologico" che si desiderava affrontare, l'intento iniziale era proprio andare oltre al doping, e non cadere nelle maglie del doping, era di portare del nuovo al discorso sul doping, e non ricadere nel trito e ritrito sul doping.

Beh devo dire che solo in parte ci siamo riusciti, almeno per quanto concerne le intenzioni, i fatti, ripeto, possiamo considerarli buoni nel loro insieme.

I colleghi francesi, delegati delle istituzioni d'oltralpe, ci hanno dato una lezione su più fronti sicuramente: brillantezza di esposizione, il tempo da loro impiegato, nelle loro esposizioni, non ha minimamente pesato; incisività e tempi contenuti, hanno saputo riportare l'essenziale; "umiltà", hanno saputo ascoltare; efficacia, hanno portato elementi utili al dialogo ed alla costruzione del nuovo e dell'andare oltre ai limiti; interdisciplinarietà, hanno saputo toccare campi differenti, come quello sociopolitico, sicuramente utili ed interessanti nella prospettiva presentata.

Gli altri relatori a seguire sul fronte istituzionale, le persone in Italia delegate a rappresentare le istituzioni, sono apparse troppe volte autocelebrative, hanno messo in evidenza che i convegni da noi troppo spesso sono fatti per addetti ai lavori e non per portare informazione e cultura, sono fatti per dirci come siamo bravi, e troppo poco per avvicinare coloro che non hanno competenze in merito ed hanno bisogno di chiarezza, prova ne è il fatto che i testimonial hanno affermato di sapere ben poco sul fenomeno "doping", mi chiedo quanto in fondo fossero stati informati, pur essendo stati nella rosa dei nostri miglior atleti!

Si potrebbe continuare e finire nel fare polemica, e questo non è nelle mie intenzioni, dunque la parola alla psicologia di cui mi sono sentito il portavoce, almeno per la parte legata allo sport nello specifico, la solita assente mi verrebbe da dire, il mio maggior dispiacere è stato proprio quello di sentire, ancora una volta, quanto la psicologia sia considerata poco concreta e poco efficace e per questo assente.

Ma oltre ad essere considerata poco, è anche mal considerata se andiamo a vedere il livello di comprensione e di conoscenza che esiste sulla psicologia; mi trovo puntualmente a constatare, nei dibattiti, convegni, seminari a cui partecipo, sia da relatore che da fruitore, quanto il linguaggio medico sia diffuso e capito, anche quando si presenta complesso e specialistico, ed a quanto poco si riesca ad approfondire un discorso psicologico, senza cadere nell'ovvio, scontato, quotidiano "dire e fare psicologico", che è sempre sulla bocca di tutti!

Non parliamo poi dei presupposti, ciò che deve essere vero perché un discorso abbia un senso, questi mancano totalmente, infatti in psicologia come in tutte le discipline che si interessano dell'uomo, nella sua dimensione antropo-socio-psico-culturale, manca la possibilità di intendersi su concetti fondamentali quali: computare e cogitare, ricorsività, operativamente chiuso, autopioetico, autoreferenziato, performative, aspettative che si autoavverano.

Queste poche parole, come piccolo esempio di concetti molto usati nella nuova psicologia e nelle neuroscienze in generale, probabilmente a chi si trova esterno al discorso risultano incomprensibili, ma sono al pari di concetti medici quali: allergie, fenomeno di rigetto, pressione sanguigna, vasi, cistifellea, pneumo torace, sistema ormonale.

Il problema, il grave problema, è che manca totalmente per la psicologia, una psicologia dell'individuo, manca una cultura adeguata di riferimento, le poche parole di uso comune utilizzate come ad esempio identità, personalità, carattere, portano significati fraintesi o incompresi nella loro portata, facendoci passare con la stessa facilità per superficiali o per incomprensibili analizzatori del mistero del profondo.

Ora non c'è nulla di più misterioso di ciò che si considera, o meglio detto si "liquida", come misterioso, il mistero al contrario si disvela tanto chiaro quanto affascinatamente semplice!

Se vi voglio introdurre nell'affascinante mondo delle nostre strutture mentali devo dire che: l'uomo (in senso ontologico uomo-donna indistintamente) guardandolo sotto la luce della cibernetica (la scienza che studia la teoria del controllo nelle macchine biologiche come in quelle artificiali) è un elaboratore (computare) di terz'ordine, (il primo ordine è il concetto di causa effetto, unica direzione, il secondo ordine è l'anello ricorsivo di feed-back, l'effetto del boomerang) vale a dire che elabora, attraverso i suoi pensieri (cogitare), il prodotto stesso della sua computazione, e le conseguenza di tutto questo sono al contempo semplici ma dalla portata incredibile: quando cambiamo l'idea su una cosa non cambiamo solo un idea, cambiamo la percezione stessa della cosa, i nostri organi sensoriali ne vengono direttamente interessati, gli occhi non hanno intenzione, seguono unicamente quello che il cervello è in grado di fargli vedere, il quale è un organismo che funziona in modo indipendente (è operativamente chiuso, autopioetico) dal suo mondo esterno, costruisce la realtà che lo circonda al proprio interno (produce quella realtà che lo produce, è autoreferenziato), non se la rappresenta, ne tanto meno la scopre, come siamo abituati a pensare da retaggi culturali passati, la inventa di sana pianta, e poi ci si mette dentro, la realtà, almeno come noi la intendiamo, non esiste se non come prodotto del nostro pensiero, ed i dati, così definiamo gli elementi che abbiamo a nostra disposizione, non sono "dati" bensì "presi", scelti, voluti ed imposti da un certo ordine di idee, (performative) di aspettative, che divengono le nostre migliori profezie (aspettative che si autoavverano).

Questo è quello che avrei voluto dire e che non ho avuto modo di fare, che ci permette di intravedere quanto spazio di intervento ci possa essere, oltre il doping, per un atleta che cerchi nuove prospettive di vittoria, qui il senso del convegno e del messaggio che avremmo voluto lasciare!

 

 

Indice delle relazioni.