DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT
ISTITUTO SUPERIORE DI EDUCAZIONE FISICA – TORINO
SCUOLA UNIVERSITARIA INTERFACOLTA’ SCIENZE MOTORIE –
TORINO
TESI
CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN PSICOLOGIA DELLO SPORT
DAL CERVELLO AL BIOFEEDBACK:
UN AFFASCINANTE VIAGGIO TRA CORPO E MENTE INSEGUENDO
LA MIA MONOIDEA
CANDIDATA: Prof.ssa PAOLA SACCHETTINO
RELATORI:
dott. Marco CHISOTTI
dott. Giuseppe VERCELLI
ANNO ACCADEMICO 2000/2001
RIASSUNTO
In questo lavoro mi occuperò dell’essere umano come unità psico –
fisica, cercando di scoprire in che modo la giusta interazione corpo – mente
può portare al benessere psicofisico e alla guarigione dalle malattie.
Analizzerò l’anatomia e la fisiologia del cervello, in particolare del
sistema limbico – ipotalamico e del sistema attivatore reticolare (SAR),
all’interno dei quali si suppone esserci la “sede fisica” della mente.
Esaminerò, inoltre, i presupposti su cui si fonda la Psicologia dello
sport, oggetto del mio corso di studi, per passare alla storia ed alle teorie
fondamentali dell’ipnosi, il mezzo più efficace per raggiungere il più adatto
stato mentale per ottenere successo nella vita e nello sport.
Infine mi occuperò del biofeedback, utile strumento per combattere lo
stress ed ottenere un rilassamento totale.
ABSTRACT
“FROM BRAIN TO BIOFEEDBACK: A CHARMING JOURNEY
IN
BETWEEN BODY AND MIND, FOLLOWING MY MONOIDEA”.
My work deals with the human
being as a psychophysical unit, trying to show in which way the right body -
mind interaction is able to give a psychophysical wellbeing and to make a
recovery from diseases.
I analyse the anatomy and
physiology of the brain, in particular of the limbic - hypothalamic system,
whose inside is thought to be the "physical seat” of the mind.
Moreover, I take into
account the assumptions on which the Sport Psychology is founded, subject -
matter of my course of studies, to treat the history and the fundamental
theories of hypnosis which is the most effective way to reach the best mental
state to obtain success in life and sport.
In the end, I deal with
biofeedback, as a practical instrument to win stress and obtain an absolute
relaxation.
PREMESSA
“Noi esseri umani conosciamo il mondo tramite
i messaggi trasmessi dai nostri sensi al nostro cervello. Il mondo è presente
all’interno della nostra mente, la quale è all’interno del nostro mondo”.
Edgar Morin
Questa frase di Morin contiene tutto quello
che avrei voluto dire per presentare il mio lavoro.
La domanda: “Il cervello è la mente?”
potrebbe restare senza risposta per sempre.
In anni recenti le neuroscienze hanno
compiuto progressi notevolissimi. Sulla base delle conoscenze attuali i
neuroscienziati hanno cominciato a sospettare che la nostra stessa Umanità
potrebbe essere definita un giorno dalle attività chimiche ed elettriche che si
svolgono nel nostro cervello.
La mente, il libero arbitrio, la creatività,
testimoniano la presenza di qualcosa di più della “massa grinzosa” di cellule
che abbiamo nel cervello.
Al nostro cervello dobbiamo anche gli impulsi
più primitivi, gli ideali più elevati, il modo in cui pensiamo e agiamo.
Mente e corpo, quindi, sono due unità
inscindibili, imprescindibili e interdipendenti che non avrebbero ragione di
esistere l’una senza l’altra; non sono che due aspetti di uno stesso sistema
d’informazione.
Questo è in sintesi il perché del mio lavoro.
La mente umana mi ha sempre affascinata, non di meno il dualismo mente – corpo.
Così ho deciso di avventurarmi in un non
facile percorso.
Partendo dall’anatomia del cervello e
passando per l’organizzazione anatomo - funzionale del SNC, cercherò di
scoprire a che cosa serve il cervello e quale sia la sua struttura.
Analizzerò il sistema limbico – ipotalamico
in quanto zona del cervello probabile “sede della mente”: controlla
l’affettività, le risposte vegetative indotte dalle emozioni, il tono
dell’umore e la percezione delle sensazioni piacevoli o dolorose.
Tale sistema accoglie in sé anche le
connessioni nervose del sistema reticolare attivatore ascendente (SAR). Il suo livello
di attività gioca un ruolo importante nella traduzione mente – corpo
dell’informazione.
A questo punto non potrò evitare di toccare,
anche se in maniera molto superficiale, la cibernetica, scienza
interdisciplinare che studia il funzionamento e le relazioni di qualsiasi
sistema dinamico semplice o complesso, prodotto dalla natura o dall’uomo.
Per quanto riguarda la psicologia, essa entra
in relazione con la cibernetica nel momento in cui si occupa dei processi
psicofisici di ricezione, analisi ed elaborazione dell’informazione.
Proseguendo nel mio cammino esaminerò la
psicologia dello sport e i suoi presupposti, poiché essa è l’oggetto di studio
del corso che mi accingo a terminare.
L’atleta, nelle sue prestazioni, usa mente e
corpo e, più stretto è il legame tra le due, più facilmente potrà giungere alla
vittoria.
La psicologia dello sport, con le sue
tecniche e con la creazione di uno stato mentale adeguato al risultato che si
vuole ottenere, è il mezzo più immediato di cui l’atleta si può avvalere per
raggiungere il proprio miglior stato mentale. Questa possibilità gli è data,
nelle situazioni di grosso impegno fisico, accanto alle sue doti naturali e al
livello di allenamento che ha raggiunto, dalle sue capacità prettamente
psicologiche, quale il potenziale mentale che è in grado di esprimere accedendo
allo stato di trance ipnotica.
E così la storia dell’ipnosi, le sue origini,
i suoi sviluppi e i grandi pregiudizi che da sempre la maggior parte delle
persone nutrono nei suoi confronti. Pregiudizi assurdi, senza senso, perché la
trance ipnotica non è ricevuta passivamente né attraverso i sensi, né grazie
alla comunicazione. E’ attivamente costruita dal soggetto cosciente.
Ma quando il soggetto non è “cosciente”,
quando in lui uno stimolo esterno, valutato a livello cognitivo con la
possibilità di attribuirgli un significato di “minaccia”, si attivano in lui
quei meccanismi biologici collegati allo stato di funzionalità che, in questo
caso, viene a mancare attivando nel soggetto uno stato di ansia o di stress.
L’uso di tecniche di autocontrollo in grado
di fornire all’atleta uno strumento per autoregolare la risposta allo stress è
molto importante.
Accanto all’ipnosi e alle varie tecniche di
rilassamento quali il training autogeno, le tecniche respiratorie, le tecniche
meditative, ecc, si affianca il biofeedback, una tecnica che sfrutta le
possibilità di apprendere ed autocontrollare volontariamente determinate
funzioni fisiologiche, per mezzo di apparecchiature elettroniche in grado di
rilevare nel soggetto una “funzione biologica”, monitorarla e progressivamente
migliorarla, fino a raggiungere una capacità di autocontrollo precedentemente
non posseduta.
Ed ora cominciamo: il cervello, com’è fatto e
come lavora.
1 - ELEMENTI DI
NEUROANATOMIA, NEUROFISIOLOGIA E NEUROPSICOLOGIA: IL CERVELLO
Il SNC prende origine da un foglietto di tessuto, il disco neurale, sulla superficie superiore dell'embrione (Fig. A). I settori
laterali del disco neurale si ispessiscono come due onde che sono denominate creste o pieghe neurali, che confluiscono nell'asse mediale,
dove formano il tubo neurale (Fig. B). La porzione cefalica del tubo neurale si
sviluppa nell'encefalo, e la porzione caudale nel midollo spinale. Le cellule della cresta neurale si separano dallecreste stesse e
danno origine al sistema nervoso periferico.
La porzione del tubo neurale che diventerà l'encefalo
forma una serie di tasche. La serie di tasche dà origine alle varie parti
dell'encefalo adulto, e le loro cavità si trasformano in ventricoli contenenti il liquido cerebrospinale. I ventricoli sono in
comunicazione con il canale centrale del midollo spinale, anch'esso derivante
dalla cavità centrale del tubo scusate. Il tubo neurale subisce inoltre delle
Pressioni, che fanno sì che l'encefalo sia orientato a circa 90° rispetto al
midollo spinale.
Nell'embrione in fase iniziale si possono distinguere
tre regioni principali dell'encefalo, il proencefalo, il mesencefalo e il
romboencefalo. Nell'arco di breve tempo il proencefalo si trasforma nel
telencefalo, che diverrà il cervello propriamente detto, e il diencefalo. Il mesencefalo rimane una struttura a sé, ma il romboencefalo si divide in metencefalo, che a sua volta si dividerà in ponte e cervelletto, e in mielencefalo che diverrà il midollo allungato.

Fig. A. Embrione ai primi stadi. Fig. B. Embrione negli stadi
successivi.

Fig. C. Cervello adulto.
Il sistema nervoso (SN) svolge un ruolo centrale nel
funzionamento degli organismi animali.
La sua
importanza risulta ancora più evidente considerando che le specifiche attività
psichiche che caratterizzano gli esseri umani appaiono correlate al maggior
sviluppo del cervello nell'uomo rispetto a quello degli animali.

Confronto del cervello
umano con quello di altri animali
1.2 L’organizzazione anatomo funzionale del sistema nervoso centrale
Il sistema nervoso centrale (SNC) è costituito
dall'encefalo e dal midollo spinale.
L'encefalo è la parte del SNC contenuta nella cavità
cranica; in esso possono distinguersi diverse porzioni: il cervello, il
diencefalo, il tronco encefalico, il cervelletto.
Il cervello, denominato anche telencefalo,
rappresenta la porzione più voluminosa dell'encefalo. E’ costituito da due
grandi masse bilaterali, gli emisferi cerebrali, connesse tra loro da un
insieme di fibre che si organizzano principalmente in due formazioni: il corpo
calloso e la commissura anteriore.
Queste formazioni garantiscono un continuo scambio di
segnali tra i due emisferi: infatti, allorché per qualche ragione sono
interrotte, i due emisferi prendono a funzionare indipendentemente l'uno
dall'altro, come entità separate. Sulla superficie degli emisferi cerebrali si
osserva una serie di solchi delimitanti dei rilievi, le circonvoluzioni
cerebrali. Questo tipo di organizzazione ha il vantaggio di triplicare l'area
della corteccia cerebrale rispetto a quella che si avrebbe se la superficie
fosse liscia. Alcuni solchi più ampi e profondi, denominati scissure, separano
tra loro porzioni relativamente estese degli emisferi, che prendono il nome di
lobi. La struttura interna del cervello presenta aree di colore grigio, la
sostanza grigia, e aree di colore bianco, che costituiscono invece la sostanza
bianca.
All'interno degli emisferi cerebrali, la stanza
grigia costituisce diverse aree ben individuabili, dette nuclei. Tra i nuclei
sono compresi i gangli della base, che fanno parte del cervello, e il talamo,
che appartiene invece al diencefalo.
I principali gangli della base (nucleo caudato
putamen e globo pallido) hanno strette connessioni anatomiche e funzionali con
altri due nuclei sottocorticali: il nucleo subtalamico, appartenente al
diencefalo, e la substantia nigra, situata nella porzione più alta del tronco
encefalico.
Tutti
questi nuclei partecipano al controllo del movimento insieme al cervelletto, al
sistema cortico - spinale e ai nuclei motori del tronco encefalico. I gangli
della base ricevono segnali soprattutto dalla corteccia, dal talamo e dalla
substantia nigra e ne inviano principalmente alla corteccia attraverso il
talamo. Sempre a livello dell'encefalo, la sostanza bianca forma il centro
degli emisferi cerebrali (il
cosiddetto centro semiovale) ed è costituita da tre tipi di fibre: fibre di
proiezione, che trasportano impulsi dalla corteccia a stazioni lontane oppure
da stazioni lontane alla corteccia; fibre di associazione, che collegano varie
regioni corticali dello stesso emisfero; fibre commissurali, che collegano regioni
corticali corrispondenti dei due emisferi e che costituiscono il corpo calloso
e la commissura anteriore.

Il diencefalo (dal greco, letteralmente, in mezzo al
cervello) comprende un complesso di formazioni situate in profondità
nell'encefalo, tra gli emisferi cerebrali e il tronco cerebrale. Nel diencefalo
si distinguono il talamo, l'epitalamo, l'ipotalamo, il subtalamo.
La massa nucleare più ampia del subtalamo è
costituita dal nucleo subtalamico, che funziona in stretto rapporto con i
gangli della base.
La principale formazione dell'ipotalamo è costituita
dall'epifisi (o ghiandola pineale), che produce un ormone, la melatonina,
implicato in diversi processi tra i quali il controllo dei meccanismi
immunitari.
Il talamo costituisce una voluminosa struttura di
forma ovoidale, pari e simmetrica, situata ai due lati del III ventricolo,
proprio sopra il mesencefalo. In sostanza tutti i segnali provenienti dal
tronco encefalico e dal midollo spinale fanno stazione a livello del talamo
prima di essere inviati alla corteccia cerebrale. Arrivano al talamo, tra gli
altri, tutti i segnali della cosiddetta sensibilità somestesica (tatto, dolore,
pressione, temperatura, ecc.); i segnali visivi, provenienti dalla retina, che
poi andranno alla corteccia occipitale; i segnali uditivi, diretti poi alla
corteccia temporale; i segnali relativi all'equilibrio; i segnali gustativi e
olfattivi; i segnali per il controllo motorio provenienti da cervelletto,
mesencefalo e altre strutture e diretti alla corteccia motoria e ai gangli
della base.
Il talamo riveste, quindi, un ruolo chiave fornendo segnali
sensoriali alle aree primarie della corteccia cerebrale e le informazioni sui
movimenti in atto alle aree corticali.

Principali
aree funzionali della corteccia cerebrale.
L'ipotalamo è una formazione poco voluminosa, ma
formata da più nuclei, situata al di sotto del talamo. Pur essendo di
dimensioni minime, svolge molteplici azioni d'importanza fondamentale per
l'organismo. In primo luogo, è implicato nella conservazione dell'omeostasi
dell'organismo e in particolare della regolazione della temperatura corporea,
della concentrazione di elettroliti nel sangue, dell'assunzione di cibo e
liquidi, della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna.
Un'altra importante funzione dell'ipotalamo è il
controllo del sistema endocrino, essendo in stretto rapporto anatomico e
funzionale con l'ipofisi, cui è connesso dal peduncolo ipofisario.
L'ipotalamo controlla il sistema endocrino in due
modi: uno diretto, l'altro indiretto. Secondo la modalità diretta, gli ormoni
prodotti dai neuroni ipotalamici sono rilasciati direttamente a livello dei
vasi sanguigni della parete posteriore dell'ipofisi (neuroipofisi) e da qui
raggiungono il circolo sistemico. Sono secreti in questo modo ormoni quali
l'ossitocina, capace di indurre contrazione uterina ed eiezione del latte, e la
vasopressina, che svolge funzioni di vasocostrizione e riassorbimento idrico a
livello renale. Secondo la modalità indiretta, invece, l'ipotalamo rilascia
alcuni ormoni regolatori (con funzione stimolante o inibente) in un plesso
sanguigno locale (plesso portale). Da qui raggiungono, per via ematica, le cellule
endocrine dell'ipofisi anteriore (adenoipofisi). Queste ultime, a loro volta,
producono specifici ormoni che, liberati nel circolo sistemico, raggiungono le
ghiandole bersaglio.
I neuroni ipotalamici implicati nel controllo
endocrino appartengono a un tipo particolare di cellule, chiamate cellule
neuroendocrine. Come i neuroni, sono, infatti, capaci di ricevere e trasmettere
messaggi elettrici e nello stesso tempo, come le cellule endocrine, sono in
grado di rilasciare ormoni nel torrente circolatorio.
Un'ultima importante funzione dell'ipotalamo è
connessa al comportamento emozionale. L'ipotalamo, infatti, grazie alle sue
connessioni funzionali con il sistema limbico, integra e coordina l'espressione
comportamentale degli stati emotivi.

Disposizione del tronco encefalico rispetto alle altre principali parti
del SNC.
Il tronco encefalico costituisce la zona di transizione tra il
midollo spinale e il cervello. In esso si distinguono tre porzioni; dall'alto
in basso esse sono: il mesencefalo, il ponte e il bulbo.
Per il tronco encefalico transitano diversi fasci
nervosi: alcuni trasmettono segnali sensoriali provenienti dal midollo spinale
e destinati principalmente al talamo; altri, invece, trasmettono al midollo
segnali motori della corteccia cerebrale (fasci corticospinali). Il tronco
encefalico contiene, inoltre, i nuclei d'origine (motori, sensitivi e in parte
misti) delle dodici paia di nervi cranici, per la maggior parte implicati nel
controllo delle strutture del capo e del collo.
Le connessioni tra cervello e cervelletto e tra
quest'ultimo e il midollo spinale avvengono attraverso il tronco encefalico.
Esso contiene, infine, numerosi centri di notevole funzionale per la
regolazione di molteplici attività fisiologiche, tra le quali la respirazione,
la pressione arteriosa, il livello di vigilanza, il ciclo sonno-veglia.
Una delle strutture più importanti del tronco
encefalico è la formazione reticolare. Quasi tutti i neuroni che la compongono
hanno una rete diffusa di connessioni e una distribuzione dei loro assoni sia
in direzione rostrale che caudale.
La formazione reticolare assolve numerose funzioni.
In primo luogo appare implicata nell'induzione e nel mantenimento dello stato
di veglia. Infatti, una stimolazione elettrica diffusa della formazione
reticolare a livello mesencefalico e pontino provoca un'immediata attivazione
della corteccia cerebrale, tale da causare il risveglio istantaneo. Inoltre,
tramite vie discendenti dirette al midollo spinale, da un lato concorre a
controllare il tono muscolare, dall'altro modula le sensazioni dolorose
regolando il flusso di informazioni nocicettive in arrivo dalla periferia.
Infine, la formazione reticolare è implicata nella regolazione dei movimenti
respiratori e dell'attività cardiaca.
All'interno della formazione reticolare sono stati
individuati alcuni raggruppamenti neuronali specifici:
1)
il nucleo gigantocellulare: è uno dei componenti principali del sistema
reticolare attivatore; i suoi neuroni liberano acetilcolina come trasmettitore
eccitatorio;
2)
la substantia nigra: è situata nel mesencefalo; invia i suoi assoni, che
liberano dopamina, a livello dei gangli della base, in associazione con i quali
opera per il controllo del movimento; altri raggruppamenti di neuroni
dopaminergici inviano le loro terminazioni a livello della corteccia frontale e
di diverse strutture del sistema limbico;
3)
i nuclei del rafe: sono situati in corrispondenza della linea mediana a
livello del bulbo e della porzione inferiore del ponte; inviano fibre al
diencefalo e al midollo spinale. Alcuni di questi neuroni contengono solo
serotonina, altri contengono anche un neuropeptide;
4)
il locus coeruleus: è costituito da neuroni che liberano noradrenalina a
livello di diverse strutture del diencefalo e del cervello. Inviano assoni
anche alla corteccia del cervelletto.
Il cervelletto è una formazione situata inferiormente
al lobo occipitale del cervello e posteriormente al tronco encefalico, cui è
connesso dai tre cosiddetti peduncoli cerebellari. Morfologicamente è
costituito da una porzione mediana, detta verme, e da due emisferi cerebellari,
ciascuno dei quali può essere diviso in una zona intermedia e in una zona
laterale. Due profonde scissure, presenti sulla superficie cerebellare,
consentono di individuare tre lobi: anteriore, posteriore e flocculonodulare.
La struttura interna del cervelletto, come quella del
cervello, è costituita dalla corteccia cerebellare, dalla sostanza bianca
sottocorticale (composta di fibre) e infine da alcuni nuclei profondi: nucleo
del tetto, nucleo globoso, nucleo emboliforme e nucleo dentato.
Il cervelletto è connesso in entrata sia con
l'encefalo (corteccia motoria, formazione
reticolare, nuclei vestibolari) che con la
periferia, da cui
riceve informazioni circa l’esecuzione del movimento in corso; in uscita
è collegato con il tronco encefalico e, tramite il talamo, con la corteccia
cerebrale.
Grazie alle molteplici connessioni il cervelletto svolge diverse
funzioni. La zona laterale dell'emisfero cerebellare svolge un ruolo
fondamentale nel controllo della coordinazione motoria, determinando la
sequenza temporale di contrazione dei differenti muscoli durante l'attuazione
dei movimenti complessi. La zona intermedia, invece, è implicata nella
regolazione dell'attività dei muscoli agonisti e antagonisti dei segmenti
distali degli arti nel corso di prestazioni motorie fini. Il verme opera
principalmente in associazione con il tronco encefalico e il midollo spinale
per coordinare i movimenti stereotipati e subcoscienti. Il lobo
flocculonodulare, infine, lavora in stretta associazione con l'apparato
vestibolare nel controllo dell'equilibrio e della postura.

Veduta laterale
del cervelletto.
Tutti sappiamo che, in assenza di attività cerebrale,
ciascuno di noi è morto. Il cervello è, dunque, l'elemento essenziale della nostra
esistenza. Noi siamo il nostro cervello.
Ma qual è la storia naturale del cervello? Come è
diventato ciò che è?
La biologia ci insegna che i soli organismi viventi
che hanno sviluppato un cervello sono quelli dotati di attività motoria.
Perfino il verme più semplice, o l'invertebrato marino più primitivo, ha un
sistema nervoso. D'altro canto, le piante non hanno sistema nervoso. E,
infatti, le piante non hanno neppure attività motoria.
C'è bisogno di un cervello per muoversi attivamente,
perché noi siamo costretti a spostarci all'interno di una rappresentazione del
mondo esteriore. Non possiamo andare alla cieca, sarebbe troppo pericoloso!
Occorre avere un'idea di quello che c'è nell'ambiente. Il cervello, quindi, si
è sviluppato per consentire agli animali di muoversi.
La struttura del cervello dei vertebrati è lo stesso
per tutti. Tutti noi abbiamo un midollo spinale, e tutti noi abbiamo dei nervi
per attivare i muscoli e degli altri nervi per trasmettere le sensazioni. I vertebrati superiori hanno, oltre al
tatto, il senso della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto. Questi
sistemi sono tutti molto simili.
Il problema centrale del funzionamento del cervello è
come facciamo a raccogliere tutti questi frammenti della realtà, il colore
delle cose, la loro forma, le sensazioni che esse ci danno, i suoni che
emettono, per generare un'unica immagine a partire da tutti questi elementi.
Alcune parti del sistema analizzano il colore, altre
analizzano il movimento, e altre ancora analizzano il peso o la sensazione
tattile.
Come sono integrate tutte queste sensazioni in
un'unica immagine della realtà, come facciamo a costruire un evento cognitivo
unico, è un problema, perché quando si esamina il cervello si scopre che i
diversi sistemi sensoriali sono situati in aree differenti del cervello. Ecco,
dunque, quello che abbiamo nella nostra testa. Se lo apriamo, vediamo le
diverse regioni. La parte posteriore è dedicata all'elaborazione degli stimoli
visivi. Analizzando un occhio si può osservare che si collega alla parte
posteriore dell'altro emisfero e anche l'udito è elaborato in questa parte del
cervello.
Il problema sta nella grande distanza che separa le
varie regioni cerebrali tra loro. Questa distanza è enorme, rispetto alle
minuscole dimensioni di un neurone.
Dall'occhio il nervo ottico si dirige per prima cosa
verso un centro, chiamato talamo; quindi, dal talamo, le fibre ottiche
raggiungono la corteccia visiva. Analogamente per l'orecchio, il segnale
uditivo passa per prima cosa attraverso il talamo e quindi raggiunge la
corteccia uditiva.
Una cosa interessante a questo proposito è che la
distanza fra talamo e corteccia visiva, fra talamo e corteccia uditiva, fra
talamo e corteccia somato - sensoriale (quella responsabile della sensazione
tattile della mano) è la stessa in tutti e tre i casi. Quindi è possibile che
uno stesso evento attivi simultaneamente queste tre regioni corticali.
Ciò permette anche di immaginare un processo di
collegamento delle sensazioni che sia temporale piuttosto che spaziale, poiché
le informazioni situate in diverse aree sensoriali della corteccia possono
arrivare simultaneamente al talamo.
Se io sento, ascolto e vedo una cosa simultaneamente,
la percepisco come un unico oggetto.
E' dunque importante capire che cosa rende possibile
questa simultaneità di ritorno delle sensazioni verso il talamo. Come può
l'attività dei neuroni essere più o meno sincronizzata?
Se prendiamo in considerazione il talamo e una parte
della corteccia troviamo dei neuroni, che hanno un corpo cellulare, un assone e
dei dendriti. Se con un elettrodo misuriamo l'attività elettrica dei neuroni de
talamo, osserviamo che essi scaricano regolarmente a una frequenza variabile
secondo il nostro stato di coscienza. Ad esempio, quando questi neuroni scaricano
a una frequenza di 2 Hz, ossia a 2 cicli al secondo, noi siamo addormentati,
non siamo coscienti.
Quando torniamo coscienti, la frequenza con cui i
neuroni del talamo scaricano aumenta fino a 40 Hz, cioè a un ritmo di 40 cicli
al secondo. Ciò significa che questi neuroni scaricano tutti alla stessa
frequenza e quindi in modo sincrono.
Che cosa succede allora? Ogni neurone è collegato a
una regione corticale, e ne attiva ognuno a una frequenza di 40 Hz. In questo
modo, le due regioni corticali diventano coordinate nel tempo, cioè i loro
neuroni scaricano simultaneamente a una frequenza di 40 Hz. In queste
condizioni, collegare le diverse sensazioni consiste nell'individuare i neuroni
delle aree corticali che scaricano simultaneamente. E’, quindi, molto facile
per il nostro cervello riconoscere le aree corticali sincrone, ed è proprio
questa sincronizzazione temporale a produrre la percezione. E' come ciò che
accade quando si suonano due note molto distanti l'una dall'altra sulla
tastiera del pianoforte: se le si suona insieme, si riesce comunque a produrre
un effetto unitario, anche se i tasti sulla tastiera e le corde corrispondenti
nel pianoforte sono fisicamente distanti. E' la sincronizzazione a produrre la
coerenza.
Esaminiamo il funzionamento del sistema
talamo-corticale, corteccia. Il talamo è composto da due zone: se guardiamo il
talamo lateralmente, vediamo che c'è una regione centrale, detta
"non-specifica", e una regione periferica, detta
"specifica".
Il sistema non-specifico riceve gli stimoli provenienti
dal tronco cerebrale, che controlla il sonno, in generale le funzioni corporee,
i nostri impulsi e probabilmente anche la nostra capacità di attenzione. Il
sistema non-specifico ha, dunque, funzioni rivolte verso l'interno. E' il
sentire del nostro corpo.
Il sistema specifico guarda, invece, al mondo esterno
e riceve dei segnali grezzi dall'occhio, dall'orecchio, dalla mano e dalle
altre periferiche sensoriali.
Quindi il movimento di "avanti - e -
indietro" tra il talamo e la corteccia è causato dalla combinazione delle
attività specifiche e non-specifiche.
Se subiamo un danno a livello del talamo specifico
coinvolto nella visione, diventiamo ciechi, ma non sordi, perché solo una parte
del cervello è danneggiata: quella che va dal talamo alla corteccia visiva.
Analogamente, se abbiamo una lesione nella regione che collega il talamo alla
corteccia uditiva, non possiamo più sentire, ma continuiamo a vedere. Vi è,
dunque, una separazione tra le sensazioni. La sensazione visiva corrisponde a
una parte del talamo e a una regione della corteccia, la sensazione uditiva
corrisponde a un'altra parte del talamo e a un'altra regione della corteccia.
Al contrario, se subiamo un danno nel sistema
non-specifico, perdiamo in un colpo solo la vista, l'udito e il tatto. Il
sistema non-specifico è, quindi, indispensabile al buon funzionamento del
sistema specifico.
Per concludere, riprendiamo i due concetti
fondamentali: il sistema specifico rappresenta il contenuto del mondo, i
colori, le forme, i movimenti, i suoni. Il sistema non-specifico rappresenta,
invece, ciò che siamo, ciò che facciamo del contenuto, in altre parole è il
contesto. L'uno osserva il mondo, l'altro osserva noi stessi. Il dialogo fra il
contenuto e il contesto non è altro che la coscienza.
Come funziona l'onda? Noi vediamo il cervello e il
nucleo non-specifico. I suoi assoni invece di andare verso punti specifici
della corteccia, si irradiano in tutte le direzioni. E i suoi neuroni sono
organizzati in modo tale che ogni neurone ne attivi un'altro, che ne attiva a
sua volta un altro ancora e così via. Si forma, dunque, un circuito: 1°, 2°,
3°, 4°, 5°, 6°, 7°, 8°, 9°, il tutto in 12,5 millisecondi, poi si ricomincia.
L'onda si ripete regolarmente, e ogni volta tutto quello che nella corteccia oscilla
a 40 Hz lo si ritrova lì.
Ogni onda è un quanto di coscienza.
Pertanto l'idea è che quando inneschiamo un'onda,
otteniamo un'immagine, inneschiamo un'altra onda, otteniamo un'altra immagine,
innescate ancora un'onda, ottenete una terza immagine. La coscienza, la
cognizione, e così un insieme di immagini che si succedono le une alle altre
come in un film.
I sistemi specifico e non-specifico mettono in
comunicazione tutte le parti del cervello: dal talamo alla corteccia, dalla
corteccia al talamo, con un'onda ogni 12,5 millisecondi.
Possiamo chiederci quanti neuroni ci siano
approssimativamente all'interno del cervello. La risposta è 1010, o
10.000.000.000. E' un numero enorme! Eppure, questo sistema funziona come un
singolo evento funzionale: la coscienza.
Ci si può chiedere quanti neuroni siano dedicati alla
vista, all'udito o al tatto. In verità, molto pochi: la maggior parte dei
neuroni del cervello non si occupa del mondo esterno. Queste e altre
considerazioni ci fanno ritenere che il cervello sia, fondamentalmente, un
sistema chiuso.
E’ noto che i colori, in realtà, non esistono
indipendentemente da noi, ma sono l'interpretazione che il nostro cervello fa
di particolari informazioni provenienti dalla retina. Anche i suoni non
esistono, ma sono la nostra interpretazione delle vibrazioni dell'aria.
Analogamente, il tatto è qualcosa che noi produciamo in seguito alla
deformazione della pelle. Tutto questo ci dice che il nostro cervello è un
emulatore della realtà, qualcosa che si è evoluto nel tempo per
"imitare" ciò che esiste al di fuori di noi, o, in altre parole, per
costruire una storia. Ma gli elementi di questa storia esistono da prima della
nostra nascita, poiché nessuno ci insegna a vedere i colori, né a sentire il
dolore o le altre sensazioni. Queste facoltà nascono con noi, proprio come il
naso, le orecchie e il corpo. Noi siamo come una coscienza equipaggiata con un
sistema di sensazioni! Il nostro cervello è, dunque, un emulatore che genera
una realtà e che ne verifica l'affidabilità servendosi delle sensazioni.
La coscienza è un sogno limitato dalla realtà.
Esiste una qualche ragione inconfutabile per
sostenere che il cervello sia un sistema chiuso?
Sì, è il sogno.
La sola spiegazione plausibile è che il cervello sia
un sistema chiuso, la cui attività può produrre un'immagine anche in assenza di
informazioni provenienti dall'esterno.
A questa considerazione fa seguito un corollario
abbastanza sorprendente, e cioè che il cervello serva fondamentalmente per
sognare, e che noi possiamo sognare in due modi: quando dormiamo e abbiamo gli
occhi chiusi, il contenuto della nostra attività cognitiva dipende da ciò che è
presente nella nostra memoria e da quello che il sistema può inventare. Durante
la veglia, invece facciamo dei sogni il cui contenuto è governato dai sensi.
In altre parole, dobbiamo ridefinire il concetto di
sogno: il sogno è il meccanismo che genera le immagini nelle quali noi ci
muoviamo quando interagiamo con l'ambiente esterno. E' l'emulatore di una
realtà che può essere costruita a partire da ciò che proviene tanto
dall'interno, quanto dall'esterno del nostro cervello.
L'attività cognitiva è caratterizzata da
un'oscillazione a onda. Ciascuno stato di veglia, di sonno o di sogno è
caratterizzato da delle oscillazioni tipiche.
Quando un individuo è sveglio, si osserva che l'onda
a 40 Hz è riportata a zero da uno stimolo esterno. Ad esempio, uno schiocco
sonoro che arriva all'orecchio va ad attivare il talamo che, a sua volta,
attiva la corteccia e, se lo stimolo è sufficientemente forte, l'oscillazione è
riportata a zero. Questo è interessante, perché è un modo di caratterizzare lo
stato di veglia.
Durante il sonno, soprattutto durante la fase delta
che corrisponde al sonno più profondo, si osserva un tipo di onda molto lenta,
con una frequenza compresa fra 2 e 3 Hz. In questo stadio, qualunque sia lo
stimolo che arriva all'occhio o all'orecchio, il cervello non ne tiene conto.
Sebbene l'occhio e l'orecchio non dormano e continuino a funzionare, il cervello
è immerso nel sonno e le informazioni che arrivano al talamo non possono
rimettere l'onda a zero, non sono prese in considerazione. Il cervello non
presta loro attenzione.
Quando sogniamo, si osserva un'onda che si propaga
dalla regione anteriore a quella posteriore del cervello a frequenze molto
vicine a 40 Hz. Queste onde, tuttavia, non possono essere rimesse a zero dagli
stimoli provenienti dal mondo esterno. In altri termini, quello che accade
all'interno non può essere influenzato da uno stimolo esterno. Durante il sogno
il cervello si comporta come un sistema chiuso che non consente al mondo
esterno di modificarlo.

Il cervello è caratterizzato da una simmetria
bilaterale e dal fatto che è suddiviso in un certo numero di regioni
fondamentali, dotate di funzioni distinte.
C'è il midollo spinale, anch'esso simmetrico. Esso è
composto da nervi che trasportano le informazioni, al cervello e dal cervello,
attraverso le cellule nervose, unità fondamentali molto importanti.
Il midollo spinale è collegato ad una struttura
situata più in alto e chiamata tronco cerebrale. Il tronco cerebrale trasporta
l'informazione proveniente dal midollo spinale ai centri superiori del
cervello, in particolare ad un'area denominata talamo.
Il talamo è il principale centro di comunicazione fra
il midollo spinale e gli emisferi cerebrali, le strutture bilaterali situate
davanti al midollo spinale.
Sempre al di sopra del tronco cerebrale si trova una
struttura implicata nel coordinamento motorio, che si chiama cervelletto.
Queste diverse strutture contengono davvero in sé
tutti i meccanismi neurali necessari all'azione.
Il cervello non è una struttura tutta uniforme, ma è
anzi diviso primariamente in due parti simmetriche, gli emisferi destro e
sinistro, connessi da una lamina di fibre nervose, chiamata corpo calloso.
A loro volta i due emisferi sono entrambi suddivisi
in sotto-parti, denominate lobi: il lobo frontale, il lobo occipitale, il lobo
temporale e il lobo parietale.
Ciascuno di questi lobi ha una funzione differente.
Il lobo frontale, come oggi sappiamo, è associato alla pianificazione, alla strategia
e all'azione. Il lobo parietale è implicato nella sensibilità, e in particolare
nel tatto. Il lobo occipitale controlla la visione. Il lobo temporale si occupa
sia delle emozioni, sia di alcuni aspetti della memoria.
Una delle cose affascinanti della neurobiologia è
proprio il modo in cui si scopre la localizzazione di queste facoltà.
Ci sono voluti molti anni per comprendere che le
nostre facoltà sono localizzate in certe regioni specifiche del cervello. La
prima persona seria a tentare ciò fu lo scienziato viennese Franz Joseph Gall.
All'inizio del XIX secolo, attorno al 1800, egli fu il primo a cercare di
descrivere nei dettagli le suddivisioni del cervello, basandosi su un approccio
sperimentale che oggi si chiama frenologia.
Gall era rimasto colpito dal fatto che i tratti
intellettuali di certe persone sembrassero trovare una corrispondenza nella
forma del loro cranio.
Gall ha dato alle neuroscienze due contributi
straordinari, che esercitano ancora una grande influenza sulla ricerca attuale.
E' stato il primo ad affermare ciò che noi tutti pensiamo ancora oggi: che
tutti i processi mentali sono localizzati in aree diverse del cervello, e che
non c'è qualcosa di simile all'anima o allo spirito all'origine dell'attività
mentale, ma che tutta l'azione mentale ha una base biologica. La sua è stata la
prima concezione completamente materialistica delle funzioni mentali.
In secondo luogo Gall ha introdotto l'idea che le
funzioni sono localizzate. Egli ha proposto localizzazioni di funzioni
cerebrali in modo molto preciso, sostenendo che regioni specifiche
controllassero funzioni molto elaborate, come la riservatezza, l'amore
romantico, l'altruismo, la generosità eccetera, essendo ciascuna di esse
associata a una parte diversa del cervello. Aveva costruito una cartografia del
cervello nella quale le tendenze al possesso, a essere parsimoniosi o
risparmiatori, tutte questi attributi collegati all'accaparrare, fossero
raggruppati insieme, e che l'idealismo, l'esuberanza, la raffinatezza e il
perfezionismo, tutti questi tratti di ordine superiore, fossero anch'essi
localizzati nel cervello.
Siamo rimasti fermi a questo stadio fino a circa il
1860, quando un grande neurologo francese, Paul Broca, riaprì la questione
della localizzazione nel contesto della neurologia del linguaggio.
Broca fece la seguente cosa: egli si imbatté in un
paziente con un insolito difetto di linguaggio. Questi problemi del linguaggio sono
chiamati afasie. Sono delle malattie neurologiche che riguardano
l'articolazione o l'espressione del linguaggio, generalmente dovute a incidenti
di tipo vascolare. Questo paziente comprendeva perfettamente il linguaggio, ma
era incapace di articolarlo, non riusciva a utilizzare il linguaggio per
esprimersi.
Quando questo paziente morì e fu sottoposto ad
autopsia, Broca trovò una lesione nel lobo frontale. In seguito Broca scoprì
altri sette pazienti con un difetto simile: tutti avevano difficoltà a esprimersi
con il linguaggio, ma tutti lo comprendevano perfettamente. Al loro decesso,
l'autopsia dimostrò che ciascuno di essi presentava la stessa identica lesione;
e che in ciascuno di essi la lesione era localizzata nell'emisfero sinistro del
cervello. Egli annunciò allora uno dei principi fondamentali delle
neuroscienze, e cioè che noi parliamo con il nostro emisfero sinistro. La
nostra capacità di esprimerci in modo preciso con il linguaggio è localizzata
nel cervello sinistro. "Area di Broca" è il nome col quale è tuttora
chiamata.
Qualche anno più tardi un neurologo tedesco, Karl
Wernicke, compì una seconda scoperta. Scoprì un paziente che presentava una
lesione dell'area parieto - temporale, proprio dove il lobo parietale incontra
quello temporale. Questo paziente aveva un difetto di linguaggio diverso da
quello di Broca: i pazienti di Broca capivano, ma non riuscivano a esprimersi.
Questo paziente, invece, era in grado di esprimersi, ma non capiva niente;
quindi quello che diceva aveva ben poco senso.
Al momento dell'autopsia, Wernicke scoprì due cose
interessanti: prima di tutto la lesione si trovava ancora una volta
nell'emisfero sinistro, come è indicato qui, a livello del lobo parieto -
temporale. Egli chiamò questa zona "area di Wernicke".
ll merito più grande di Wernicke, non si limita a
questa scoperta, ma al fatto di aver combinato le scoperte proprie e quelle di
Broca nello sviluppo di una teoria del linguaggio. La corteccia occipitale è il
luogo in cui l'informazione visiva entra nel cervello, mentre l'area temporale
è il luogo d'entrata dell'informazione uditiva. Quando si sente qualcuno
parlare, o quando si legge qualcosa, le informazioni entrano all'interno di
sistemi sensorali specifici e quindi sono portate nell'area di Wernicke, dove
sono tradotte in una sorta di codice neurale del linguaggio. Questo codice è
poi inviato all'area di Broca, attraverso una via nervosa nota come fascicolo
arcuato. Successivamente, nell'area di Broca, le informazioni sono tradotte in
linguaggio, che può poi essere articolato e pronunciato.
Wernicke ha, dunque, ripreso l'idea della
localizzazione delle funzioni e l'ha elaborata, in modo interessante e
sofisticato, sostenendo che una funzione complessa come il linguaggio non è
controllata da una sola regione, ma dalla combinazione di più regioni.
Assistiamo qui, per la prima volta, allo sviluppo dell'idea dell'elaborazione
distribuita e parallela, un'idea che oggi domina il campo delle neuroscienze
cognitive.
Nel cervello ci sono molti sistemi che interagiscono
gli uni con gli altri, al fine di produrre l'azione integrata della mente.
Questa va davvero considerata come la sfida più
importante della biologia. E' l'ultimo grande mistero: abbiamo una buona
conoscenza dello sviluppo, abbiamo una buona conoscenza del modo in cui
funzionano le cellule e dei sistemi di cellule. Quello che non capiamo ancora
sono i processi della mente.
La grande sfida della biologia del prossimo secolo
sarà proprio questa. Esattamente come la cosmologia si chiede quale sia la
struttura dell'universo, le neuroscienze cognitive si domandano quale sia la
struttura della mente.
2 -
IL SISTEMA LIMBICO - IPOTALAMICO
Il sistema
limbico è costituito in
parte di corteccia cerebrale e in parte di diencefalo. Il termine limbico non è
preciso ed è usato in modo diverso da diversi autori. Strutturalmente esso è
costituito da: (1) alcune aree corticali cerebrali, inclusa la circonvoluzione del cingolo localizzata nella superficie interna
della scissura interemisferica, appena sotto al corpo calloso, e l'ippocampo; (2) vari nuclei tra cui quelli
anteriori del talamo e i nuclei dell'abenula dell'epitalamo; (3)
parte dei gangli basali; (4) l'ipotalamo, in particolare i corpi mamillari; (5) la corteccia olfattoria e (6) le vie di connessione tra le
varie aree corticali e i gangli della base (come per esempio il fornice).
Sistema limbico
dell’emisfero destro in sezione sagittale
Il sistema limbico controlla l'affettività, le risposte
vegetative indotte dalle emozioni, il tono dell'umore e la percezione delle
sensazioni piacevoli o dolorose.
Per il sistema limbico le afferenze più importanti
sono quelle olfattorie. L'odore del cibo stimola il centro della fame
nell'ipotalamo. Nei cani, nei gatti e in altre specie animali la percezione
olfattoria dei feromoni, che sono delle molecole rilasciate nell'aria,
ha un’importanza fondamentale nella riproduzione poiché determina l'attrazione
tra specie analoghe, ma di sesso differente.
Lesioni del sistema limbico possono provocare
appetito vorace (bulimia), disinibizione sessuale, eccessiva docilità nei confronti
di stimoli ambientali che richiederebbero uno stato d'allerta o di difesa.
Poiché l'ippocampo è parte del lobo temporale, una sua lesione determina un
danno della memoria. L'ippocampo e la corteccia circostante sono fondamentali
nel passaggio dell'informazione dalla memoria a breve a quella a lungo termine:
la porzione di corteccia immediatamente circostante l'ippocampo è costituita da
quelle cellule che subiscono una trasformazione della loro fisionomia calcio indotta,
per rinforzare la traccia mnestica.
L'ipotalamo è la porzione inferiore del diencefalo e contiene numerosi
piccoli nuclei e tratti nervosi. Il nucleo più importante è quello dei corpi mamillari, due rigonfiamenti siti ventralmente
al diencefalo. Essi sono coinvolti nei riflessi olfattori e nelle reazioni
emozionali in risposta a stimoli olfattivi. Un gambo imbutiforme, l'infundibolo, si estende dal pavimento
dell'ipotalamo, connettendosi con la ghiandola
ipofisaria posteriore o neuroipofisi. L'ipotalamo ha un ruolo importante nel controllo del sistema
endocrino poiché regola la secrezione ormonale dell'ipofisi che modula funzioni
come il metabolismo, la riproduzione, le risposte allo stress e la diuresi.
Fibre afferenti che terminano nell'ipotalamo conducono stimoli provenienti da:
(1) organi; (2) recettori gustativi della lingua; (3) sistema limbico
(coinvolto nell'olfatto); (4) particolari aree cutanee come i capezzoli e i
genitali esterni; (5) corteccia prefrontale che conduce, attraverso il talamo,
informazioni inerenti il tono dell'umore. Fibre efferenti si estendono
dall'ipotalamo al tronco cerebrale e al midollo spinale dove entrano in
contatto sinaptico con i neuroni vegetativi. Altre fibre si estendono
attraverso l'infundibolo alla porzione posteriore dell'ipofisi; alcune giungono
ai nuclei trigeminali e facciali per contribuire al controllo della muscolatura
della deglutizione e altre ai motoneuroni spinali per stimolare il riflesso del
brivido.

Diencefalo. A Visione generale della metà
destra di encefalica in sezione sagittale.
B Talamo e
i suoi nuclei. C Ipotalamo con i suoi nuclei e metà destra dell’ipofisi.
L'ipotalamo ha una grande importanza in numerose
funzioni, ognuna delle quali ha relazioni con le emozioni e con il tono
dell'umore. Sono correlate a funzioni dell'ipotalamo sensazioni quali il
piacere sessuale, il benessere dopo un pasto, la rabbia e la paura.
L'ipotalamo è situato proprio al centro del sistema
limbico. Esso ha anche delle vie di comunicazione con tutti i livelli di questo
sistema. A sua volta, l'ipotalamo e le strutture ad esso strettamente
collegate, come il setto e i corpi mammillari, inviano segnali di output in due
direzioni: (1) verso il basso, attraverso il tronco cerebrale, principalmente
nella formazione reticolare del mesencefalo, del ponte e del midollo, e (2)
verso l'alto, in direzione di molte aree del cervello, specialmente del talamo
anteriore e della corteccia libica. Inoltre, l'ipotalamo influisce
indirettamente, in modo molto spettacolare, sulla funzione della corteccia
cerebrale attraverso l'attivazione o l'inibizione del sistema reticolare
attivatore ascendente che ha origine nel tronco cerebrale.
L'ipotalamo è dunque il maggior canale di output del
sistema limbico. Esso integra le funzioni sensoriali -percettive, emotive e
cognitive della mente con la biologia dell'organismo. Poiché il sistema limbico
-ipotalamico si trova in un processo di stati psiconeuro - fisiologici in costante
cambiamento, ogni apprendimento associato con esso è di necessità stato -
dipendente.
FUNZIONE
DESCRIZIONE
Vegetativa Contribuisce al
controllo della frequenza cardiaca,
allo svuotamento della vescica, alla progressione
del
cibo nel tubo digerente e alla regolazione del
diametro dei vasi sanguigni.
Endocrina Contribuisce
alla regolazione delle secrezioni
dell’ipofisi, influenzando il metabolismo, l’equilibrio
ionico, la pubertà e le funzioni sessuali.
Controllo muscolare Controlla i muscoli della
deglutizione e stimola il
brivido in alcuni muscoli.
Termoregolazione Controlla la perdita di
calore quando la temperatura
dell’ipotalamo aumenta, aumentando la sudorazione
(ipotalamo anteriore). Viceversa, quando la
temperatura ipotalamica scende, controlla la
produzione di calore, provocando i brividi (ipotalamo
posteriore).
Regolazione dell’assunzione Sono presenti centri per la fame, la
sazietà e per
di cibo e di liquidi la sete.
Emozioni Regola un’ampia gamma di
influenze emozionali sulle
funzioni corporee; è direttamente coinvolto nelle
malattie psicosomatiche e
correlate allo stress e nelle
sensazioni di rabbia e paura.
Regolazione del ciclo Coordina le risposte del ciclo
sonno/veglia con altre
sonno/veglia aree dell’encefalo
(p.es. il sistema di attivazione
reticolare
– SAR)
2.1c L’ipotalamo e il sistema nervoso autonomo
L'ipotalamo è stato chiamato il ganglio " a capo
" del sistema nervoso autonomo perché è il principale integratore dei
sistemi regolatori fondamentali dell'organismo (fame, sete, sesso, temperatura,
ritmo cardiaco, pressione arteriosa, ecc.). Ciò è di capitale importanza perché
il sistema nervoso autonomo è stato tradizionalmente considerato come il mezzo
principale tramite il quale l'ipnosi terapeutica conseguiva i suoi effetti
biologici. Il sistema autonomo è costituito, esso stesso, da due rami: (1) il sistema
del gran simpatico che è implicato nella reazione di potenziamento o di
allarme attraverso la quale sono stimolati il ritmo cardiaco, la pressione
sanguigna, la respirazione, ecc., e (2) il sistema parasimpatico, per
mezzo del quale le medesime funzioni stesse sono rilassate. Recentemente alcuni
ricercatori hanno incluso il sistema enterico (che è interessato innanzi
tutto alla regolazione interna dello stomaco, dell'intestino, ecc.) come un terzo
ramo del sistema nervoso autonomo. Il sistema enterico, tuttavia, svolge
generalmente le sue funzioni in modo semi - indipendente dal sistema
autonomo.Esso è regolato principalmente dalle molecole messaggere, scoperte
recentemente, del sistema neuropeptidico.
La maggior parte di noi conosce la pituitaria come la
"ghiandola maestra" del sistema endocrino che regola tutti gli altri
ormoni del corpo. L'ipotalamo, tuttavia, media l'informazione che governa anche
la Pituitaria. Quando, per esempio, una persona è colpita dal dolore, il talamo
serve da stazione di “relais” sensoriale che trasmette una porzione del segnale
direttamente all'ipotalamo anche prima che il dolore sia avvertito a livello di
coscienza. Ciò è vero ugualmente per tutte le altre sensazioni, con l'eccezione
dei segnali olfattivi che sono trasmessi all'ipotalamo tramite l'amigdala.
Anche le
concentrazioni nel sangue e nel fluido cerebrospinale di sostanze nutritive,
elettroliti, acqua, neurotrasmettitori e ormoni possono stimolare o inibire i
vari centri di controllo a feedback dell'ipotalamo che regolano le strutture
interne dell'organismo o direttamente o tramite la pituitaria. Ma il regno
della "mente " dall'altro lato del confine limbico, può esercitare la
sua influenza sull'ipotalamo per mezzo di impulsi neurali della corteccia
cerebrale, eccitatori o inibitori, i quali si convertono in una funzione
regolatrice della pituitaria tramite i neuroni specializzati dell'ipotalamo.
Qualunque cosa possa essere la mente, si ha il
sospetto abbastanza fondato che essa sia intimamente associata con l'attività
delle 2.100.000.000.000.000 di connessioni che esistono tra le
cellule nervose del cervello. Ciò
significa che ci sono più stati mentali possibili nel cervello di ogni
individuo che non atomi nell'universo conosciuto.
Qualunque cosa possa essere il corpo, la maggior parte di
noi lo riconosce fondamentalmente come carne, sangue, ghiandole, ossa e
riconosce il modo in cui tutti questi tessuti sono regolati da ormoni e via
dicendo. Le due figure illustrano due tipi di cellule nervose nell'ipotalamo
che si sono specializzate diventando trasduttori mente - corpo. Esse ricevono
impulsi elettrici dalla mente (dalla corteccia cerebrale) su una delle
terminazioni proprio come qualunque cellula nervosa convenzionale del cervello;
sull'altra terminazione, però, liberano un " fattore di emissione ",
o ormone per regolare alcuni tessuti dell’organismo.
Connessioni
mente - corpo dei
centri superiori della
mente all’ipotalamo,
alla pituitaria anteriore
e posteriore e al
resto
del corpo
La trasduzione, da parte di questi neuroni nell'ipotalamo, dell'informazione
neurale della mente nelle molecole messaggere del corpo è chiamata
neurosecrezione ed è il concetto centrale della moderna neuroendocrinologia.
L'esistenza di tali trasduttori neuroendocrini dell'informazione è il motivo
fondamentale che giustifica la concettualizzazione del nuovo campo della
psicobiologia come una branca della teoria dell'informazione. E’ l’illuminante
intuizione chiave che unisce biologia e psicologia entro il quadro unitario
della teoria dell'informazione in una maniera che fa della comunicazione mente
- corpo e della guarigione psicofisica una scienza empirica.
La funzione regolatrice dell'ipotalamo, riconosciuta
più recentemente, consiste nella sua influenza sul sistema immunitario. La
conoscenza di questa modulazione centrale del sistema immunitario è ancora
tanto recente che non è stata fino ad ora inclusa nei testi standard di
psicofisiologia e di medicina. Tuttavia, i lavori pionieristici di Ader (1981)
e di Stein, Schleifer e Keller, hanno cominciato a scoprire gli effettivi
meccanismi psicofisiologici per mezzo dei quali l'ipotalamo può modificare
l'attività immunitaria sia cellulare sia umorale nei suoi nuclei anteriori e
posteriori.
I neuropeptidi sono le molecole messaggere che si
formano quando l'informazione viene trasdotta da impulsi neurali della mente in
ormoni del corpo (processo chiamato “trasduzione neuroendocrina
dell'informazione”). Il concetto di sistema neuropeptidico di comunicazione
mente - corpo è così recente che gran parte della sua anatomia e del suo
funzionamento sono materia di studio e di ipotesi nell'ambito di un'avanguardia
relativamente piccola di ricercatori. Tuttavia è ben noto che l'ipotalamo è il
punto centrale dell'attività neuropeptidica. Sembra che questo sistema venga
come a sovrapporsi ai sistemi autonomo, endocrino e immunitario, nel senso che
tutti questi utilizzano evidentemente i neuropeptidi come “molecole messaggere”
per comunicare tra loro e all'interno della propria rete. Dato che queste
molecole messaggere viaggiano per tutto il corpo per tante vie diverse, il
sistema neuropeptidico presenta dei modelli di comunicazione incredibilmente
penetranti e flessibili. Il sistema neuropeptidico può essere dunque il canale
più poliedrico per la trasduzione dell'informazione e per l'espressione della
memoria e dell'apprendimento stato - dipendenti.
2.2
Il sistema limbico – ipotalamico:Il principale trasduttore psicofisico dell’informazione.
Il più importante sviluppo nella ricerca
psicofisica ha avuto inizio quando il giovane Hans Selye, infrangendo i
pregiudizi della medicina ufficiale del suo tempo, introdusse l'idea
psicologica di stress come un fattore degno di studio. La lunga ricerca di Selye
in quel campo mai studiato culminò in una teoria sul modo in cui lo stress
fisico o mentale viene trasdotto in " problemi psicosomatici "
tramite gli ormoni dell'asse ipotalamico – pituitario surrenale del
sistema endocrino.
Selye chiamò questo processo di trasduzione la
"sindrome generale di adattamento ".
Il suo lavoro era coerente
con la ricerca anatomica di Papez, il quale aveva dimostrato che l'esperienza
mentale viene trasdotta nelle tipiche risposte fisiologiche delle emozioni in
un circuito di strutture cerebrali che corrisponde a gran parte di ciò che oggi
è chiamato sistema libico – ipotalamico, che ha condotto a scoprire che “ le
cellule secretorie all'interno dell’ipotalamo” potevano funzionare come
trasduttori molecolari dell'informazione convertendo gli impulsi neurali, che
codificano la “mente” in molecole ormonali messaggere del sistema endocrino che
regolano il “corpo”. La conversione di questi segnali neuronali della mente in
molecole messaggere del corpo è stata chiamata " trasduzione neuro
endocrina ".
La conquista successiva
nella comprensione del ruolo del sistema limbico ipotalamico nel
mediare e modulare la comunicazione e il comportamento psicofisici è stata la
scoperta di centri di piacere (di ricompensa
e di dolore di punizione). Quando
degli elettrodi miniaturizzati sono accuratamente inseriti in certe aree
dell'ipotalamo (particolarmente, il fascio di nervi del proencefalo mediale e
i nuclei laterali ventromediali) gli animali sperimentali arrivano a premere
fino a15.000 volte all'ora una leva al fine di procurarsi un senso di ricompensa.
Addirittura gli animali preferirebbero premere la leva che dà loro quella
piacevole sensazione piuttosto che mangiare! D'altro lato, se si collocano gli
elettrodi in zone strettamente adiacenti come, tra le altre, le strutture
periventricolori dell’ipotalamo e del talamo, si fanno scattare i centri del
dolore e della punizione.
Queste azioni dimostrative
dei centri di ricompensa e punizione esistenti nel sistema libico
ipotalamico ci suggeriscono il motivo per cui questo è il centro più
importante della trasduzione mente corpo dell'informazione: il piacere
e il dolore sono i grandi rinforzatori dell'apprendimento e del comportamento,
del modo in cui sperimentiamo ed esprimiamo noi stessi.
Da quando fu noto che gli
ormoni corticoidi secreti dalle ghiandole surrenali potevano neutralizzare il
sistema immunitario, si pensò che questa fosse la via psicobiologica attraverso
la quale i meccanismi mentali dell'ipnosi potevano agire sul sistema
immunitario dell'organismo. In una serie di studi incisivi, è stato dimostrato
che le cose non andavano così. L'ipnosi era sì efficace nel modulare il sistema
immunitario, specialmente con l'inibire le reazioni allergiche della pelle, ma
questa risposta terapeutica era mediata da un processo mentecorpo ancora
sconosciuto. Soltanto oggi questo mistero è
sulla via di essere risolto grazie alla ricerca psiconeuroimmunologica, la
quale sta dimostrando come il sistema immunitario possa comunicare direttamente
con l'ipotalamo tramite proprie molecole messaggere, chiamate
"
immunotrasmettitori".
Nel 1970 il fisico Delbruck poté affermare che
il problema centrale della neurobiologia era una comprensione dei meccanismi di
trasduzione dell'informazione. Nella sua monumentale rassegna di psicobiologia
e patologia umana, Weiner, ispirandosi a Delbruck, ha passato in esame un certo
numero di modelli di trasduzione dell'informazione per determinare quale fosse
il più appropriato per una comprensione dei problemi psicosomatici. Egli ha
riconosciuto il valore dell'ipnosi terapeutica in una varietà di problemi
psicosomatici da lui studiati, ma è giunto
alla conclusione che non sappiamo ancora abbastanza circa la specifica biologia
di ciascuna infermità per poterne determinare le esatte vie psicobiologiche di
guarigione.

Alcune
funzioni dell’ipotalamo quale fonte di traduzione mente – corpo per i sistemi:
autonomo (A), endocrino (E) e immunitario (I).
3 - IL SISTEMA
RETICOLARE DI ATTIVAZIONE
Un'altra direttrice di ricerca importante per la
comprensione della trasduzione mente - corpo dell'informazione ha avuto inizio
con la ricerca di Moruzzi e Magoun.
Questi hanno scoperto il sistema reticolare
attivatore ascendente (SAR) nel tronco encefalico, il quale spinge le sue
connessioni nervose fino al sistema limbico - ipotalamico, al talamo e in modo
diffuso attraverso tutta la corteccia per stimolare il cervello nello stato di
veglia. La formazione reticolare è stata descritta come "una struttura
all'interno del ponte e del tronco encefalico il cui livello di attività
dipende dallo stato ", la quale gioca un ruolo importante nella
trasduzione mente-corpo dell'informazione: riceve l'informazione sensoriale da
tutte le vie neurali dell'organismo e agisce da " filtro "
trasmettendo al cervello soltanto l'informazione che è nuova o persistente.
E’ la capacità del cervello di rimanere desto, di
stare all'erta e attento alle nuove configurazioni di stimoli e informazioni
sensoriali che lo mette in grado di concentrare la propria attività su nuovi
apprendimenti e fatti creativi. La capacità della mente di prestare attenzione
alle novità ha la propria base psicobiologica nell'attività di un gruppo di
neuroni che contengono la noradrenalina e sono situati nel locus coeruleus
dell'area del ponte del tronco encefalico.
Quando il locus coeruleus riceve degli stimoli
insoliti, le sue connessioni neurali stimolano un'instaurazione di brevi stati
di maggior sensibilità nelle aree corticali superiori del cervello e nel centro
limbico - ipotalamico che integra la memoria ed è la sede dei meccanismi di
ricompensa o di piacere. In altre parole il locus coeruleus trasduce gli stimoli
insoliti in un’intensificazione dello stato psicobiologico.
Viceversa, situazioni monotone, caratterizzate da
ripetizione, fanno diminuire l'attività del locus coeruleus e conducono al
rilassamento, alla sonnolenza e al sonno. Il fatto che ciò che è nuovo e
interessante intensifichi realmente l'attività cerebrale costituisce una
condizione preliminare molto importante, anche se ancora generalmente
trascurata, di tutte le forme di psicoterapia orientate alla creatività e per
le esperienze di guarigione psicofisica. E' questo uno dei principi
fondamentali usati nel linguaggio dell'auto - facilitazione umana.
Il rapporto tra l'attività del locus coeruleus e
l'attività onirica è stato scoperto da Jouvet.
Allorché egli eliminò la parte del nucleo, nel locus coeruleus,
che normalmente inibisce l'attività motoria durante il sogno e trovò che i
gatti ”agivano “il sogno nella forma che egli ha chiamato "comportamento
pseudoallucinatorio". Da queste osservazioni egli ha sviluppato
un’interessante teoria del sogno come processo di integrazione del
comportamento genetico o innato, la quale è divenuta la base psicobiologica per
teorie più recenti del sogno concepito come un teatro sperimentale nel quale
possono essere esplorati molti schemi di comunicazione mente - corpo e di
guarigione psicofisica.
Qual è la differenza tra l'attività della mente che
sogna e quella della mente sveglia?
Una risposta sta nell'organizzazione volontaria e
globale dell'attività della mente. Nel sogno possono esserci delle esplosioni
creative, e molto rivelatrici, di fantasie metaforiche, ma generalmente esse
non sono sotto il controllo della volontà. Sono stati recentemente descritti
degli esperimenti in cui alcuni soggetti particolarmente addestrati (e molto
dotati) sembra riuscissero a controllare il contenuto di alcuni dei loro stati
onirici e così pure l'accesso ad alcune delle loro funzioni psicofisiologiche
(ad esempio, l'eccitazione sessuale, la respirazione). Tuttavia, questa
capacità relativamente rara, chiamata sogno lucido, potrebbe essere l'eccezione
che conferma la regola. L'individuo che riesce felicemente a fare sogni lucidi
è colui che può usare un certo grado di pianificazione cosciente e di controllo
della volontà per trasdurre l'attività mentale in risposte fisiologiche.
La corteccia cerebrale frontale (o prefrontale), con
le proprie funzioni specializzate di pianificazione, è stata descritta come l'area
del cervello umano che si è sviluppata più recentemente. Proporzionalmente più
ampia di quella di qualsiasi altro animale, occupa un quarto della massa totale
dell'emisfero cerebrale e non raggiunge lo sviluppo completo finché il bambino
non ha circa sette anni. La corteccia frontale ha abbondanti connessioni tanto
con la formazione reticolare (SAR), quanto con il sistema limbico -
ipotalamico. Tali connessioni sono costituite dall'integrazione
dell'informazione trasdotta in queste due aree, dall'attività organizzativa
della corteccia frontale.
Gli stimoli insoliti, che ridestano e attirano
l'attenzione, una volta trasdotti nell'encefalo tramite la formazione
reticolare e i suoi nuclei specializzati (ad esempio, il locus coeruleus), sono
organizzati ed espressi in termini di normale responsività umana attraverso le
funzioni di pianificazione e scansione sequenziale della corteccia frontale. La
corteccia frontale ha anche connessioni tanto numerose con il sistema libico -
ipotalamico che alcuni studiosi l'hanno considerata come parte di un unico
" sistema fronto - limbico ".
Luria ha
riassunto, nel modo che segue, la funzione globale di pianificazione e
organizzazione della corteccia frontale:
“il fatto che la regione frontale sia strettamente
connessa con le strutture sottostanti del lobo limbico e, attraverso queste,
con gli altri apparati nervosi implicati nell'interocezione, offre motivo di
supporre che essa riceva segnali dei vari mutamenti che si producono
nell'organismo e che sia intimamente implicata nella regolazione degli stati
del corpo. Evidentemente, i cambiamenti negli stati corporei non avvengono
puramente a causa della comparsa di nuovi stimoli, che provocano reazioni di
viva attenzione, ma anche a causa dell'attività di reazione di tutto il corpo.
Si può postulare che questi stati di cambiamento possono condurre a
corrispondenti ulteriori mutamenti nell'attività del corpo. Ci sono, perciò,
importanti ragioni per ritenere che i lobi frontali sintetizzano l'informazione
relativa al mondo esterno, ricevuta attraverso gli esterocettori, e
l'informazione relativa alle condizioni interne dell'organismo e che essi siano
gli strumenti per mezzo dei quali il comportamento dell'organismo è regolato in
conformità con l'effetto prodotto dalle sue azioni”.
L'organizzazione e la sintesi dell'informazione
esterna e interna per la "regolazione degli stati corporei" sono
concetti importanti per progredire nella comprensione della comunicazione mente
– corpo. Questa regolazione degli stati corporei ha luogo quando gli stimoli
organizzati del mondo esterno e interno sono fatti passare attraverso il
sistema libico - ipotalamico. Alcuni psicofisiologi, hanno raccolto prove a
sostegno della teoria che la comunicazione mente - corpo e la guarigione
psícofisica sono mediati "dall'immagine corporea", un'organizzazione
d’immagini visive che evidentemente è costruita nel sistema fronto - limbico,
particolarmente con l'aiuto dell'emisfero cerebrale destro.
Un vasto ciclo di scoperte, riguardanti la
trasduzione dell'informazione nel cervello, che si è sviluppato durante gli
anni cinquanta e sessanta, è stato iniziato da Meyers e Sperry, i quali hanno
trovato che, quando nel gatto le connessioni nervose (il corpo calloso) tra
l'emisfero destro e quello sinistro erano tagliate, ogni emisfero funzionava in
parte palesemente per conto suo. Poiché sembrava che tale intervento non
menomasse le facoltà. mentali, Sperry e i suoi colleghi fecero ricorso a questa
procedura chirurgica con soggetti umani accuratamente selezionati che erano
stati colpiti da attacchi epilettici gravissimi e incontrollabili di “grand
mal”. Se la causa prima dell'epilessia era localizzata in uno dei due emisferi
cerebrali, essi pensavano, l'operazione come minimo avrebbe impedito alla forza
dell'attacco di estendersi all'altra metà del cervello. L'operazione ebbe un
eccezionale successo nel mitigare gli attacchi dell'epilessia. Quando alcuni
psicologi esaminarono con cura questi pazienti con emisferi separati,
s’imbatterono in una serie di affascinanti scoperte relative alle sostanziali
differenze riscontrate nel modo in cui l'informazione veniva trasdotta o
elaborata nell'emisfero destro rispetto a quello sinistro.
Per lo studio sulla comunicazione mente - corpo, la
cosa più importante è prendere nota che l'emisfero sinistro è specializzato
nella trasduzione linguistico - verbale del linguaggio, mentre quello destro
assolve un compito più preponderante nella trasduzione dell'informazione olistica,
analogico - metaforica, che è tipica degli stati emotivi, dell'immaginazione e,
in particolare, dell'immagine corporea. L'ipotesi fondamentale che n’è emersa è
che le modalità di trasduzione dell'informazione proprie dell'emisfero destro
sono più strettamente associate al sistema libico - ipotalamico e alla
comunicazione mente - corpo nell'effetto placebo e nell'ipnosi terapeutica. Ian
Wickramasekera ha recentemente riassunto quest’ipotesi nel modo che segue:
“i soggetti facili all'effetto placebo, come quelli
responsivi all'ipnosi, inibiscono la modalità critica e analitica di elaborare
l'informazione che è caratteristica dell'emisfero verbale dominante.
Quelli facili all'effetto placebo tenderanno a essere
persone inclini a scorgere relazioni concettuali o d'altro genere tra eventi
che agli altri appaiono invece distribuiti a caso. Essi inibiranno le
interferenze di segnali di dubbio o di scetticismo (abbattimento della
“critica”), che sono conseguenze di un modo più analitico di elaborare l'informazione,
tipico dell'emisfero dominante (quello sinistro). Con molta probabilità, al
pari dei soggetti responsivi all'ipnosi, quelli facili all'effetto placebo
saranno portati, sulla base di un dato stimolo, a infiorare o dilatare le
proprietà di un farmaco, esaltandone l'efficacia in ragione dei propri ricchi
repertori soggettivi. O potranno, per contro, negare o sminuire gli effetti di
una medicina attribuendole proprietà negative”.
Shapiro descrive i soggetti non facili all'effetto
placebo come individui "rigidi, legati a stereotipi e non aperti
psicologicamente". C'è una sorprendente somiglianza tra questa descrizione
e quella di un soggetto scarsamente ipnotizzabile.
Esiste una prova sempre più sicura che la
responsività all'ipnosi o alla suggestione è, in modo predominante, una
funzione dell'emisfero destro (emisfero non dominante o minore) per i
destrimani. Le funzioni dell'emisfero minore includono l'attività mentale di
tipo olistico e immaginativo con elaborazione diffusa, relazionale e simultanea
dell'informazione; la tendenza a
"vedere" qualche rapporto o
"significato" in dati di fatto, per quanto essi siano stati prodotti
casualmente (ad esempio, una macchia d'inchiostro del test di Rorschach),
sembrerebbe essere un aspetto dell'attività creativa della mente che si postula
come una proprietà dell'emisfero non dominante. Questa spiegazione può render
conto delle caratteristiche comuni ai soggetti facili all'effetto placebo come
a quelli responsivi all'ipnosi.
L'intenso interesse, mostrato dagli psicoterapeuti di
ogni convinzione, ad apprendere il modo di facilitare le potenzialità creative
di integrazione sintonica mente - corpo, proprie dell'emisfero destro, ha
condotto a molti controversi tentativi di scoprire dei segnali, relativi a
questo processo, osservabili nell'espressione del volto o propri del linguaggio
del corpo, ad esempio, i movimenti dell'occhio associati a caratteristici modi
di pensare o di meditare.
Bakan per primo ha avanzato l'idea che la dominanza o
l'attività dell'emisfero destro o di quello sinistro poteva essere la base
della tendenza degli occhi a muoversi rispettivamente a destra o a sinistra, se
coinvolti nella trasduzione dell'informazione logica rispetto a quella
analogica.
Recentemente egli è giunto alla conclusione che l'emisfero
destro deve avere, un ruolo primario nella produzione di immagini grezze.
Queste immagini grezze tendono a essere facilitate durante il sonno, l'attività
onirica, il rilassamento muscolare, la libera associazione, le fantasticherie
spontanee e sotto l'effetto di certi farmaci che bloccano la comunicazione
interemisferica.
Quando, però, gli emisferi cerebrali sono in uno
stato di buona comunicazione tra loro, le immagini grezze dell'emisfero destro
vengono "rielaborate" o trasdotte dall'emisfero sinistro. Ciò ha
portato alla scoperta "paradossale" che i soggetti che rispondono
bene ai test strutturati di immagini e rapporti spaziali, tendono a muovere gli
occhi a destra, indicando così un aumentato coinvolgimento dell'emisfero
sinistro. Osservazioni dei movimenti dell'occhio, considerati come indizio per
stabilire quale emisfero è il più attivato, devono pertanto prendere in
considerazione il grado in cui l'immagine viene trasdotta tramite un processo
primario (grezza) oppure tramite un processo secondario (rielaborata).
La differenza tra la trasduzione cerebrale
dell'immagine grezza e quella dell'immagine rielaborata, può essere
caratteristica di tutte le altre modalità sensoriali. Si è scoperto, ad
esempio, che l'emisfero cerebrale destro viene attivato dalla musica in un
ascoltatore non esercitato che si limita a trarne godimento, mentre è
l'emisfero sinistro di un musicista di professione che viene attivato allorché
egli analizza la stessa musica. Queste differenze nella trasduzione
dell'informazione da parte degli emisferi cerebrali sinistro e destro sono la
base di molti degli approcci al problema della facilitazione della
comunicazione mente - corpo.
L'orientamento della recente ricerca sulla memoria e
sull'apprendimento sta a confermare l'importanza della trasduzione mente -
corpo dell'informazione nell'area libico - ipotalamica del cervello al fine di
comprendere in che modo la sensazione e la percezione vengono integrate con il
pensiero e con il comportamento.
E' ben noto che la stimolazione sensoriale attiva
sistemi non specifici dei cervello tramite il sistema reticolare attivatore
ascendente. La stimolazione sensoriale dà luogo anche a una secrezione di
ormoni, inclusa la corticotropina (ACTH), l'adrenalina, la vasopressina e i
peptidi oppioidi, l'encefalina e l'endorfina.
Un gran numero di recenti ricerche ha mostrato che
apprendimento e memoria sono influenzati da questi ormoni. Queste scoperte
fanno sorgere due interessanti osservazioni. In primo luogo: la secrezione di
questi ormoni, correlati con lo stress, fa parte dei normali processi implicati
nella modulazione endogena dell'immagazzinamento nella memoria,
successivamente, gli effetti dei trattamenti che si sa che producono amnesia retrograda
e innalzamento retrogrado della memoria comportano influenze di ormoni. allora
la domanda più importante che dev'essere avanzata riguarda la base degli
effetti degli ormoni endogeni sull'attività del cervello sottostante
all'immagazzinamento in memoria. Recenti scoperte, fanno pensare che la facoltà
di ritenere a mente sia influenzata dall'adrenalina secreta dal midollo
surrenale. Per parecchi anni sono stati studiati anche gli effetti sulla
memoria della stimolazione elettrica del cervello dopo un certo addestramento.
Le scoperte attuali indicano che gli effetti sulla memoria della stimolazione
dell'amigdala (una parte del sistema libico), possono comportare la secrezione
di adrenalina periferica. La convergenza di queste due linee di ricerca ha fornito
la prova, confermando in maniera decisiva l'ipotesi, che gli ormoni, la cui
secrezione è provocata da fatti della vita pratica, agiscono per modulare
l'efficienza della memoria dei fatti stessi e fanno pensare che le influenze
modulatrici della memoria, provenienti dal sistema centrale (dal sistema
limbico – ipotalamico) interagiscano con influenze di ormoni periferici.
Si sta cercando di trovare la via attraverso la quale
l'informazione sensoriale che giunge nell'area visiva della corteccia viene trasmessa
al sistema limbico dove viene immagazzinata e integrata con processi di memoria
e apprendimento. Il sistema limbico (particolarmente le sue strutture
componenti, l'amigdala e l'ippocampo) è l'area in cui l'informazione fornita da
molti sistemi sensoriali diversi può essere combinata e integrata. Questo tipo
di “associazione a modalità incrociate” rende l'informazione sensorio -
percettiva disponibile all'ipotalamo per configurazioni flessibili di
trasduzione dell'informazione stessa in risposte psicofisiologiche
dell'organismo.
L'acquisizione d’informazione, di conoscenza e di un
sistema di memoria autocosciente e auto-guidata, così com’è descritto dai
teorici cognitivisti dell'apprendimento, richiede l'evoluzione di un circuito
“cortico – limbico – talamico” che è la caratteristica di tutte le forme più
avanzate di vita, come i mammiferi e l'uomo.
Sulla base di tutto quanto detto finora, possiamo
definire la coscienza o la mente come un processo di trasduzione auto -
riflessiva dell'informazione.
Questa definizione può non essere soddisfacente per i
filosofi, ma è sufficiente come guida pratica per il nostro pensiero che indaga
sulla comunicazione mente - corpo. Le vie e i processi più importanti di
trasduzione autoriflessiva dell'informazione, cominciano ad emergere come la
base psicobiologica della coscienza auto - guidata e della comunicazione mente
- corpo. Ognuna di queste vie ha il suo punto focale nel sistema libico –
ipotalamico, che include le seguenti strutture: amigdala, ippocampo, giro cingolare,
fornice, setto e certi nuclei del talamo e il circuito di Papez, quale centro
più importante della trasduzione mente - corpo dell'informazione.
Se fossimo più avanti nella conoscenza della
psicobiologia, sapremmo quali specifici metodi mentali potrebbero facilitare
ognuna di queste principali vie di comunicazione mente - corpo. Quale tipo di
procedura, per esempio, potrebbe stimolare nel modo più efficace il sistema
reticolare attivatore ascendente per creare uno stato più intenso di attività corticale
al fine di facilitare un nuovo apprendimento in un particolare individuo? Come
possiamo aiutare un paziente a ricuperare ricordi e sistemi di abitudini con
un'immaginazione visiva per via occipitale, temporale, libico -ipotalamica?
Quali sono i problemi relativi al pianificare quali aspetti dell'esperienza
della vita impegnerebbero più utilmente il sistema fronto - limbico di un
adolescente perplesso sugli scopi della sua esistenza? Quale combinazione di
modi logico - verbali e analogico - metaforici di trasduzione dell'informazione
renderebbero ottimale l'integrazione degli emisferi cerebrali destro e sinistro
per una soluzione creativa dei problemi in qualunque specifica situazione?
Anche se siamo, in verità, lontani dall'essere capaci
di rispondere a queste domande, il fatto stesso di formularle è un passo nella
direzione di trovare la giusta soluzione di questi problemi. Le attuali
tecniche sperimentali, come lo Scandaglio PET (Positron Emission Transaxial
Tomography/ Tomografia transassiale a emissione di positroni) e la Magnetic
Resonance Imaging (Visualizzazione tramite risonanza magnetica) stanno mettendo
a disposizione degli strumenti atti a sottoporre a verifica qualunque idea
sviluppiamo in quest'area.
4 -
LA CIBERNETICA
Cibernetica (ingl. cybernetics; ted. Kybernetik;
fr.cybernétique) scienza interdisciplinare che studia il funzionamento e le relazioni di qualsiasi sistema
dinamico semplice o complesso, prodotto dalla natura o dall’uomo. Il termine
cibernetica proviene dal greco kybernetiké che significa “arte del pilota”.
In senso traslato è stato utilizzato da Platone che
definì la politica “cibernetica degli uomini” e dalla Chiesa cattolica che
chiamava “cibernesi” la conduzione di un ministero ecclesiastico.
Nel suo significato attuale il vocabolo fu introdotto
nel 1947 dal matematico americano N. Wiener che definì “cibernetica” lo studio
del controllo e della comunicazione nell'animale e nella macchina. Alla base di
tale orientamento c'è la convinzione che molti dei fenomeni di cui si occupano
le varie scienze, dalla biologia all'economia, si fondano sui medesimi principi
di funzionamento che governano tutti i tipi di sistema, al di là della
dicotomia fra naturale e artificiale. Questi principi riguardano
sostanzialmente il controllo, mediante la trasmissione e l'elaborazione di
informazioni, di una parte del sistema su un'altra, al fine di guidarne
l'andamento verso un obiettivo preposto.
Le macchine di cui si occupa la cibernetica sono
quelle in cui è presente quella forma di controllo e correzione delle proprie
operazioni durante la loro stessa esecuzione, che prende il nome di retroazione
o feedback.
Quale scienza trasversale, la cibernetica utilizza
come strumento di indagine dei metodi di analisi e rappresentazione astratta
elaborati dalla matematica che permettono di sintetizzare le conoscenze
provenienti dalle varie discipline scientifiche. I sistemi di cui la
cibernetica si occupa a livello astratto si possono individuare nella loro
espressione concreta all'interno, ad esempio, della genetica relativamente alla
codificazione e trasmissione delle informazioni ereditarie; della fisiologia,
nei sistemi di ricezione degli stimoli sensoriali, di coordinazione
sensomotoria; dei processi di comunicazione che implicano la codificazione, la
trasmissione e la ricezione dei messaggi.
Per quanto riguarda la psicologia, essa entra in
relazione con la cibernetica nel momento in cui si occupa dei processi
psicofisici di ricezione, analisi ed elaborazione delle informazioni. Tali
processi sono innanzi tutto quelli cognitivi, quali la percezione, il
linguaggio, l'apprendimento e la formazione dei concetti, che si fondano su un
costante scambio di'informazioni tra l'organismo e l'ambiente di cui la
cibernetica può contribuire ad analizzare i principi strutturali, anche se non
può comprenderli nella loro totalità. Infatti, oltre alla struttura,
influiscono sul funzionamento dei processi cognitivi anche le componenti
emotivo - affettive e di personalità che forniscono ai processi stessi quel
carattere evolutivo e soggettivo non rirproducibile mediante un sistema
artificiale.Le applicazioni cibernetiche in psicologia si fondano
sostanzialmente sulle teorie dell'informazione, della regolazione e degli
automatismi.
Partendo dal presupposto che l'uomo è un sistema in
grado di elaborare informazioni, recepite e trasmesse dagli organi di senso
alla coscienza, ritiene possibile applicare la teoria matematica
dell'informazione a questo processo psicologico. Alla base c'è il teorema
enunciato da C.E. Shannon nel 1949 secondo cui un messaggio subisce nel corso
della sua trasmissione una serie di distorsioni per cui al suo arrivo risulta
privato di una parte delle informazioni che conteneva. Tale fenomeno, essendo
analogo a quello dell'entropia, è quantificato mediante calcoli probabilistici
simili a quelli utilizzati dalla termodinamica, cosicché risulta possibile
determinare e misurare il contenuto informativo di ogni messaggio in relazione
al numero di simboli impiegati, alla loro combinazione e alle varie formazioni.
In generale si ritiene che la quantità di informazione è maggiore quanto più il
messaggio è improbabile, mentre la quantità minima di informazione è data da un
messaggio che permette due sole possibilità di scelta ugualmente probabili;
questa scelta è definita “bit” (binary digit) e costituisce l'unità di misura
dell'informazione.
La teoria dell'informazione è stata applicata in
psicologia sperimentale soprattutto nelle indagini sul processi di
riconoscimento dei segnali, sulle risposte selettive agli stimoli, sulla
trasmissione e ricezione del linguaggio. Anche nell'ambito della psicologia
clinica si è tentato di spiegare in chiave cibernetica diversi tipi di disturbi
psichici come le nevrosi d’ansia che, a parere di N. Wiener, sono determinate
dalla permanenza e dall'espansione all'interno del sistema nervoso centrale
delle emozioni spiacevoli che nei soggetti normali si annullano dopo un breve
periodo di tempo. L'espansione dello stimolo dannoso attraverso un numero
sempre maggiore di neuroni provocherebbe nell'individuo nevrotico una
diminuzione dei neuroni disponibili agli altri stimoli.
Sostiene che all'interno dei sistemi complessi è
presente un meccanismo di contro lo e regolazione del comportamento, per cui,
come afferma Wiener: "Quando intendiamo effettuare un movimento secondo un
determinato modello, la differenza fra tale modello e l'effettivo svolgersi del
movimento è adoperata come un nuovo segnale che determina una regolazione del
movimento stesso tale da mantenerlo quanto più possibile vicino a quello dato
dal modello".
In psicologia la teoria della regolazione è stata
applicata allo studio dei meccanismi dì coordinazione sensomotoria appresi e
alle ricerche di psicologia dell'ingegneria sui sistemi uomo-macchina
finalizzate all'ottimizzazione di quelle attività lavorative che prevedono un
rapporto dell'uomo con la macchina con relativi problemi di coordinamento
(ergonomia).
Nell'ambito della psicologia clinica, H. Feer ha
spiegato attraverso i meccanismi cibernetici di regolazione dell'informazione
l'insorgenza della psicosi maniaco - depressiva e della schizofrenia. Partendo
dal presupposto che, quanto minore è la probabilità che si verifichi un evento,
tanto maggiore è la meraviglia che il suo effettivo verificarsi suscita nel
soggetto, Feer ipotizza che quanto maggiore è il grado di attenzione del
soggetto, tanto più ogni evento, anche il più banale, risulterà sorprendente;
ciò è particolarmente evidente nell'individuo psicotico che pone sugli eventi
di ogni giorno un'attenzione molto più grande di quella normalmente impiegata,
per cui questi diventano strani, carichi di significato e quindi accolti come
presagi, messaggi che il soggetto tenta di interpretare. In questo senso la
psicosi può essere letta come un disturbo di quella componente del sistema
psichico che regola l'afferenza delle informazioni.
4.1b La teoria degli automatismi.
Si basa sull'ipotesi, ormai verificata, che i sistemi
di elaborazione delle informazioni possono essere rappresentati mediante
circuiti trasferibili in apparati meccanici, detti automi, che effettuano
talune operazioni ritenute proprie dell'animale e dell'uomo. L'applicazione di
tale teoria alla psicologia riguarda principalmente la simulazione nei computer
dei processi cognitivi della percezione, del pensiero e, in particolare, della
soluzione dei problemi, al fine di poter analizzare e conoscere le strategie di
elaborazione dell'informazione e dell'apprendimento nella misura in cui anche
l'apprendimento umano poggia su automatismi. Lo stadio preliminare
dell'apprendimento è la classificazione strettamente legata al riconoscimento
segnico che all'automa perviene attraverso commutatori di segnali, mentre all'organismo
perviene tramite gli organi di senso. Segue l'immagazzinamento tramite una
memoria che elimina le interferenze e promuove processi associativi regolati
dal calcolo delle probabilità. C'è poi un'ottimizzazione dell’apprendimento,
formalizzata matematicamente tramite una misura di successo, in vista di
un'autoorganizzazione dell'automa che persegue l'adattamento all'ambiente con
una probabilità che dipende dalla qualità dell'immagine che il programma
interno è in grado di farsi dell'ambiente esterno. Un altro settore di ricerca
dove trova applicazione la teoria degli automatismi è quello dell'intelligenza
artificiale che parte dall'ipotesi di A. Turing secondo cui i circuiti
utilizzati nelle macchine elettroniche possono possedere le stesse proprietà del
sistema nervoso e, pertanto, essere in grado di trasmettere l'informazione e di
memorizzarla, rivelandosi, così capaci di simulare molte attività del pensiero
umano, non escluse quelle che chiedono un adattamento alla complessità
dell'ambiente. Di interesse per la psicologia clinica sono infine quelle
ricerche, ancora a uno stadio iniziale, volte a simulare con un computer i
meccanismi di difesa nevrotici.
(ingl. systemic psychology; ted. Systempsychologie;
fr. psychologie systémique) indirizzo psicologico sviluppatosi negli anni
Cinquanta a Palo Alto in California a partire dalla teoria dei tipi logici di
B. Russell, dalla teoria dei sistemi del biologo austriaco L. von Bertalanffy e
dalla teoria del doppio legame di G. Bateson.
Rappresenta l'applicazione più rigorosa del modello
cibernetico ai processi di comunicazione e alle relazioni interpersonali
all'interno di gruppi che, come scrive P. Watzlawick, “possono essere
considerati circuiti di retroazione dove il comportamento di ogni persona
influenza ed è influenzato dal comportamento di ogni altra persona”.
Questo approccio è stato utilizzato anche da M.
Palazzoli Selvini per lo studio delle relazioni psicotiche nell'ambiente della
famiglia.
Muovendo dal concetto di base secondo cui tutto è
comunicazione, anche l'apparente non - comunicazíone, la psicologia sistemca
ritiene di poter indagare il mondo psichico a partire dal sistema della
comunicazione regolato dalle leggi della totalità, per cui il mutamento di una
parte genera il mutamento del tutto, della retroazione che prevede l'abbandono
del concetto di causalità lineare per quello di circolarità dove ogni punto dei
sistema influenza ed è influenzato da ogni altro, e dell'equifinalità per cui
ogni sistema è la miglior spiegazione di se stesso, perché i parametri del
sistema prevalgono sulle condizioni da cui il sistema stesso ha tratto origine.
Detta psicologia ha come suo presupposto teorico la teoria generale dei sistemi
e come sua risultanza pratica la terapia sistemica o pragmatico - relazionale.
4.2a La teoria generale dei sistemi
Studio dell'organizzazione di una totalità detta
sistema. La tesi che il tutto non è riconducibile alla somma delle parti era
già nota nell'antichità, ma solo con l'avvento della cibernetica si determinano le regole morfologiche, strutturali e
funzionali che consentono lo studio del sistema nella sua articolazione
gerarchica e nella sua interazione con altri sistemi con cui avvengono scambi
di materiali, energie o informazioni, come nel caso del "sistema
famiglia" costituito da un insieme di unità legate da relazioni
significative in continuo interscambio con l'ambiente sociale più vasto
(sistema aperto).
Secondo von Bertalanffy, che tentò di emancipare la
teoria generale dei sistemi dalla cibernetica, “esistono dei modelli, dei
principi e delle leggi che si applicano a sistemi generalizzati o a loro
sottoclassi, indipendentemente dal loro genere particolare, dalla natura degli
elementi che lo compongono e dalle relazioni o "forze" che si hanno
tra essi. Risulta pertanto lecito il richiedere una teoria non tanto dei
sistemi di tipo più o meno speciale, ma dei principi universali che sono
applicabili ai sistemi in generale. In questo senso noi postuliamo una nuova
disciplina che chiamiamo teoria generale dei sistemi. Il suo oggetto di studio
consiste nella formulazione e nella derivazione di quei principi che sono
validi per i "sistemi" in generale”.
In psicologia l'opzione sistemica consente di
superare: a) la concezione atomistica dello studio dei fenomeni psichici che
aveva caratterizzato la psicologia sperimentale di W.Wundt (elementarismo),
l'associazionismo e il comportamentismo classico; b)la concezione causale
perché i fenomeni non
sono più considerati come entità astratte e isolate
spiegabili secondo il principio della causalità lineare, ma come globalità da
studiarsi nell'interazione dinamica delle parti; c) le forme di dualismo
(dualismo psicofisico) sia di origine cartesiana come la dicotomia anima e
corpo, sia di origine freudiana come la distinzione tra conscio e inconscio.
Scrive in proposito M. Palazzoli Selvini: “il
cambiamento consiste nell'abbandonare la visione meccanicistico - causale dei
fenomeni che ha dominato le scienze fino a tempi recenti per acquisire una
visione sistemica. Ciò significa che i membri della famiglia sono considerati
come gli elementi di un circuito di interazione. I membri del circuito non
hanno alcun potere unidirezionale sull'insieme. In altre parole, il
comportamento di un membro della famiglia influenza inevitabilmente il
comportamento degli altri.
Tuttavia è epistemiologicamente errato considerare il
comportamento di questo membro come la causa del comportamento degli altri
membri. E questo perché ogni membro influenza gli altri ma è anche influenzato
dagli altri.
Finalmente tale nuova epistemologia permette di
superare quei dualismi cartesiani la cui persistenza è ormai di ostacolo invece
che di giovamento al progresso. Infatti se si riflette che in un circuito
sistemico ogni elemento è inserito, e interagisce, con la sua totalità, le
dicotomie organico - psichico, conscio - inconscio perdono di significato”.
Gli esponenti dell'opzione sistemica, a partire da
Bateson, spostano l'attenzione dal significato dei fenomeni psichici al
contesto (contestualismo) dei medesimi,
che li rende più comprensibili di quanto non li renda la loro interpretazione
endopsichica.
La nozione di contesto è alla base della teoria del
campo di K. Lewin per il quale “i vettori che determinano la dinamica di un
evento non possono essere definiti che in funzione della totalità concreta che
comprende, nel contempo, l'oggetto e la situazione” e dell'approccio relazionale di P. Watzlawick per il quale «un
fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza
ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica” .
Watzlawick dice : “L'impossibilità di vedere la mente
"al lavoro" ha fatto adottare negli ultimi anni un concetto elaborato
nel settore delle comunicazioni, cioè quello di "scatola nera". L'hardware elettronico è così complesso che
talvolta conviene trascurare la struttura interna di un dispositivo e studiare
esclusivamente i suoi rapporti specifici di ingresso - uscita. Anche se è vero
che questi rapporti non escludono interferenze con quanto si verifica
"realmente" all'interno della scatola, le cognizioni che se ne
possono trarre non sono indispensabili per studiare la funzione del dispositivo
nel sistema più grande di cui fa parte. Se applichiamo il concetto a problemi
psicologici e psichiatrici, si vede subito il vantaggio euristico che presenta:
non abbiamo bisogno di ricorrere ad alcuna ipotesi intrapsichica (che è
fondamentalmente inverificabile) e possiamo limitarci a verificare i rapporti
di ingresso e uscita, cioè la comunicazione” .
Il cognitivismo, il più recente indirizzo della
psicologia, è sorto a metà degli anni Sessanta con le ricerche di I.
Neisser e prosegue poi con J. S. Bruner
e H. Gallina.
Il cognitivismo assume come compito proprio ciò che
il comportamentismo giudicava impossibile: l'analisi della mente. Si ritiene
che un obiettivo di tale complessità possa essere affrontato solo con un forte
livello di interdisciplinarietà; per questo il cognitivismo definisce se stesso
come una scienza di frontiera, un sapere trasversale che intende collegare
conoscenze fino a oggi cresciute separatamente. L’antropologia permette di
rilevare le eventuali differenze fra il modo di operare della psiche nelle
società primitive e in quelle evolute; la neurologia studia la base fisiologica
della mente, tentando in particolare di risolvere il dibattito fra locazionismo
e olismo dell'attività cerebrale; l'informatica offre il supporto matematico
(la teoria dell'informazione), mentre una particolare importanza ha l'apporto
della filosofia.
Il cognitivismo riconosce il proprio debito con la
psicologia dell'atto inaugurata in sede filosofica da E. Brentano che, in netta
opposizione all'associazionismo di origine empirista dominante nella seconda
metà dell'Ottocento, sosteneva l'esistenza di una funzione selettiva della
psiche (una dimensione costruttiva e intenzionale dei suoi processi) già a
partire dal momento “basso” della percezione.
E’ possibile distinguere in termini operativi fra i
comportamenti intelligenti (in un uomo o in una macchina) e quelli che non lo
sono tramite il test di Turing.
L'approccio dei cognitivismo è fortemente
interdisciplinare. L'analisi della mente umana, la macchina più complicata di tutto
l'universo, richiede infatti una ricerca pluridisciplinare. E il cognitivismo
intende essere, più che una psicologia, una sintesi integrata dì tutti i
possibili approcci secondo il modello del diamante.
“Modello
del diamante”
5 - PSICOLOGIA DELLO SPORT
E' molto più utile lavorare sull'identità
dell'atleta, che su tecniche specifiche orientate a sviluppare particolari
doti, più in ordine quantitativo che qualitativo, partendo dall'ipotesi che
l'identità personale è costruita attivamente dal soggetto stesso.
Il modello di identità deriva da un lavoro sui
modelli logici dello studioso Gregory Bateson.
I livelli logici possono essere visti come una lista
di priorità attraverso cui l'individuo organizza la sua esperienza; i livelli
inferiori della lista possono andare ad influenzare i livelli superiori mentre
questi ultimi, nel momento in cui sono modificati, porteranno sicuramente dei
cambiamenti ai livelli inferiori. I livelli logici dell'esperienza, partendo
dal più basso e andando man mano crescendo a quello superiore, sono:
I primi tre livelli: ambiente, comportamenti e
capacità sono essenzialmente legati al mondo del saper fare; rispondono a
domande sul "come, dove, quando" fare una certa cosa; gli ultimi due
livelli sono legati al mondo del saper essere, rispondono alle domande sul
"perchè" si deve fare una certa cosa. Il livello dei perché è
fondamentale per la motivazione.
Parafrasando il filosofo Nietzsche: "Chi ha un
perché abbastanza forte può sopportare qualsiasi come".
Se possediamo una serie di ragioni forti per cambiare
possiamo modificare in pochi minuti ciò che non siamo stati in grado di fare
per anni.
Se si pensa all'impegno che si chiede ad un'atleta,
il miglioramento continuo e costante che deve riuscire a dare durante gli
allenamenti, in un ambiente spesso poco gratificante, in cui solo alcuni sport
sono altamente riconosciuti e premiati, ci si spiega quanto sia fondamentale il
perché che l'atleta si costruisce, che costituisce la motivazione principale a
continuare la sua carriera agonistica.
La motivazione è strettamente collegata alla
direzione e all'intensità di un comportamento, è dunque fondamentale nel
momento in cui l'atleta lavora sulla propria costruzione fisica e psicologica.
La motivazione costituisce la chiave d'accesso al risultati, lavora attraverso
i bisogni dell'atleta, gli stimoli positivi, l'interesse e il divertimento, la
ricerca di affiliazione verso l'allenatore ed i compagni, il bisogno di
affermazione e di riuscita.
Risulta comunque complesso distinguere tra loro le
specifiche motivazioni, all'interno dello sviluppo psico - fisico dell'atleta, essendo queste
strettamente legate al bisogni di crescita, sviluppo e consolidamento delle
abilità apprese durante la propria crescita attraverso i modelli parentali,
culturali e sociali.
Mettendo da parte il ruolo clinico dello psicologo, un
aspetto questo strettamente legato alla psicopatologia, nel lavoro psicologico
con l'atleta si andranno a sviluppare abilità mentali specifiche; un requisito
essenziale a questo livello è la conoscenza di sé che l'atleta deve possedere
per arrivare a considerare le sue forze e le sue debolezze fino a sconfiggere
queste ultime attraverso un pieno sviluppo personale.
Tra le abilità mentali più significative si possono
annotare l'abilità di immaginazione, di gestione dell'energia mentale, di
gestione dello stress e l'abilità attentiva. Una buona gestione dell'energia
mentale permette di dominare lo stress e rilassarsi; solo quando si è rilassati
si è in grado di utilizzare al meglio l'immaginazione. Mediante l'immaginazione
l'atleta può migliorare la sua concentrazione; questa, assieme all'attenzione
verso ciò che si fa, permette poi di puntare su specifiche mete. Una meta
concreta e realistica rafforza il comportamento attivo, incrementando l'energia
mentale, che una volta liberata permetterà all'atleta un’ulteriore
immaginazione dei propri sogni, mete e traguardi, rendendoli sempre più
attuabili, sviluppando in tal modo ulteriormente le proprie abilità attentive.
Nel momento che lo stress è gestito in modo efficace,
l'atleta è in grado di mettere a fuoco i propri obiettivi, di concentrarsi,
soprattutto di utilizzare in modo specifico le potenzialità ideomotorie della
sua mente, arricchendo la propria energia mentale, in un circolo a spirale che
torna su se stesso sempre più arricchito dell'esperienza precedente.
L'evoluzione agonistica dell'atleta trova in tal modo
la possibilità di svilupparsi, attraverso ogni singola abilità, in piena
armonia con la vita stessa.
La base di tutto l'intervento psicologico è il
linguaggio.
Nel suo utilizzo quotidiano non ci rendiamo conto
dell'uso che facciamo delle parole, del loro peso, del significato che con
queste creiamo. Il linguaggio porta con sé una grande funzione; se
apparentemente passa per essere descrittivo, in realtà è costruttivo.
Ancora più forte risulta il linguaggio usato
dall'atleta nel suo dialogo interno; i messaggi che questi manda a se stesso
sono fondamentali alla riuscita della sua prestazione. La mente ha una grande
abilità che può risultare un forte limite, quella di orientarsi, spesso in modo
inconsapevole, in funzione dei propri pensieri. E' il "sistema
attivante reticolare" (SAR), in particolare, che si interessa di
mettere in collegamento la mente (i pensieri) con il corpo (le abilità
percettive), orientando in tal modo l'attenzione del soggetto sulle cose per
lui più significative.
Dinnanzi ad uno stesso stimolo è possibile reagire in
modo positivo (ottimistico) o negativo (pessimistico), a seconda di come sono
interpretati i fatti, dal momento che il sistema percettivo è in grado di
analizzare solo la quantità di uno stimolo e non la qualità, che è decisa, o
inferita, dal sistema cognitivo
E' dunque essenziale che l'atleta utilizzi una sorta
di "dieta mentale” in cui nutrirsi di parole orientate alla sua meta, che
gli diano la giusta carica e gli permettano di essere ottimista, convinto e
determinato verso le sue risorse.
Il nostro vocabolario presenta una netta
preponderanza di parole a connotazione negativa nella descrizione delle
emozioni. La lingua inglese ad esempio contiene circa un migliaio di parole per
esprimere emozioni positive, mentre sono ben duemila le parole che esprimono
emozioni negative. Culturalmente siamo plasmati dal nostro linguaggio, le
parole modellano le nostre convinzioni, influenzano i nostri stati d'animo e
dirigono le nostre azioni.
L'atleta, come tutte le altre persone, va aiutato a
comprendere il proprio linguaggio, a porsi le domande corrette, ad entrare nel
significato che dà alle cose, per far luce sulle opinioni, le credenze e le
convinzioni che lo orientano nelle scelte, che lo limitano nel risultati, fino
a fornirgli una chiarezza di intenti e volontà.
Un utile modo di considerare l'atleta è quello di
vederlo proiettato all'interno del suo sistema di riferimento, prendendo in
considerazione i1 contesto, l'ambiente sociale in cui vive (società sportiva,
team tecnico, amicizie, famiglia), per valutare nel sistema di appartenenza
quale ruolo gioca, come si trova inserito, quali risposte sta dando, come
reagisce alle richieste, implicite od esplicite, delle persone di riferimento.
E' sorprendente come molte risposte ad eventuali
difficoltà, verso la realizzazione di certi progetti, vadano ricercate nella
famiglia, o nel sistema di riferimento, piuttosto che nel singolo individuo.
Spesso si riscontrano tra i genitori degli atteggiamenti di svalutazione
diretta allo sport intrapreso dal loro figlio, messaggi ambigui o
un'incongruenza tra i messaggi dei due genitori.
Al contrario, spesso è possibile rilevare una grande
intesa con il proprio partner affettivo, associata ad una grande volontà di
riuscita, nel realizzare il proprio obiettivo. La famiglia d'origine e/o
acquisita, costituisce uno dei pilastri di sostegno per un atleta; se viene a
mancare il suo appoggio il rischio è quello che la situazione entri in stallo,
si creino dubbi sulla motivazione e si abbia un crollo di rendimento. Spesso
sono la società sportiva, i compagni, l'allenatore a sostituire la
partecipazione e l'affetto della famiglia: è sorprendente vedere come i nuovi
legami affettivi siano in grado di restituire identità a ragazzi altrimenti
confusi e sbandati.
Il senso del tempo è l'elemento costitutivo della
vita di un atleta che continuamente si trova a misurarsi con il tempo: è quindi
utile metterlo in grado di gestirlo e programmarlo, L'organizzazione del lavoro
va dosata in tutte le attività che compongono la vita di un soggetto. Non è
possibile immaginare una giornata totalmente orientata agli impegni, la scuola,
gli allenamenti, il lavoro, la famiglia senza lasciare altro spazio alla
persona. Facendo così si rischia di impoverire gli altri aspetti della vita e
di inimicarsi una parte dell'atleta più orientata al divertimento, allo svago e
alla creatività.
Spesso ci si trova dinnanzi dei ragazzi super
impegnati, completamente assorbiti dalla loro quotidianità, dalle loro
abitudini, senza più la forza di affermare in prima persona cosa desiderano
veramente. Esiste uno sviluppo fisiologico nella vita mentale di ogni
individuo, che richiede un'attenzione particolare. Se si perde di vista il
senso delle proporzioni e del tempo si rischia di creare degli automi che, ben
presto, abbandoneranno lo sport considerandolo un impegno troppo oneroso, che
chiede tanto e dà poco.
Un atleta ha bisogno di pensare, sognare e costruire
la propria storia. Se non si immagina nel futuro, se non si lascia condurre dai
suoi sogni e non si sente protagonista della sua storia, presto abbandonerà
l'idea ed i propri ideali. Costa molto essere protagonisti in un mondo che,
troppo spesso, ci abitua alla passività; costa molto ed è difficile motivare un
individuo a conquistarsi il proprio valore, attraverso la costruzione della
propria persona. E' più semplice offrire dei surrogati legati più all'immagine
che non alla sostanza, che non offrire degli spazi entro cui una persona,
rappresentando se stessa, è in grado di realizzarsi.
In un lavoro costante di programmazione nel. futuro,
orientati dagli obiettivi, impegnati costantemente alla progettazione di se
stessi, è poca cosa ciò che ci si può
permettere di lasciare al caso.
Sono molti i momenti dedicati ad anticipare ciò che
succederà nell'immediato futuro; è dunque utile costruirsi delle
"profezie" vincenti e dare così spazio a idee e pensieri orientati al
futuro nel modo in cui desideriamo vederlo realizzato.
Il nostro comportamento risulta continuamente
orientato e guidato dal modo in cui anticipiamo gli eventi che seguiranno. Il
mito di un grande atleta precede quasi sempre quest'ultimo, alimentando ciò che
è detto su di lui, anche quando in realtà l'atleta stesso non è in grado di
soddisfare le attese; differenti sono le aspettative direttamente fornite
dall'interessato, più ancora che un giudizio espresso dall'esterno, queste sono
in grado di dimostrarsi vere, dal momento che è l'atleta stesso a descriverle
ed alimentarle attraverso i suoi pensieri, orientando in tal modo l'intero
apparato percettivo. E' dunque fondamentale lavorare sulle aspettative e sul
modo di affrontare le conseguenze della propria attività nel futuro,
prefiggendosi nei dettagli ciò che si desidera raggiungere.
L'atleta ha essenzialmente bisogno di costruirsi uno
stato mentale (un preciso equilibrio psicofisico di pensieri e sensazioni) che gli
permetta, durante tutta la prestazione e in particolare nei momenti più
significativi, di avere la massima concentrazione, determinazione e prontezza
di esecuzione, uno stato d'allerta in cui tutto attorno a lui si ferma, dove il
tempo ha un'altra dimensione, dove il controllo è totale e l'atleta sviluppa
“le doti dell'essere", non più un individuo capace di eseguire e
sviluppare l'azione, ma in grado di trasformarsi nell'azione stessa.
“Io sono la corsa!" dice il maratoneta, dove
l'identità stessa dell'atleta si confonde con il gesto atletico. Questo è un
momento "magico", il momento in cui si cambia la percezione del
soggetto che sviluppa l'azione. Solo nell'istante in cui l'arciere si, sente un
tutt'uno col proprio arco ed è in completa armonia con se stesso, può percepire
quando scoccare la freccia, sicuro che questa raggiungerà il bersaglio.
Un
particolare interessante è che alcuni studi antropologici hanno messo in luce
come certe lingue indigene Africane abbiano una particolare struttura linguistica,
dove l'azione diviene il soggetto principale della frase e l'oggetto passa ad
essere un complemento dell'azione stessa.
Il rito è una pratica fondamentale e personale
attraverso cui l'atleta, dando un significato preciso alle sue azioni
(riscaldamento, allunghi, balzi, ricognizione etc.), arriva ad essere in grado
di creare quel giusto clima attorno a sé, che lo rende in grado di accedere a
tutte le sue risorse interiori, in modo sinergico, favorendo la giusta
sincronia d'attivazione tra i suoi muscoli agonisti e quelli antagonisti.
Di contro al rito si pone l'abitudine l'altra faccia
dell'allenamento, un momento utile ma delicato allo stesso tempo: utile per il
fatto che permette di superare facilmente tutto ciò che tecnicamente è stato
appreso dall'atleta, ma che risulta dannosa nel momento in cui è persa
completamente l'attenzione su ciò che si fa, svolgendo l'intera attività in
modo routinario ed automatico.
Nel momento che uno stimolo spinge una persona a dare
una risposta, questa si trova come guidata da un meccanismo automatico di
stimolo - risposta (si pensi a quando si ha prurito e ci si gratta), il
soggetto in questo caso non e presente a se stesso, non media l'azione,
interponendosi tra stimolo
ed azione col proprio pensiero.
Tale momento di riflessione è ciò che gli orientali
descrivono in modo esteso con il termine meditazione, un analisi di ciò che mi
perturba e l'azione che mi sento chiamato a sviluppare, per decidere
eventualmente sul da farsi.
In questo momento meditativo io posso cambiare
l'azione, decidere di non agire, o interporre un tempo tra lo stimolo e
l'azione; arrivo a possedere un controllo assoluto attraverso la mia semplice
presenza.
Essere presenti permette di decidere, di scegliere, è
una qualità fondamentale per l'uomo, è il momento in cui l'io veramente esiste
e ne è pienamente consapevole.
La pratica dello sport, per ciò che richiede al
soggetto che la esercita, può essere considerata per l'uomo occidentale un
momento di meditazione, al pari di molte forme meditative espresse dagli
orientali.
In particolare, nel momento in cui l'atleta arriva a
considerarsi un tutt'uno con l'azione, si è dinnanzi ad un fenomeno molto
simile all'illuminazione, solo protratta nel tempo, descritta nei modi più
inconsueti e svariati dalla pratica dello Zen.
Lo sport è un rito costruito attraverso il proprio
corpo, portato avanti per un tempo sufficentemente lungo da permettere di
identificarsi completamente in ciò che si fa.
Molte tecniche meditative sono azioni ripetute per un
lungo tempo, fino ad essere in grado di calarsi completamente in ciò che si fa;
lo sport, sia quello professionistico che quello dilettantistico, rappresenta
un intenso momento meditativo per la mente.
E’ a questo livello di sport come meditazione che il
lavoro dello psicologo risulta più attinente, dal momento che l'atleta,
sviluppando doti strettamente collegate al lavoro mentale, entra in uno
stato di trance, uno stato di coscienza
alterato, differente da quello legato alla routine quotidiana, in cui l'io
esercita delle capacità e delle doti oltre ai limiti della propria coscienza.
Questo stato mentale è quello che si desidera
raggiungere e mantenere quando ci si trova a lavorare con un atleta; la parte
difficile del lavoro non è tanto raggiungere ogni tanto un tale livello, quanto
mantenere ed attivare questo stato mentale, ottimale per la prestazione, tutte
le volte che se ne ha bisogno.
Entrano in gioco, durante la trance, un insieme di
energie che l'atleta deve essere in grado di gestire per tutta la durata della
prestazione, solo attraverso una precisa modulazione dell'allenamento mentale è
garantita la tenuta; altrimenti l'atleta è costretto ad accontentarsi di
risultati casuali e sporadici.
E' il lavoro sulla presenza che si intende sviluppare
all'interno della psicologia dello sport: la forte presenza richiesta
all'atleta durante le sue prestazioni, l'espressione dei suoi pensieri, gli
permette di sviluppare dei fenomeni di fusione tra azione e consapevolezza,
portandolo a convergere la propria attenzione su un limitato campo di stimoli,
dandogli chiarezza di esecuzione del gesto atletico e padronanza sul proprio
ambiente.
A questo punto si è di fronte al controllo di un unico
flusso di energia, un espressione completamente libera dagli ostacoli
cognitivi, che scorre fluida dalla mente al corpo. Una pratica costante e
continua dell'allenamento mentale, permette un più facile accesso alle proprie
risorse interne (anche al di la dell'ordinaria percezione dello spazio e del
tempo, e dei propri limiti fisiologici, come molti atleti sono stati in grado
di dimostrare), come ad una sorgente inesauribile di energia. Una fusione tra
le tecnologie mentali e quelle fisiche permetterà, ad atleti e squadre del
futuro, di superare quei limiti che oggi sono ancora troppo legati a certe
credenze.
Da poco tempo l'ipnosi si è riscattata dalle
connotazioni magico religiose che ne hanno limitato l'utilizzo e l'hanno
confinata in pochi ambiti ristretti.
Per troppo tempo sull'ipnosi si è narrato di timori e
paure derivate dai preconcetti popolari, letterari, spettacolari; purtroppo
ancora oggi troppi medici e psicologici non la conoscono affatto.
Il timore di perdere coscienza, perdere il controllo,
di essere dominati dall'ipnotista costituiscono stupide assurdità per chi
conosce questo bellissimo e piacevole stato mentale. Anche l'ansia di
apprendere o il timore di non riuscire ci allontanano dalla nostra naturale
tendenza ad accedere alle risorse creative della nostra mente.
L'ipnosi è uno stato mentale naturale, diverso dalla
veglia e il sonno, in cui la recettività a stimoli esterni (eterocettivi) e
interni (propriocettivi) si differenzia e si modula attraverso il monoideismo
(possibilità di confluire selettivamente su di uno stato desiderato).
L'ipnosi può svilupparsi in modo spontaneo,
autoprovocato o eterostimolato:
Ø
Si instaura spontaneamente nelle attività mentali immaginative, creative
o mnestiche, nelle attività automatiche e ripetitive e nell'ambito dei ritmi
circadiani individuali (ogni ciclo, della durata di 90 minuti, costituisce il
tempo ottimale di concentrazione ed attenzione mirata, dopo il quale si ha
bisogno di riposarsi per recuperare l'energia e lo si fa andando naturalmente
in una breve trance).
Ø
E’ autoprovocato consapevolmente in seguito ad un precedente
apprendimento come l'autoipnosi, la meditazione, lo yoga, lo sport, il training
autogeno, le tecniche di rilassamento, le tecniche di respirazione, le tecniche
di concentrazione.
Ø
E’ eterostomolato nelle prassi definite "induzioni" in cui si
attiva un processo di insegnamento -apprendimento attuato a molteplici livelli
intrapsichici e comunicativi.
Le induzione ipnotiche, come tutti i contesti di
apprendimento, sono favorite da:
Ø
Condizioni mentali come l'interesse, la curiosità.
Ø
Doti relazionali quali la disponibilità, la fiducia.
Ø
Qualità presenti nell'individuo come la creatività, la fantasia.
L'induzione di ipnosi di solito, anche se deve essere
sempre in tutto o in parte una creazione originale adatta all'interlocutore,
una volta instaurato un rapporto positivo di comunicazione e di fiducia, è una
prassi abbastanza semplice che ottiene rapidamente (mediamente in una decina di
minuti) uno stato di trance operativo per il lavoro psicoterapeutico.
La trance ipnotica non è ricevuta passivamente né
attraverso i sensi né grazie alla comunicazione; è attivamente costruita dal
soggetto "cosciente".
La funzione dell'ipnosi è molteplice, favorendo la
suggestione aumenta l'empatia, permette una percezione selettiva, favorisce
l'esperienza limitandone il criticismo, consapevolizza l'aspetto costruttivo
del lavoro cerebrale.
L'ipnosi permette l'organizzazione del mondo
esperienziale del soggetto attraverso il linguaggio verbale, attraverso la
voce, con la comunicazione corporea. Non serve a "scoprire" una
realtà oggettiva, bensì permette la costruzione di una realtà ontologicamente
stabile, come spazio di comune unità.
Nelle situazioni di grosso impegno fisico risultano
altrettanto importanti, accanto alle doti fisiche ed al livello di allenamento,
anche capacità prettamente psicologiche quale il potenziale mentale che ogni
individuo è in grado di esprimere accedendo allo stato di trance ipnotica.
L'allenamento mentale nello sport attraverso l'ipnosi
e l'autoipnosi è sviluppato utilizzando il concetto di monoidea - dinamica, in
relazione al rilassamento psico - fisico, alla concentrazione, alla
motivazione, al focus attentivo.
L'attività sportiva è la più, adatta alla
dimostrazione delle prestazioni fisiche: il piacere che ne arriva, è di gran
lunga maggiore di qualsiasi altra attività lavorativa, inoltre con essa è
possibile dare libero sfogo alla propria personalità e la gioia del movimento,
e lo spirito di lotta (come aggressività socialmente accettata) trovano la loro
giusta espressione. Nello sport, come in nessun'altra attività, è possibile
ottenere un grado massimo di miglioramento delle prestazioni.
La distensione profonda dà un senso di benessere. Chi
è in grado di distendersi nella maniera giusta, dimentica le proprie ansie e
paure naturali. Diminuisce anche la necessità di dormire e l'irrequietezza
nello stare seduti. Si riesce, infatti, a stare seduti così tranquillamente che
passa molto, tempo prima che sì avvertano disturbi.
Il miglioramento delle prestazioni sportive è uno dei
principali campi d'applicazione dell'ipnosi.
Le indicazioni nel settore dello sport sono le
seguenti: contratture e agitazione alla partenza; contratture dovute a
complessi di inferiorità o ad atteggiamenti di aspettativa; incapacità di
sfruttare al massimo le proprie possibilità e difficoltà a compiere i movimenti
con scioltezza e leggerezza; debolezza di concentrazione nel giudicare la
situazione, per cui ci si lascia sfuggire anche una vittoria sicura; nervosismo
generalizzato, collegato con stati di insonnia prima della gara, e cosiddetta
febbre da competizione.
Analizzando le cause degli insuccessi di molti atleti
di livello internazionale si è potuto constatare che "una delle ragioni
principali è data da ipermotivazione" che provoca "uno stato
ergotropico di tensione eccessiva". In luogo del doping rilassante (con
psicofarmaci), che è vietato, si consiglia agli atleti instabili emotivamente
l'applicazione dell’ipnosi, praticata regolarmente e poi eseguita in forma
abbreviata prima dell'inizio della competizione. La straordinaria sicurezza
nell'atteggiamento durante la gara è attribuibile esclusivamente all’ipnosi,
dato che nei casi in cui la calma è mantenuta senza di essa, un tale
atteggiamento si manifesta con un'intensità di gran lunga inferiore.
Impressionanti sono i risultati ottenuti con gli
esercizi anticipatori: un gruppo di studenti di educazione fisica si allenò per
due settimane rappresentandosi mentalmente la corsa agli ostacoli dieci volte
al giorno per dieci minuti ogni volta. Nei 110 m ostacoli, si ebbe un tempo
inferiore di 0,57 sec. Rispetto al gruppo di controllo il miglioramento della
prestazione fu del 100. Si trattava solo di allenamento mentale senza
immersione autogena.
Gli atleti, al contrario di ciò che si dice sul loro
comportamento, non cercano di propiziarsi la buona sorte, anche se quella é
l'ingenua attribuzione di significato che è loro attribuita in tali circostanze
e che loro stessi spesso dichiarano di fare, il loro é un rituale che
risulta fondamentale alla costruzione ed al mantenimento di un preciso stato
mentale di riferimento, anche se sviluppato con dichiarati fini differenti,
testimoni di una semplicistica spiegazione in merito.
Ogni atleta che riceve un’adeguata formazione psicologica sa quanto sia
fondamentale trovare uno stato mentale adeguato ai risultati che desidera ottenere. lo stato mentale é
definibile come un equilibrio dinamico che si struttura in una persona tra i
propri pensieri e le sensazioni ad essi legate.
E' utile considerare che ogni individuo, e l'atleta non fa eccezione, struttura
nel tempo un proprio equilibrio di competenza, stato mentale legato ad una
specifica competenze acquisita e ripetuta, ed ogni competenza si lega
strettamente ad uno stato mentale tanto da fornire ad esso come un unico
"pacchetto" di esperienza da cui attingere ogni volta che se ne ha
bisogno.
Esperienze differenti vissute "sotto" un differente stato mentale, ad
esempio una competenza vissuta in uno stato mentale ansioso, non
conducono alla fonte di apprendimento e dunque di memoria, acquisite nel tempo,
sotto il corretto stato mentale di riferimento, al contrario spostano
l'individuo da quell'equilibrio orientando la persona ad uno stato mentale
differente, dunque estraneo agli allenamenti ripetuti e consolidati nel tempo
sotto lo stesso stato mentale
funzionale al risultato finale.
L'atleta dunque compie dei gesti che nella loro apparente "ingenuità"
permettono molto spesso di accedere a quello stato mentale adeguato alla
performance, l'unico stato che porta con sé tutto il "pacchetto" di
esperienze funzionali per tanto tempo esercitate (dunque "vincenti"
rispetto ad altre possibili) ad esso correlate. Tali gesti fungono da
"ancora" o segnali, interruttori di ingresso, come lo si vogliano
chiamare, allo stato mentale di riferimento, senza il quale la
performance risulta come "non allenata" e dunque "non
funzionale" allo scopo a cui per tanto tempo ci si é allenati.
Non sono dunque "rassicurazioni interiori" o "riti
scaramantici" nonché "manie innocue", bensì chiare fenomenologie
di "richiamo" (ancoraggio, legame, stretto collegamento) dell'atleta
ad un suo preciso stato mentale di riferimento, solo a seguito di un protratto
e ripetuto "monoideismo" (unica idea presa in considerazione dalla
persona) di riferimento. La mente dell'atleta é pronta ad una precisa ed
assoluta concentrazione mirata (focus attentivo, punto attrattore o di
convergenza, ecc).
5.5 ANCORAGGIO: uno stretto legame tra mente e corpo.
Considerare l'ancoraggio a livello di semplice tecnica
comunicativa è restrittivo; in realtà l'effetto di legare assieme determinate idee
o pensieri a delle sensazioni, ha delle basi fisiologiche ben precise.
Ogni terminazione nervosa è composta di tre parti distinte
collegate tra loro:
1.
Il mio - tono, che costituisce l'innervazione del muscolo, la muscolatura
striata, quella interessata al controllo consapevole del corpo, attraverso il
sistema nervoso centrale.
2.
L'entero - tono, la parte del nervo che interessa gli organi interni e
la muscolatura liscia, i muscoli collegati al sistema neuro-vegetativo.
3.
Il dermo - tono, la terminazione nervosa sensibile collocata sotto
l'epitelio nel derma, il sistema nervoso periferico.
L'intreccio di questi tre differenti livelli costituisce la
base degli studi sull'effetto dei massaggi, di ogni forma di contatto fisico,
del significato e dell'importanza del collegamento stretto tra tutte le parti
del nostro corpo nella salute come nella malattia.
Proviamo a considerare un tipo particolare di ancoraggio,
l'auto - ancoraggio; pensiamo ad una cosa che la nostra mente si è trovata
tante volte ad affrontare ed alla sua particolare sensibilità acquisita in un
particolare campo. Ogni mestiere tende, ad esempio, a sviluppare doti di
attenzione e sensibilità in un particolare campo.
Così ogni persona sviluppa nella propria vita delle priorità
percettive, selezionando la realtà di cui è circondata in funzione delle
proprie esigenze; in particolare vi è una parte del nostro cervello preposta a
questo compito.
Il SAR, sistema di attivazione reticolare, è un insieme di
cellule nervose disposte a reticolo che mette in "contatto" la
corteccia cerebrale, lobi frontali e parti evolute del cervello umano deputate
allo sviluppo di idee e pensieri, con la parte bassa del cervello, il bulbo, le
parti collegate al sistema neuro - vegetativo.
Il SAR è il principale stimolatore della veglia e
dell'allerta del cervello, praticamente tiene sveglio il cervello, ed è il filo
conduttore di tutto il discorso psicosomatico, mettendo in relazione stretta
pensieri e stati d'animo con il corpo, sistema percettivo, muscoli, organi
interni, attraverso il sistema nervoso, ed il sistema endocrino, ghiandole ed
ormoni da loro secreti, controllato dall'ipofisi legata all'ipotalamo a sua
volta collegato al SAR stesso.
Ogni stimolo è selezionato tra un gran numero di stimoli
potenziali, si può arrivare a dire, anche se in modo semplicistico che la mente
è continuamente attenta ad orientare il corpo a percepire certi stimoli, e non
altri e quindi a favorire un particolare stato mentale. E' indubbio che il
percorso di "controllo" agisce anche al contrario, se sono i pensieri
che possono guidare le sensazioni, anche le sensazioni possono portare a certi
pensieri; il corpo può essere fonte di pensieri, come i pensieri possono essere
stimolo al corpo, in una catena che si attiva continuamente in cui è difficile
ad un certo punto costruire una priorità di eventi.
lo stato mentale è una speciale forma di ancoraggio che
avviene tra i nostri pensieri e le nostre sensazioni, ogni persona possiede un
suo particolare stato mentale costituito da un preciso equilibrio tra pensieri
e sensazioni; ogni equilibrio ha i suoi limiti e le sue potenzialità, al punto
che ogni stile di vita è contemplato in un solo stato mentale che si fissa in
noi sotto forma di una personale identità.
Possiamo distinguere tre differenti fasi di un evento:
1.
L'esperienza, il momento in cui si viene a contatto con una realtà, un
contenuto, l'esperienza è quello che non è, niente di più.
2.
La descrizione, quando si definisce il contesto entro il quale avviene
l'esperienza, il come, un fatto non è fino a che non è descritto, a quel punto
un fatto è come lo dici.
3.
la spiegazione, in cui si creano legami, relazioni tra cose e persone,
si cercano i perché, il motivo per cui si arriva a fare certe spiegazioni di
certe esperienze.
L'ancoraggio è un momento dell'esperienza in cui, possiamo
dire, avvengono più cose contemporaneamente, e come avvengono così rimangono
legate assieme, al punto che ognuna è in grado di richiamarne un'altra.
In tal modo l'esperienza è terreno di descrizioni che vanno
a costituire spiegazioni, queste ultime andranno a cercare nuove esperienze in
un susseguirsi di catene e legami senza fine.
La vita intera può essere vista come un susseguirsi di
momenti in cui fissiamo, attraverso l'esperienza, dei fatti esterni a noi, a
realtà interne come sensazioni e pensieri; rimaniamo sensibili a certe
esperienze perché le abbiamo vissute da vicino, ci siamo immersi, attraverso
ciò che abbiamo visto, ascoltato o sentito, in ciò che ci circondava, il nostro
stesso ricordo rimane presente in queste associazioni, dimentichiamo, o non ci
accorgiamo neppure, ciò che non associamo alle idee e alle sensazioni della
nostra vita.
Il nostro mondo è pieno di ancore, alcune di grande valore,
altre banali, un'ancora può essere una certa parola, un gesto, una frase, un
concetto, qualunque cosa che stimoli i nostri sensi e ci colleghi a pensieri,
idee, qualunque cosa sia in grado di creare uno stato d'animo.
La maggior parte degli ancoraggi è casuale, se ci si trova
in un intenso stato d'animo, positivo o negativo che sia, se si viene a
contatto con uno stimolo allo stesso tempo è probabile che questo si ancori, la
ripetizione dello stesso stimolo in concomitanza al fatto fissa più ancora
l'evento allo stato d'animo.
A livello di tecnica, perché un ancoraggio sia efficace,
devono essere rispettati quattro passaggi:
1.
Perché un'ancora sia collegata come stimolo ad uno stato d'animo è
necessario che ci sia intensità emotiva in ciò che è provato.
2.
Lo stimolo collegato va applicato solo nel momento culminante
dell'esperienza, se dato troppo presto o troppo tardi non darà l'effetto
desiderato.
3.
Lo stimolo che si dà deve essere unico, non inflazionato, solo così si
potrà avere la certezza di una corretta associazione.
4.
Tutte le repliche di rinforzo per un'ancora devono essere della stessa
natura per poterne alimentare la fonte.
Va da sé che un elemento fondamentale di un ancoraggio, sia
quello rivolto a se stessi, sia quello rivolto agli altri, è la consapevolezza.
Se ho chiarezza nelle associazioni che sto vivendo sono
libero di rinforzarle o neutralizzarle ogni volta che desidero, la relazione
che creo in me o negli altri solo quando è voluta è considerabile una tecnica e
quindi un mezzo che ho a mia disposizione. Tutte le volte che casualmente
stimolo degli stati d'animo senza sapere dove mi conducono sto facendo una
semplice esperienza; solo in un secondo tempo sarò in grado di descriverla in
un contesto positivo o negativo; e solo successivamente potrò arrivare a
considerarla, attraverso adeguate spiegazioni, uno stimolo adeguato a farmi
vivere determinati stati d'animo da me desiderati.
A questo punto possiamo permetterci nuove esperienze,
considerazioni, associazioni e riprendere da capo l'intera esperienza, forse è
in questo modo che si sviluppa la conoscenza, un percorso infinito di continui
legami tra le cose e le persone che vanno a costituire quelle relazioni che
noi, continueremo a esplorare, e alla fine delle nostre esplorazioni ci
troveremo al punto da cui siamo partiti e conosceremo il posto per la prima
volta.
6 -
ORIGINI DELL’IPNOSI
I nostri antenati cacciatori - raccoglitori, che, nel
corso di decine di migliaia di anni, hanno sviluppato le tecniche della pietra,
per elaborare poi quelle dell'osso e del metallo, hanno disposto e fatto uso,
nelle loro strategie di conoscenza e di azione, di un pensiero
empirico/logico/razionale ed hanno prodotto, accumulando e organizzando un
formidabile sapere botanico, zoologico, ecologico, tecnologico, una vera e
propria scienza.
Tuttavia, questi nostri avi arcaici accompagnavano
tutti i loro atti tecnici con riti, credenze, miti, magie, e agli antropologi
dell'inizio del secolo è persino potuto sembrare che, rinchiusi in un pensiero
mitico - magico, questi "primitivi" ignorassero ogni razionalità.
Una tale visione è ormai abbandonata
dall'antropologia contemporanea, che ha anzi, in diversi modi,
"riabilitato" il mito.
La storia dell'ipnosi inizia nella notte dei tempi ed
è strettamente connessa con le storie religiose e magiche e mitologiche
dell'umanità: essa faceva parte dell'insegnamento iniziatico dei culti
misterici orientali e occidentali (la praticavano ancora i sacerdoti Druidi
nell'Irlanda di San Patrizio) e di chissà quante pratiche esoteriche, mistiche.
Religione significava, in origine vincolare, legare insieme, dare un senso,
significare; il fine dell'ipnosi è anche quello di restituire, modificare,
costruire dei legami, con se stessi, verso gli altri, con le cose.
Il nome stesso indica uno stato di coscienza diverso
dallo stato di coscienza normale: "ypnos" in greco significa
"sonno"; tuttavia lo stato ipnotico non corrisponde al sonno, ma
assomiglia più, precisamente al sonnambulismo, dove emergono comportamenti
inconsci, normalmente soppressi dall'attività cosciente razionale.
L'ipnosi può essere autoindotta (allora si parla di
"autoipnosi") o eteroindotta (cioè indotta da un'altra persona) ed è
quest'ultima, che più frequentemente si indica, quando si parla semplicemente
di ipnosi.
L'ipnosi conobbe un momento di grande popolarità nel
XIX secolo, grazie a due figure indimenticabili, pur fra loro molto diverse :
Mesmer e Charcot.
Mesmer, probabilmente a conoscenza delle antiche
esperienze misteriche, fu un geniale sperimentatore e sosteneva la teoria del
passaggio di una sorta dì fluido, dall'ipnotista all'ipnotizzato, ma anche
viceversa, in grado di rendere conto delle trasformazioni dello stato di
coscienza non solo del paziente, ma anche in una certa misura dello
sperimentatore ; ciò ricorda quanto accade nella pranoterapia , nel Reiki e nel
Qi gong, pratiche nelle quali si sostiene espressamente un passaggio di energia
vitale.
Senza alcun dubbio l'esperienza di Mesmer influenzò
Charcot, che cercò di portarla in ambito scientifico.
Charcot era un grande scienziato della Francia
positivista, un accademico , il quale, grazie all'ipnosi, dimostrò l'esistenza
di un disturbo sino a quel momento attribuito a possessione, nelle sue
manifestazioni estreme : l'isterismo . La paziente posta in stato di ipnosi,
cessava di sopprimere le sue paure e le sue ribellioni , nonché l'effetto di
particolari condizioni fisiche sulla sue psiche (isterismo deriva dalla parola
greca "yster",utero, a indicare il sorgere di vere e proprie emozioni
"organiche", che salgono in un certo modo sino al cervello,
influenzando il comportamento) e si abbandonava ad una drammatizzazione dei
sentimenti nascosti .
Allievo di Charcot a Parigi fu il giovane Freud ,
che, pur non praticando in seguito l'ipnosi nel modo impositivo seguito da
Charcot trasse da essa l'idea della psicanalisi, fondata sull'aiutare il
paziente a far emergere elementi conflittuali soppressi nella parte inconscia,
verso la parte conscia della mente.
Malgrado Freud non praticasse l'ipnosi in senso
stretto, bisogna notare che egli ebbe l'idea di far adagiare il paziente su un
divano, di porlo in una condizione di rilassamento, che in un certo senso si
può considerare come uno stato leggero di ipnosi, nel quale è più facile che
possano emergere contenuti psichici profondi .
Mentre Freud si riferiva prevalentemente alla
psicanalisi, considerandola una sorta di catarsi della vita psichica
individuale, il suo contemporaneo Jung vide nell'analisi semiipnotica
dell'inconscio , anche l'emergere di contenuti della storia inconscia
dell'umanità, codificati nel suo codice genetico come archetipi, cioè modelli
ideali , cui la vita individuale tende ad ispirarsi : la salute psichica deriva
secondo Jung dal giusto equilibrio fra elementi della storia individuale e
modelli genetico -culturali molto vasti .
Negli anni '60 Schultz mise a punto una tecnica di
auto - ipnosi, fondata sull'apprendimento di un rilassamento profondo,
chiamandola "training autogeno": "training" = allenamento,
in quanto l'individuo metropolitano stressato, ha perso la naturale
predisposizione al rilassamento e deve allenarsi per riappropriarsene e
"autogeno" nel significato dì stato di coscienza diverso dallo stato
di veglia e autoindotto, simile allo stato di rilassamento del paziente sul
lettino dello psicanalista.
Tale stato consente al paziente di conservare la
propria vigilanza , quel tanto che basta per rendersi conto personalmente dei
contenuti psichici profondi che emergono, ma evitando che l'analisi razionale impedisca
o sopprima il loro pieno e libero dispiegamento.
Altri terapisti preferiscono invece utilizzare uno
stato più profondo, nel quale il paziente non è affatto consapevole dei
contenuti inconsci , che vengono alla luce; ciò evita l'interferenza della
mente analitica. ma limita la crescita personale del paziente, che può
migliorare da certi disturbi, ma senza comprenderne le ragioni, né senza
rendersi conto delle dinamiche psicologiche; tale migliorata consapevolezza
consentirebbe una vita serena e una crescita personale.
Secondo Milton H.Erickson, il più grande studioso
dell'ipnosi dell'epoca moderna, le tecniche per indurre la trance ipnotica (più
o meno profonda), sono tante , quanti i singoli pazienti; vale a dire ogni
persona è sensibile a particolari stimoli verbali o fisici, in grado di porlo
in uno stato dì coscienza diverso da quello di veglia.
Contrariamente a Freud, Erickson considera
l'inconscio una sorgente di spontaneità creativa e non solo un. elemento di
possibile disturbo della vita di relazione; al contrario, il ritrovare e
percorrere l'inconscio equivarrebbe a un cammino di crescita, al recupero di
forze sconosciute dentro di noi. Dunque rispetto a Freud, non solo catarsi , ma
anche o soprattutto crescita personale fondata sulla conoscenza di sé e delle
potenzialità nascoste, che rendono interessante e degna la vita.
La storia stessa di Erickson chiarisce le motivazioni
della sua particolare concezione .
Egli visse la sua infanzia in campagna, in modo molto
libero, esuberante e felice, finché un attacco di poliomielite non lo bloccò da
un giorno all'altro su una sedia a rotelle, impedendogli i movimenti. Anziché
disperarsi, il giovane Milton iniziò a portare l'attenzione sul proprio corpo,
cercando di scendere quasi al livello di coscienza cellulare , per riallacciare
i legami motori interrotti; egli cercava di scendere in profondità nei suoi
muscoli e nel suo sistema nervoso, per riaccendere con l'aiuto della volontà
l'attività motoria . Dopo circa un anno di paralisi totale , a poco a poco egli
riprese la capacità di muoversi .
Tale esperienza influenzò profondamente il suo modo
di essere e di pensare; da lì in poi egli dedicò la sua vita allo studio dei
meccanismi mentali, che rendono possibile la comunicazione con il livello di
memoria inconscio od organico, sottostante al livello di coscienza razionale,
ma capace di influenzare quest'ultimo in modo determinante .
Per Erickson l'ipnosi è semplicemente un aiuto
fornito ad una persona per ricontattare gli strati più profondi della
coscienza, ristabilendo una continuità fra coscienza razionale ed intuitiva e
riscoprendo tutti i valori perduti o dimenticati della sua personalità.
Dunque é una concezione molto diversa dalla ipnosi
animale di Mesmer, da quella impositiva di Charcot, da quella catartica di
Freud e in un certo senso anche dalla visione junghiana fondata sugli archetipi
inconsci, comuni a tutta l'Umanità .
Erickson è pragmatico, non si pone il problema se ciò
che sperimentano i suoi pazienti sia dovuto ad un fluido animale, a rimozioni
mentali o a modelli inconsci collettivi, ma il punto è di aiutare le persone a
recuperare, attraverso lo stato ipnotico una maggiore consapevolezza di sé .
Anche nel modo di indurre l'ipnosi egli evita di stabilire un vero e proprio
protocollo di passi da seguire uno dopo l'altro, ma lascia libertà al terapeuta
di trovare il miglior modo di approccio individuale al paziente, avvicinandosi
a lui con umiltà, cercando di farsi insegnare in un certo senso dal paziente
stesso il modo migliore per ipnotizzarlo, intuendo le aree della sua vita
mentale più bisognose di aiuto e di più facile e proficuo accesso . Trovate
queste aree, il paziente si abbandona volentieri all'opera dell'ipnotista, che
lo guida nell'esplorazione e nella scoperta di sé.
In un certo senso l'opera dì Erickson rimane come il
maggiore esempio moderno di una via iniziatica, possibile per tutti, di
un'apertura del terzo occhio, priva di fronzoli esoterici .
6.1a La sofrologia
Deriva dalla parola greca "sofron" che
significa “mente sana". essendo composta da "sos" = sano,
integro e "Tren " = mente, intelletto. Dunque sofrologia dovrebbe
esattamente indicare “lo studio delle condizioni della sanità mentale" .
Il termine fu coniato dal neuropsichiatra spagnolo di
origine colombiana Alfonso Caycedo, il quale dapprima si era dedicato
all'ipnosi clinica, rimanendo tuttavia deluso dai risultati conseguiti .
Si dedicò allora allo studio delle discipline
orientali, in particolare dello Yoga, che da migliaia di anni si occupano
secondo una prospettiva pratica filosofico - religiosa della meditazione , come
particolare stato di coscienza, che consente l'evoluzione umana.
Il merito di Caycedo è quello dì avere tentato con un
certo successo di avvicinare tale pratica di meditazione e sviluppo spirituale
al modo di vita occidentale, rendendo accessibile a molte persone, almeno parte
di un sapere altrimenti inaccessibile, capace di migliorare se non altro la
qualità della vita dell'occidentale stressato, favorendo il rilassamento e
anche rendendo possibile l'iniziazione alla pratica della meditazione.
L'addestramento sofrologico collettivo è
relativamente semplice e pratico; tutti gli esercizi possono essere eseguiti,
anche stando seduti o in piedi e possono, poi, essere esercitati regolarmente,
ma anche in spazi temporali brevi, a casa, sul luogo di lavoro o in qualsiasi
altro posto .
Caycedo divide la coscienza in tre stati : di veglia,
sonno e rilassamento o sofroliminale (il livello di semiaddormentamento che sta
fra la veglia e il sonno).
La sofronizzazione mira ad aiutare le persone a
raggiungere, quando lo vogliano, il livello sofroliminale, che corrisponde allo
stato ipnotico di Erickson.
Per fare ciò l'insegnante- terapeuta. chiamato
"sofrologo" usa il "terpnòs logos" ; terpnòs in greco
significa " gradito,piacevole, dilettevole, soave, accetto, sensazione di
piacevole sazietà`, cioè" delle parole che inducono il rilassamento,
pronunciate come avviene del resto nel training autogeno, con accento basso,
calmo, dolce ripetitivo.
La sofrologia presenta molti punti in comune con il
training autogeno, di cui è in sostanza una variante. ma uno dei meriti
specifici di essa, è di avere creato un fiorire di studi sull'attività
elettrica del cervello, in relazione con i diversi stadi di coscienza .
Negli ultimi tempi è stato messo a punto un
oloencefalogramma, cioè un elettroencefalogramma computerizzato, che è in grado
di identificare esattamente lo stato di sofronizzazione, quando è indotto nelle
persone, per il comparire di un particolare ritmo elettrico cerebrale ad esso
corrispondente : ciò consente al sofrologo di aiutare con più accuratezza il
rilassamento.
Il biofeedback che, tradotto in italiano,significa
più o meno "controllo automatico di un evento biologico", comprende
varie metodiche, che consentono, attraverso attrezzature elettroniche di
monitoraggio, fra cui appunto l'encefalogramma, di controllare le funzioni
biologiche (attività elettrica cerebrale,battito cardiaco,umidità della
pelle,ventilazione polmonare) , in relazione con lo stato di stress o di
rilassamento .
Un suono o un segnale acustico o una musica soave
indica al paziente, quando interviene lo stato di rilassamento e quando invece vi
sono segni di stress, sotto forma di eccitazione cerebrale, cardiaca o cutanea
; in tal modo si può apprendere individualmente, aiutati. in una prima fase dal
terapista, il modo migliore per rilassarsi, raggiungendo quello stato ipnotico.
Il biofeedback può essere utilizzato anche nella
terapia antifumo, nella disassuefazione dall'alcool e dalle droghe; esistono
anche apparecchi portatili di uso domestico, in grado di aiutare nel
rilassamento o nella meditazione .
In conclusione si assiste al fatto , che dal concetto
di ipnosi, come pratica mistico – magica –fascinosa - esoterica, si sia passati
al riconoscimento di essa come stato di coscienza (diverso dalla normale
coscienza di veglia) che può avere diversi livelli di profondità, proprio come
una scala ha diversi gradini ( del resto questa immagine della scala è usata
frequentemente in, certe tecniche di induzione ipnotica, quando si invita il
paziente da ipnotizzare, a immaginare una scala mentale, da percorrere verso il
basso, sino a raggiungere un piacevole stato di abbandono) .
A questo punto bisogna riconoscere, che da un lato
l'ipnosi confluisce nelle pratiche cosiddette di rilassamento, che
rappresentano i primi gradini della scala (per esempio: training autogeno,
sofrologia, biofeedback, ) e dall'altro presenta dei punti di contatto con la
meditazione, che si fonda su una sorta di stato ipnotico, cioè di rilassamento
profondo, dove tuttavia la coscienza è molto viva.
Perciò bisogna considerare l'ipnosi e il complesso
delle tecniche di rilassamento, come parte di un unico fenomeno, che
corrisponde a uno stato di atarassia mentale, cioè di tranquillità interiore,
che può essere anche fine a se stesso, come rimedio dello stress della vita
moderna, ma sul quale si può fondare una terapia psicologica, come la
psicanalisi freudiana o junghiana o reichiana, l'ipnosi ericksoniana, i
livelli. superiori della sofrologia, del training autogeno e del biofeedback,
il sogno da svegli, guidato di Desoille.
Il punto di partenza della meditazione, pur avendo in
comune con i modelli precedenti la condizione di atarassia mentale, o ipnosi, è
"il punto di arrivo delle varie terapie psicologiche : nella meditazione
lo stato ipnotico assume un sempre maggiore contenuto di consapevolezza , sino
alla consapevolezza di sé come essere spirituale, immerso in un Oceano
spirituale, che è l'Universo intero.
“Noi siamo quello che pensiamo di essere, viviamo
per come ci pensiamo, dicendo alla nostra mente, ripetute volte, quello che
desideriamo fortemente divenire, dandole ordini chiari, suadenti, semplici e
sentiti, essa ci accontenterà”.
Da dove é partita la condanna che ha ridotto l'ipnosi ad un
cumulo di false superstizioni dettate dall'ignoranza, che ancora oggi non fanno
altro che ingannare il senso comune, come lo stesso senso scientifico?
Freud, alla fine dell'800 scorso ha ripudiato l'ipnosi
considerando il metodo catartico prima e la psicanalisi in un secondo tempo le
metodiche veritiere e unico riferimento per la "cura" e lo studio
della psiche, in tal modo l'ipnosi, per cui non poteva ancora esistere una
valida spiegazione e comprensione della sua fenomenologia, fu radiata dalla
ricerca medica e psicologica.
L'ipnosi allora sconfinava nell'oscurantismo del misticismo
e della magia, non era adatta per essere introdotta nei salotti bene della
scienza ufficiale, chiunque fosse scoperto ad utilizzare apertamente l'ipnosi,
con tanto di nome e fenomenologia era messo al bando, il bisogno di credibilità
e fondatezza scientifica della medicina e della neonata psicoterapia era ancora
troppo alto agli inizi del XX° secolo per sporcarsi le mani con qualcosa troppo
forte nei suoi effetti, ma assolutamente inspiegabile come era l'ipnosi.
Eppure l'ipnosi, agli albori della civiltà, era largamente
usata dagli antichi medici - sacerdoti di tutti i popoli della terra, ne
conoscevano gli effetti e da buoni pragmatici la utilizzavano ottenendo grandi
effetti, dal momento che avevano l'appoggio del senso comune degli uomini del
tempo.
Pensiamo ai primi tentativi dell'uso del linguaggio tra i
nostri avi, probabilmente nacquero le prime vocali, le più facili da
pronunciare come la a e la u, e tra le consonanti la m la più semplice, ebbene
tra i monaci Tibetani è diffuso l'uso dei mantra utilizzati per la loro
meditazione, un suono ripetuto in modo ritmico, sempre uguale, quasi
all'infinito aaummmmmm - aaummmmmm - aaummmmmm - aaummmmmm; con buona
probabilità riti ripetuti nei secoli, sempre uguali nella loro semplicità,
tramandati fino ad oggi, in grado di favorire una trance condivisa, un
attivazione dell'attività non razionale della mente, al pari del rosario e
delle preghiere per il Cristianesimo, come le preghiere ad Allah per l'Islam, o
i rituali de Fachiri dell'Induismo.
L'ambiente storico - culturale della fine del settecento,
inizi dell'ottocento, nel quale la pratica ipnotica ritornò, dopo essere
scomparsa dall'uso comune per millenni, era pesante, analfabetismo di massa,
povertà di larga parte della popolazione e di conseguenza, ricchi, in genere nobili,
clerici e colti borghesi che vivevano sfruttando completamente il resto
dell'umanità.
In questa realtà non ci può stupir che la "forma"
assunta dall'esercizio dall'ipnosi risultasse autoritaria, coercitiva e qua e
là colorata di elementi magici e religiosi.
La pratica o tecnica dell'ipnosi, al di là della sua
"forma" abusata, risultava ancora troppo complessa, difficile da
intenderla come uno stato mentale naturale nel funzionare fisiologico
dell'organismo umano in modo indipendente dalla tecnica usata per indurlo o
dalla sua spontanea modalità di manifestarsi.
Il panorama attuale è ben diverso, sono molte le tecniche
induttive conosciute, dirette ed indirette, allora l'unica forma conosciuta era
quella diretta e autoritaria, fondata più sul potere carismatico e sul
prestigio professionale, che non sulle qualità possedute dal soggetto.
La convinzione diffusa era poi che servisse indurre, sempre
e comunque, nei propri pazienti il livello della trance sonnambulica con
relativa amnesia, e dunque i risultato erano scarsi dal momento che il livello
sonnambulico è raggiungibile facilmente, dunque in tempi brevi, solo dal 4 - 5%
della popolazione; oggi sappiamo che già con una trance vigile, nella quale il
soggetto rimane cosciente durante tutto il tempo dell'induzione, è possibile
ottenere degli ottimi risultati nell'organizzazione psicofisica di un
individuo, cambiamento, ristrutturazione, trattamento delle fobie, nevrosi,
instabilità e così via.
Con l'impossibilità a spiegare il fenomeno dell'ipnosi ed il
limite nel pensare alla difficoltà ad indurre profonde trance, Freud continuò
ad usare l'ipnosi inconsapevolmente; ogni seduta psicoterapeutica induce una
trance più o meno profonda, ma il suo giudizio negativo del fenomeno finì per
condannare l'ipnotismo al più completo ostracismo.
L'ipnosi fu abbandonata al libero esercizio ed abuso di
ciarlatani, falsi maghi e menzogneri terapeuti, passarono decine di anni prima
che l'ipnotismo tornasse a riscuotere interesse scientifico. Coraggiosi
innovatori del pensiero e della ricerca sull'ipnosi furono negli Stati Uniti il
dr. Milton Erickson, considerato il padre dell'ipnosi moderna, e da noi in
Italia il dr. Franco Granone, docente in clinica delle malattie nervose e
mentali e primario neurologo presso l'Ospedale Generale Sant'Andrea di
Vercelli.
Il loro lavoro vastissimo, sostenuto da una ricerca metodica
e scrupolosa, ha permesso all'ipnotismo di fare breccia in quel muro intonso
del discredito e del pregiudizio che sembrava averlo seppellito per sempre.
Oggi esiste un chiaro tentativo da parte dell'opinione
scientifica di comprendere il fenomeno, si comincia a capire la necessità di
utilizzare un pool di discipline per poter inquadrare l'ipnosi ed utilizzarla
in modo efficace e mirato. Ma la massa, per quanto colta ed istruita, resta
ancora influenzata dei detti popolari, dai preconcetti e le credenze ingenue di
chi in fondo la propria mente la utilizza, ma proprio non si sforza di capirla,
ci è dato uno strumento meraviglioso ma senza libretto d'istruzione, dunque neppure
la più spicciola psicologia della sopravvivenza mentale è insegnata a scuola,
si rischia ogni giorno di danneggiare la mente delle persone ma non si fa nulla
per evitare il baratro.
Non si conoscono gli stati mentali, e si crede fermamente di
vivere in un'unica realtà preconfezionata, uguale per tutti, siamo ancora alla
preistoria di un corretto senso del reale, per noi indiscutibilmente la realtà
è che il sole ruota attorno alla terra e guai a dubitare di questa realtà.
La convinzione radicata di condividere tutti un medesimo e
identico livello di coscienza ordinaria e di partecipare, con tale meraviglioso
strumento, ad una medesima, identica realtà è la tomba per ogni possibile
cambiamento. In passato, chiunque avesse dubitato delle accertate, assolute,
indiscutibili verità, sarebbe stato additato come pazzo o eretico e, solo per
questo, probabilmente processato, ma guai a credere che le cose oggi siano
cambiate.
L'esperienza avrebbe dovuto insegnarci che la stessa scienza,
nella sua storia, ha conosciuto mille e mille verità che sistematicamente il
giorno dopo erano dimostrate infondate; è il normale procedere della
conoscenza, si sostiene l'essenza di un principio per poter andare oltre.
Col secondo principio della cibernetica risulta chiara la
nostra responsabilità come costruttori della realtà, percependo ed elaborando
col pensiero, noi condizioniamo la realtà e siamo, da quest'ultima,
condizionati, in un processo circolare di causalità reciproca.
L'educazione dei figli avviene in questo modo, fin da quando
neonato si indirizza lo sguardo, i primi consensi, quando è più grande si fa la
stessa cosa con le sue convinzioni, solo a prezzo di grandi sforzi, generazione
dopo generazione, qualcosa muta, l'umanità conquista una più ampia veduta e il
suo orizzonte si allarga, grazie a qualcuno che in modo persistente insiste su
qualcosa di diverso.
Oggi, il pregiudizio da abbattere, è quello degli stati di
coscienza da una parte e della realtà ultima oggettiva del mondo dall'altra.
Pregiudizi radicati, per superare i quali ci vorrà disponibilità ed elasticità
mentale. In altre parole, la rivoluzione da compiere, è quella del superamento
dei limiti dell'attuale coscienza.
6.1cLa trance ipnotica
Per comprendere lo studio della trance ipnotica e
degli stati alterati di coscienza è indispensabile essere disposti a mettere in
discussione buona parte delle nostre certezze, abbandonare i pregiudizi ed
entrare in un intervallo di incertezza e relatività; non si può trovare una
cosa se non si sa bene cosa cercare. Nessuno è mai riuscito a vedere ciò che
non voleva vedere, né ciò che non era preparato a vedere. Per questo non
riusciremo a comprendere le innumerevoli sfumature degli stati alterati di
coscienza se non ci prepariamo ad osservarli con occhi diversi da quelli con i
quali li abbiamo finora osservati e con la mente sgombra da vecchie
superstizioni.
Una trance è presente ogni qualvolta l'Io passa da
uno stato vigile di coscienza (SvC) o stato di veglia, ad uno
"diverso", " un altro" rispetto a quello considerato vigile
per quel singolo individuo in un determinato tempo. La trance è
identificata come uno dei possibili stati di coscienza alternativa (SaC) che è
definito come un'alterazione qualitativa e/o quantitativa del funzionamento
della nostra mente, diverso dagli alti possibili stati mentali riscontrabili
quali:
1.
Lo stato di veglia.
2.
Lo stato di sonno in cui il sogno rende il tipo di attività presente nel
cervello.
3.
Lo stato di coma in cui c'è assenza di attività mentale.
Una tale definizione inquadra il fenomeno trance come
una sindrome, differente dalle altre sindromi conosciute, veglia, sonno, coma,
patologia mentale, morte, complessa, ma del tutto naturale (al contrario di
come sosteneva la scuola di Charcot).
Uno stato mentale, la trance, presente ed attiva anche negli
animali, accumulabile all'esperienza dell'attività mentale inconscia, della sua
attività inconsapevole, sempre presente, che accompagna, in armonia come in
conflitto, la nostra quotidiana attività, un continuum di trance, potremmo
dire, equiparabile alla coscienza condivisa dello "stato di veglia",
che oscillerebbe continuamente tra una forte condivisione del reale ed una
debole condivisione del reale, dunque tra una trance condivisa ed una trance
personale.
Il concetto di "ipnosi animale", lo utilizziamo
solo per intenderci, in molte specie è presente un fenomeno simile alla trance
ipnotica, quando è sperimentalmente inibito il funzionamento dell'istinto di
conservazione, come estrema difesa tende a prodursi uno stato naturale di
catalessi.
Il riferimento è alla scoperta di Henri Laborit del così
detto SIA (Sistema di Inibizione dell'Azione) e delle vie neurofisiologiche
subcorticali antagoniste a quelle che controllano l'azione nel piacere
(nutrizione e riproduzione) o nello stress (aggressione e fuga). Sistema di
inibizione che entrerebbe in funzione in tutti quei casi in cui l'azione
potrebbe risultare improduttiva o comunque dannosa per l'animale, e che, se di
breve durata, servirebbe appunto a riequilibrare l'organismo in vista di una
successiva risposta motoria.
L'uomo nella sua complessità supera le altre specie animali,
con il suo bagaglio di storia e di cultura, il processo di innesco della trance
è comune, un processo neurofisiologico, mentre la fenomenologia si è
differenziata a seconda della complessità presente nel sistema mentale di
riferimento.
Come stato alternativo della coscienza (SaC), la trance
non è il sonno fisiologico, non ha la stessa alterazione dei riflessi, né il medesimo
tracciato elettroencefalografico, cambia il metabolismo basale del cervello), è
differente dagli stati di coscienza patologici.
L'ipnosi è uno stato psicofisico che può scaturire
spontaneamente o essere indotto con ipnotismo. Particolari stati di trance si
producono anche in situazioni differenti quali:
l’innamoramento, la passione sfrenata in certe attività, la
tensione mistica durante rituali di preghiera o meditazione, l'estro e il
"trasporto" durante momenti creativi di produzione artistica o di
produzione scientifica, particolari fasi legate all'assunzione di droghe,
l'ebbrezza alcolica e particolari momenti di attività estreme.
La trance ipnotica va distinta da altre forme di trance.
Solo quando compaiono in questo stato di trance, e cioè di parziale
dissociazione psichica dell'Io, fenomeni di ideoplasia più o meno controllata
auto o eteroindotta allora noi riteniamo più opportuno parlare di trance
ipnotica o semplicemente di ipnosi.
Sicuramente il monoideismo favorisce l'induzione in trance,
quando poi riguarda gli affetti è ancora più significativo e coinvolgente, ogni
forma di innamoramento, l'amore per la persona che si ama, l'artista nella sua
estasi creativa, lo scienziato che ricerca la verità nella sua nicchia di
interesse, il mistico che venera il suo Dio, l'atleta in grado di distruggersi
per la vittoria, per conquistare un nuovo record, tutti dimostrano quanto
questo "potere" abbia effetto sull'uomo.
La distinzione tra la trance intesa
semplicemente come stato alternativo di coscienza (SaC) e l'ipnosi è senza
dubbio significativa per definire il lavoro che l'ipnologo svolge e la sua
abilita a guidarlo e renderlo funzionale, al contempo, sicuramente più magico,
il riporre piena fiducia nell'inconscio della persona spinge a realizzare al
meglio le capacità di autoguarigione e sviluppare al pieno le potenzialità
della mente attraverso il lavoro dell'inconscio.
La modificazione della reattività fisiologica cerebrale
attraverso l'uso di parole e/o immagini, la modificazione di molte funzioni
somato – viscerali: paura, gioia, piacere, come di quelle neurovegetative,
senso di vuoto, vertigine, ed endocrino – umorali, richiamano come possa essere
attuato il superamento della dicotomia Cartesiana corpo mente che ha generato
il problema psico - somatico.
Solo con un cambio di paradigmi ci ricorda Edgar Morin
possiamo sperare di superare i limiti del nostro conoscere, l'ipnosi stessa può
trovare una sua spiegazione all'interno di un cambio paradigmatico in una nuova
realtà atropo – psico – bio – socio - culturale.
C'è bisogno di scienze specifiche sugli stati mentali di un
soggetto, lo stato di realtà condivisa (la cosiddetta realtà), gli stati di
trance alternativi, lo stato di equilibrio dell'identità personale all'interno
di uno stato di realtà condivisa, assieme a nuove metodologie di ricerca
scientifica per ogni differente stato di coscienza. Nell'esperienza del singolo
come in quella del gruppo, ogni attimo di vita è prezioso, studiare il modo per
viverlo al meglio.
E' apparentemente difficile definire l'Ipnosi ma in
realtà non si tratta che di un terzo stato di coscienza, al pari del sonno e
della veglia, caratteristico dell'uomo come degli animali.
Da tempo immemorabile gli uomini utilizzano la
lampara per rendere catalettici i pesci e poterli catturare facilmente, i
serpenti affascinano le loro prede fissando su di esse lo sguardo ed alcuni
rapaci notturni affascinano gli uccelli a becco tenero per poterli catturare.
Riti magici, suoni ritmati, danze propiziatrici inducono
dall'alba dell'umanità gli uomini in stato di trance ipnotica per il
raggiungimento dei loro obiettivi ed il potenziamento delle loro risorse.
La pubblicità moderna sfrutta ampiamente meccanismi
ipnotici e di ancoraggio nell'intento di creare mono - idee condizionanti nel
consumatore.
Conoscere e sperimentare la trance è un'esperienza
fondamentale per difendersi dai persuasori occulti e poter utilizzare al meglio
le proprie risorse mentali.
Durante la percezione, il fenomeno di trance ipnotica
guida la ricerca e la consapevolezza a trasformare attivamente l'esperienza in
cui ci si trova, immersi in elementi voluti e sentiti come fossero propri; ciò
è reso possibile dalla fantastica struttura cosciente del nostro cervello in
grado di emulare per noi realtà diverse, sogni fantasie, invenzioni, tutte
perfettamente credibili e compatibili.
La trance ipnotica non è ricevuta passivamente né
attraverso i sensi né grazie alla comunicazione; è attivamente costruita dal
soggetto "cosciente".
La funzione dell'ipnosi è molteplice, favorendo la
suggestione aumenta l'empatia, permette una percezione selettiva, favorisce
l'esperienza limitandone il criticismo, rende consapevole l'aspetto costruttivo
del lavoro cerebrale.
L'ipnosi permette l'organizzazione del mondo esperienziale
del soggetto attraverso il linguaggio verbale, attraverso la voce, con la
comunicazione corporea; non serve a "scoprire" una realtà oggettiva,
bensì permette la costruzione di una realtà ontologicamente stabile, come
spazio di comune unità (comunità).
L’ipnosi costruttivista è quindi un approccio non
convenzionale al problema della trance e dell'ipnosi.
Parte dall'assunto che la trance, non importa come
sia definibile, è nella testa della gente e che il soggetto pensante non ha
alternative diverse dal costruire quello che lei o lui vivono sulla base delle
rispettive esperienze. Ciò che facciamo durante la trance costituisce l'unico
mondo nel quale consciamente o inconsciamente viviamo la fenomenologia
ipnotica.
Tutti i tipi di esperienza della trance sono
essenzialmente soggettivi.
Per l'individuo l'universo è reale, sia questo uno
stato di realtà condiviso, o frutto di un atto creativo del tutto personale, ma
non è inesorabile a meno che non scelga di interpretarlo in quel modo. Ogni esperienza
é naturalmente influenzabile da un proprio stato di trance, stato di coscienza
alternativo alla realtà condivisa, quel margine di adattabilità che ci rende
diversi sebbene uguali.
Monoidea = unica idea
Ø
Ciò che di più astratto ed essenziale può essere concepito dalla mente
umana
Ø
Rappresentazione mentale di
qualcosa, concreto o astratto che sia, un concetto, una nozione.
Ø
Convincimento intellettuale o morale, opinione, giudizio, teoria.
Ø
Concetto ispiratore, pensiero, spunto.
Ø
Risultato puramente teorico di un processo inventivo, creativo,
intuizione.
Ø
Immaginazione di una realtà possibile o futura, prospettiva.
Ø
Intenzione, progetto, proposito.
Ø
Come astrazione, la parola può assumersi al ruolo di rappresentazione
mentale anche priva di qualsiasi connessione con la realtà condivisa,
significante unicamente per il soggetto interessato.
Derivata dal greco idéin che significa “vedere” e
mono che significa unica, il termine acquista un senso specifico a partire da
Platone che lo impiega per indicare l'oggetto di una visione intellettuale in
contrapposizione a quella sensibile (idea). In psicologia la parola mantiene lo
stesso significato perché indica un unico contenuto del pensiero che non sia
necessariamente in rapporto diretto con le stimolazioni sensoriali, anche se la
sua formazione è il prodotto di un processo elaborativo che rinvia a precedenti
esperienze sensoriali.
La monoidea per sua natura presenta differenti
caratteristiche:
Ø
Autoctona: esiste anche al di fuori delle relazioni con altre idee, portando
avanti caratteristiche di pensiero precise. Nei casi di meditazione, preghiera,
il soggetto può attribuire l'esistenza di questa monoidea a cause o influenze
esterne.
Ø
Coatta: è frutto del contenuto ideativo, di ricordi o di immagini, un
interrogativo, un comando che si impone in modo ripetuto alla mente occupando
completamente il pensiero con la sua
presenza continua.
Ø
Sogno:
quando risulta un contenuto ideativo non necessariamente collegato alla realtà
condivisa ma non per questo erronea o
falsa, mentre risulta impenetrabile sia dalla critica sia dall'esperienza.
Ø
Determinante: è l'elemento attrattore intorno a cui si annodano le altre
idee che perciò risultano conseguenti e connesse permettendoci una coerenza
ideativa.
Ø
Referente percettivo: la monoidea non cede facilmente alla critica e
all'evidenza condivisa orientando a suo sostegno l'apparato percettivo.
Ø
Dominante: è un contenuto ideativo che per la sua accentuata carica affettiva ed
emotiva si impone sugli altri e invade il campo del pensiero. Può risultare
“comprensibile” in base alla storia e alla personalità del soggetto, come
rimanere oscura agli occhi degli altri.
Ø
Fissa: la monoidea è fondata e ragionevole per il soggetto, mantenuta caparbiamente
anche dinnanzi all'evidenza di fatti esterni contraddittori per gli altri.
Ø
Onnicomprensiva: la monoidea ritorna continuamente nella mente, orientando
il corso dei pensieri.
Ø
Associativa: la monoidea determina il contenuto, il contesto e le relazioni
implicate nell'azione corrispondente.
Ø
Attiva: poiché decide l'ordine del pensiero, il significato, la coerenza, la
consapevolezza del soggetto, rappresenta l'elemento motivazionale dell'azione.
Mente e corpo non sono che due aspetti di uno stesso
sistema di informazione per cui sintomi e problemi possono essere ricondotti a
disturbi nel 1ibero flusso di informazioni tra mente, corpo e società e al loro
interno e: “Quando c'è mancanza di informazione, le nostre capacità dì
affrontare le cose vengono meno e noi cediamo allo stress" (Ernest Rossi).
Queste e analoghe considerazioni si ricollegano ai
risultati di numerose ricerche secondo cui lo stato psicofisiologico di un individuo
subirebbe alterazioni in seguito a mutamenti incisivi sul suo assetto
emozionale. Ad esempio, la morte di una persona cara o di un parente stretto
pare faccia aumentare il rischio di contrarre malattie cardiovascolari o
oncologiche e questo è ampliamente supportato dalle statistiche.
La valorizzazione del messaggio emotivo per il
benessere psicofisico, già utilizzato nelle più antiche forme di guarigione, si
trova anche alla base del moderno approccio ipnoterapico che così si scrolla
definitivamente di dosso l'accusa, mossa a suo tempo da Freud, di curare
soltanto i sintomi ignorandone le cause, le cause sono intrinseche ai
presupposti attraverso i quali "ordiniamo" la nostra vita.
La dottrina casual - deterministica ormai è stata
ampiamente smentita e ora possiamo affermare che la natura segue un principio
d'economia e che per superare i limiti appresi occorre riadattare la propria
realtà interiore nei confronti di un ambiente esterno in costante mutamento: un
processo che si può definire ristrutturazione.
In verità si potrebbe considerare l'ipnosi e la sua
base operativa, l'unità psico-fisica dell'individuo, (mente e corpo), come il
"motore'' psicologico attraverso cui avvengono le principali forme di
"condizionamento", "manipolamento", "cambiamento",
"catarsi", "iniziazione", presenti nella vita dell'uomo.
Esistono quattro intensità differenti per il sonno
ipnotico, stadi ipnoidali della trance:
Emozioni e percezioni durante la trance ipnotica
variano da persona a persona e così la profondità della trance rappresenta un
elemento condizionante.
Ciò significa che una persona in ipnosi al primo
stadio avvertirà emozioni e percezioni diverse da quelle che potrà avvertire
nel quarto stadio ipnoidale, nell'ipnosi profonda stuporosa.
Durante l'ipnosi il soggetto, nonostante stia fermo e
totalmente sensibile al mondo attorno a lui, in termini costruttivisti si può
dire che mantiene il suo stato di realtà, alimentandone la costruzione coi
segnali che sceglie dall'esterno, ed essendo la sua attenzione focalizzata
sulla relazione con l'ipnologo, prende come riferimento la perturbazione che
gli arriva da quella fonte; nella "realtà" non ci sono dati ma solo
presi e questo succede indistintamente in stato vigile come sonnambulico o
stuporoso.
Quando il soggetto si trova in una trance leggera,
avverte una grande rilassatezza e distensione dei suoi muscoli, la respirazione
si fa più lenta, ritmica e profonda, il battito cardiaco è regolare, entra in
una grande serenità ed è perfettamente cosciente. Quando gli si dice di
immaginare una situazione piacevole, come un cielo azzurro o la riva di un
lago, il soggetto vive intensamente la scena, ed è allora che, abbandonandosi
totalmente, entra in uno stadio ipnoidale sempre più profondo. Così il suo
inconscio entra nella sua massima attività, memorizzando più facilmente i
messaggi terapeutici che l'ipnotista gli invierà.
Ogni stadio ipnotico, subisce gli influssi del
quotidiano provati da una persona al pari di ogni altro stato mentale vissuto
per ogni altro momento della vita.
La trance è un fenomeno normalmente presente in ogni
individuo, è il modo attraverso il quale viviamo nella suggestione della nostra
vita, ogni più piccola sensazione.
L'acronimo, creato per fissare le tappe di una buona
trance, (induzione in uno stato alternativo di coscienza) attraverso le loro
iniziali “SE MOLTA FEDE” aiuta a fissare le tappe di una buona trance:
Il Sincronismo, sincronizzarci con noi stessi,
coi nostri tempi, con le altre persone, con
il mondo esterno, attraverso le Emozioni,
sviluppando una MOnoidea forte e determinante che mette a fuoco le
singole idee sparse in un unico punto di interesse.
La Limitazione del campo di consapevolezza
contribuisce a definire in un unico punto la volontà responsabile a raggiungere
la Trance.
La conseguenza di questo stato mentale alternativo e
l'Attivazione del potenziale mentale personale, un modo per costruire
una nuova "realtà" di riferimento, il principio del cambiamento.
La FEnomenologia rende evidente, sia a chi
guida l'esperienza ipnotica sia a chi la vive direttamente, lo stato di
attivazione della trance.
La DE-trance riporta allo stato di veglia di
partenza.
L'esperienza che si vive è unica nel suo genere, ci
si trova attori inconsapevoli dì un immaginario teatro di vita in cui ritrovare
ogni elemento della forza di quella semplicità efficace, di cui deve
arricchirsi la psicologia per poter rappresentare un valido strumento utile
oltre che conoscitivo, un sapere quotidiano che nel costante perfezionamento si
fa sapere, quell'esperienza, causa del mondo in cui viviamo, che ne è ne è, al
contempo, sua diretta conseguenza.
La mente trova nella coscienza la capacità di
regolare e spostare la nostra attenzione da un ambito all'altro. Le persone
sperimentano periodicamente degli spontanei cambiamenti di consapevolezza, dal
focus attentivo esterno al focus attentivo interno, in quella che si può
definire “ipnosi quotidiana" o "trance ciclica".
Una più approfondita indagine del fenomeno ha portato
a quantificare il verificarsi delle variazioni cicliche dello stato di
coscienza giornaliero in intervalli regolari di 90/120 minuti nell'arco di
ventiquattro ore.
Queste fluttuazioni del livello di vigilanza, dette
"ritmi ultradiani", sono equivalenti a periodi di naturale recupero
fisico e psicologico, modulati dal sistema libico - ipotalamico e legati al
flusso, all'interno dell'organismo, di particolari molecole, dette messaggere,
che stimolerebbero la produzione delle ghiandole endocrine.
Queste conoscenze gettano una nuova luce sulla nostra
comprensione della medicina psicosomatica e sul significato che può assumere la
psicoterapia, dal momento che ogni psicoterapia ha momenti di induzione
ipnotica, se inserita in un approccio olistico, caratterizzato dall'impiego
sinergico di più interventi, su di un piano sia fisico sia psicologico.
L'apprendimento stesso necessita di coinvolgimento ed
avviene sotto forme differenti di trance; sono molti, nel quotidiano, i momenti
in cui siamo in stato di trance ipnotica, più o meno profonda, dal seguire un
discorso, all'essere coinvolti in un film, ad essere concentrati su di
un'attività.
L'ipotesi della lateralizzazione emisferica,
suggestiva e ormai convalidata da numerose verifiche sperimentali, vede
nell'ipnosi un'attivazione dei centri encefalici situati nell'emisfero destro,
comunemente detto "cervello emozionale".
Le stesse osservazioni sul comportamento di persone
ipnotizzate dimostrano un sostanziale rinforzo dei processi di pensiero
autonomi e primari, propri dell'emisfero destro, accompagnato da un relativo
depotenziamento dei controlli verbali dell'emisfero sinistro.
Ciò si traduce in un superamento delle limitazioni
consce dovute agli schemi di pensiero abituali, che precludono l'accesso a
larga parte delle nostre risorse psichiche, in favore di un ampliamento delle
capacità di elaborazioni intuitive, presupposto della creatività, delle
trasformazioni psicodinamiche, dei cambiamenti psicologici. La moderna ricerca
sull'ipnosi quindi non fa che dare validità ad antiche pratiche che hanno
percorso la scienza medica ed erano legate a credenze di natura immaginifica:
dalle guarigioni spirituali ai "passi magnetici"di Mesmer.
Possiamo chiederci quanti neuroni ci siano
approssimativamente all'interno del cervello. La risposta è 1010, o
10.000.000.000, un numero immenso. Questo sistema funziona come un unico
evento: la coscienza di noi stessi e della realtà in cui ci troviamo immersi.
Se si va a vedere quanti neuroni siano dedicati alla
vista, all'udito o al tatto, sono molto pochi; la maggior parte dei neuroni del
cervello non si occupa dei mondo esterno. Queste e altre considerazioni fanno
ritenere che il cervello sia, fondamentalmente, un sistema chiuso.
Una delle ragioni che fa sostenere che il cervello
sia un sistema chiuso è il sogno.
I nostri sogni sono a colori e molto dettagliati..
Inoltre il cervello serve fondamentalmente per
sognare in due modi diversi:
E' necessario ridefinire il concetto di sogno: il
sogno è il meccanismo che genera le immagini nelle quali noi ci muoviamo quando
interagiamo con l'ambiente esterno. E' l'emulatore di una realtà che può essere
costruita a partire da ciò che proviene tanto dall'interno, quanto dall'esterno
del nostro cervello, noi siamo perennemente in un unico sogno che si connota,
ora di esperienze passate ed interpretate, ora di percezioni guidate da esperienze
interpretate, ora di novità in cui costruzione ed interpretazione si fondono in
nuove realtà, poi future esperienze che divengono guide per future esperienze e
nuove possibili costruzioni.
Sognare poi serve per risolvere, implicare,
interpretare, comparare; il sogno, che costituisce l'emulazione stabile di una
realtà, diviene emulatore della realtà condivisa dagli altri nel momento che si
sogna utilizzando gli stessi parametri dì riferimento, stesso contesto, dunque
stesso significato, stesse coerenze e, al contrario, personale allucinazione
nel momento che si auto -alimenta attraverso parametri soggettivi di
riferimento.
L'ipnosi è paragonabile ad un sogno altenativamente
auto ed etero guidato: l'ipnosi fluttua tra autoriferimenti alla propria
esperienza interiore, ed eteroriferimenti portati dall'esperienza di un'altro,
con altri passi che considerano un fluttuare tra i due differenti livelli fino
a costruirne uno nuovo che prende ad essere una realtà a se stante.
Ma andiamo a considerare le nostre funzioni
percettive, i colori in realtà non esistono indipendentemente da noi, ma sono
l'interpretazione che il nostro cervello fa di particolari informazioni
provenienti dalla retina. Anche i suoni non esistono, ma sono la nostra
interpretazione delle vibrazioni dell'aria provocate dalle onde sonore.
Analogamente, il tatto è qualcosa che noi produciamo in seguito alla
deformazione della pelle, pressione ed espansione temperature differenti ecc.
Tutto questo ci dice che il nostro cervello è un
emulatore della realtà, qualcosa che si è evoluto nel tempo per
"simulare" ciò che esiste al di fuori di noi, o per costruire una
storia, la nostra storia, la storia di una vita nella vita di un'altra vita,
nell'infinito trascorrere del tempo.
La consapevolezza di noi stessi appartiene ad un
sistema percettivo che fornisce gli elementi per processare noi stessi, noi
siamo quell'identità che produce quell'idea che ci produce.
Siamo un anello senso motorio che porta con sé la
"pausa" tra uno stimolo ed una risposta, noi siamo questa
"pausa" sottoforma di sistema computante (elaboratore) operativamente
chiuso.
Quando il cervello simula mentalmente un'azione, esso
attiva le stesse regioni di quando pianifica ed esegue un'azione intenzionale.
Il nostro cervello è, dunque, un emulatore
(generatore di realtà virtuali) che genera una realtà e che ne verifica
l'affidabilità servendosi delle sensazioni attraverso la propria consapevolezza
(presenza), il significato che si da e la coerenza che si mette nella verifica.
Uno dei problemi centrali del funzionamento del
cervello è come facciamo a raccogliere tutti i frammenti della realtà, il
colore delle cose, la loro forma, le sensazioni che esse ci danno, i suoni che
emettono e generare un'unica immagine a partire da tutti questi elementi.
Alcune parti del sistema analizzano il colore, altre analizzano il movimento, e
altre ancora analizzano il peso o la sensazione tattile e tutte queste aree
sono lontane tra loro.
Come sono integrate tutte queste sensazioni in
un'unica immagine della realtà e come facciamo a costruire un evento cognitivo
unico come la coscienza?
La coscienza rappresenta il modo più semplice di
collegare le sensazioni in un unico contesto.
E’ possibile pensare che la coscienza esista in tutto
il regno animale, anche se con forme sempre più rudimentali via via che si
scende lungo la scala evolutiva.
Il modo più semplice di mettere in relazione tutte le
sensazioni è quello di creare un'immagine. La coscienza dà agli animali la
capacità di collegare le sensazioni nel modo più appropriato, qualunque sia il
contesto in cui esse hanno luogo.
Come fanno le emozioni a influenzare il nostro
cervello?
Ciò che sappiamo è che il sistema nervoso può essere
modulato da sostanze chimiche denominate modulatori, che modificano lo stato
funzionale di grandi regioni del cervello. Pertanto, questi modulatori agiscono
sia sul contenuto, che sul contesto della nostra esperienza.
I modulatori sono in qualche modo come l'onda, (la
scannerizzazione che avviene a livello della neocorteccia che mette in evidenza
tutte le variazioni percettive del cervello), tranne che non durano solo 12,5
millisecondi, ma possono funzionare per minuti, ore o addirittura giorni.
Qualcuno ci fa qualcosa di male e noi ci arrabbiamo. Dura magari tutto un
giorno, nel quale non ci andrà bene niente e saremo intrattabili.
Che cosa è successo? Il talamo è cambiato, la
corteccia è cambiata e, quindi, anche il loro collegamento è leggermente
cambiato.

Movimento
a onda nella corteccia cerebrale.
L'attivazione di uno stato d'ansia nell'uomo è dovuta
a una serie di fattori collegati e integrati, predisposti psicologicamente per
attivare una risposta cognitivo - comportamentale di attacco - fuga. Nel
complesso questa reazione nasce dalla percezione da parte dell'individuo di uno
stimolo (esterno o interno) che è successivamente valutato a livello cognitivo
con la possibilità di attribuire un significato di “minaccia” allo stimolo
stesso. Si attivano quindi, a livello macromolecolare, dei meccanismi biologici
collegati allo stato di funzionalità del complesso recettoriale GABA -
recettore benzodiazepinico, canale per il cloro.
L'attivazione di questo complesso recettoriale
comporta, a causa dell'immediata chiusura al passaggio per gli ioni CI
all'interno dei neuroni, un successivo arousal a livello del SNC. Ciò accade in
particolare per quelle strutture con una ricca distribuzione di questo
complesso recettoriale, come il sistema limbico, il cervelletto, il sistema
ipotalamo - ipofisario. Come conseguenza dell'attivazione di questo meccanismo
si osserva l'instaurarsi di uno stato emozionale di allarme e, da un punto di
vista neurofisiologico, lo scatenamento di una serie di meccanismi
neurovegetativi (modificazioni di frequenza cardiaca, pressione arteriosa,
tensione muscolare, sudorazione cutanea) e neuroendocrini (incremento di ACTH,
b -endorfina, cortisolo, prolattina,
adrenalina), che nel loro complesso sono in grado di sostenere meglio
l'organismo nella situazione di attacco/fuga.
La valutazione cognitiva di uno stimolo come
“minaccioso” determina quindi, per mezzo di tali meccanismi, un arousal
cognitivo e fisiologico, che si blocca in una spirale di attivazione cronica
(ansia cronica), se la reazione attacco - fuga finale è per qualche motivo
bloccata; ciò è quanto frequentemente accade nella specie umana, in quanto gli
stimoli cognitivamente valutati come minacciosi sono per la maggior parte degli
stimoli interni di carattere conflittuale.
Si può intervenire su questo meccanismo a vari
livelli:
Le tecniche di rilassamento muscolare nella
terapia dell'ansia cronica producono, mediante una risposta trofotropica a
livello ipotalamico, una modulazione sia per la componente emozionale
dell'ansia sia per i suoi correlati neurovegetativi ed endocrini. Inoltre,
tendono ad agire indirettamente sulla componente cognitiva della valutazione
dello stimolo in quanto favoriscono la percezione del controllo e la formazione
di convinzioni di abilità nell'autocontrollo sullo stimolo “minaccia”. In tal
modo si determina un'attenuazione o un annullamento della valutazione negativa
dello stimolo stesso.
Un modello multimodale di controllo dello stress
evidenzia quattro tipi distinti di ansia che emergono, oltre che dalle
componenti cognitiva e somatica dell'ansia stessa, dalle differenze nel
funzionamento emisferico.
Per la maggior parte dei soggetti destrimani,
l'emisfero cerebrale sinistro è specializzato in elaborazioni analitiche e
sequenziali guidate principalmente dal pensiero verbale. Elaborazioni cognitive
logiche e analitiche sono utili per la risoluzione dei problemi,
l'apprendimento di nuove abilità, la modifica di abilità preesistenti,
l'analisi tattica della gara.
L'emisfero cerebrale destro è invece specializzato in
elaborazioni in parallelo, guidate da processi visuo - spaziali, capaci di
integrare simultaneamente diversi tipi di input. Le funzionalità di questo
emisfero consentono attività intuitive e creative, di orientamento spazio -
temporale e di controllo dell'esecuzione di abilità automatizzate. Una corretta
interazione e integrazione delle funzionalità emisferiche è ovviamente
necessaria per un'adeguata prestazione sportiva.
In questa prospettiva emergono quattro tipi di ansia,
in relazione alle diverse specializzazioni emisferiche. L'aspetto interessante
del modello, dal punto di vista applicativo, è che per ogni manifestazione
dell'ansia sono individuate le tecniche specifiche di intervento maggiormente
appropriate:
Nelle situazioni reali, comunque, va tenuto presente
che i quattro tipi di ansia sono difficilmente distinguibili e separabili,
potendosi manifestare contemporaneamente in diverse combinazioni. Per esempio,
l'ansia somatica condizionata dalla presenza del pubblico tende a suscitare
preoccupazioni (ansia cognitiva) per i sintomi fisici. Pensieri e immagini
negative, sono potenzialmente in grado di provocare risposte tensive somatiche.
Per tali ragioni è necessario considerare attentamente le modalità soggettive
di risposta alle situazioni stressanti, in relazione anche alle richieste del
compito, per progettare procedure individualizzate e multimodali di intervento
finalizzate alla gestione dello stress.
Le tecniche specifiche di intervento per le diverse manifestazioni
dell'ansia.
·
Manifestazioni Pensieri negativi
Attivazione generale dell'organismo
Controllo dei pensieri Biofeedback
Assertive - training Tecniche meditative
Ristrutturazione cognitiva
Esercitazioni fisiche
intense
Ipnosi come suggestione
·
Manifestazioni
Tensioni muscolari pre – gara
Immagini negative relative alla
prestazione
·
Controllo Tecniche di rilassamento
Ristrutturazione cognitiva
EMG - biofeedback Cambiamento dell'immagine di sé
Ipnosi come rilassamento
Ipnosi come imagery
Attività psicomotorie
L'utilizzazione di tecniche di autocontrollo, in grado
di fornire all'atleta uno strumento per autoregolare la risposta di stress,
rappresenta un presidio particolarmente utile soprattutto per coloro che
praticano discipline sportive individuali.
Queste tecniche agiscono a un duplice livello
d'azione:
Il biofeedback - training, in questo contesto, rappresenta
una tecnica di autocontrollo con alcune caratteristiche peculiari tali da
renderla utilizzabile in modo piuttosto efficace in un setting di allenamento
sportivo.
Il biofeedback (dalla fusione dei termini
“biological” e “feedback”, o feedback biologico) training è una tecnica che
sfrutta la possibilità di apprendere ad autocontrollare volontariamente
determinate funzioni fisiologiche, per mezzo di apparecchiature elettroniche in
grado di rilevare nel soggetto una “funzione biologica”, inviando
successivamente all'individuo un'informazione (il feedback biologico)
sufficiente a produrre, tramite l'acquisizione di una maggiore consapevolezza
sull'andamento della funzione monitorata, una progressiva capacità di
autocontrollo precedentemente non posseduta.
Dai primi tentativi di condizionamento operante dei
ritmi EEG, volti a produrre quelle modificazioni cognitive osservabili nella
cosiddetta alpha - experience (condizionamento del ritmo alfa), il principio
dell'apprendimento all'autocontrollo volontario mediante tecniche di
biofeedback fu poi applicato ad altre funzioni psicofisiologiche (come per
esempio la tensione muscolare, la temperatura cutanea, la frequenza cardiaca,
ecc.).
Il biofeedback e' una metodologia di apparizione
relativamente recente nel panorama italiano, volta a superare i problemi legati
agli stati d'ansia e molti disturbi psicosomatici.
Il biofeedback è una procedura sperimentale clinica
consistente nel presentare ad un paziente,con l'ausilio di adatte
apparecchiature, informazioni relative
a funzioni psico - fisiologiche relative al paziente stesso.
L'obiettivo che si cerca di perseguire è quello di
permettere ad una persona di regolare funzioni biologiche che di norma non sono
sotto il controllo volontario. Per esempio queste funzioni possono essere la frequenza cardiaca, la
temperatura, l'attività muscolare, la resistenza elettrica della pelle, il ritmo Alfa cerebrale.
Mediante la rilevazione strumentale e l’osservazione
dell'andamento di una o più di queste funzioni, è possibile individuare quali
atteggiamenti posturali, fisiologici ed emotivi siano associati alle
modificazioni delle attività biologiche analizzate e quindi diventa possibile
modifìcare queste funzioni col solo ausilio della volontà consapevole.
Le prime prove sperimentali che l'Attività Nervosa
Autonoma potesse essere sottoposta a modificazione volontaria, si cominciarono ad avere verso la metà degli
anni ‘60 negli USA coi lavori di Miller, Snydey, Brener, Kamiya e altri.
In pochi anni il concetto di biofeedback ha attirato
su di sé una grande quantità di interesse, lavori sperimentali ed aspettative terapeutiche, dato che si
tratta di una metodica generalmente non invasiva, non farmacologica e priva di
effetti secondari. Oggi in America ed in Europa (un po' meno in Italia) l'idea
del biofeedback si è rapidamente imposto diventando uno dei più importanti
nuovi approcci terapeutici in medicina e psichiatria.
Dalla definizione di biofeedback di capisce che
esistono psicosomatica tante procedure
di biofeedback quanti sono i parametri biologici monitorabili, senza ricorrere
a metodiche invasive o traumatizzanti.
Le più importanti
e diffuse tecniche di biofeedback sono le seguenti: elettromiografico,
elettroencefalografico, temperatura cutanea, pressione
arteriosa, frequenza cardiaca, attività
elettrica della pelle.
Per ogni diverso parametro biologico preso in
considerazione, sono ovviamente diverse le basi anatomiche e fisiologiche interessate alla misurazione, amplificazione,
registrazione e display dei dati, applicazioni cliniche ed efficacia
terapeutica.
7.2b Il biofeedback elettromiografico (EMG)
Il biofeedbak elettromiografico
si occupa di misurare l'attività dei vari
gruppi muscolari, allo scopo di fornire al paziente informazioni continue (in
tempo reale) di tensione muscolare con
l'obiettivo di distensione e rilassamento.
In questo caso il parametro monitorato (tono
muscolare) non appartiene all'insieme
delle attività sistema nervoso
autonomo, ma ricade per la maggior
parte sotto il controllo diretto della volontà. Tuttavia ci sono molto spesso
situazioni che portano una persona a sviluppare tensioni muscolari inconsce in
vari distretti corporei, e queste tensioni possono essere, per esempio, la
causa di mal di testa muscolotensivi, oppure sono associati comunque a stati
ansiosi.
Budzynski e Stoya dimostrarono che i soggetti
che ricevevano un feedback acustico del grado di tensione del muscolo
frontale,riuscivano a fare abbassare in poche sedute il livello di microvoltaggio registrato e quindi il tono
muscolare in esame, conseguendo con ciò un effetto di rilassamento psico-fisico generale.
Dal punto di vista fisiologico, l'elettromiogramma
misura il livello di scarica delle fibre nervose motorie che innervano il
muscolo. Tale livello, espresso in microvolts, è strettamente correlato al tono
del muscolo.
Questo segnale,
amplificato e trasformato in display acustico e/o visivo, fornisce indicazioni
al paziente riguardo al proprio tono
muscolare.
I muscoli più frequentemente monitorati sono: il
frontale, il trapezio, i muscoli dell'avambraccio.
Questa scelta dipende dal fatto che questi muscoli
riflettono più, di altri il grado globale di tensione dell’organismo e permettono
di utilizzare solo pochi elettrodi di misura, anziché molti disseminati
su tutto il corpo.
Bisogna tuttavia osservare che sebbene il muscolo
frontale e qualche altro possano, di norma,riflettere il grado medio di
tensione di tutta la muscolatura, accade talvolta che un paziente impari a
rilassare selettivamente (col biofeedbak EMG) solo
il muscolo che è monitorato, mantenendo in tensione il resto del corpo. Per
ovviare a questo inconveniente sono state proposte tecniche di registrazione
mediante elettrodi posti anche ai polsi (o alle caviglie) che dovrebbero
permettere di analizzare il tono globale della muscolatura, rispettivamente
della parte superiore ed inferiore del corpo.
Per quanto riguarda gli impieghi clinici, essi sono
in particolare due: le tecniche di riabilitazione neuromuscolare dopo traumi e
le tecniche di rilassamento.
In generale, si può dire che il biofeedback EMG sia
attualmente la tecnica più impiegata nel campo del training del e
dell'autodistensione.
Il biofeedback EMG è anche particolarmente utile per
ottenere il rilassamento di gruppi
muscolari specifici nel bruxismo, frontale e muscoli del collo e delle spalle,
nelle cefalee muscolotensive, e forse in modo più limitato, per ottenere il
controllo del tono emotivo globale.
La procedura clinica del biofeedback termocutaneo
consiste essenzialmente nel fornire indicazioni al paziente riguardo la
temperatura delle mani allo scopo di addestrarlo ad ottenere una diminuizione
(raro) o un aumento (più spesso) della temperatura cutanea periferica.
Da un punto di vista fisiologico, il parametro che il
paziente tende a modificare è il
flusso sanguineo nel distretto circolatorio cutaneo. A sua volta questo flusso
è condizionato dal livello di attivazione ortosimpatico. Ne consegue che un
aumento di temperatura e' spesso associato ad un aumento del rilassamento
psicofisico.
La rilevazione della temperatura è effettuata
mediante una piccola sonda posta a contatto della pelle. Cio’che interessa
monitorare non e' tanto il valore assoluto della temperatura, molto variabile
da individuo a individuo, quanto le modificazioni della temperatura rispetto al
valore iniziale della seduta di biofeedback.
Il display può essere visivo o acustico o entrambi;
spesso è utilizzata una soglia pre - programmata che quando è superata comporta
l'emissione di un segnale per il paziente.
Le applicazioni cliniche del feedback termocutaneo
nella terapia dell'emicrania si fondano sulla relazione esistente tra bassa
temperatura cutanea delle mani ed inizio della crisi cefalgica.
Il training termocutaneo consente al paziente di
imparare ad aumentare la temperatura delle mani provocando una vasodilatazione
generale che in una percentuale considerevole stronca sul nascere l'episodio
cefalagico.
La temperatura cutanea periferica e' inoltre un indicatore abbastanza fedele del livello
di attivazione nervosa dell’organismo. Infatti, in condizioni di stress
emotivo, si osserva una notevole vasocostrizione periferica, mentre il
rilassamento psicofisico induce una vasodilatazione.
Il feedback termocutaneo può quindi essere usato come
tecnica di rilassamento psicofisico.
La frequenza cardiaca e' un parametro che può essere
monitorato facilmente utilizzando sistemi foto - ottici che applicati al dito
di una mano, registrano le onde sfigmiche sistoliche.
Questa tecnica prende il nome di fotopletismografia.
Le apparecchiature più moderne permettono di ricavare
due parametri: la frequenza cardiaca e lo stato di vasodilatazione (o di
vasocostrizione) periferica in base all'ampiezza del segnale registrato. Se
l'ampiezza è bassa, significa che c'è
vasocostrizione (e la temperatura delle dita e' bassa) altrimenti se l'ampiezza
del segnale è buona, c'è vasodilatazione.
Il feedback della frequenza cardiaca è utilizzato
nella terapia delle aritmie, sopratutto di tipo tachicardico.
7.2e Il biofeedback della resistenza elettrica
cutanea (GSR)
Questa tecnica prende il nome di GSR dalle parole
inglesi Galvanic Skin Resistence. La pelle si comporta infatti
approssimativamente come un resistore. Se si piazzano due elettrodi sulla
superfice cutanea (in genere su due dita vicine) e si applica ad essi una
debole corrente costante, si genera un voltaggio da cui è possibile calcolare la resistenza apparente della
pelle.
Stimoli di tipo emozionali esterni (un rumore
improvviso, un sospiro, una frase o una parola detta da qualcuno) provocano una
caduta della resistenza elettrica in alcuni distretti cutanei, in particolare a
livello palmare e della pianta dei piedi.
Lo stesso effetto si può ottenere con stimoli
emozionali interni, per esempio immaginare scene erotiche a contenuto emotivo.
Questa risposta transitoria, che prende il nome di
riflesso psico - galvanico, ha una forma d'onda caratteristica con un tempo di
salita di circa 1-2 secondi ed un tempo di discesa più lungo.
Il tempo necessario affinché il valore della resistenza elettrica ritorni
al livello pre - stimolo è circa 20 secondi.
Questo effetto dipende anche dalla temperatura e
tende a scomparire se la temperatura ambiente supera i 30 gradi.
La temperatura ideale per registrare i riflessi
psicogalvanici è di circa 20 - 28 gradi. Il valore assoluto della resistenza
elettrica della pelle può variare nei diversi individui e nelle diverse
situazioni fra 10 Kohms e 2000 Kohms/cm2.
Le modificazioni del valore assoluto della resistenza
elettrica della pelle in genere non superano il 5-10%.
Il valore assoluto della resistenza elettrica dipende
dal grado di sudorazione delle mani, quindi dall’attività delle ghiandole
sudoripare.
Esistono sostanzialmente due tipi di attività
elettrodermica analizzabili in termini di resistenza elettrica:
E' l'intervento del terapeuta che permette la giusta
lettura ed interpretazione dei segnali provenienti dal corpo e garantisce quel
clima psicologico che consente il graduale apprendimento di nuove risposte
neurovegetative.
7.2f Il biofeedback elettroencefalografico (EEG)
Il biofeedback EEG è un procedimento consistente nel
monitorare l'attività
elettroencefalografica allo scopo di far acquisire al paziente la possibilità
di controllare il tipo di ritmo EEG, in particolare di aumentare il ritmo Alfa
e Theta.
Il ritmo Alfa consiste in onde elettriche prodotte
dal nostro cervello alla frequenza di circa 10 Hz (oscillazioni al secondo) e
la sua importanza nasce dalla constatazione che i soggetti impegnati in
esercizi di rilassamento psicofisico, ad occhi chiusi, ma in veglia, come per
esempio nella meditazione, fanno registrare alti livelli di attività EEG di
tipo Alfa.
L'obiettivo che si persegue è la possbiltà di
raggiungere più facilmente condizioni psicofisiche di distensione,
autocontrollo e benessere interiore mediante l'abilita' di produrre Alfa.
Il paziente è istruito a chiudere gli occhi e a
rilassarsi.
L'attività EEG è rilevata tramite una opportuna
apparecchiatura mediante elettrodi d'argento disposti posizioni quali i lobi
frontali, o temporali.
Questa sede e' più adatta per il training Alfa
essendo il ritmo Alfa più forte ai
lobi temporali.
Lo strumento analizza il segnale EEG e fornisce un
feedback acustico quando il pattern rilevato coincide con una determinata
frequenza ed ampiezza del segnale EEG.
Non può essere utilizzato un feedback visivo perché
il ritmo Alfa è abolito dall'input sensoriale visivo.
Le più recenti tecniche di analisi spettrale EEG
permettono di impostare qualsiasi combinazione di ferquenza del segnale EEG,
come media dei segnali che si manifestano in un dato momento su entrambi gli
emisferi.
Le più importanti indicazioni cliniche sono le
seguenti: insonnia, ideazione ossessiva, epilessia. Stress.
Il biofeedback Alfa può essere vantaggioso anche per
soggetti normali che vogliano aumentare il loro livello di autocontrollo e di lucidità
mentale. Il ritmo Alfa e' un buon indicatore di una mente non impegnata in di
pensieri, ma sveglia e pronta a recepire stimoli sensoriali.
L'apertura degli occhi o forti rumori fanno cessare
il ritmo Alfa che è sostituito dal ritmo Beta.
Anche il ritmo
Theta (4 - 8Hz) può essere utilizzato come
biofeedback. In questo caso è consigliato solo a soggetti normali che vogliano
aumentare il loro livello di coscienza o imparare a modificare lo stato di
coscienza.
Il Theta è un ritmo cerebrale che appare spontaneamente
in prossimità del passaggio dalla veglia al sonno. Per questo motivo, di norma
è un ritmo che non e' possibile prolungare a volontà (come l'Alfa) ma il
training Theta permette piano piano di ottenere e mantenere questo ritmo senza
sprofondare nel sonno. Di norma è più difficile effettuare il training
Theta rispetto all'Alfa, quindi è bene utilizzare questa tecnica solo in soggetti che abbiano già effettuato
con successo il training Alfa (v. allegati).
Oltre alle applicazioni descritte in precedenza,
l'esperienza più recente che si desume dalla letteratura scientifica, elenca
anche le seguenti applicazioni cliniche:
7.3a Psichiatria e psicoterapia:
7.3b Medicina psicosomatica:
aritmie cardiache, disturbi della conduzione;
ipertensione essenziale; emicrania vascolare; malattia di Raynaud; asma
bronchiale; disturbi a carico delle funzioni gastrointestinali; impotenza;
eiaculazione precoce; disturbi mestruali; obesità.
7.3c Neurologia e riabilitazione:
Ausilio nella riabilitazione di: emiplegia;
poliomelite; paralisi cerebrale; torcicollo spasmodico; disturbi della
muscolatura facciale; movimenti involontari; balbuzie; subvocalizzazíone
durante la lettura; epilessia.
CONCLUSIONI
Il mio lavoro termina qui e da qui avrebbe dovuti
iniziare: la sperimentazione con un’apparecchiatura di biofeedback in dotazione
al dipartimento di Psicologia dello Sport dell’ISEF di Torino, sperimentazione
alla quale sono molto interessata.
I tempi stretti (dall’acquisto della macchina al
termine di consegna del mio lavoro) non mi hanno permesso, per ora, di
sviluppare questo mio interesse, ma ormai questa è la mia monoidea.
Il percorso può essere fatto in entrambi i sensi: dal
biofeedback al cervello o dal cervello al biofeedback.
Ho scelto la seconda strada, ma è solo l’inizio di
un’esperienza straordinaria che ho intenzione di regalarmi.
Per fare ciò è importante fare una professione di
umiltà: neanche per un istante ho avuto la presunzione di pensare che il la mia
tesi dicesse qualcosa di nuovo o di mio.
Tutto ciò che ho scritto non l’ho scoperto io.
Ho solo scelto, attingendo da molte fonti, le cose
che di più mi hanno colpita, per entrare nell’argomento in modo il più
possibile scientifico e non superficiale.
Mi rendo conto che molto ho scritto, ma che ancora di
più avrei potuto scrivere e, perciò, credo che questo sia soltanto l’inizio di
un lavoro che continuerò a sviluppare, proseguendo nella ricerca anche dopo
aver terminato il corso di Psicologia dello Sport.
Un grosso grazie lo devo
ai miei formatori perché hanno fatto emergere in me interessi e curiosità che
non sapevo di avere dentro e che, senza i loro stimoli, probabilmente, non
avrei mai scoperto di possedere.
BIBLIOGRAFIA
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Psicologia dello Sport.
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2) CAPRA, F.
La rete della vita.
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3) CAPRA, F.
Verso una nuova saggezza.
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Dispense del corso base – Formazione in Psicologia
dello Sport.
Torino, 2000
5) CHISOTTI, M. e DEVOTI, D. e MARCACCIOLI, U. e VERCELLI, G. et altri
Articoli dal Sito WWW.psyco.com
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6)CHISOTTI, M. e VERCELLI, G.
Articoli dal Sito WWW.ipnosicostruttivista.it
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La mia voce ti accompagnerà.
Astrolabio, Roma, 1983
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9) HUMPHREY, N.
Una storia della mente.
Inastar Libri, Torino, 1998
10) MATURANA, H.
Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e
l’organizzazione biologica.
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Autocoscienza e realtà.
Minima Editore
12)MATURANA, H. e
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L’albero della conoscenza. Un nuovo meccanismo per
spiegare la biologia della conoscenza umana.
Garzanti, Milano
13) MORIN, E.
La testa ben fatta.
Raffaello Cortina, Milano
14) PINKER, S.
Come funziona la mente.
Mondatori, Milano, 2000
15) RESTAK, S.
Come funziona il cervello.
Mondatori, Milano, 1986
16)ROBAZZA, BARTOLI, GRAMACCIONI
La
preparazione mentale nello sport.
Pozzi, Milano, 1999
17)ROSSI, E. L.
La
psicobiologia della guarigione psicofisica.
Astrolabio, Roma, 1987
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19) TAMORRI, S.
Neuroscienze e sport.
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20) WATZLAWICK, P.
La realtà inventata.
Feltrinelli, Milano
21) WATZLAWICK, P e BEAVIN, J. H. e JACKSON, DON D.
Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei
modelli interattivi, delle patologie e dei paradosso.
Astrolabio, Roma, 1971
22) von GLASERSFELD, H.
Il costruttivismo radicale. Una via per conoscere e
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