Istituto superiore di educazione fisica di Torino

DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT

 


Tesi

Corso di perfezionamento

in psicologia dello sport

 

Claudia Destefanis

 

 

Istituto superiore di educazione fisica di Torino

DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT

 

Corso di perfezionamento

di psicologia dello sport

 

 

IPOTESI D’USO DELLE FOTOGRAFIE

IN PSICOLOGIA DELLO SPORT

 

Relatori: Chiar.mo Prof. Domenico Devoti

Chiar.mo Prof. Marco Chisotti

  •  
  • Anno Accademico 2000/2001

     

  • Da "I generi letterari come modelli mentali"

     

     

    ….l’interpretazione è estremamente importante per la conoscenza, in quanto ampiamente generativa, permette di andare al di là dei particolari, permette l’inferenza, per cui è costruttiva e creativa.

     

     

  • Carol Fleisher Feldman

     

     

    INDICE

     

     

    Premessa p. 3

     

    Capitolo I: La fotografia p. 5

    1.1 Cenni storici e riflessioni d’autore

    1.2 L’uso delle fotografie nello psicodramma classico

    1.3 L’uso delle fotografie in micropsicoanalisi

    1.4 L’uso delle fotografie nell’approccio sistemico relazionale

     

     

    Capitolo II: Perché la fotografia in psicologia dello sport p. 16

    2.1 Stimoli dal Costruttivismo

    2.2 Stimoli dalla Tecnica di Visualizzazione

    2.3 Stimoli dall’Ipnosi

     

     

    Capitolo III: Ipotesi di uso della fotografia in psicologia dello sport p. 20

    3.1 Con le squadre

    3.2 Con gli atleti singoli

     

     

    Capitolo IV : Conclusioni p. 27

     

     

    Bibliografia p. 28

     

     

    Appendice 1

     

    PREMESSA

     

     

    Questo lavoro è da intendersi come una riflessione teorica che spero potrà portare ad ulteriori studi e ricerche.

    Nasce dalla mia esigenza primaria di riorganizzare le mie competenze in un approccio integrato, laddove stimoli provenienti da ambiti differenti possono in me mescolarsi e condurre alla costruzione di nuovi modelli di lettura e d’azione.

    Credendo molto, se no non avrei fatto alcuni tipi di scelte professionali e soprattutto formative, nell’importanza di una formazione eclettica e personalizzata, mi sono avvicinata a più aree di interesse, che vanno dal training autogeno di Schultz, alla mediazione famigliare di approccio sistemico relazionale, allo psicodramma di matrice moreniana, al Playback Theatre di Fox, alla psicologia dello sport dove io sono stata particolarmente stimolata dagli aspetti costruttivisti.

    Come già accennato, il mio interesse per questo lavoro è soprattutto quello di provare a vedere se alcune mie conoscenze apprese in altri campi possono essere rivisitate, in seguito ai nuovi apprendimenti, e quindi utilizzate in forme differenti nella psicologia dello sport, e, scusate, un po’ superbamente, vedere se anche il mio percorso professionale attuale, seppur limitato, può apportare interessanti spinte alla costruzione di una psicologia dello sport torinese.

    L’idea di usare le fotografie ha origine da più stimoli e motivazioni

    Mentre cercavo un idea nella mia testa che rispondesse al mio desiderio di non fare una tesi su soggetti molto trattati, bensì una tesi innovativa e di base per eventuali altri sudi e approfondimenti (come già feci per la tesi di laurea, e come allora spinta dal desiderio di capire una cosa che non avevo ben capito), mi sono scontrata con un piccolo convegno sull’uso della fotografia e delle immagini in psicoterapia sistemica.

    Questo fatto mi ha portata all’idea di fare una breve panoramica di come discipline diverse usano la fotografia e di cercare un eventuale utilizzo in psicologia dello sport, attraverso la costruzione di un protocollo specifico, forte del fatto che credo nell’importanza di elementi pratici e tangibili, soprattutto con chi, come ci hanno sapientemente più volte fatto notare, è abituato a vedere risultati, sentire e riconoscere sensazioni.

    La mia ipotesi è che la fotografia possa facilitare il percorso della persona alla ricerca di emozioni e sensazioni propriocettive, permettendo poi così il lavoro sul recupero di stati mentali vincenti e di costruzione di nuovi stati mentali. Ritengo inoltre che la fotografia possa facilitare nella persona la costruzione di immagini interne, e come si vede bene nell’approccio micropsicoanalitico portare attenzione ai particolari significativi, che credo siano quelli a fare la differenza per la costruzione di una buona immagine magari poi utilizzabile in stati quali la visualizzazione, il training, autogeno e l’ipnosi; inoltre chi non ci dice che una fotografia non possa divenire una sorta di ancoraggio per creare un pre-attivazione nel giorno precedente alla competizione? Ma questa potrà forse divenire un’altra storia.

    Il seguente lavoro è strutturato con una parte teorica di analisi di come i diversi approcci usano la fotografia, e di una parte in cui si rianalizza il lavoro precedente in un ottica di ipotesi di utilizzo in psicologia dello sport.

     

     

    CAPITOLO I

     

     

    LA FOTOGRAFIA

     

    1.1 Cenni storici e riflessioni d’autore

     

    La fotografia è un procedimento fotochimico complesso con cui si ottiene, su una superficie, un ‘immagine stabile di un oggetto reale, quale è formata da una luce in una camera oscura (dizionario enciclopedico 1968).

    La prima fotografia della storia, così come viene raccontata dai libri, risale al 1727 e fu scattata da J. H. Schulze; così, attraverso il puntale lavoro di molti "geni" della fotografia, si giunge al 1878 con la fabbricazione in scala industriale della lastre sensibili. Le prime immagini a colori risalgono al 1891 grazie all’opera di G. Lippmann, mentre il moderno procedimento detto a triplostrato si basa sui lavori di Fischer a Berlino, dal 1910 al 1914; il materiale sensibile relativo venne inizialmente posto in commercio nel 1936 dalla Kodak e dall’ Agfa.

    La fotografia appare a prima vista un oggetto, un pezzetto di cartoncino, a colori o in bianco e nero, ma nella fotografia si può riconoscere una forma autonoma di rappresentazione artistica della realtà, per quanto possano esserci alla base di uno scatto funzioni tecniche, documentaristiche o pubblicitarie. Ci sono molti artisti che nella fotografia hanno saputo cogliere e rendere immagini della società, mille voti e contrasti della vita moderna e qualcuno si è anche preoccupato di delineare teoricamente i confini della verità fotografica, come H. Cartier Bresson che così definisce la fotografia: "il riconoscimento simultaneo, nella frazione di un secondo di una parte di un significato di un fatto e, insieme, di una organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono quel fatto." (dizionario enciclopedico 1968).

    Importante a mio avviso l’approccio di Arnheim che dice: "quando un teorico della mia formazione guarda una fotografia, si sente più interessato dai tratti caratteristici del medium in quanto tale che dall’opera particolare di determinati artisti. Egli desidera sapere quali bisogni umani vengano soddisfatti da questo tipo di immagini e quali proprietà specifiche rendono il medium in grado di soddisfarli" (Arnheim 1987).

     

    L’autore, nel testo "Intuizione ed Intelletto" fa notare come grazie alla mobilità della macchina portatile, la fotografia penetri nel mondo con colui che la maneggia, e quindi di come il fotografo inevitabilmente sia parte della situazione che ritrae, anche se vi è in lui la ricerca, inutile, di non lasciare traccia di sé, e come ha detto André Bazin nel 1945 "..essa agisce su di noi in quanto fenomeno naturale, come un fiore o un cristallo di neve la cui bellezza è inseparabile dalle sue origini vegetali o telluriche" Viene inoltre fatta notare la differenza tra fotografia e reportage, dove i soggetti invece di essere colti in azione, inconsapevolmente, vengono ripresi mentre si mettono in posa, perfettamente consapevoli della presenza del fotografo "…questo l'uomo esposto agli sguardi, bisognoso di una persona, preoccupato della sua immagine, esposto al pericolo o all'eventualità di una grande fortuna per il semplice fatto di essere guardato", (Arnheim 1987).

    Questi livelli di analisi e di costruzione sono sicuramente patrimonio di pochi, mentre più comunemente vi è la convinzione che le fotografie siano generate dalla macchina e non fatte dalla mano dell'uomo, e ciò influenza profondamente il nostro modo di guardarle e di farne uso.

    Vanno inoltre considerati altri aspetti interessanti che riguardano la fotografia in quanto "oggetto/soggetto"; quando un osservatore si chiede: "Dove sarà stata scattata?", "Quando è stata scattata?" significa che vi è un’attenzione ed un interesse alla situazione storica del soggetto rappresentato. La fotografia non rappresenta una verità e non è strano chiedersi se essa mostri e comunichi ciò che vuole mostrare.

    Così una fotografia può rappresentare più storie, a seconda di ciò a cui si pone attenzione, infatti la percezione visiva umana organizza e struttura le forme offerte dalle proiezioni ottiche sull'occhio. Queste forme organizzate, producono i concetti visivi che rendono le immagini pittoriche leggibili (Arnheim 1986).

    In una fotografia, le immagini vengono selezionate, parzialmente trasformate e trattate da colui che scatta la foto prima, e da colui che la osserva poi, portando in essa i propri aspetti irrazionali che portano all’articolazione di una forma ricca di significati. Così, perché le fotografie abbiano senso, occorre guardarle come incontri tra la realtà fisica e la mente creativa dell'uomo e non semplicemente come il riflesso di questa medesima realtà sulla mente: "….come un terreno comune sul quale le due istanze formatrici, l'uomo e il mondo, si incontrano come antagonisti e collaboratori con pari diritti, ognuno con la possibilità di far valere le risorse che gli sono proprie" (Arnheim 1986).

    Legata alla natura fisica del paesaggio e dell'insediamento umano, dell'animale come dell'uomo, ai nostri successi, alle nostre sofferenze e alle nostre gioie, la fotografia si trova in una posizione privilegiata per aiutare l'uomo a guardare se stesso, ad espandere e a preservare le proprie esperienze, a scambiare comunicazioni vitali, uno strumento fedele la cui portata non deve andare al di là del modo di vita che riflette. (Arnheim 1986)

     

     

    1.2 L’uso delle fotografie nello psicodramma classico

     

    Lo psicodramma è una tecnica attiva, che si basa sul presupposto che il nostro agire è prima di tutto un dare forma alle rappresentazioni intrapsichiche, o potremmo anche dire alla nostra realtà interna; un continuo gioco dialettico di assimilazioni ed accomodamenti, che si differenziano fino ad assumere diverse e susseguenti forme di equilibrio ognuna delle quali segnala il raggiungimento di un nuovo stato evolutivo nello sforzo costante di diventare ciò che si è.

    In questo contesto, rispetto ad altri elementi altrettanto interessanti, mi pare utile porre l’attenzione sui concetti di azione, intesa come possibilità di sperimentare la realtà, e come costruzione dell’io, infatti è proprio attraverso l’azione che il mondo viene saggiato, costruito, rispettato, e di ruolo, inteso come forma operativa che l’individuo assume nel momento specifico in cui egli reagisce ad una situazione specifica nella quale sono implicati altre situazione ed oggetti.

    La predisposizione ad agire il mondo a costruirlo molto più che a registrarlo è un costrutto fondato il paradigma psicologico contemporaneo, ed ancor più del modello costruttivista della realtà.

    In termini psicodrammatici, come vedremo in seguito, la fotografia non è un cartoncino colorato, ma una scena rappresentata su di un palcoscenico, secondo regole e rituali molto precisi e rigorosi. Ritengo che nell’ottica con cui è stato affrontato il presente lavoro, questo tipo di fotografia acquisisca particolare rilevanza, poiché è particolarmente costruttrice di realtà ed ancor più attivatrice di sentimenti e stati mentali.

    La cosa interessante è proprio la capacità dello psicodramma di attivare in tempi brevi la parte emotiva della persona di riportarla in un tempo e in un luogo in cui può rivivere una situazione importante della propria vita, riprovare emozioni provate allora, giungere a nuove elaborazioni di vissuti antichi o, finalmente, cercare nuove soluzioni e nuove risposte, riscrivere una storia che va a cambiare seppur minimamente il passato; in questo senso lo psicodramma mi ricorda molto l’approccio costruttivista poiché da alla persona al possibilità di scrivere e riscrivere, quindi costruire, la propria storia, perché, come già accennavano i primi psicanalisti senza poi coglierne la vera essenza, non è importante quello che è successo ma come la persona l’ha vissuto, che ritradotto in termini costruttivisti potrebbe essere, non esiste una realtà ma esiste la realtà costruita da quella persona, e che in termini ipnotici potrebbe essere la restrutturazione.

    La tecnica della fotografia consiste nel mostrare psicodrammaticamente un momento della propria vita riproducendo fedelmente sulla scena il contenuto di una fotografia appartenente al proprio album dei ricordi. Spesso viene scelta un immagine remota che ha il vantaggio di stimolare la messa a fuoco di una situazione che non avrebbe potuto ritornare alla mente con l'ausilio delle sole funzioni mnestiche (Boria 1997).

    Essendo l’attività psicodrammatica una serie di azioni eseguite da un gruppo, nello specifico di psicodramma, la fotografia, è sempre ricostruibile sul palcoscenico, date le sue caratteristiche di immagine percettivamente ben definita, ed anche il membro del gruppo che più è restio a trattare i sui contenuti emozionali e cognitivi riesce a trovare un punto di partenza. Prima dell’azione il conduttore dedica alcuni minuti all’intervista del protagonista, ossia di colui che vedrà rappresentata la sua fotografia; questo momento permette la raccolta dei dati percettivi della situazione, serve per far emergere, e costruire, un atmosfera, un desiderio, un ricordo, un immagine su cui fondare una scena.

    In tabella 1 viene riportata la tecnica di lavoro fedelmente tratta dal testo "Lo psicodramma classico" di G. Boria

    Tabella 1

    Nella fase del lavoro iniziale con il gruppo il conduttore invita i presenti a ripercorrere mentalmente un proprio album di fotografie ed a sceglierne una, cercando di non trascurare alcun particolare di essa. Talvolta egli dà istruzioni affinché vengano fatte scelte specifiche: l'immagine più lontana nel tempo; un'immagine dell'adolescenza; un'immagine con persone della famiglia; un'immagine di vacanza; un'immagine che provoca disagio; e così via. Quest'orientamento nella scelta è particolarmente utile quando il direttore intende stimolare alcuni individui ad affrontare l'esplorazione di certi aspetti della propria esperienza. Quando tutti hanno scelto l'immagine, ciascuno la descrive con poche parole e, infine, si passa all'individuazione del protagonista. Il protagonista procede ad allestire la sua rappresentazione seguendo gli usuali criteri per la costruzione di una scena. Qui viene prestata speciale attenzione alla fedeltà di riproduzione dell'immagine, evitando di introdurre cambiamenti. La collocazione nello spazio delle persone la loro postura e la loro mimica vengono modellate dal protagonista, il quale colloca anche se stesso nel proprio spazio, ma solo per gli attimi sufficienti a sentirsi partecipe di quel momento, in quel luogo. Al suo posto, infatti, subentra subito un alterego. Il protagonista pur facendo parte dell'immagine deve potersi sentire osservatore di quella fotografia. Per questo egli si colloca dal punto di vista del fotografo. Oltre alle persone egli colloca sulla scena anche gli elementi ambientali: mobili, lampade, alberi, fiori… Tutta questa fase oltre che riscaldare il protagonista alla situazione specifica, fornisce abilità pratiche a chi non ha disinvoltura a muoversi sul palcoscenico davanti agli occhi di tutti e deve ancora scoprire le molteplici

     

    utilizzazioni del materiale scenico disponibile. Allestita la scena il protagonista deve darle una vita psicodrammatica inserendovi i fantasmi stimolati da tale raffigurazione. Perciò di solito il direttore chiede che a quell'immagine fotografica vengano aggiunte delle didascalie (qualcosa di simile a un fumetto) che esprimano i contenuti mentali presenti in quell'attimo nelle diverse persone. A questo scopo il protagonista si colloca alle spalle di ognuno dei personaggi ed esprime le parole rivelatrici del loro sentire in quel momento. Qui il direttore interviene per stimolare con opportune domande un approfondimento di aspetti che egli ritiene particolarmente importanti per il lavoro terapeutico con il protagonista. Dopo di ciò il protagonista ritorna nel punto in cui viene scattata la fotografia, e mentre fa i gesti di colui che sta mettendo a fuoco l'obiettivo della macchina ascolta le voci che egli ha appena attribuito ai diversi personaggi (ovviamente rappresentati dagli io ausiliari e dall'alter ego che ricopre il suo ruolo). La formulazione dei messaggi può essere ripetuta più volte, ed il protagonista può chiedere delle variazioni alla parole dette per renderle più consone all'atmosfera interiore di quell'immagine. A questo punto il protagonista ha ormai dato al contenuto della fotografia il massimo della colorazione affettiva che gli era possibile. Il direttore può concludere il suo lavoro limitandosi a mettere a fuoco questo momento della vita del protagonista. Più spesso però il protagonista è riscaldato ad andare oltre quell'immagine psicodrammatica. In tal caso la prosecuzione del lavoro può avvenire in modi molteplici. Uno consiste nel trasformare la fissità della foto in un azione ( in cui il protagonista riprende il suo ruolo prima ricoperto dall'alter ego) che sviluppa con le dinamiche proprie delle scene psicodrammatiche. Un altro modo è quello di fare un'altra fotografia modificandola secondo il proprio desiderio. Questa seconda foto è particolarmente importante quando il protagonista deve essere aiutato a raggiungere una buona integrazione, in conseguenza del disorientamento provocato dall'esperienza della foto precedente. Un'ulteriore modalità e quella di raffigurare successivamente delle fotografie che mostrino lo svolgersi nel tempo di alcuni aspetti della vita del protagonista. Di solito viene mostrata una foto del passato remoto, un'altra in tempi recenti, ed infine una che si immagina potrà essere scattata nel futuro.

     

     

    Come si può notare dal dettaglio dello svolgimento dell’attività, qui assume un ruolo centrale la possibilità del soggetto di vedere da più punti di vista la scena rappresentata, e quindi di cogliere nuovi particolari. Ritengo che ciò possa essere molto utile laddove si vogliono raccogliere informazioni per la successiva costruzione di stati mentali.

     

    1.3 L’uso delle fotografie in micropsicoanalisi

    Dal punto di vista storico, la micropsicoanalisi nasce nel 1953 da una lenta metabolizzazione della psicoanalisi freudiana e dallo studio comparato delle ripetizioni di vita e di morte che l'uomo attualizza a sua insaputa (e indipendentemente da qualsiasi variabile etnica o socio culturale). E’ uno studio dello psichismo che va al di la dell’inconscio e che permette di esplorare l’uomo sino all’Es, riformularlo come articolazione (cerniera) energetico pulsionale. (Peluffo 1984).

    La micropsicoanalisi è un approccio allo psichismo molto particolare, con un linguaggio "privato" dei micropsicoanalisti, tanto che esiste un dizionario di micropsicoanalisi, in cui vengono definiti i vocaboli atti a poter parlare in termini micropsicoanalitici. Per la M. esistono tre attività cardinali nell’uomo: il sonno/sogno, la sessualità e l’aggressività.

     

    In micropsicoanalisi oltre a variare l’ipotesi di funzionamento della psiche, rispetto alla psicoanalisi classica, varia l’approccio terapeutico, con l’introduzione di alcune grosse novità: le sedute lunghe, i sussidi tecnici, la vita in comune e le diverse forme di micropsicoanalisi. In questo contesto ci interessa porre attenzione al secondo punto ossia i supporti tecnici che costituiscono dei coadiuvanti dinamici e sono: lo studio delle fotografie personali e familiari dell'analizzato, lo studio della corrispondenza, lo studio delle piantine topografiche, lo studio del suo albero genialogico.

    Prima di addentrarci a definire come in M. si trattano le fotografie è necessario tentare di dare almeno un’idea di cosa sia un’immagine in questo approccio. Per far ciò sfrutterò le definizioni del dizionario di micropsicoanalisi (tab. 2), proprio perché mi pare impossibile riformulare i concetti citati senza perderne la vera essenza. L’immagine è un qualcosa che rende attuale e presente la storia della persona, dei suoi antenati e di sé in quanto rappresentante del genere umano, l’immagine struttura l’inconscio, l’io e super io.

     

    Tabella 2. Fanti 1989

     

    Immagine

     

    insieme geneticamente organizzato delle rappresentazioni e degli affetti che strutturano l’inconscio a partire dall’es.

     

    ideica

     

    filogenetica

     

    ontogenetica

     

    Insieme delle faccette energetiche dell’eredità ideica che condiziona l’Immagine filo e ontogenetica nell’es-io-super-io

     

    Insieme delle rappresentazioni-affetti condizionato dall’immagine ideica e che veicola le esperienze copulsionali degli antenati registrate al momento dell’ominizzazione

     

    Insieme delle rappresentazioni-affetti condizionato dall’immagine ideica e filogenetica e che veicola le esperienze copulsionali registrate al momento della fecondazione

     

     

    L’immagine come il nome è il sostituto interiorizzato del rapporto con l’oggetto. La relazione con l’oggetto è sempre interna, e sotto la pressione dello stimolo esterno una delle sfaccettature di tale relazione viene proiettata all’esterno e da l’intonazione affettiva (Peluffo 1984); pronunciare la parola mamma implica attivare una connotazione psicologica che rimanda al rapporto con la mamma.

    L’immagine è la forma che organizza l’insieme di informazioni provenienti da canali sensoriali diversi, e che rende possibile la percezione della relazione interiore con l’oggetto. Tale forma può mutare e le vestigia della relazione con l’oggetto possono manifestarsi attraverso un o più elementi dell’insieme. In ognuno degli elementi può concentrarsi totalmente l’affetto di cui originariamente era investito l’oggetto. (Peluffo 1984).

    L’immagine è quindi la forma sensibile (potenzialmente conoscibile attraverso i suoi attributi) della relazione con l’oggetto.

    Anche per le immagini cristallizzate nelle fotografie ciò che conta non è l’oggetto in se; l’elemento più importante è il rapporto con ciascun microdettaglio della situazione che riporta l’investimento libidico alla sua qualità iniziale (Peluffo 1984).

    La fotografia infatti fissa i movimenti espressivi del protoplasma, cristallizza l’emozione, e quando viene analizzata e studiata con la rigorosità necessaria veicola l’affetto delle associazioni (verbali o di altro tipo) attraverso le quali la situazione fotografica è descritta e rivissuta; durante il lavoro l’analizzato accoglie nella tonalità affettiva con cui si rappresentano tutte le associazioni ed i ricordi che gli vengono in mente (Peluffo 1984).

     

    Il lavoro con la fotografia permette all’analizzato di prendere contatto con le parti più profonde di sé.

    Il soggetto deve portare fotografie di sé steso a partire dalla nascita, dei parenti consanguinei, degli antenati, dei luoghi di abitazione, delle sue relazioni amorose, degli amici di scuola, compagni di studio, colleghi di lavoro, ecc.; le fotografie vengono prima guardate velocemente e con il terapeuta scelte le più interessanti, a questo punto inizia lo studio delle fotografie il quale comporta schematicamente due dimensioni, una descrittiva, l'altra associativa, e viene fatto partendo dalle foto più recenti per poi passare alle più vecchie.

    Per quanto concerne la dimensione descrittiva l'analizzato descrive minuziosamente ogni fotografia, senza associare o interpretare, deve raccontare senza aggiungere nulla. Dapprima si interessa alla descrizione del materiale, carta lucida opaca, alle dimensioni, ai colori, allo studio di conservazione e agli eventuali segni particolari, scritte, della fotografia (per esempio: macchie, intagli, strappi, graffi, odori), quindi precisa il soggetto della fotografia, chi l’aveva, la data, il luogo ed eventualmente chi l'ha scattata, chi era presente. Giunge in seguito la descrizione microscopica propriamente detta della foto, descrizione che procede da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto, percorrendo ad arco tutta la foto con tutti i particolari (no visione globale) fino al basso a destra, tentando di evidenziare ogni dettaglio e senza omettere ciò che giudica interessate o scontato. È possibile analizzare a fondo le posizioni reciproche dei personaggi, i collegamenti tra loro, le espressioni dei loro volti, delle mani, leggere quindi il linguaggio del corpo.

    Dopo questo lavoro macroscopico, l'analizzato può avventurarsi nella descrizione microscopica della fotografia, grazie all'aiuto di lenti elettriche ad ingrandimento progressivo. In certi casi, sarà pure necessario avvalersi di strumenti specifici, come l'episcopio, o di tecniche di proiezione, quali diapositive, film, videocassette ecc.

     

    La descrizione paziente, macroscopica e microscopica delle fotografie permette all'analizzato di impregnarsi di se stesso.

    Lo studio associativo delle fotografie si compie invece nella abituale situazione di poltrona-divano. Nelle sue associazioni libere, l'analizzato è condotto naturalmente a riprendere, parzialmente o globalmente, il contenuto dettagliato di una certa fotografia, che ha descritto nella prima parte della seduta, o nel corso di un'altra. Da parte sua, quando il contesto associativo lo consente, l'analista potrà invitare l'analizzato a lavorare su una o l'altra fotografia.

    Lo studio associativo delle fotografie è un rilevatore estremamente potente dell'immagine, definita come l'insieme delle rappresentazioni-affetti onto e filogenetici, che strutturano l'inconscio a partire dall'Es.

     

     

     

     

    1.4 L’uso delle fotografie nell’approccio sistemico-relazionale

     

     

    Quello sistemico è un indirizzo psicologico sviluppatosi negli anni '50 a Palo Alto in California a partire dalla teoria dei tipi logici di Russel, dalla teoria dei sistemi del biologo austriaco Bertalanffy e dalla teoria del doppio legame di Bateson. Partendo dal concetto di base secondo cui tutto è comunicazione, anche l'apparente non comunicazione (come ad esempio nell'autismo: il suo non comunicare è la comunicazione di qualcosa), la psicologia sistemica ritiene di poter indagare il mondo psichico a partire dal sistema di comunicazione regolato dalle leggi della totalità per cui il mutamento di una parte genera il mutamento del tutto, della retroazione che prevede l'abbandono del concetto di causalità lineare per quello di circolarità dove ogni punto del sistema influenza ed è influenzato da ogni altro, e dell’equifinalità per cui ogni sistema è la miglior spiegazione di se stesso, perché i parametri del sistema prevalgono sulle condizioni da cui il sistema stesso ha tratto origine. Detta psicologia ha come presupposto teorico la teoria generale dei sistemi e come sua risultanza pratica la terapia sistemica o pragmatico relazionale (Dizionario di Psicologia 1992).

    Anche nell’approccio sistemico, e nello specifico in terapia ed in formazione ha assunto una certa importanza l’uso delle immagini, che vanno dalla fotografia, ai ritratti, ai filmini, con l’ipotesi che questi possono dare ulteriori informazioni per leggere le relazioni famigliari, e che l’immagine ha la capacità di raggiungere i mondi interni. R. De Bernart sostiene che l’immagine assuma un importante ruolo per la trasmissione mnestica visuale, e che attraverso le immagini si possa raccontare la storia, come già facevano gli uomini preistorici prima dell’avvento della scrittura.

    Le fotografie in questo approccio vengono utilizzate per avere accesso a particolari informazioni sul ciclo vitale della famiglia, poiché attraverso i "frammenti" è possibile costruire le storie. Importanza fondamentale assume la lettura del non verbale, delle vicinanze e delle relazioni trai componenti. Partendo dal presupposto che anche catalogando e scegliendo si da un significato e che esiste un inconscio ottico, De Bernart fa lavorare secondo un protocollo specifico su 30 fotografie. In terapia delle 30 fotografie 10 debbono riguardare l’infanzia e la famiglia d’origine, 10 l’adolescenza, 10 la famiglia attuale, (con le coppie si fanno portare a ciascuno altre 5 foto che il compagno non vorrebbe). In formazione le 30 fotografie debbono ricoprire il ciclo vitale per almeno tre generazioni e il lavoro viene poi fatto nel seguente modo: viaggio a casa e scelta, presentazione al gruppo di formazione, domande del gruppo, restituzione e procedure speciali (togliere foto), chiusura rituale, rielaborazione, prescrizioni speciali (aggiungere o riceverne in regalo da altri).

    I parametri in seguito letti sono i seguenti: interazioni, relazioni (es. ridondanza di posizioni), orientamento, (variazioni nello stesso tempo e nel tempo), bianco/nero o colore.

     

     

    CAPITOLO II

     

    PERCHÉ LA FOTOGRAFIA

    IN PSICOLOGIA DELLO SPORT

     

    2.1 Stimoli dal Costruttivismo

     

     

    Con costruttivismo si indica un orientamento condiviso in molte discipline, secondo il quale la realtà non può essere considerata come qualcosa di oggettivo, indipendente dal soggetto che la esperisce, perché il soggetto stesso che crea, costruisce, inventa ciò che crede che esista. Gli assunti più importanti sono: partecipazione attiva dell’individuo nella costruzione della conoscenza, esistenza di una struttura conoscitiva di base che in ogni soggetto da forma all’esperienza, visione dell’uomo come un sistema auto organizzantesi che protegge e mantiene la propria integrità (Chisotti).

    Quando creiamo un atmosfera portiamo con noi limiti e possibilità, la fotografia può creare un’atmosfera sulla quale si può agire, e poiché nello sport l’individuo gioca la sua parte più animale ed istintiva ritengo che sia possibile che le fotografie di situazioni sportive della persona stessa stimolino la costruzione di immagini mentali ricche emotivamente. Credo inoltre sia possibile che prendere contatto con un sé rappresentato in situazioni di sport e non, possa favorire l’emergere di una maggior conoscenza di sé come essere multisfaccettato, come unità fatta di diversità che si attivano in contesi differenti, in stati mentali differenti, alla presenza di bisogni differenti. Coscienza di sé ed identità individuale sono essenze strutturate della vita di un atleta, dunque risulta indispensabile prendere atto di tale sviluppo e seguirne l’evoluzione fin dai primi momenti considerando tutti i cambiamenti ad esso legati (Chisotti).

    Credo che per far ciò possa essere utile la fotografia se ci permette di recuperare la storia della persona che ci è davanti, se ci permette di entrare e costruire, interpretare insieme a lui, un mondo in cui condividiamo immagini, esterne, ma pure sempre immagini, con tutta la loro potenza creatrice. Ed ecco che interpretare è evidenziare parti delle storie che abbiamo vissuto, le storie dipendono da quelle precedenti, rileggono le strade vecchie e le reinterpretano, presente passato e futuro subiscono le stesse influenze, lo stato d’animo che è l’unica realtà rimodella (Chisotti).

    Immaginare richiede la capacità di ri-rappresentare almeno parti dell’esperienza passata, ciò e possibile però solo in un organismo autopoietico, ossia dove ogni perturbazione, esperienza, evento interiore cambia la struttura della rete che costruisce l’organismo. Il cervello segue una regola di apprendimento molto semplice, si modifica di volta in volta, si auto correggere per poter prevedere in modo sempre più puntuale e preciso, il cervello è un emulatore che generà una realtà e che ne verifica l’affidabilità servendosi delle sensazioni (Chisotti). Attraverso una fotografia si può rincontrare se stessi, ri-interpretare sé stessi, prendere cosa serve e rimodellare dove serve.

     

     

    2.2 Stimoli dalla Tecnica di Visualizzazione

     

    La base teorica della tecnica di visualizzazione è il sogno inteso come racconto per immagini in sequenza filmica, immagini che sono azioni e che quindi mobilitano energia motoria che interessa il corpo. Il sogno ricorrente viene quindi visto come ripetizione di una medesima sequenza che produce azione sull’organismo e ottiene degli effetti, è un film che si ripete. In quest’ottica in cui l’immagine diviene il sostituto di un’azione, che può essere attivata da stimoli interni ed esterni, la fotografia può divenire un buon stimolo esterno per attivare immagini interne, ancorate alla fotografia stessa.

    Lo scopo della visualizzazione è ripetere il gesto sportivo che si andrà a fare ma anche imparare ad elaborare e controllare le immagini. Tecnicamente il soggetto deve rappresentarsi situazioni o oggetti famigliari dopo essersi messo in una situazione rilassata e quindi seguire alcuni passaggi per creare la giusta situazione, deve focalizzare, descrivere (mentalmente) particolari e oggetti, raccogliere gli elementi di colore e forma, quelli uditivi, tattili, olfattivi, cinestesici; inoltre il soggetto può creare immagini o con la modalità dissociativa, vedere, o associativa, vedersi in.

     

    Si lavora sull’intensità e poi sulla sostanza e si aumenta sino a cambiare elementi ed emozioni. Questo lavoro è molto simile a quello esposto sull’uso delle fotografie in termini micropsicoanalitici.

    Poiché la tecnica della visualizzazione è molto utile allo sportivo per correggere alcuni gesti errati o per riprodurre i gesti corretti, proprio grazie al collegamento diretto tra immagine ed azione, diviene naturale pensare al lavoro sulla fotografia come base per poi lavorare con la visualizzazione. Ciò anche alla luce del fatto che chi è abituato a ragionare e muoversi in termini altamente concreti può forse faticare a costruire immagini ricche di tutti gli elementi che sono poi attivatori di emozioni, mentre attraverso un’esperienza con un oggetto esterno potrebbe essere più facile apprendere la tecnica.

     

     

    2.3 Stimoli dall’Ipnosi

     

     

    L’ipnosi insegna come l’immagine mentale abbia una sua realtà psicologica ed una propria dinamica neuro-psico-fisiologica.

    La tecnica della suggestione ipnotica viene favorita e rafforzata dalle immagini adatte allo scopo, che trasportano il paziente con il pensiero nel contesto più favorevole, con condizioni ambientali il più simili possibile a quelle in cui il fatto si svolge nel "realtà", in cui si è abituati ad avere determinate sensazioni. (Granone).

    Tra le tecniche ipnotiche vi è un tecnica indiretta che usa analogie e metafore, e per sfruttare la quale assume un ruolo rilevante la capacità dell’ipnotizzatore di identificare il linguaggio dell’ipnotizzato, le sue metafore descrittive per stimolare in lui la costruzione di immagini potenti e positive, che possono favorire il raggiungimento ed il mantenimento dello stato di trans. Se a questo andiamo ad aggiungere che immagini ed emozioni possono variare i parametri neuro fisiologici e quindi creare condizioni altamente simili a quelle reali, diviene visibile come ogni immagine suggerita diviene per il soggetto in trans assolutamente reale, e quindi anche spazio di sperimentazione ed apprendimento reale. Le immagini devo avere vivacità e forza per stimolare la monoidea, e devono essere specifiche per il singolo soggetto, centrate sulle sue caratteristiche e sulle sue abituali modalità comunicative; allora perché non strutture fotografie per poter avvicinarsi al mondo dell’altro? Cosa meglio di una descrizione di un immagine da parte di un soggetto ci può dare informazioni sulla sua modalità di descrivere immagini?

    Durante la descrizione un soggetto usa le sue parole e ci permette maggiormente di capire il suo linguaggio che può essere sfruttato per la suggestione, inoltre la descrizione di momenti in cui si sono provate talune emozioni può riattivarle, e quindi permetterci di recuperare quelle emozioni ancorandoci a quelle immagini specifiche, e parlando di ancoraggio, una fotografia non potrebbe divenire un ancoraggio per riportare un soggetto ad uno stato mentale particolare?

    La fotografia possiamo quindi forse intenderla come un tramite, uno stimolo esterno che attiva stimoli interni, la fotografia del passato potrebbe anche essere un modo per accedere ad una ristrutturazione del passato stesso, mi raffiguro quella situazione e su di essa agisco, anche in un stato alternativo di coscienza; risulta molto proficuo ad esempio usare immagini molto famigliari ed intense per il soggetto laddove si voglia agire una regressione.

     

    CAPITOLO III

     

    IPOTESI DI USO

    DELLA FOTOGRAFIA

    IN PSICOLOGIA DELLO SPORT

     

    3.1 Con le squadre

     

     

    Da quanto trattato in precedenza credo risultino ormai chiari i motivi che mi spingono a cercare di riflettere sull’uso delle fotografie in psicologia dello sport. Ritengo importante fare alcune osservazioni. una prima riguarda la distinzione tra fotografia intesa comunemente, ossia immagine impressa su di cartoncino, e fotografia intesa in termini psicodrammatici, che verrà qui chiamata foto, una seconda riguarda la differenza sull’uso le fotografie in cartoncino che già possiede il soggetto, e le fotografie che possono essere scattate appositamente per poi lavorare su di esse.

    Le fotografie psicodrammatiche potrebbero, a mio avviso, essere usate molto bene con le squadre, intendendo per squadra l’insieme delle persone che praticano sport di squadra, es. pallavolo, e non gli atleti che si allenano insieme ma che poi gareggiano singolarmente.

    Nel contesto sportivo vedrei bene un rivisitazione dello foto, come descritte da Boria, proporrei un lavoro monotematico sullo sport, quindi sulla scelta delle foto rappresentabili, e delle variazioni sul setting.

    Nell’azione psicodrammatica il setting e l’oggettistica assumono un ruolo assolutamente rilevante, e poiché non sempre è possibile avere a disposizione un spazio psicodrammatico classico rivedrei l’applicazione in modo semplificato.

    Un angolo di un palestra può facilmente, con qualche materiale ed un po’ di creatività, divenire uno spazio palcoscenico su cui giocare le foto; starà poi all’abilità dello conduttore definire tale spazio e creare la magia attraverso dei rituali, anche semplici, come l’uso di specifiche corde o nastri per delimitare lo spazio, ed il loro posizionamento secondo uno ordine prestabilito. Inoltre se pensiamo alla raffigurazione di scene sportive l’oggettistica viene ad essere molto semplice da recuperare, supponendo che chi fa sport abbia a disposizione tutto ciò che gli può servire in quel momento, aggiungerei qualche coppa e medaglia, magari un mazzo di fiori finti, un cuscino per ricreare momenti di premiazione. Per creare l’atmosfera adatta si può agire anche sulle luci per ridurre lo spazio d’azione.

    Al di la di questo non serve altro se non la capacità di coinvolgere dell’operatore e la creatività del soggetto che andrà costruire la sua fotografia, usando i suoi compagni di squadra può ricreare sia scene vissute che vuole rivedere e rivivere cercando di cogliere particolari nuovi, o ancor meglio creare nuove fotografie, quelle che vorrebbe vedere. Penso che in questo conteso la foto oltre a permettere, come nel conteso psicodrammatico, la possibilità alla persona di utilizzare il meccanismo di decentramento ed auto-osservazione (meccanismo che permette alla persona di giunge ad ampliare la sua autocoscienza ed il suo autocontrollo, in conseguenza degli svariati ruoli in cui ci si cimenta), permetta anche agli altri componenti di recuperare un momento vissuto o sperimentarne uno immaginato. In conseguenza di ciò, esclusi alcuni casi, metterei la regola per cui il protagonista può scegliere tutti i presenti come attori, ma nessuno nel ruolo che vive realmente (se voglio inserire Pino nella fotografia metterò al suo posto un qualunque componente ma non Pino, che potrà essere inserito in altri ruoli). Questo credo sia importante poiché per l’attore sarebbe difficile giocare il ruolo di se stesso ma con le parole e i pensieri dati a lui dal protagonista, quindi si perderebbe la bellezza dell’azione psicodrammatica che permette al soggetto ed al resto del gruppo di vedere come chi costruisce una scena la vive.

    Credo che potrebbe essere molto interessante porre un’ulteriore variane: anziché permettere solo al protagonista di creare una seconda fotografia una volta terminato il lavoro sulla prima, permetterei a tutti i componenti della squadra, di creare una nuova fotografia o di rivedere lo stesso momento da un altro punto di vista.

    Con questa tecnica credo si possano raggiungere alcuni obiettivi: in primo logo la partecipazione emotiva ritengo possa favorire la condivisione e quindi lo spirito di squadra rinforzando il gruppo, in secondo luogo la foto potrebbe divenire un utile strumento per poi attivare, se necessario, spazi di confronto.

    Di seguito vengono riportati quelli che a mio avviso potrebbero essere utili titoli per la costruzione di fotografie psicodrammatiche, ovviamente da usarsi in momenti differenti.

     

  • Foto 1: la squadra

    Foto 2: fine campionato

    Foto 3: un moneto critico

    Foto 4: una grande gioia

    Foto 5: dopo un vittoria

    Foto 6: prima un vittoria

    Foto 7: dopo una sconfitta

    Foto 8: prima di una sconfitta

     

  • La foto n° 1 sarebbe da far fare al maggior numero di partecipanti possibile, non appena si crea la nuova squadra, qui ognuno deve posizionare i soggetti (in questo caso ad ogni attore deve corrispondere la persona reale), mettere loro un fumetto e scattare una fotografia (si veda tecnica psicodrammatica),che deve essere ovviamente creativa e non giornalistica; se manca un alter ego è possibile usare l’oggetto rappresentativo dello sport, per definire lo spazio per se stesso. In questo caso quando la fotografia è pronta il protagonista si sostituisce al suo alter ego e la foto può venir realmente scattata dal conduttore. Questa foto può poi essere usata in seguito o divenire comunque patrimonio della squadra, un ricordo di come si era in quel particolare momento.

     

    Questa attività attiva emozioni, permette il decentramento, stimola a provare a pensare a cosa può pensare un altro, diviene spazio di verbalizzazione può divenire anche un strumento di lettura delle relazioni tra i soggetti.

    La fotografia si potrà inoltre incollare su un foglio bianco ed aggiungere i pensieri posti ai singoli attori.

    Un lavoro molto simile si può fare con la foto n°2, e qui divengono ancor più interessanti i fumetti, che rivelano l’ipotesi sulle aspettative e sugli obiettivi degli atleti, dal punto di vista di un loro compagno; anche questa foto andrebbe fatta a inizio campionato, e magari in itinere, e potrà essere tenuta per poi confrontarla con ciò che accadrà a fine campionato.

    Le foto n° 3, n° 4, n° 5, n° 6, n° 7, n° 8, non ritengo si debbano fotografare, ma il conduttore può segnare delle frasi che ritiene interessanti eventualmente riportare al gruppo; in questo caso divine importante a mio avviso non strutture i soggetti reali per fare gli attori, in modo da permettere più spontaneità al protagonista, queste fotografie ritengo possano dare informazioni agli atleti sul loro modo di affrontare le situazioni e di rielaborare,.

    Per quanto concerne la fotografia in cartoncino per le squadre penso possa essere qualcosa di legato alla loro storia, oppure da usare con il protocollo per atleti singoli, su atleti singoli per cui con altre modalità e funzioni.

     

     

    3.2 Con gli atleti singoli

     

     

    L’uso della fotografia con singoli atleti la vedo interessante sotto due aspetti, un primo livello è legato all’utilizzo di questo strumento per favorire lo psicologo dello sport nell’entrare in contatto con il mondo dell’atleta, con la sua realtà esterna, ed un secondo livello riguarda invece la realtà interna della persona. Anche se questa distinzione non è corretta, poiché apparentemente scinde l’individuo, mi pare utile per sottolineare che lavorando sulle fotografie si attivano i ricordi, di cui è possibile parlare, ma al tempo stesso sensazioni e pensieri inconsci che anche se non descritti agiscono sul soggetto che li prova. I due aspetti infatti sono interrelati poiché ognuno di noi raccontando una storia, o guardone una frazione fermata sul nostro cartoncino colorato, inevitabilmente si mette in contatto con la propria "parte emotiva", raccoglie emozioni, sensazioni, pensieri.

    Ritengo possa essere molto utile lavorare sulle fotografie famigliari e sportive dei soggetti anche nell’ottica di "accelerare" i tempi di coscienza, mi spiego. Più volte si è sottolineato l’importanza di interventi brevi e mirati sullo sportivo, che si presenta dallo psicologo o per risolvere un problema e/o per migliorare una prestazione. Prescindendo dal fatto che mi auguro che un problema che viene ad essere presentato e quindi affrontato con lo psicologo sportivo non vada confuso con un lavoro di psicoterapia, poiché mi auguro che se quello fosse il bisogno si proceda ad attivare interventi più consoni, credo che sia comunque impensabile trattare lo sportivo sono lo come un uomo-muscolo e che quindi entrare, anche se in punta di piedi nella sua realtà di persona comune sia importante e fondamentale. Sapendo quanto può essere a volte lungo recuperare anche in modo riassuntivo la vita di una persona pendo che le fotografie possano accelerare i tempi e darci informazioni utili, se poi le sappiamo sfruttare.

    L’approccio che propongo di seguito nasce da una mescolanza della tecniche di lavoro sulla fotografia esposte nel primo capitolo, quindi si troveranno elementi provenienti da approcci diversi, rivisti e rimescolati al fine di costruire un modello nuovo, o apparentemente tale.

    La mia ipotesi è di strutturare il lavoro sulle fotografie secondo un protocollo prestabilito con una sorta di intervista semistrutturata. Ciò nasce dalla necessità di non perdersi e dal fatto che altrimenti credo che facilmente si potrebbe cadere in un approccio troppo analitico, e quindi non consono all’uso che io propongo.

    L’intervista da me proposta è da somministrare analizzando ciascuna fotografia che il soggetto porta, e si rifà in parte all’approccio psicodrammatico dell’intervista effettuata prima di una rappresentazione di una fotografia, ed in parte all’approccio micopsicoanalitico.

    Penso potrebbe essere interessante lavorare su 8 fotografie più una (tab 3), trovandomi concorde con la riflessione sistemica che sottolinea come scegliendo e selezionando già si danno significati.

     

    Tabella 3

     

     

    soggetto

     

    obiettivo

     

    1

    Fotografia con la famiglia d’origine

     

    Raccolta storia famigliare, relazioni, legami importanti, momenti significativi, com’è il soggetto fuori dal campo

     

    2

     

    Fotografia 0/3 anni

     

    3

     

    Fotografia adolescenza

     

    4

     

    Fotografia attuale

     

    5

     

    Fotografia sportiva agli inizi

     

    Raccolta storia sportiva, relazioni, legami importanti, momenti significativi, com’è il soggetto sul campo

     

    6

     

    Fotografia sportiva a scelta

     

    7

     

    Fotografia sportiva a scelta

     

    8

     

    Fotografia sportiva attuale

     

    9

     

    bianca

     

    Descrizione fotografia desiderata

     

     

    La consegna da dare al soggetto nel momento in cui si propone questo tipo di lavoro può essere la seguente: "ricerchi nel suo album 8 fotografie per lei significative che rappresentano la sua vita, 4 riguardanti la vita personale, 4 riguardanti la storia di lei come atleta. In quelle riguardanti la vita personale una deve essere di lei piccolo, una adolescente, una attuale, ed una della sua famiglia d’origine. Per quelle sportive una degli inizi, una di adesso e le altre a due a scelta". Se il soggetto dovesse porre ulteriori domande si può rispondere "può scegliere lei ciò che ritenere significativo".

    La successiva analisi delle fotografie andrebbe fatta con soggetto e operatore seduti a fianco così che entrambi possano vedere la fotografia da un punto di vista analogo durante la descrizione; se possibile tale momento dovrebbe essere registrato per poter cogliere il linguaggio usato dal soggetto, che in alcuni casi può rivelarsi molto interessante. Una volta sistemati comodamente i due possono iniziare il lavoro, e come definito dalla tecnica micropsicoanalitica procedere all’analisi delle fotografie partendo dalla più recente, prima con le foto famigliari e poi con le sportive, per concludere con una fotografia bianca proposta dello psicologo, dove il soggetto potrà descrivere ciò che vuole.

    Per quanto riguarda l’intervista ritengo che sia più opportuno usarla esclusivamente come traccia e non facendo domande dirette, per permettere più libertà e maggiore fluenza emotiva.

    In appendice vi è il protocollo costruito e la consegna per la descrizione. Una volta raccolto il materiale lo psicologo potrà lavorare sugli aspetti utili e significativi emersi.

     

    CAPITOLO IV

    CONCLUSIONI

     

    Consapevole della mancanza di un approccio concreto all’esperienza, spero che questo lavoro possa davvero non terminare ma essere approfondito, perché dopo ore di riflessioni e di pensieri sempre di più mi sembra che la fotografia possa davvero divenire uno strumento interessante, in fin dei conti l’apprendimento avviane per emulazione anche di se stessi

    Penso che con le squadre per fissare e recuperare emozioni legate a momenti vissuti oltre all’uso delle fotografia in senso psicodrammatico si potrebbero sfruttare le sculture fluide del Playback, poiché maggiormente permettono di recuperare le sequenze di azioni e di cambiamenti, ma anche questa è un’altra storia e riguarda maggiormente il lavoro sul gruppo, che in questo conteso non è di interesse primario.

    La grossa fatica che ho trovato nell’affrontare la tesina è stata quella di mettere pensieri in parole, non mi ero mai davvero sperimentata in un lavoro teorico, e ho tentato di spiegare come e da dove mi è venuta l'idea di lavorare sulle fotografie, ma sinceramente non so fino a che punto ci sono riuscita.

    A questo lavoro seguirà una prima sperimentazione del protocollo con atlete ed ex atlete; da questo ed altri casi spero si potranno ricavare utili informazioni sulla proposta, e provvedere in futuro a fare esperimenti completi come ricerca di risultati e non solo come ricerca di metodo. Nell’ottica di ricerca mi propongo di raccogliere anche il materiale fotografico con cui entrerò in contatto, sfruttando le nuove , o per qualcuno ormai vecchie, tecnologie della scannerizzazione.

    A conclusione mi pongo una domanda: sarò riuscita a comunicare i miei pensieri o le mie parole si sono organizzate in un guazzabuglio medievale?

     

    BIBLIOGRAFIA

     

    Arnheim R. New essays on the psychologi of art University of California 1986 (trad. it. Intuizione e intelletto Feltrinelli, Milano 1987)

     

    Boria G. Lo psicodramma classico Franco Angeli; Milano 1997

     

    Chisotti M. Dispense per corso di riqualificazione Biella, 1999

     

    Chisotti M. l’attività sportiva e la conformazione psicofisica dell’atleta attraverso un approccio neuro-costruttivista

     

    Dizionario di Psicologia UTET; 1992

     

    Fanti S. Dizionario di psicoanalisi e micropsicoanalisi Borla, 1989

     

     

    Grande dizionario Enciclopedico, UTET 1968

     

    Granone F. Trattato Di Ipnosi Volume 1 e 2 UTET, Torino

     

    Peluffo N. Immagine e Fotografia Borla, 1984

     

     

    Appendice 1

     

     

    Viene di seguito riportato lo scheda di raccolta dati delle fotografie e la consegna.

     

     

    Consegna per le fotografie del soggetto:

    Ora guarderemo insieme ogni fotografia, lei dovrà dapprima descrivermela, come oggetto, parlando del materiale, di cosa è fatta, di come sono i colori, odori e così via, poi la descriverà in dettaglio, descrivendo chi c’è, dove siete ecc. Io ogni tanto le farò alcune domande per capire meglio. Poiché ritengo di non riuscire a ricordare tutte le bellissime cose che mi racconterà registrò per non perdermi nulla, e mi scriverò su questo foglio alcune cose; possiamo partire con le sue fotografie di famiglia pretendo dalla più vecchia.

     

    Consegna per la fotografia bianca:

    "qual è la foto mai scattata che vorrebbe ci fosse qui, può metterne una del passato o una del futuro"

     

    Nome ____________________________ data________________ Foto n° _______

     

     

    Descrizione del materiale,

    carta ___________________________________________ dimensioni ________________________________

    colori _____________________________________ conservazione __________________________________

    segni particolari _________________________________________________________________________ scritte ___________________________________________________________________________________

    dov’era la fotografia ______________________________________________________________________

     

     

    Descrizione della fotografia

     

    soggetto della fotografia, ______________________________________________________________________

    __________________________________________________________________________________________

    data _____________________________ luogo___________________________________________________

    chi l'ha scattata _____________________________________________________________________________

    chi era presente. ____________________________________________________________________________

    chi c’è in foto: _____________________________________________________________________________

     

    (posizioni reciproche dei personaggi, i collegamenti tra loro, il linguaggio del corpo)

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    cosa pensano queste persone___________________________________________________________________

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    ____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

     

     

    Rapporti emozioni azioni

     

    che rapporto c’è tra lei e chi ha scattato __________________________________________________________

    cosa le piace _______________________________________________________________________________

    cambierebbe qualcosa SI NO cosa ________________________________________________________

    perché _____________________________________________________________________________

  • ___________________________________________________________________________________
  • aggiungerebbe qualcuno SI NO chi _________________________________________________________

    perché _____________________________________________________________________________

    toglierebbe qualcuno SI NO chi _________________________________________________________

    perché _____________________________________________________________________________

    perché ha scelto questa foto ___________________________________________________________________

    __________________________________________________________________________________________

    è importante per quell’istante o per cosa ricorda ___________________________________________________

    cosa è accaduto prima della foto ________________________________________________________________

    cosa è accaduto dopo la foto ___________________________________________________________________

    cosa provava in quel momento _________________________________________________________________

    __________________________________________________________________________________________

    per lei questa foto simboleggia _________________________________________________________________

     

     

     

    Titolo foto_________________________________________________________________________________

     

     

    cosa prova vedendo questa fotografia oggi, che sentimento __________________________________________

    _________________________________________________________________________________________

     

     

     

     

     
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