DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT

ISTITUTO SUPERIORE DI EDUCAZIONE FISICA - TORINO

SCUOLA UNIVERSITARIA INTERFACOLTà SCIENTE MOTORIE - TORINO

 

 

TESI

 

 

CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN PSICOLOGIA DELLO SPORT

 

GOLF

PREPARAZIONE MENTALE

 

 

CANDIDATA: Cinzia PASTERIS

 

RELATORE: Prof. Marco CHISOTTI

 

 

ANNO ACCADEMICO 2000/2001

 

 

Premessa

 

 

 

 

Notevole è il ruolo della mente nel gioco del golf

 

"Attualmente, recenti studi, hanno stabilito che la componente psicologica corrisponde al 15% della preparazione generale dell’atleta.

In particolare Carlo Simionato, protagonista della velocità pura nell’atletica italiana e oggi preparatore atletico di calcio, ritiene infatti che l’efficacia della prestazione dipenda per il 70% dalla preparazione tecnica, per il 15% dalla preparazione atletica e per il rimanente 15% dalla preparazione psicologica.

E’ una formula empirica, dice, che vale per tutti gli sport."

 

Da "Il mondo del Golf", ottobre ’99

 

 

 

Il golf, gioco dove calma e concentrazione abbinati a movimenti fini e capacità di scegliere la giusta modalità del colpo evidenzia un grande lavoro svolto dalla mente che seleziona e controlla emozioni, sensazioni, pensieri, energie determinando autoregolazione, concentrazione, determinazione nello sferrare il "colpo".

La preparazione mentale infatti occupa una parte notevole della preparazione generale dell’atleta in quanto fornisce elementi importanti e assoluti per la buona riuscita della prestazione: a parità di preparazione atletica la vittoria è determinata dalle capacità mentali.

Poiché la calma e la concentrazione sono elementi importanti ed indispensabili per una buona riuscita del colpo, il golf percepisce, come pericoloso, lo stress inteso come processo che deriva dalla sensazione di uno squilibrio fra richieste dell’ambiente e capacità di risposta dell’atleta invasi da strati d’ansia e di paura.

Mediante un’adeguata preparazione mentale, l’atleta si accorgerà che stress, ansia, paura, emozioni... saranno così lontane dalla sua unità psicofisica e come "torre ferma" che "non cadrà mai al soffiare dei venti" effettuerà la sua migliore prestazione nella piena consapevolezza delle sue capacità atletiche e mentali.

 

 

GOLF

 

Golf Sport che si gioca su un grande terreno situato in pianura, in collina, in montagna o in qualsiasi altro luogo dove vi siano ampi spazi verdi.

Scopo del golf è compiere un percorso sul quale sono disseminate 18 piccole buche, nelle quali si deve mandare una pallina colpita con un’apposita mazza.

Vince chi compie il percorso nel minor numero di colpi.

Una delle caratteristiche del golf sono proprio le dimensioni del campo: basti pensare che la distanza tra una buca e un'altra varia da un minimo di 100 a un massimo di 600 m.

 

Il percorso è composto da tutta l’area di gioco (ostacoli naturali inclusi) a esclusione della zona di partenza e di quella della buca.

L'area di partenza (o tee ground), di solito pianeggiante e con l'erba ben rasata, corrisponde al punto di inizio di ogni singola buca.

Il percorso è contraddistinto da varie tipologie di superfici, come la fairway, dove l'erba è accuratamente rasata, l’avant e il rough, dove l'erba è gradatamente incolta, gli ostacoli (ad esempio i bunker, cioè fosse piene di sabbia, gli avvallamenti, gli specchi d'acqua naturali o artificiali).

Un luogo particolarmente importante è il green, cioè il terreno intorno alla buca, dove l'erba è particolarmente curata.

Generalmente, le gare di golf sono di due tipi, lo stroke-play e il match-play.

Nello stroke-play i concorrenti sono tutti avversari tra loro, mentre nel match-play un giocatore gareggia contro l'altro a eliminazione diretta.

Inoltre, dato che è previsto che non tutti i concorrenti siano allo stesso livello, le regole del golf prevedono degli handicap, i quali servono a rendere i tornei più equilibrati.

Gli handicap sono punti, fino a un massimo di 28 per gli uomini e di 34 per le donne, che vengono detratti dal punteggio finale ottenuto dai giocatori.

Il numero di colpi ottimali per "andare in buca" si chiama par, e varia da 3 a 5 a seconda della lunghezza; qualora un giocatore effettui una buca impiegando un colpo in meno rispetto al par, realizza un birdie; se invece i colpi al di sotto del par sono due, allora si ha un eagle.

E ancora, se il golfista impiega un colpo sopra il par realizza un bogey, se invece i colpi sopra al par sono due, si ha un double bogey.

I colpi fondamentali del golf sono il drive, che serve per coprire lunghe distanze e viene giocato con mazze dalla testa di legno; l'approach, colpo che si esegue per avvicinarsi alla buca; il pitch e il chip, colpi che si effettuano intorno al green; infine si ha il putt, cioè il colpo con il quale si cerca di porre la palla in buca e che viene giocato sul green con un'apposita mazza chiamata putter.

 

Nato in Scozia nel XV secolo, dopo gli Acts of Union del 1707 (che formalizzavano l'unione tra Inghilterra, Scozia e Galles), il golf si diffuse in tutta la Gran Bretagna.

Le prime associazioni risalgono alla metà del Settecento e, fra tutte, la più nota è senz'altro il Royal and Ancient Golf Club of St Andrews, circolo presso il quale sono tuttora depositate le regole.

A partire dal XIX secolo, la diffusione si estese Oltremanica, e con l'impero raggiunse le colonie asiatiche, (Australia, il Sud Africa e l'America).

 

 

Il golf è praticato da giocatori dilettanti e da professionisti.

Le regole per le attività dei dilettanti sono fissate dal Golf Club di St Andrews, dalla USGA (United States Golf Association) e dalla WAGC (World Amateur Golf Council) che ha la funzione di organizzare la più importante manifestazione a livello amatoriale, il campionato per nazioni.

I professionisti, invece, fanno capo a singole associazioni di ogni paese, le PGA (Professional Golf Association), le quali si occupano soprattutto del circuito dei tornei internazionali.

I tornei più importanti nel mondo sono quelli del Grande Slam, il Masters, l'US Open, il British Open, il PGA Championship, la Ryder Cup e il World Matchplay.

In Italia esiste una Federazione Golf, la FIG, che costituisce il punto di riferimento di tutti i golfisti (45.000 dilettanti e 350 professionisti ca., distribuiti su 190 club).

Le manifestazioni più conosciute nel nostro paese sono il Campionato nazionale dilettanti e l'Open d’Italia professionisti.

 

Tra i campioni che hanno fatto del golf si ricordano Ben Hogan, José Maria Olazabal, Bobby Jones, Jack Nicklaus, Severiano Ballesteros, Babe Didrickson Zaharias e, tra gli italiani, Ugo Grappasonni, Baldovino Dassù e Costantino Rocca.

 

 

OCCORRE PER GIOCARE

  1.  
  2. Palline da golf (in commercio sono presenti diverse varietà)

     

  3. Una sacca contenente le mazze.
  4. La forma e il taglio dipendono dal tipo di gioco che fa il giocatore e dalle difficoltà che deve superare: lancio lungo, corto, in sabbia, in acqua, etc.

    Di solito le mazze vengono trasportate nella sacca e coperte con un "cappuccio" che a volte viene ingentilito fino a sembrare un "peluche" diventando così un vero portafortuna, a cui vengono date capacità di allontanare gli agenti stressanti e agevolare la dea bendata.

    Ufficialmente, le mazze sono tenute coperte per proteggerle da eventuali danni e per evitare che gli avversari abbiano la possibilità, vedendo la scelta delle mazze, di prevedere il gioco.

     

 

 

LO SWING

 

 

Il cuore del gioco

 

 

Per swing si intende l’azione che si effettua per colpire la pallina e mandarla in buca.

Notoriamente si osserva lo swing dei campioni per imparare la tecnica.

Qui di seguito è rappresentato lo swing di "Miguel Angel Jiménez".

Possiede uno swing davvero unico, ha partecipato alle gare Masters e U.S. Open: è uno dei giocatori più attenti e seri fra i professionisti del golf.

 

da Golf e turismo - Gennaio 2001

 

Il golfista

 

 

Il golfista gioca e misura le sue capacità in un mondo proprio, esaltante, quasi divino.

Quasi come se fosse un "superamento dell’umana fragilità", nello swing dove tutto è uno e uno è tutto.

Le gare, che sono innumerevoli e di vario genere, paiono una sorta di duelli omerici, una rievocazione di Achille contro Ettore dove solo i migliori si sfidano tra di loro e aspirano al miglioramento assoluto della propria prestazione: soli contro se stessi e contro i loro pari.

Come passepartout per raggiungere l’Olimpo, la Gloria nella sua essenza più pura, dove è perfetto l’equilibrio tra Pensieri e Sensazioni, tra Aspettativa e Riuscita: la realizzazione di un Sogno condiviso con il proprio Io, con il proprio essere, con i simili, con il mito, con gli dei.

 

Golf

Il gioco della mente

 

 

E’ stato definito il gioco della mente, della calma, della concentrazione, del ragionamento...

La preparazione mentale dell’atleta potrebbe così avere una notevole responsabilità rispetto alla prestazione quasi al pari della preparazione atletica: "mente e corpo sono un tutt’uno nello sferrare il colpo".

 

E’ importante conoscere le abilità della mente.

 

 

Abilità Mentali

 

 

Sono state individuate nove abilità mentali che, se ben orientate, permettono all’uomo di fare un positivo allenamento mentale al fine di ottenere ottimi risultati nello sport e nella vita.

Esse sono state codificate con i seguenti termini: peak performance, aspettativa di efficacia, goal setting, self talk, abilità immaginativa, concentrazione, arousal, stress.

 

 

La peak performance è una condizione psico-fisica particolare in cui la prestazione sembra fluire senza sforzo in maniera conforme e talvolta di gran lunga superiore alle aspettative.

Vedremo in seguito la sua relazione nei confronti dello sportivo.

 

 

L’aspettativa di efficacia (self-efficacy) è la fiducia che l’atleta ripone nelle proprie capacità di affrontare una specifica situazione competitiva.

Vedremo in seguito in quale misura incide sulla performance dell’atleta.

 

 

Il goal setting o formulazione di obiettivi è un momento fondamentale di ogni preparazione.

L’obiettivo consente di individuare precisi riferimenti di confronto e di impegnarsi in maniera specifica per acquisire la padronanza delle competenze necessarie per lo svolgimento del compito, ricavandone sensazioni di successo.

Sia nel lavoro che nel contesto sportivo la formulazione di obiettivi concreti e raggiungibili si è rivelata una valida strategia in grado di influenzare positivamente la prestazione di atleti di varie età e livello.

Oltre ad agire in termini motivazionali, la consapevolezza dei propri obiettivi produce ulteriori benefici: aiuta a migliorare prestazione e qualità dell’allenamento, accresce motivazione intrinseca al successo, soddisfazione e fiducia nelle capacità personali; contribuisce, inoltre, a rendere l’allenamento più stimolante esplicando le aspettative.

 

 

Il self talk o parlare a se stessi

Normalmente ogni individuo passa una grande quantità di tempo a parlare a se stesso.

Non sempre vi è la consapevolezza di questo dialogo interiore molto personale e del suo contenuto; ciononostante i pensieri sono in grado di influenzare direttamente le sensazioni, le azioni e più in generale il modo soggettivo di concepire e vedere il mondo.

Ma se da un lato pensieri positivi elicitano sentimenti di adeguatezza al compito e facilitano di conseguenza una buona prestazione, dall’altro pensieri inappropriati e negativi suscitano percezioni di inadeguatezza e apprensione che condizionano sfavorevolmente l’esito delle attività anche in ambito sportivo.

E’ importante quindi giungere ad una tecnica per il controllo di pensieri incrementando apprendimento di abilità, l’elicitazione di emozioni positive, incremento della fiducia in sé, la capacità di dirigere e mantenere l’attenzione sugli obiettivi e sugli elementi importanti escludendo quelli irrilevanti e disturbanti.

 

 

Abilità immaginative

La pratica mentale è alla base di varie modalità di allenamento mentale.

La pratica mentale, cioè il "pensare" ripetutamente a un’attività è variamente denominata come mental practice, mental rehearsal, mental imagery, allenamento ideomotorio, ecc.

E’ la capacità di anticipare, rivedere, correggere la prestazione e per prepararsi al meglio alla gara.

Le immagini sono sostanzialmente di tre tipi: riproduttive, quando evocano un atto già eseguito;

creative, quando rappresentano un comportamento non ancora effettuato;

emotive, quando evocano sensazioni collegabili indirettamente con un movimento (la rapidità di una saetta, la forza di un elefante...).

Frester definisce allenamento ideomotorio "... tutte quelle forme di esercitazione nelle quali si ha una autorappresentazione mentale, sistematicamente ripetuta e cosciente dell’azione motoria che deve essere appresa, perfezionata, precisata, senza che si abbia una esecuzione reale, visibile esternamente, di movimenti parziali o globali."

 

La concentrazione

E’ la capacità di controllare i processi motori e di pensiero o di dirigere e mantenere l’attenzione su di un compito per una corretta esecuzione, in relazione alle richieste situazionali, sono riconosciute come importanti fattori per la prestazione sportiva.

Importante, per la gestione dei processi attentivi l’atleta deve imparare a: selezionare gli stimoli a cui rivolgere l’attenzione trascurandone altri non rilevanti;

prestare l’attenzione al momento opportuno verso informazioni appropriate; mantenere l’attenzione sugli stimoli importanti.

 

 

Arousal o attivazione psicofisiologica

L’attivazione psicofisiologica prepara in maniera ottimale il corpo all’azione, dandogli "la carica" indispensabile per rendere al massimo.

L’arousal viene considerato come una funzione che permette l’accesso alle risorse energetiche dell’organismo al fine di prepararlo all’azione.

 

 

Lo stress

E’ uno dei problemi maggiormente sentiti.

Il termine stress è generalmente impiegato in riferimento a fattori che suscitano reazioni soggettive di ansia o tensione, stimoli stressanti producono risposte a livello fisiologico, comportamentale e cognitivo.

 

Preparazione Mentale

 

 

Per una prestazione sportiva sono fondamentali il possesso delle abilità atletiche ed il controllo dei processi cognitivi.

Nella prospettiva cognitivista l’apprendimento è un processo attivo, costruttivo e orientato, dipendente dalle abilità mentali del soggetto.

Appare quindi fondamentale elaborare strategie per incrementare e massimizzare le funzionalità operative dei processi cognitivi pertinenti al compito, con un effetto facilitante sui processi di acquisizione e sull’accuratezza esecutiva, ciò legittima l’applicazione di procedure per migliorare apprendimento, transport di abilità motorie.

Interessante è la procedura di preparazione mentale conosciuta come Visual-Motor Behaviour Rehearsal (VM BR) ovvero RIPETIZIONE VISIVA E MOTORIA DEL COMPORTAMENTO.

E’ un programma modulo che aiuta a superare stress, blocchi emozionali ect, ed a incrementare le prestazioni tecniche di rilassamento e visualizzazione.

Adatto ad atleti che la loro performance è il risultato diretto di padronanza sulle emozioni e controllo del gesto (es. tiro, golf, karate ...).

Claudio Robazza nel suo libro "Preparazione mentale dello sportivo" descrive il VM BR con molta accuratezza.

 

Questa tecnica multimodale, proposta da Richard M. Suinn nel 1972 ,venne inizialmente elaborata ed applicata in un contesto clinico, come intervento terapeutico per affrontare situazioni di stress, superare blocchi emozionali e consolidare percezioni di competenza e fiducia nelle capacità personali (Suinn, 1972b).

L’approccio, di tipo cognitivo-comportamentale, è volto alla ristrutturazione e alla modifica di pensieri, cognizioni e comportamenti, ricercando risultati in tempi brevi, contrapponendosi a trattamenti prevalentemente di tipo verbale e di lunga durata (Suinn, 1979).

Può essere definito come una pratica covert che permette di attivare e registrare, sotto il proprio controllo, stimolazioni senso-motorie polisensoriali con il relativo coinvolgimento emozio nale e fisiologico (Suinn, 1984).

In campo sportivo, il VMBR venne applicato inizialmente con sciatori (Suinn, 1972a, 1977) per incrementare la prestazione mediante tecniche di rilassamento e visualizzazione.

Attraverso immagini vivide e realistiche gli atleti erano guidati a rilevare e correggere gli errori rallentando i movimenti e sostituendo il gesto sbagliato con quello esatto; le visualizzazioni, inoltre, servivano ad anticipare mentalmente la gara per prepararne i vari momenti.

Furono contemporaneamente impiegate tecniche di arresto del pensiero e di riorientamento dell’attenzione su stimoli corporei durante la prestazione, nonché tecniche di desensibilizzazione sistematica e controllo dell’arousal.

Infine, per aiutare gli atleti a sopportare fatica e dolore causati dallo sforzo fisico, come nelle lunghe distanze dello sci di fondo, vennero utilizzati rinforzi covert (immagini della prestazione con presenza di affaticamento e dolore, seguite da scene rinforzanti).

Il VMBR è stato successivamente applicato da Suinn e da altri autori in diversi sport, quali nuoto, atletica, karate, pallacanestro tiro, e con atleti di differente livello tecnico.

Gli atleti sono portati a vivere il VMBR come una esperienza sensoriale totale, che replica le sensazioni visive, tattili, propriocettive, uditive, fisiologiche e persino emozionali della prestazione (Suinn, 1987b).

La validità del VMBR sembra risiedere in due ragioni: (1) nei correlati neuromuscolari che la tecnica attiva (ogni volta che il movimento è immaginato il corpo replica l’esperienza); (2) nei contenuti delle visualizzazioni (una specie di programmazione psicofisica del movimento attraverso l’immaginazione).

L’imagery in condizioni di rilassamento può fornire una copia vivida e ben controllabile della prestazione, anticipando e preparando il movimento reale: è come se l’atleta, allenandosi mentalmente, stesse realmente eseguendo.

La condizione di rilassamento sembra necessaria per permettere l’instaurarsi di uno stato di concentrazione passiva, con immaginazione focalizzata su stimoli e attività rilevanti, favorendo nello stesso tempo una riduzione del livello di ansia precompetitiva.

Il VMBR è utilizzabile per acquisire e perfezionare la tecnica, trasferire gli apprendimenti dall’allenamento alla gara, conseguire un livello di rendimento elevato e costante, identificare e correggere gli errori, prepararsi anche ad eventi improbabili, allenare la concentrazione, gestire lo stress, aumentare la fiducia nelle proprie capacità (Suinn, 1987a, 1993).

Per la diagnosi e la correzione di un errore, ad esempio, l’atleta può rivivere a livello immaginativo (come osservandosi dall’esterno) una precedente prestazione, rallentare l’immagine come al videotape, individuare l’errore tecnico e correggerlo più volte mentalmente prima di riprovare praticamente il gesto.

Ovviamente, se l’atleta ha una prestazione già vicina ai suoi limiti non ci si deve attendere un cambiamento rilevante in accuratezza e precisione; in tal caso va piuttosto ricercata una maggiore costanza di rendimento ad un livello elevato.

Per l’apprendimento degli aspetti essenziali del VMBR sono sufficienti tre sedute introduttive, dopo le quali possono essere inseriti contenuti specifici rispondenti alle esigenze dell’atleta, anche in relazione alle sue capacità.

Nella prima seduta il soggetto è guidato al rilassamento, attraverso la tecnica attiva di Jacobson, e alla visualizzazione; sono suggerite una scena rilassante generica ed una di successo competitivo.

La combinazione di rilassamento e visualizzazione è ritenuta cruciale per l’incremento della prestazione, in quanto i due aspetti allenati separatamente non sembrano sempre produrre gli stessi effetti.

Nella seconda seduta la distensione è avviata riproponendo solamente le immagini rilassanti alternate ad immagini di successo in situazioni competitive.

Nella terza, il soggetto è sollecitato a rivivere in maniera autonoma i contenuti degli incontri precedenti.

Una volta che l’atleta ha acquisito abilità di rilassamento e visualizzazione, le sedute sono abbreviate e centrate su obiettivi individuali.

Infine, il VMBR è gestito in maniera autonoma e adattato alle situazioni competitive (Suinn, 1989b).

Gli effetti vantaggiosi del VMBR sulla prestazione, al di là di racconti aneddotici e resoconti soggettivi sulla validità della procedura (cfr. Lane, 1980; Suinn, 1976), sono stati verificati in numerosi studi.

Un esperimento condotto da Kolonay nel 1977 (riportato da Hall e Erffmeyer, 1983) esaminò gli effetti del VMBR su giocatori di basket relativamente all’esecuzione del tiro libero.

Durante la stagione agonistica, prima delle sedute di allenamento ad una squadra venne proposto il VMBR, con istruzioni di rilassamento e visualizzazioni di tiro libero, ad un’altra vennero presentate solo tecniche di rilassamento, ad una terza solo tecniche immaginative; un gruppo di controllo non ricevette alcuna forma di preparazione mentale.

Dopo sei settimane il gruppo trattato con il VMBR incrementò in modo significativo la percentuale di realizzazioni a canestro rispetto a tutte le altre squadre.

Anche atleti di tiro con la pistola evidenziarono incrementi della prestazione applicando il VMBR (Hall e Hardy, 1991).

Noel (1980), in uno studio sul tennis, riscontrò effetti positivi sull’accuratezza nel servizio solo in giocatori abili; giocatori inesperti, invece evidenziarono persino un decremento della prestazione.

Per spiegare tali risultati l’autore ipotizzò che i pattern motori del gesto tecnico descritti durante le visualizzazioni fossero troppo complessi e non adatti perciò a giocatori poco esperti.

E’ probabile, infatti, che la rappresentazione mentale di azioni non consolidate in memoria sia confusa e contenga errori esecutivi che attraverso il mental rehearsal verrebbero addirittura ad essere rafforzati.

Per ricavare effetti vantaggiosi sembrerebbe pertanto necessario visualizzare esecuzioni corrette; se l’immagine mentale non è ancora precisa, come accade nei principianti o quando il gesto è molto complesso, gli atleti vanno prima aiutati a costruire un’adeguata rappresentazione del movimento, ad esempio facendo osservare un modello che esegue correttamente.

Gli effetti della combinazione di modeling e VMBR su principianti furono analizzati in uno studio sull’apprendimento dei servizi diritto e rovescio nel racquet (Gray, 1990).

Per dieci incontri, con una durata complessiva di due settimane, ad un gruppo di soggetti venne presentato un filmato che mostrava una procedura di rilassamento progressivo, seguita da immagini del gesto tecnico, eseguito a velocità normale e ridotta, ripreso da varie angolature; dopo il filmato veniva proposto il VMBR con istruzioni comprendenti punti chiave della prestazione (posizione del corpo e della racchetta, movimento di accompagnamento, concentrazione sulla palla, ecc.).

Con un altro gruppo, invece, fu utilizzata solo una procedura di rilassamento e visualizzazione.

Alla fine dell’esperienza, il primo gruppo (VMBR combinato al modeling) ottenne una prestazione migliore rispetto all’altro solo nel più semplice dei due servizi, il diritto.

Per motivare tali risultati, gli autori affermano che l’allenamento immaginativo avvantaggia la prestazione solo quando i soggetti hanno già sperimentato una certa quantità di pratica motoria, in particolar modo se si tratta di un’abilità complessa, quale il servizio rovescio nel racquet.

La pratica immaginativa, in altri termini, necessita di una copia mentale del movimento elaborata attraverso l’esperienza pratica, in assenza della quale si rivela poco efficace.

Per trarre vantaggio dal VMBR combinato con il modeling, gli atleti principianti dovrebbero dunque aver già acquisito un certo grado di familiarità con il compito, soprattutto se complesso.

L’uso del modeling si è dimostrato molto utile per incrementare l’efficacia del VMBR anche con atleti esperti.

Hall e Erffmeyer (1983), ad esempio, riscontrarono in giocatori di basket significativi incrementi nella prestazione di tiro libero associando al VMBR l’osservazione di un modello filmato nell’esecuzione di tiri, rispetto all’utilizzo di sole procedure di rilassamento e immaginazione (VMBR senza modeling).

Risultati simili furono ottenuti anche in una replica dello studio con giocatori di basket di alto livello (Gray e Fernandez, riportato da Gray, 1990); il filmato riproponeva questa volta non solo l’esecuzione di tiri liberi, ma anche le fasi di rilassamento e le istruzioni di visualizzazione.

In una serie di sperimentazioni coinvolgenti complessivamente 193 studenti universitari praticanti karate, vennero esaminate approfonditamente caratteristiche e modalità di impiego del VMBR.

Nei diversi esperimenti furono impiegati test di prestazione motoria (esecuzione di tecniche, combinazioni di tecniche e combattimenti) e test psicologici relativi all’ansia in situazioni sportive e non sportive.

Con il primo studio, su quattro gruppi di atleti (solo rilassamento, sola immaginazione, VMBR, placebo-controllo), Weinberg, Seabourne e Jackson (1981) confermarono l’efficacia del VMBR ai fini dell’incremento della prestazione tecnica, attribuendola alla combinazione di rilassamento e immaginazione: infatti, mentre una riduzione dell’ansia competitiva venne riscontrata in entrambi i gruppi che usufruivano di procedure di distensione (uno con solo rilassamento e l’altro con VMBR), unicamente nel gruppo con VMBR si ebbe anche un incremento della prestazione nel combattimento, la situazione test più complessa.

Il rilassamento da solo non risultò altrettanto efficace, presumibilmente perché la riduzione dell’ansia di per sé non è sufficiente a determinare miglioramenti nella prestazione.

In due ricerche successive, Weinberg, Seabourne e Jackson (1982) confrontarono gli effetti di una singola applicazione del VMBR rispetto ad un allenamento protratto per sei settimane.

I risultati, pur confermando la maggiore produttività di un utilizzo prolungato, misero in evidenza come anche una sola esperienza di VMBR, se realizzata immediatamente prima della prova test finale, avesse un effetto facilitatorio.

Riguardo al controllo dell’ansia si ebbero invece risultati parzialmente contraddittori: solo in uno dei due esperimenti l’utilizzo prolungato del VMBR si dimostrò efficace, mentre un’unica somministrazione non ebbe alcuna ricaduta.

Nei due studi ulteriori (Seabourne, Weinberg e Jackson, 1984; Seabourne, Weinberg, Jackson e Suinn, 1985) le procedure di preparazione mentale furono modificate ed individualizzate, adattandole a caratteristiche ed esigenze personali per renderle più efficaci; vennero inoltre incoraggiate discussioni concernenti specifici problemi o vissuti soggettivi relativi all’allenamento mentale.

Gli esperimenti durarono entrambi circa cinque mesi, tempo notevolmente superiore a quello delle precedenti indagini, ed il VMBR fu integrato nel programma generale di allenamento condizionale e tecnico.

Tale modalità di intervento prolungato e individualizzato con procedure di VMBR si dimostrò valida sia per la riduzione dell’ansia precompetitiva, sia per un incremento significativo della prestazione in tutti gli aspetti valutati (Fig. 1).

 

 

Figura 1. - Influenza del VMBR sulla prestazione nel karate in gruppi sottoposti a compito placebo, procedura non individualizzata, procedura individualizzata (Seabourne, Weinberg, Jackson e Suinn, 1985).

 

Un ultimo studio (Weinberg et al., 1987), già presentato nel capitolo 6, venne condotto per verificare gli effetti dell’attivazione sulle capacità immaginative.

In vari compiti coordinativi e condizionali, vividezza e controllabilità delle immagini non risultarono strettamente dipendenti dall’arousal.

Lo stato di attivazione nel quale introdurre le attività immaginative può dipendere dalla natura del compito: rilassamento per attività coordinative fini, attivazione per compiti ad impegno condizionale.

Da questa serie di esperimenti condotti per verificare l’efficacia del VMBR nella preparazione mentale vengono tratte le seguenti considerazioni:

  1.  
  2. il VMBR si dimostra una valida tecnica di preparazione mentale.

    Consente di ottenere miglioramenti della prestazione tecnica, in particolare grazie all’impiego delle immagini, e ridurre l’ansia collegata a situazioni di prestazione principalmente per mezzo del rilassamento.

    L’efficacia sembra proprio risiedere nella commistione di rilassamento e immaginazione, fattori entrambi importanti per l’incremento complessivo della prestazione, che da soli non sembrano sempre raggiungere gli stessi effetti;

     

     

  3. il VMBR deve essere appreso ed esercitato per periodi prolungati di tempo ed in maniera sistematica, integrato nel programma generale di allenamento condizionale e tecnico.

    In questo modo è in grado di esprimere al massimo la sua efficacia, anche se già una sola somministrazione immediatamente prima della prestazione si può rivelare utile;

     

     

  4. l’applicazione del VMBR diviene più incisiva se orientata alle esigenze e le caratteristiche dell’atleta.

    La validità di procedure individualizzate di preparazione mentale è attribuibile al ruolo attivo che i soggetti esplicano nella selezione e nella pratica delle strategie.

    La procedura individualizzata, inoltre, rende gli atleti maggiormente responsabili ed impegnati verso l’allenamento mentale;

     

     

  5. affinché il VMBR sia efficace per il perfezionamento tecnico è necessario che le visualizzazioni si riferiscano al gesto corretto.

    Con atleti principianti, o nel caso di gesti molto complessi, l’osservazione di un modello che esegue in maniera corretta (modeling) è di aiuto per costruire una precisa rappresentazione mentale.

    E’ comunque importante che sia già stata acquisita una certa familiarità con il compito attraverso un minimo di esperienza pratica;

     

     

  6. allo stato attuale delle conoscenze sono necessarie ulteriori ricerche per stabilire le condizioni ottimali per il lavoro con le visualizzazioni.
  • Il rilassamento non appare l’unica modalità per preparare gli atleti all’uso adeguato di immagini vivide e controllabili.

    Lo stato che precede l’immaginazione, infatti, potrebbe variare in funzione delle caratteristiche delle attività motorie: una condizione di rilassamento sembra più vantaggiosa per abilità motorie fini che richiedono elevata coordinazione, mentre una condizione di attivazione appare più indicata per compiti a prevalente impegno condizionale.

     

     

  • "Seven steps to peak performance"

     

    Suinn (1986) ha inserito il VMBR all’interno di un programma generale di mental training strutturato in maniera organica, presentato in un manuale pratico ("Seven steps to peak performance") indirizzato direttamente agli atleti (Fig. 2).

    Sono descritte dettagliatamente sette tappe successive che contribuiscono all’incremento della performance, per ciascuna delle quali vengono individuate esercitazioni adatte e proposti strumenti di autovalutazione per identificare i punti su cui soffermarsi maggiormente.

    I sette passi sono presentati in ordine progressivo, in quanto ognuno è costruito sul precedente e prepara il successivo.

    Il manuale consente l’individualizzazione dell’allenamento, in quanto l’atleta valuta e analizza i propri progressi e sceglie su quali proposte lavorare più a lungo.

    Alcuni passi richiedono a loro volta fasi successive di apprendimento, in genere della durata di 3/4 sedute ciascuna.

    Suinn sottolinea la necessità di applicare le abilità mentali acquisite a situazioni concrete di allenamento e di integrarle nel contesto della competizione.

     

     

    Primo passo: allenamento al rilassamento. E’ costituito da tre fasi:

    1.  
    2. rilassamento progressivo.

      L’atleta impara a rilassarsi, da disteso, attraverso una serie di contrazioni e decontrazioni dei vari distretti muscolari (ciascuna della durata di 5-8 sec.), dirigendo l’attenzione sulle sensazioni di tensione, distensione e sul loro contrasto.

      Viene anche suggerito di concentrarsi sull’attività respiratoria (centering), eseguendo respirazioni diaframmatiche lente e profonde. Il rilassamento è poi ricercato attraverso la visualizzazione dei gruppi muscolari che si distendono come lampade che si spengono una alla volta;

       

       

    3. rilassamento attraverso uno stimolo.

      Dopo 3 o 4 sedute, diventano sufficienti 5-10 minuti per avviare il rilassamento focalizzando l’attenzione sul respiro, far fluire la distensione ai vari gruppi muscolari e visualizzare il loro rilassamento.

      Al momento dell’espirazione sono introdotte brevi affermazioni facilitanti la detensione (ad esempio: "sono calmo e disteso") da ripetere o raffigurare mentalmente.

      Può anche essere visualizzato un colore che trasmetta un effetto rilassante;

       

       

    4. rilassamento in varie situazioni.
  • L’abilità di rilassarsi rapidamente viene esercitata ad applicata in ambienti non "protetti", ad occhi aperti e in varie posizioni; uno stato di rilassamento dovrebbe ora essere conseguito in meno di un minuto.
  •  

     

    Secondo passo: gestione dello stress. L’atleta è inizialmente sollecitato a riconoscere, attraverso un questionario di autovalutazione, i sintomi dello stress prima, durante e dopo la competizione, siano essi manifestazioni corporee (tensioni muscolari, sudorazione, tachicardia, ecc.) e/o cognitive (dubbi, incapacità a concentrarsi, preoccupazioni, ecc.).

    Sono quindi suggerite alcune indicazioni utili per controllare lo stress: parlare sottovoce muoversi lentamente, trascurare gli eventi esterni e ricondurre l’attenzione su di sé (anche su stimoli irrilevanti, come particolari dell’abbigliamento), respirare profondamente percependo i movimenti dell’addome (centering), rilassare le spalle e, infine, rilevare i cambiamenti corporei derivanti dalla generale disattivazione (respirazione profonda e rilassata, muscolatura distesa, ecc.).

     

     

    Terzo passo: controllo dei pensieri. Il controllo dei pensieri è ricercato attraverso due modalità:

    1.  
    2. utilizzo dei pensieri negativi in maniera positiva.

      Viene suggerito di considerare i fattori disturbanti come stimolo per ricercare soluzioni ed avviare l’azione adatta, piuttosto che tentare di evitarli o continuare a rimuginare su possibili effetti nocivi;

       

       

    3. controllo dei pensieri negativi.
  • Sono fornite una serie di indicazioni: analizzare i pensieri per valutare se possono essere utilizzati in modo positivo, determinarne la causa ed agire per rimuoverla, sostituirli con adeguati progetti per il futuro (stabilire degli obiettivi); considerare anche il punto di vista degli avversari (ad esempio: "Se io sono stanco il mio avversario può esserlo ancora di più"); rivedere le strategie ed i propri punti di forza valutando le possibilità di una loro applicazione; sostituire pensieri fastidiosi e interferenti con pensieri neutri anche di natura extrasportiva; bloccare il flusso dei pensieri intrusivi pronunciando mentalmente con forza la parola "STOP" (anche raffigurandosi un grande segnale di stop), oppure lasciarli liberamente fluire per riporli mentalmente nell’angolo di una stanza, riconsiderandoli a gara terminata.

    Altri suggerimenti sono di aiuto per incrementare l’autostima: fare veramente del proprio meglio indipendentemente dalle condizioni; essere consapevoli del proprio grado di preparazione prima della gara ed elaborare affermazioni positive sulle capacità personali; passare in rassegna i progressi (da dove si è iniziato fino a dove si è giunti); conoscere gli obiettivi che si perseguono e le ragioni per impegnarsi al massimo.

     

  •  

    Quarto passo: autoregolazione. Si mira a sviluppare nell’atleta la sensazione di essere completamente a proprio agio, pronto fisicamente e mentalmente per la prestazione:

    1.  
    2. vanno recuperate le sensazioni di vittoria che hanno accompagnato in precedenza la migliore prestazione, rivivendole nei dettagli in stato di rilassamento (possono essere analizzati accuratamente comportamenti, pensieri, eventi, ecc.).

      Queste sensazioni sono quindi proiettate alla prestazione futura, ricreando così lo stesso clima emotivo favorevole;

       

       

    3. si ricerca anche l’attivazione psicofisiologica ottimale.
  • Una volta stabilito su una scala da 0 a 100 lo stato di arousal che l’atleta associa alla propria migliore prestazione, sono eseguite attività disattivanti (centering, ricordo di esperienze distensive) o energizzanti (contrazioni muscolari, movimenti bruschi, spostamento rapido dell’attenzione su dettagli ambientali), a seconda delle necessità.

     

     

  • Quinto passo: rehearsal mentale (VMBR). Comprende tre fasi:

    1.  
    2. il rilassamento è approfondito attraverso gli esercizi del primo passo, alternando più volte il centering e la visualizzazione polisensoriale interna, in prima persona, di una scena distensiva (ascolto di una musica in una stanza tranquilla, immagini di una spiaggia, ecc.);

       

       

    3. il rilassamento è avviato con il centering e la scena distensiva neutra, ma ad essi si alterna (almeno tre volte in una seduta di 30/40 minuti) la rappresentazione di una scena competitiva relativa ad una peak performance;

       

       

    4. il VMBR è applicato nei giorni precedenti la gara per conseguire obiettivi diversificati in funzione delle esigenze personali.
  • Ad esempio, per rimuovere uno stato di tensione possono essere riattivate immagini ansiogene alternate all’esperienza del rilassamento fino ad eliminarne completamente l’effetto tensivo, concludendo l’esperienza con il recupero di immagini di successo.

    Altri obiettivi riguardano il perfezionamento tecnico del gesto sportivo, il conseguimento di una peak performance, la familiarizzazione con l’evento competitivo; sono perseguiti alternando al centering le visualizzazioni specifiche, alle quali seguono sempre immagini di successo.

     

  •  

    Sesto passo: concentrazione. Come mezzo efficace per controllare la concentrazione viene suggerito di rivolgere l’attenzione a particolari dell’ambiente esterno (dettagli visivi, rumori, impressioni, ecc.), a sensazioni corporee (respirazione, zone di tensione muscolare, ecc.), ad immagini mentali dell’evento sportivo.

    In tutti i passi precedenti, comunque, la concentrazione è in qualche modo esercitata e controllata, diretta alle immagini, alle sensazioni corporee o ai pensieri.

     

     

    Settimo passo: controllo delle energie. Nell’ultimo passo l’atleta è condotto ad acquisire la consapevolezza dell’energia presente nel corpo e la capacità di utilizzarla pienamente.

    L’energia può essere percepita, in stato di rilassamento, prestando attenzione al respiro (in particolare alla fase inspiratoria), al senso di calore derivante dalla circolazione sanguigna, alla presenza di altri segnali corporei (ad esempio, formicolii) durante la distensione.

    Attraverso visualizzazioni della prestazione ideale e dell’attivazione corporea (il sangue che scorre rapidamente, i muscoli che diventano più forti, ecc.) le sensazioni di energia vengono accresciute e sperimentate chiaramente.

    L’energia viene quindi diretta alla prestazione, visualizzando, ad esempio, un raggio luminoso che si sprigiona nella direzione del movimento, oppure una luce che espandendosi dal corpo ingloba completamente l’ambiente in cui si svolge l’azione sportiva.

     

     

    IPNOSI E SPORT

     

     

    L’ipnosi si è rivelata uno strumento valido se inserita all’interno di programmi integrati, organici e sistematici di preparazione mentale.

    Incremento delle abilità immaginative e riduzione dell’ansia di tratto.

    Suggestioni postipnotiche miranti ad ottenere un appropriato livello di distensione durante una situazione stressante di coordinazione fine (es. golf) si sono verificate efficaci nel determinare una diminuzione dell’ansia di stato.

    Tecniche comunemente utilizzate, soprattutto nelle fasi iniziali di apprendimento, sono quelle che partono dal rilassamento psicofisico, costituite da esercizi respiratori e di distensione muscolare progressiva.

    Scene piacevoli di paesaggi naturali, o di luoghi tranquilli e protetti, agevolano l’induzione e l’approfondimento della trance.

    Garver (1984) ha proposto una modalità di induzione autoipnotica in otto fasi:

    1.  
    2. elaborazione di suggestioni positive prima dell’induzione da inserire poi in ipnosi;

       

    3. impiego di uno stimolo iniziale per l’induzione appreso in precedenza con l’eteroipnosi (respirazione profonda, levitazione della mano, fissazione oculare, ecc.);

       

    4. immaginazione di una scena neutra piacevole e rilassante;

       

    5. utilizzo delle suggestioni positive come stabilito nella prima fase;

       

    6. ritorno all’immagine neutra della terza fase, per circoscrivere gli effetti critici e valutativi della coscienza;

       

    7. riorientamento al momento presente, per distogliersi con gradualità dallo stato ipnotico;

       

    8. ripetizione di suggestioni postipnotiche prima del risveglio (benessere, rilassamento, ecc.);

       

    9. impiego di uno stimolo di uscita (ad esempio, suggestione di recuperare condizioni pienamente vigili in un certo tempo).

     

    Dopo aver spiegato gli otto passi l’intera procedura va inizialmente proposta da un operatore esterno, richiedendo al soggetto di ripetersi mentalmente le suggestioni; successivamente sarà il soggetto stesso a gestirla autonomamente.

    Shone (1982) individua i seguenti vantaggi dell’autoipnosi in ambito sportivo:

    1.  
    2. miglioramenti nell’atteggiamento mentale e nelle motivazioni nel-l’allenamento;

       

    3. integrazione tra emisfero destro e sinistro;

       

    4. arricchimento delle percezioni corporee;

       

    5. arricchimento delle capacità di visualizzazione;

       

    6. facilitazione dei processi di stanchezza e/o infortunio.

     

    Autoipnosi e eteroipnosi sono utili per:

     

    L’autoipnosi da poco riscoperta in Europa ma da molti anni usata in America ha dato la possibilità di creare tecniche mentali combinate a procedure di rilassamento prisosomatico e ad induzioni autoipnotiche per potenziarne gli effetti.

     

    (Robazza, Preparazione mentale)

     

    SPILLARE IL POCO DELLA TUA MENTE INCONSCIA

     

     

    Da "Golf the mind game" di Marlin M. Mackenzie (marzo 1990) al capitolo nove si descrive l’Autoipnosi invitando il lettore a "spillare il poco della tua mente inconscia".

    Tony Jacklin campione di golf, ha riferito la sua esperienza durante un gioco di golf.

    In un "bozzolo di concentrazione" tutto è "puro vivace chiaro" e si effettua il colpo migliore.

    J. riferisce di essere stato in fase di trance durante il quale è stata liberata la mente conscia.

    È frequente per J. effettuare un buon colpo quando durante la competizione per un "bozzolo" lui entra in un profondo stato di trance dove trova la sua migliore performance e la realizzazione atletica;

    Per Peter Famiano, Golf Club New Jersey, la sua voce interna dice: "Buon colpo, buon colpo…" e egli prende la "mazza" e colpisce.

    Questa fase funziona durante il suo swing generalmente nel golf lo stato di trance avviene un tempo prima di "prendere il via" e/o quando si colpisce la palla ma mai all’ultimo tempo.

    Scott, un golfista di professione mi racconta la sua esperienza di uno stato di trance nel suo miglior gioco dall’inizio alla fine.

    Egli afferma: "Lo stato di trance è quando io lo voglio".

    Il suo caddie racconta i sintomi fisici della piacevole trance: sfigurazione, occhi di cristallo, i muscoli facciali rilassati e cambia la parola rallentandola.

    Questo tipo di esperienza è nota al golfista professionistico.

    Am. Dickinson noto professionista adotta questo sistema nel meccanismo di messa in opera e oscillazione.

    L’oscillazione stessa senza altre indicazioni mette in opera l’attenzione dello stato di coscienza cioè la trance desiderata.

     

    La natura della trance

     

    Dr. Milton H. Erickson, un eloquente medico ipnoterapista è stato il primo a riconoscere la naturalità della trance e ha incorporato un unico e rimarchevole successo pratico.

    Ogni persona ha l’abilità di indurre a se stessa uno stato di trance (cioè cambiare lo stato di coscienza).

    Questo è un giusto argomento che serve per prendere tempo per ottenere un appropriato processo mentale (immettere lo stato mentale vincente).

    Noi sin da bambini abbiamo l’innata capacità di diventare installatori di semplici esperienze, ma ogni fase di razionalità circa ad esempio il sistema della propria educazione ha depresso il proprio rispetto circa l’inconscio.

    Il bambino è naturalmente più immerso nel semplice piacere es.: piacere di osservare il levarsi in volo degli uccelli dal suolo; di ascoltare il ronzio delle api quando sono sui fiori dove estraggono il nettare… Questo sistema è destinato a perdersi nel tempo e nello spazio diventando uno schermo televisivo.

    Mentre tutti siamo trasportati lontano dal QUI e ADESSO mediante il proprio mondo della fantasia e dall’attività dell’emisfero destro.

    Allora da adulti si conosce questo e l’altro stato di coscienza, ma frequentemente si dimentica quello che si è conosciuto per primo anche se piace.

    Al bambino piace: ha ammirazione dei tramonti, trasformano la musica, convertono le novelle in storie.

    Questi modi sono alternativi alle loro "100" esperienze di tutti i giorni.

    Le trance sono indotte di una corsa verso l’alto, guidando una lunga distanza sulla via maestra, ascoltando il suono secco e il chiacchierio delle ruote sulla ferrovia che seguono la scia… prendi amore, intensamente metti a fuoco una palla da golf… e richiamando i dettagli dell’ultimo superbo colpo.

     

    L’ipnosi al lavoro

     

     

    Avendo studiato e sperimentato con l’ipnosi su atleti, io sono convinto che questo è, probabilmente, il più efficace strumento che gli atleti con il quale possono regolare la consistenza della loro preparazione.

    L’ipnosi è essenzialmente un processo di creazione, che intensifica e stabilizza uno stadio della coscienza diretto all’interno.

    La mia tecnica è basata su questo processo e sono disegnate al massimo le risorse della mente inconscia distraendo e tranquillizzando la mente conscia.

    Questo metodo induce e stabilisce il fenomeno dell’ipnosi una regressione di età, un ritorno al primo tempo quando si era bambini, un "posto" della propria vita.

    Ove varie sono le forme di immagini stimolate dal processo ipnotico.

    In particolare le metafore ("piace prendere storie") generate nei migliori momenti conducono alla migliore prestazione atletica.

    Questa tecnica attiva l’emisfero non dominante del cervello, precisamente questa parte del cervello si attiva durante la trance.

    Questo stato di trance apre la porta per espandere il proprio mondo di esperienze interiori, quelle che sono essenziali per effettuare un cambiamento nel comportamento esterno (azione esterna).

    Diversi atleti con i quali io ho lavorato, ho potuto sperimentare che è lo "Spirito" che porta alla prestazione autentica; sicura la scivolata su se stessi dopo l’ipnosi.

    Il loro referto indica che la loro prestazione è al massimo.

    Io conosco un Club di Professionisti che praticano l’ipnosi in questo contesto: garantiscono di aver dato i migliori colpi della loro vita quando si trovavano in uno stato alterato auto-indotto.

    Allora l’autoipnosi anch’essa riduce la pressione dell’atleta portandola alla normalità e gli permette di giocare al meglio.

    Egli sa che prova una nuova gioia sempre maggiore nei suoi giri di golf e regolarmente giocando al meglio della performance.

     

    Tecnica di Betty Erickson: "Tecnica di autoipnosi"

     

    Betty Erickson, moglie del Dott. M. Erickson presenta una "Tecnica di autoipnosi" in quattro passi.

    Siediti in quiete su una sedie confortevole in un luogo che tu non possa essere disturbato.

    Divarica le gambe, le braccia, le mani adagiale in modo che ti sia confortevole, supporta la tua testa e adagia la tua schiena nello schienale.

     

     

    Passo 1 Incontro al quadro

    Con i tuoi occhi aperti (o chiusi) prendi una fotografia di te stesso e posala davanti a te.

    Quando tu hai una chiara fotografia di te stesso, lentamente chiudi gli occhi e ricorda per qualche secondo quando hai fatto questa fotografia.

     

     

    Passo 2 Vedi Ascolta e Prova (sensazioni)

    Adesso con i tuoi occhi chiusi, la tua fotografia nella mente, dimentica la stanza dove sei: non vedere la stanza, allontana i suoni, non sentire sul tuo corpo le sensazioni che provengono dalla stanza;

    Allora ritorna al momento che ti hanno scattato la fotografia e vedi dove eri, ascolta i suoni senti le sensazioni che ha provato il tuo corpo.

    E allora Vedi una cosa, Ascolta una cosa, Senti (Prova) una cosa (e allora soffermati su un particolare: Vedilo, Ascoltalo, Sentilo (provalo)).

     

     

    Passo 3 Vai al luogo del piacere

    Adesso diventa consapevole che una mano e il braccio di un certo si sollevano rispetto all’altro.

    Tu puoi premere questa mano già contro la tua coscia oppure al braccio leggero puoi chiedere di tendere un arco verso l’alto.

    Questo movimento è lento, sussultante e automatico. Nella tua mente vai al luogo del piacere, un luogo dove tu vuoi stare, dove tu ti senti perfettamente nella gioia per te stesso.

    Vedi, Senti e Prova sensazioni che sono in divenire in questo speciale luogo.

    Da questa esperienza si prova gioia.

    Nel punto maggiore" durante questa collezione di piacere, tu cominci a stimare questa tua situazione e senti che il tuo respiro incomincia a cambiare, il tuo cuore incomincia a cambiare ritmo, e incominciano a cambiare il peso della tua mano e del tuo braccio.

    Allora tu noti alcuni di questi cambiamenti, lascia che la tua mentre vada dove vuole andare diventando passivamente curiosa.

     

     

    Passo 4 Ritorna Normale

    Al massimo punto della tua mente inconscia tu dovrai fare un segnale: al momento di una magnifica immagine interna, o di un suono o di una sensazione corporale.

    Questo implica che è anche il momento di cominciare a tornare nel tuo stato normale.

    Dopo il segnale gradualmente apri i tuoi occhi, guarda gli oggetti attorno a te, ascolta i suoni dell’ambiente e muovi le parti del tuo corpo.

     

    LA MENTALITÀ VINCENTE

    "IL CAMPIONE"

     

    I fattori alla base della cosiddetta "mentalità vincente" o, ancora, gli elementi in grado di caratterizzare il campione riportano a un atleta con un intenso bisogno di successo affiancato da attitudini specifiche, fisico adeguato, costanza nel lavoro (Singer, 1986).

    In una personality hardiness la qualità delle prestazioni è influenzata dalla contemporanea presenza di particolari convinzioni su di sé e sul mondo caratterizzate da impegno, controllo, sfida.

    La "personalità coraggiosa" si aspetta di poter incidere su ciò che le accade, utilizza la propria curiosità, è convinta che la propria crescita personale avvenga attraverso un continuo apprendere dall’esperienza, è in grado, ogniqualvolta si trovi a dover fronteggiare problemi e cambiamenti, di affrontare le difficoltà, trasformandole in esperienze positive e meno stressanti (Maddi e Hess, 1992).

    Le motivazioni e i bisogni psicologici o socioculturali, abitualmente riconosciuti in chi pratica un’attività sportiva a livello agonistico (ovvero il gioco, il bisogno di confrontarsi e di controllare il rischio, il piacere, l’aggressività autodiretta ed eterodiretta, il bisogno di movimento, il desiderio di migliorare il proprio status sociale e altro), sono accompagnati nel campione da una spinta, che sovrasta le altre e che lo caratterizza, ossia da una straordinaria volontà di vittoria (Antonelli e Salvini, 1987).

    Aver voglia di vincere non significa voler distruggere l’avversario, bensì essere in grado di convogliare tutte le risorse fisiche e psichiche verso la propria affermazione.

    Non vuole dire neppure fare esclusivo affidamento su di essa, quasi fosse una sorta di strumento magico: la voglia di vincere rappresenta una molla importante se utilizzata e correttamente dosata dall’atleta consapevole di poter contare su di sé.

    In altri casi può costituire un generatore di tensione e favorire invece un fallimento (Antollovich, 1991).

     

    Il vincente è un soggetto self centered che gode dell’approvazione ma non teme l’ostilità, è in grado di apprezzare i successi e di apprendere anche dalle esperienze negative.

    Ha una buona stima di sé, si aspetta di vincere o di rendere bene, ha costanza negli allenamenti ed è orientato sul livello esecutivo della prestazione.

    Ricerca il successo e non tenta solo di evitare gli insuccessi.

    È consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti; in gara è sufficientemente flessibile e in grado di modificare la sua tattica rispetto agli imprevisti.

    È orientato allo scopo, si propone mete reali, ha buone capacità di concentrazione ed è selettivo rispetto agli stimoli rilevanti.

    Ha buona disponibilità alla collaborazione, tanto con l’allenatore quanto con eventuali compagni di squadra.

    Il vincente vive la gara non come prova ma come evento eccitante e divertente, non si scoraggia di fronte a situazioni avverse che considera aspetti della realtà, analizza a posteriori il senso della vittoria o della sconfitta, è libero dalla convinzione che per vincere sia necessaria la perfezione assoluta (Rossi, 1986).

    Probabilmente non esiste uno stereotipo del vincente, ma alcuni punti certi predisponenti al successo sono un buon livello di autostima, una sufficiente fiducia in sé e la possibilità di vivere, quale attore consapevole, le proprie azioni.

     

     

    Fiducia in sé e autostima

     

    L’immagine del vincente corrisponde a quella di un atleta nel quale la preparazione atletica, il desiderio del successo e le doti particolari coesistono con un buon livello di autostima e una sufficiente fiducia in sé e nelle proprie capacità.

    Un atleta con problemi di calo di rendimento o di insuccessi ripetuti potrà convincersi che tutto ciò è dovuto a stanchezza, sfortuna, propria incapacità oppure non spiegarselo affatto.

    Utilizzando l’autosservazione, potranno emergere elementi interessanti sul "come" ciò avviene.

    Egli potrà, per esempio, cogliere la rabbia e accorgersi del significato personale che attribuisce a questa emozione.

    Se arrabbiarsi significa perdere il controllo, e di conseguenza avere una percezione di fragilità personale e l’immagine di un esterno forte, prepotente o ingiusto, il soggetto avrà a propria disposizione una diversa prospettiva attraverso cui rapportarsi al problema presentato e potrà, quindi, cogliere nuove informazioni su di sé in grado di innescare un cambiamento positivo.

    In situazioni di tipo competitivo esistono modalità di reazione congrue al grado di significatività, all’attivazione emozionale e al livello esplicativo propri del singolo atleta.

    Nel caso di un evento particolarmente pregnante, si possono ipotizzare due tipi di reazione; quando l’attivazione emozionale viene decodificata dal sistema, può essere assimilata e utilizzata nella ricerca di nuove strategie atte ad affrontare meglio la situazione temuta; in caso contrario, quando ciò non può avvenire perché l’emozione è troppo intensa o estranea al modello interpretativo utilizzato, è possibile la presenza di sensazioni percepite come incontrollabili o, ancora, di una sintomatologia fisica sgradevole o allarmante.

    Si può verificare inoltre un irrigidimento del modello di rappresentazione della realtà, che comporta l’uso di procedure di problem-solving anch’esse rigide e stereotipate, con conseguente diminuzione della capacità di assimilare l’esperienza.

    I concetti di autostima e di flessibilità ipotizzati nella mentalità vincente prevedono, pertanto, la congruenza tra cosa il soggetto percepisce e come se lo spiega; ciò è alla base della fiducia in sé, e la possibilità di apprendere dall’esperienza, anche in termini di crescita personale, è l’elemento necessario per affrontare, elaborare e assumere informazioni importanti anche da situazioni negative quale un insuccesso.

     

     

    La "self-confidence" (fiducia in sé)

     

    Il concetto di self-confidence (fiducia in sé) viene collocato dai teorici dell’attaccamento (Bowlby, 1982) in un continuum di sviluppo, che origina dal concetto di "base sicura".

    La fiducia in sé comporta la capacità di conservare la fiducia in condizioni che sembrano tali da suscitare il contrario o, ancora, di sentirsi a proprio agio quando è necessario dipendere da altri.

    È parte dell’esperienza dell’atleta il confronto ripetuto con situazioni frustranti e la collaborazione con figure diverse: dagli eventuali compagni di squadra, ai tecnici, ai dirigenti della società, al rapporto con il pubblico.

    Tutto ciò assume un ruolo maggiore nel caso del campione, dove si amplificano le aspettative e le attribuzioni di responsabilità.

    In ambito sportivo, i presupposti della teoria dell’attaccamento possono fornire una griglia attraverso cui comprendere determinate modalità di relazione tra gli atleti di un gruppo squadra e, in particolare, nel rapporto tra l’atleta e il proprio allenatore.

    Un atleta che ha costruito nella propria vita una modalità di attaccamento sicuro, con conseguente formazione di una fiducia di base, sarà in grado di collaborare efficacemente con entrambi.

    Un atleta con un attaccamento ansioso resistente tollererà peggio i cambiamenti o le separazioni, e potrà facilmente entrare in competizione con i compagni di squadra o con l’allenatore al fine di mantenere il controllo della situazione e, quindi, di tutelarsi rispetto a novità o imprevisti.

    Un atleta con attaccamento ansioso ambivalente, con un senso di sé instabile, richiederà più conferme, oscillando tra un’immagine idealizzata dell’allenatore e un’altra deludente.

    Nel caso di un atleta con uno stile di attaccamento evitante, l’autosufficienza forzata, costruita in relazione a esperienze di vita, renderà difficile la cooperazione; infine, nell’attaccamento doppio si evidenzieranno le esigenze perfezionistiche del soggetto.

    Atleti con dubbi su di sé tendono in genere a diminuire il proprio impegno e a evitare il compito proposto; al contrario, chi ha fiducia in sé intensifica i propri sforzi, mirando al raggiungimento dell’obiettivo.

    I soggetti con scarsa fiducia in sé, inoltre, tendono più facilmente ad attribuire i propri successi a cause esterne e gli insuccessi a proprie incapacità personali, in una sorta di meccanismo a catena che negativizza sempre più l’immagine di sé e il riconoscimento del senso di competenza personale.

    Fiducia in sé e nella valutazione delle proprie capacità, autostima e flessibilità sono elementi fondamentali non solo per favorire la vittoria o il raggiungimento di obiettivi elevati ma anche per tollerare e integrare il "peso" del successo.

     

     

    La "self-efficacy" - "fiducia nelle capacità personali"

     

    La fiducia in sé si correla positivamente con il concetto di fiducia nelle capacità personali.

    La fiducia che l’atleta ripone nei propri mezzi e nelle capacità personali influenza fortemente la sua prestazione.

    Atleti di basso valore che credono in se stessi e si dimostrano risoluti nel conseguire i propri obiettivi sono spesso in grado di ottenere, soprattutto in gara, risultati migliori di soggetti più dotati sotto il profilo tecnico-fisico, ma che presentano scarsa fiducia e minore determinazione.

    Sensazioni di adeguatezza, sicurezza e ottimismo agiscono positivamente sulla prestazione, mentre percezioni di inadeguatezza, incertezza e pessimismo agiscono negativamente.

    In genere, le persone temono ed evitano situazioni ritenute al di fuori delle capacità personali, mentre sono disposte ad affrontare compiti giudicati alla propria portata.

    La self-efficacy è proprio la fiducia che l’individuo ripone nelle capacità personali di fronte a un compito specifico che richiede l’espressione di abilità (Bandura, 1977), ma non è un tratto globale di personalità, potendo variare in relazione alla situazione, alle richieste e all’esperienza.

    Le aspettative di efficacia condizionano non solo la scelta se affrontare o meno una particolare situazione ma, una volta iniziata l’attività, anche la quantità di sforzo profuso, l’impegno e la persistenza pur di fronte a difficoltà, esperienze sfavorevoli o sconfitte.

    Per conseguire il successo, ovviamente, non bastano le aspettative da sole, in quanto devono essere presenti capacità, abilità, interesse e motivazione.

    La self-efficacy ha un ruolo importante anche nella regolazione dei processi cognitivi (Bandura, 1989).

    Mantenere la concentrazione focalizzata sul compito, anche in condizioni di stress e di timore di sbagliare, richiede un forte senso di efficacia (Bandura e Wood, 1989).

    La self-efficacy influenza anche la rappresentazione mentale anticipatoria dell’evento sportivo.

    Scene di successo sono visualizzate con più frequenza da soggetti con elevato senso di efficacia: l’atleta analizza mentalmente il problema, esplora le alternative, applica le soluzioni.

    Scenari di fallimento sono più probabili in chi si valuta incapace; l’atleta è già perdente in partenza, poiché tende a rimuginare su errori e sconfitte.

    Rappresentarsi invece il successo migliora la prestazione.

    Questo è stato riscontrato in diverse attività motorie e sportive.

     

     

    Incremento della "self-efficacy" - "fiducia nelle capacità personali"

     

    Le informazioni inerenti alle proprie capacità e provenienti da diverse fonti vengono elaborate, valutate e integrate da parte dell’atleta.

    L’impatto sulle aspettative di efficacia dipenderà da come l’informazione viene valutata e trasformata cognitivamente, in relazione a fattori contestuali e situazionali.

    Informazioni inerenti la self-efficacy sono ricavate da quattro fonti principali: realizzazione di prestazioni, esperienze sostitutive, persuasione, arousal emozionale (Bandura, 1989; Feltz, 1992).

    La self-efficacy, a propria volta, influenza comportamenti, pensieri ed emozioni.

     

     

     

    Self-efficacy e prestazione: situazioni che possono incidere positivamente.

    1.  
    2. Precedenti successi: esperienze positive aumentano le aspettative di efficacia.

      È importante programmare nella fase di allenamento una serie di obiettivi a breve termine che permettano all’atleta un feedback positivo sui propri progressi.

      Sono significativi inoltre fattori quali: difficoltà del compito; impegno profuso, aiuto ricevuto, attribuzione di successo interna o esterna.

       

       

    3. Modeling: utilizzare come modello un altro che esegue con successo il compito (è meno incisivo dell’esperienza diretta).

       

       

    4. Rinforzo verbale: incoraggiamento e incitamento da parte dell’allenatore.

      È importante un rapporto di fiducia con il trainer e un uso moderato e congruo del rinforzo, al fine di mantenere la credibilità (poco incisivo perché privo di esperienza personale; si estingue rapidamente se è assente una conferma positiva).

       

       

    5. Arousal emozionale: è importante il livello di attivazione emozionale in situazioni stressanti ma, soprattutto, la modalità esplicativa dello stesso utilizzata dall’atleta.
  • Se l’attivazione viene letta come paura e spiegata come prova di una presunta inadeguatezza personale, è probabile che ciò incida negativamente sulla percezione di efficacia personale.

    Nel caso in cui l’emozione venga interpretata come congrua in una situazione altamente stressante da un atleta con una sufficiente fiducia in sé, è probabile che non ci siano ripercussioni negative a livello di self-efficacy.

     

     

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    Metodi per incrementare la self-efficacy

  • Obiettivi troppo semplici non contribuiscono a incrementare la fiducia poiché il successo potrebbe essere attribuito alla facilità del compito.

    Obiettivi eccessivamente difficili, viceversa, determinano insuccesso e sfiducia

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    Gene Sarazen - Un campione

     

     

    Nella storia del golf un glorioso esempio autodidatta è Gene Sarazen 1902-1999.

    Nella sua "ultima intervista" l’uomo-golf del secolo riflette sui 97 gloriosi anni di gioco.

    nel 1935 il suo "colpo fece il giro del mondo" il mitico legno 4 per uno doppio eagle al Masters.

    Gene Sarazen ha cominciato come caddie e solo in seguito è diventato un giocatore e un campione.

    ... Camminando sulla 18a un giorno del 1913, un banchiere mi disse "Sai chi ha vinto l’Open oggi?", gli risposi di no.

    Ed egli "Un ex caddie". "Quale ex caddie" gli chiesi. "Francis Onimet". Gli dissi "Non scherziamo". Rispose: "Ha battuto Vardon e Ray".

    Così da allora Sarazen fu molto interessato al golf e cominciò a scimmiottare Francis Onimet in tutto, anche nel modo in cui impugnava il bastone.

    In seguito diventarono amici.

    In seguito Sarazen ha avuto l’idea di disegnare un bastone adatto a colpire la pallina nella sabbia.

    Con questa "arma" ebbe un immenso successo.

    Durante l’intervista Sarazen afferma che "Oggi ci sono così tanti giocatori, un grande come lui lo si scopre vedendo anche un solo colpo."

    Sarazen è un grande, che ha potuto esserlo grazie a doti personali, enorme fiducia in sé e abilità nel "carpire" abilità tecniche dai campioni.

     

    LA "PEAK PERFORMANCE" E IL "FLOW"

     

    Molti atleti, soprattutto di alto livello, hanno talvolta sperimentato condizioni psicofisiche particolari accompagnate da un senso di benessere, potenza e soddisfazione profonda (Privette, 1983).

    Le risorse personali sono espresse al meglio, la prestazione fluisce senza sforzo apparente in modo conforme e, talvolta, di gran lunga superiore alle aspettative.

    La peak performance è una specie di momento magico: tutto si svolge perfettamente a livello mentale e fisico, la prestazione avviene in modo spontaneo e supera i livelli consueti di rendimento (Williams, 1986).

    L’atleta vive uno stato mentale definito flow, con sensazioni di immersione totale in quanto sta accadendo e profonda gratificazione (Csikszentmihalyi, 1990); la percezione soggettiva è di equilibrio fra le abilità personali e la sfida della gara (Kimiecik e Stein, 1992).

    Nell’atleta rimane il desiderio di ripetere l’esperienza; le forti emozioni attivate e il particolare stato di coscienza raggiunto innalzano le motivazioni verso l’attività sportiva.

    Sono state identificate da diversi Autori (Brewer, Van Raalte, Linder e Van Raalte, 1991; Cohn, 1991; Garfield e Bennett, 1984; Jackson, 1992; Privette, 1982; 1983; Ravizza, 1984) numerose sensazioni collegate a una performance ideale: attenzione focalizzata, rilassamento psicofisico, fiducia nelle capacità personali, assenza di paura, immersione totale nell’attività, focalizzazione nel presente, forte motivazione, spontaneità e automatismo esecutivo, determinazione, percezione di controllo sulla situazione, disorientamento spazio-temporale, unicità e temporaneità dell’esperienza, sensazioni di gioia e carica fisica.

    L’atleta è assorbito dal compito a tal punto che spesso si manifestano modifiche percettive (il tempo e lo spazio si trasformano, i movimenti rallentano), la concentrazione è focalizzata sugli stimoli rilevanti, mentre i disturbi esterni, come il brusio del pubblico, vengono minimizzati o esclusi.

    Il soggetto si sente padrone dei propri movimenti e si percepisce capace di superare qualsiasi ostacolo.

    Le azioni sono effettuate automaticamente, senza interruzione o valutazione critica.

    Nella peak performance le potenzialità di entrambi gli emisferi cerebrali sono utilizzate appieno e in modo integrato (Hall, 1982), pur nel loro funzionamento asimmetrico, essendo ognuno specializzato in prevalenza per certe funzioni: l’emisfero sinistro sede del pensiero verbale, analitico, sequenziale, e l’emisfero destro specializzato in compiti visuo-spaziali e collegati alle immagini (l’attività emisferica è comunque funzione della difficoltà del compito, degli stili cognitivi e della lateralizzazione).

    La funzionalità dell’emisfero sinistro, che consente di analizzare i movimenti, stabilire quali muscoli contrarre e con quale ordine, forza, rapidità, è importante soprattutto nell’apprendimento motorio e nel perfezionamento del gesto tecnico.

    L’emisfero destro, primariamente coinvolto nell’elaborazione delle immagini, è invece maggiormente abilitato al controllo dell’esecuzione di movimenti automatizzati.

    L’integrazione funzionale di entrambi gli emisferi è dunque importante per un’esecuzione motoria adeguata; essa è evidente, per esempio, quando si riconosce e corregge l’errore (emisfero sinistro) e poi si esegue in modo automatico e fluido (emisfero destro).

    Nelle esperienze di peak performance vi è un’elevata interazione nelle funzionalità cerebrali, con passaggi rapidi da una modalità all’altra in relazione alle richieste; inoltre, sembra siano maggiormente utilizzate le potenzialità dell’emisfero destro rispetto a quanto accade normalmente.

    Tiratori di élite, per esempio, dimostrano una relativa dominanza dell’attività cognitiva dell’emisfero sinistro mentre controllano la posizione iniziale prima del tiro; durante il tiro, però, vi è una maggiore attività dell’emisfero destro associata a processi visuo-spaziali e cinestesici, concentrazione ed esclusione di pensieri consapevoli disturbanti (Hatfield, Landers e Ray, 1984).

    È dunque importante che l’atleta impari a riconoscere quando è il momento di analizzare e quando invece è il momento di eseguire, passando così da una funzionalità emisferica all’altra in modo rapido ed efficace.

    Accanto alle esercitazioni motorie delle discipline sportive, risultano particolarmente utili procedure di mental training finalizzate all’incremento delle abilità immaginative, al controllo dei pensieri e dell’attenzione, alla regolazione dell’arousal.

    La preparazione mentale, in generale, tende a incrementare la funzionalità di entrambi gli emisferi e a stimolare maggiormente le potenzialità dell’emisfero destro normalmente poco utilizzate.

    Le procedure immaginative, per esempio, ampiamente impiegate in psicologia dello sport, producono immagini vivide, che tendono a essere trattate come informazioni esterne, a sostituire l’esperienza concreta e a essere memorizzate come dati di realtà.

    Attraverso l’immaginazione, inoltre, l’atleta può rappresentarsi un risultato ottimale: l’anticipazione delle conseguenze positive del successo aumenta la probabilità di un esito favorevole.

    Per rendere meno effimere e involontarie le esperienze di peak performance, l’atleta può ricostruire mentalmente e descrivere in modo dettagliato un episodio sportivo particolarmente gratificante, recuperando comportamenti, sensazioni ed emozioni.

    I vissuti di soddisfazione e successo collegati a una prestazione ideale sono più facilmente rievocati in stato di rilassamento profondo o di regressione ipnotica (Uneståhl, 1986); in questo caso all’atleta è anche richiesto di rappresentarsi la competizione futura proiettando in questa nuova situazione i vissuti positivi recuperati.

    La peak performance diventa così meno precaria e più controllabile; con l’allenamento mentale sistematico l’atleta diventa capace di ricreare i presupposti per prestazioni ottimali e può esprimere al massimo le risorse personali.

    All’esperienza della peak performance si avvicina il fenomeno del flow (o psychological momentum), letteralmente "fluire": quella particolare sensazione soggettiva di benessere, qualcosa di più del sentirsi in forma, che porta al convincimento di poter fare tutto ciò che si deve fare senza il minimo sforzo (Kimiecik e Stein, 1992).

    L’atleta, durante questo "momento magico", che può durare da pochi minuti a qualche giorno, avverte che il proprio gesto, tecnico e atletico, si svolge in maniera spontanea, con gli automatismi che raggiungono la massima espressione, e con il coincidere tra qualità della prestazione e obiettivi prefissati (Jackson, 1992).

    L’attenzione è focalizzata esclusivamente su ciò che si sta facendo, senza elementi capaci di distrarre, in una sorta di stato alterato di coscienza: lo scopo deve essere lo svolgimento del compito (task-involved goal orientation) e non il soddisfacimento del proprio Io (ego-involved goal orientation).

    In definitiva, il flow comporta una situazione allenativa incentrata su obiettivi di prestazione e non di risultato.

     

     

    GRIP

     

     

    LA MONOIDEA VINCENTE

     

    Nel momento del GRIP è importante che ci sia una Monoidea associata ad uno stato mentale vincente.

    Quello stato mentale dove c’è equilibrio fra sensazioni e pensieri.

    È un momento dove c’è fiducia in se stessi e determinazione assoluta di ciò che si è in grado di fare.

    In questo momento la situazione positiva arricchisce i Pensieri (sono forte, sono preparato, sono io...) e le Sensazioni (mi sento bene, sento ogni cellula del mio corpo, sento il mio cuore...): si è in grado di effettuare un colpo perfetto.

    Questo momento magico (equilibrio tra pensieri e sensazioni) permette la messa a fuoco dell’obiettivo: la buca.

    Il gesto (lo swing) quindi è guidato da una Monoidea: il raggiungimento del Bersaglio (la Buca).

    Con questi presupposti l’atleta si pone in una posizione psico-fisica vincente: è un momento unico dove si fissa nella mente l’unica idea (il Bersaglio) in uno scenario di equilibrio tra pensieri e sensazioni, dove si sente di "avere dentro il gesto".

    L’apprendimento della tecnica e la monoidea (Bersaglio) in un tutt’uno con se stessi.

    Si è pronti per effettuare il Colpo; lo swing vincente che ripaga "di tante sofferenze" che l’atleta ha dovuto affrontare.

    Questo momento magico inizia con il grip (quando si impugna la mazza) e termina quando si è effettuato lo swing in tutta la sua completezza.

    È importante vivere il momento magico vincente ogni qualvolta che si effettua un "colpo" sono momenti unici che devono essere vissuti singolarmente.

    È importante quindi al termine del colpo uscire dallo stato mentale vincente portando con sé tutte le sensazioni positive per poi rientrarvi nel tiro successivo.

    Nel suo libro "La mia voce ti accompagnerà" il dott. Milton H. Erickson nel capitolo cinque dice che: nel golf "A ogni buca devi pensare che è la prima".

    Cioè l’attenzione all’intero contesto (il numero della buca, il punteggio raggiunto, ecc.) viene eliminata e ci si concentra su ciascun tiro, su ciascun colpo; dunque, a ogni buca bisogna pensare che è la prima.

    ... nel golf, in realtà si fa la prima buca e poi si raggiunge la seconda con un giusto numero di tiri.

    A quel punto nasce la domanda: "Puoi fare altrettanto alla terza buca?" Dunque, a ogni buca dovete pensare che è la prima.

    Lasciate che sia il caddie a tenere il conto a ogni buca.

    Un concorrente venne da me e mi disse: "Io raggiungo il punteggio di 74, o 72, e voglio vincere il campionato di questo Stato prima di entrare nel golf professionistico.

    Voglio vincere il campionato dilettanti dell'Arizona.

    Ma a tutti i tornei cui partecipo, vado su a un punteggio di oltre novanta.

    Se gioco da solo riesco ad abbassarlo a 74, a 72".

    Lo feci entrare in trance e gli dissi: "Lei giocherà solo la prima buca.

    Questo è tutto quello che lei ricorderà.

    E sarà solo sul campo di golf".

    Partecipò al successivo torneo dello Stato.

    Dopo la diciottesima buca stava andando alla successiva, .quando qualcuno lo fermò e gli disse: Ha già giocato la diciottesimo buca".

    E lui disse: "No, ho giocato solo la prima".

    Poi disse: "E tutta questa gente, da dove viene?".

    La strategia di Erickson è di portare le persone a pensare alle cose in modo diverso.

    Ciascun problema ha in sé un passato e un futuro.

    Ciò di cui Erickson si rende conto è che, se eliminate il passato e cambiate il futuro, avete già risolto i due terzi del problema.

    Se pensate che ogni buca è la prima, non avete nessuna ansietà proveniente dal passato.

    Avete eliminato il passato e potete cambiare il futuro, perché il futuro non può essere altro che un futuro di aspettative positive.

    Nel momento del Grip l’atleta entra nel magico mondo della sua trance, della sua monoidea e vi rimane fino al completamento dello swing per poi uscire portando con sé tutte le sensazioni positive.

    L’ipnosi aiuta a lavorare sullo stato mentale vincente.

     

    Esercizi di pura visualizzazione

     

    Il "colpo" noi lo collochiamo in buca facendo prima esercizi di visualizzazione su questo sport.

    Basta usare una semplice guida.

    Migliore concentrazione, migliore rilassamento e migliore produzione di immagini sportive del golf.

    Tu devi essere molto ben motivato sul "rilassamento" e nello stato che si chiama "concentrazione".

    Sforzando la visualizzazione si tende ad aumentare ciò che è giusto e visualizzare l’inizio del colpo rilassando il corpo nel periodo di tempo dello swing.

    La visualizzazione è veramente individuale e i colori cambiano rispetto all’originale; tu immagini la scena che vedi con gli occhi della tua mente.

    Allora tutti hanno un’immagine differente che prende la retina dei loro occhi.

    Queste differenti immagini possono ancora essere comunque effettivamente degli atti sportivi.

    L’immagine mentale ha spesso più somiglianza verso pensieri e idee che verso i desideri.

    Dopo la pratica per diversi giorni tu vedrai che i tuoi desideri diventeranno reali.

    Queste immagini saranno le più belle scene del golf che ricorderai.

    Quasi tutte le mie immagini intorno alla buca sono fatte con "i miei occhi aperti" (con le mie due mani seguendo i miei occhi) ma tu praticheresti questi esercizi con i tuoi occhi chiusi.

    Io credo che l’immagine a occhi chiusi è la più effettiva forma di uso dell’immagine nel golf.

    Personalmente, comunque ho sempre i miei occhi aperti e provo a immaginare la palla che ruota attorno alla buca.

    Anche i miei occhi sono aperti per tracciare il percorso della palla nella buca in una sequenza di immagini.

    Con gli occhi chiusi potrai vedere queste scene e migliorare il tuo gioco.

     

    Il corso consiste in 15 sedute:

     

    1.  
    2. Concentrazione sul Respiro

       

    3. Visualizzazione a triangolo

       

    4. Visualizzazione di un piccolo obiettivo

       

    5. Visualizzazione di una stanza favorita

       

    6. Visualizzazione di un movimento circa un obiettivo

       

    7. Visualizzazione delle palle da golf

       

    8. Controllo della tua immagine

       

    9. Visualizzazione di un golfista

       

    10. Visualizza te stesso e il tuo movimento

       

    11. Visualizza una tua scena favorita

       

    12. Visualizzazione di una immagine speciale guardando la stanza

       

    13. Piuttosto che un dubbio esercizio usa la "confidenza".

       

    14. Strategia per stabilire la "confidenza"

       

    15. Prendi contatto con la presente visualizzazione

       

    16. Ripeti l’immagine già vista con la tua mente.
     

    Che cos’è il golf

     

    (da "TIN CUP" con Kevin Costner e Rene Russo)

     

     

    Io considero il golf come una poesia

    la frase di inizio di questa poesia sarà sempre il "GRIP"

    le mani si uniscono a formare un tutt’uno con la semplice sovrapposizione… del mignolo

    Basso e lento

    il bastone indietreggia portato in posizione, non dalle mani, ma dal corpo che ruota in senso opposto spostando il peso a destra senza minacciare l’equilibrio

    il ritmo è tutto

    mentre il corpo si avvolge, al culmine dello swing c’è una leggera esitazione un leggero cenno agli dei… ad indicare che si è fallibili che la perfezione è irraggiungibile

    e ora il peso comincia a tornare verso sinistra tirato dalla forza che è giù dentro la terra.

     

    È vivo questo swing

    è una scultura vivente, giù fino al contatto e… oltre, colpendo la palla seccamente, con carattere e ti senti una scarica elettrica nel cuore, nel corpo…

     

    Tanto è pura la sensazione di un colpo ben tirato… e poi per finire: sempre in linea, come la C invertita di Jeckny Claus… la forza e la potenza di un grandissimo poeta… Arnold Palmer e la sinfonia incompiuta di un uomo fallibile…

    Il punto è che ogni posizione di arrivo è unica.

    Ecco che cos’è il golf

    si tratta di avere il controllo della propria vita e… lasciarsi andare al tempo stesso!

     

     

     

     

     

    Bibliografia

     

     

     

    H. Erikson, "La mia voce ti accompagnerà", Astrolabio

    H. Erikson-L. Rossi, Ipnoterapia, Astrolabio

    Antonelli e Salvini, Psicologia dello sport, Edilombardo

    Tamorri, Neuroscienze e sport, UTET

    Robazza-Bartoli, La preparazione mentale nello sport, Pozzi

    The Academy of Golf at PGA National

    Total Gol

    Golf. The Rind Gare

    Lucas D., Minds Eye Golf is Golf: Targettin and Aiming, ed. Oregon

     

     

    Riviste:

    Mondo del Golf, ottobre-novembre ’99

    Golf Italiano, gennaio 2000

    Golf turismo, gennaio 2000

     

    INDICE

     

    Premessa

     

    Golf

     

    Abilità mentale

     

    Preparazione mentale

     

    Ipnosi e Sport

     

    Mentalità vincente - Il campione

     

    La Monoidea vincente

     

    Esercitazioni

     

     
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