Dott. Marco Chisotti
Premessa
Come
istruttore,
allenatore,
coach, abbiamo sempre un unico
denominatore: per mezzo dell’allenamento arrivare a produrre risultati didattici apprezzabili.
Abbiamo il compito di aiutare i nostri allievi a
migliorare i processi di apprendimento; il modo migliore per raggiungere questi risultati è di
creare delle condizioni favorevoli all’apprendimento, ovvero essere dei
facilitatori di questi processi.
Dobbiamo
avere sempre ben presente l’elemento fondamentale, la motivazione, che
rimane comunque e ad ogni livello alla base di qualsiasi successo sportivo, è
senza dubbio la chiave d’accesso al lavoro di tutti i giorni, attraverso il
quale l’atleta soddisfa i suoi bisogni, gli stimoli positivi, l’interesse e il
divertimento, la ricerca di affiliazione verso l’allenatore ed i compagni di
allenamento e non ultimo il bisogno di affermazione e di riuscita.
CAPIRE LA MOTIVAZIONE
L’individuo inteso come unità psico-somatica deve
coinvolgere ambedue le sfere contemporaneamente, per poter avere una
esaltazione di quei fenomeni
relativi alla prestazione, anticipando così l’insorgenza dei sintomi veri e
propri della fatica.
Questo non è un’esclusiva del solo meccanismo
fisiologico di natura biochimica, oppure legato a fattori tipo l’età, la
costituzione fisica, il sesso, o l’allenamento, dobbiamo tenere in grande
considerazione altri fattori che svolgono un ruolo ancora più determinante,
come: il profilo della personalità, l’estrazione sociale, la monotonia, la noia
e le motivazioni.
In particolare mi occuperò di monotonia e noia,
strettamente correlate.
La monotonia: molto spesso istruttori, allenatori,
coach, rischiano inconsapevolmente di far scadere le sessioni di allenamento
per mezzo di ripetizioni stereotipate, che producono negli allievi l’effetto
della noia che prende spazio all’interno dell’individuo per mancanza di soddisfazione
verso un’attività che rimane estranea alla propria realizzazione.
Pensando alla noia, possiamo dire che rappresenta senza
dubbio e in modo particolare nella popolazione giovanile di questo preciso
periodo storico un fattore negativo che incide fortemente su ogni tipo di
comportamento.
Senza dubbio la motivazione è un fenomeno molto
complesso, ci risulta spesso difficile capirne l’incidenza su un tipo di
comportamento piuttosto che un altro.
Resta logico pensare che una persona più è spinta ad
imparare una particolare attività, più vi si eserciterà.
Potremmo dire che noia e monotonia affrettano
l’insorgere della fatica, che si può riassumere in:
-
FATICA MUSCOLARE
dipende dall’esaurimento delle fonti energetiche e dalla conseguente
lentezza di trasferimento dello stimolo, dalla fibra nervosa alla struttura
muscolare.
- FATICA GENERALE comporta una diminuzione
della
destrezza; il senso della misura è il primo a manifestare segni di
affaticamento e quindi di diminuita funzionalità, in queste condizioni
insorgono facilmente gli errori ed anche gli incidenti.
- FATICA
SENSORIALE
quando, in seguito alla stimolazione di senso, si ha una attenuazione
delle risposte date dagli organi stessi.
Dopo le premesse sopra esposte,
andiamo ad analizzare in concreto quello di cui si vuole svilupparne le
tematiche : la motivazione.
Addentrandoci nel fenomeno legato
alla motivazione ci troviamo in uno spazio molto complesso, spesso è difficile
capirne l’incidenza sul comportamento di un individuo.
Una forte motivazione è strettamente
correlata ad una forte monoidea, che si traduce in grande volontà nella ricerca
del raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei nostri bisogni.
Vari autori hanno espresso alcune
ipotesi:
secondo Salvini “per motivazione si
indica in psicologia l’agente fisiologico, emotivo e cognitivo che organizza il
comportamento individuale verso uno scopo.”
Per Bertolini la motivazione è “ ciò
che sollecita l’individuo ad assumere ogni suo atteggiamento ed a mettere in
atto ogni suo comportamento”.
Secondo Singer la motivazione “
influisce su ciò che facciamo, (quando vi è la possibilità di scelta) su quanto
tempo ci mettiamo e su come lo facciamo”.
Thomas riporta le motivazioni a
quattro desideri fondamentali:
1) il desiderio
di sicurezza
2) il desiderio
di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità
3) il desiderio
di ricevere risposte adeguate da parte dei propri simili
4) il desiderio
di nuove esperienze.
La gerarchia dei bisogni di Maslow riporta le motivazioni a bisogni
fondamentali distinguendoli in:
-
AUTOREALIZZAZIONE ( metabisogni, qualità spirituali,
giustizia, bontà, bellezza)
-
BISOGNI
DI BASE :
1) bisogni
fisiologici ( cibo, acqua, ecc. )
2) bisogni di
sicurezza ( protezione, mancanza di pericolo)
3) bisogni di amore
e di appartenenza ( accettazione , essere apprezzati, affiliazione )
4) bisogni di
stima (autoapprezzamento, successo )
Murray esamina ben dodici bisogni di
natura fisiologica e ventotto di natura psicologica.
Secondo Singer si possono
classificare i motivi per cui le persone fanno ciò che fanno in:
1) motivazione
intrinseca ( gusto di fare una cosa, far progredire e mettere a frutto certe
capacità)
2) motivazione estrinseca ( trarre vantaggi materiali,
apprezzamenti e ricompense.
Entrambi i tipi di motivazione,
insieme o indipendentemente, determinano il comportamento.
Un'altra classificazione indica tre
categorie di motivazioni :
1) Psicofisiologiche
suddivise in:
-
fondamentali, che dipendono da esigenze biologiche,
quali: la sete, la fame, il sonno,
-
proprie
dell’organizzazione nervosa antropomorfa: bisogno di esplorazione
percettiva, bisogno di attività, di manipolazione, ecc.
2) Psicodinamiche
: traduzioni delle pulsioni sessuali ed aggressive. La motivazione è il
risultato del rapporto tra la scarica pulsionale originaria e la mediazione con
la realtà da parte della personalità.
3) Psicosociali
: sono il riflesso dei valori, dei modelli di comportamento, delle opinioni che
l’individuo acquisisce durante il processo di socializzazione.
QUALE MOTIVAZIONE !
ELENCHIAMO LE MOTIVAZIONI
Come si diceva in apertura, pur
restando in astensione di giudizio a favore di una delle teorie precedentemente
esposte, vorrei esaminare alcuni passaggi a mio avviso degni di essere presi in
considerazione per arrivare ad ottimizzare la motivazione.
Sempre più spesso siamo in presenza
di baby atleti, ovvero bambini di 9-10 anni che svolgono una attività
agonistica.
Non voglio entrare in merito
all’opportunità o meno dell’avviamento di bambini in età evolutiva ad attività
agonistiche, l’argomentazione sulla cura dell’apparato osteoarticolare dei
bambini nell’età dello sviluppo, richiederebbe di per sé un trattato molto
lungo.
Noi parliamo di motivazione e averla
indotta e canalizzata a volte tramite una specializzazione precoce, porta nel
90% circa dei soggetti ad un abbandono precoce. (Burn-Out)
L’ESEMPIO DI MATTEO
MOTIVO DI RIFLESSIONE
Matteo è un bambino di 10 anni, ha
buone capacità coordinative e ha una grande passione per lo sport del tennis, o
forse è meglio dire aveva.
Ha iniziato a 6 anni a frequentare
dei corsi di tennis presso il circolo tennistico più importante della sua
città; proseguendo nella crescita il bambino dimostrava anche buona attitudine
allo sport del tennis fino a portarlo già a 8 anni a partecipare a gare di
tennis contro suoi coetanei.
Con l’accrescere dell’età crescevano
anche i tornei arrivati a 10 anni l’allenatore di Matteo gli dice che visti i
buoni risultati, passerà ad allenarsi con i ragazzi under 12, quindi un pochino
più grandi di Matteo.
Questa notizia è una esplosione di
carica e di motivazione grandissima per Matteo, si sente importante agli occhi
del suo allenatore e dei compagni.
Passano le settimane ma il passaggio
al gruppo promesso tarda ad arrivare, Matteo ogni settimana chiede al suo
allenatore quando inizierà con il nuovo gruppo, l’allenatore continua a
tergiversare dicendogli che sta organizzando il passaggio di avere pazienza.
Le settimane passano ma il passaggio
di gruppo no; dopo mesi di altalenanti promesse l’allenatore dice a Matteo che
è meglio che resti nel gruppo dove si trova adesso, perché forse è ancora
presto per passarlo ad un gruppo più avanzato.
Per Matteo questa notizia ha un
effetto devastante; si sente tradito, preso in giro, dal suo allenatore che per
lui era “il modello assoluto” una guida visualizzata non solo nello sport.
Una settimana dopo la comunicazione
dell’allenatore Matteo abbandona il tennis, le insistenze dei genitori,
dell’allenatore, dei compagni, non servono a nulla, non vuole più vedere la
racchetta e non vuole più andare su un campo da tennis; l’effetto delusione non
si ferma, anche a scuola Matteo (che era sempre tra i più
bravi della sua classe) non riesce più a stare attento non studia è
molto triste.
Dopo vari mesi di lavoro da parte
dei genitori con l’aiuto di uno psicologo sono riusciti a fare accettare la
situazione a Matteo che ora è ritornato come prima, ho conosciuto Matteo e
attualmente del tennis non ne vuole sapere è molto insicuro quando sente questa
parola, mi piacerebbe poterlo riportare a giocare e a divertirsi al tennis, ma
l’impresa è molto difficile, dipenderà da Matteo.
LE MOTIVAZIONI
Iniziamo ad elencare vari tipi di
motivazioni che vengo messe in gioco nella pratica sportiva:
1) Interpretazione
intellettualistica: motivazione come tendenza determinante della personalità
2) Biologica:
identificata con il bisogno che attiva il comportamento.
3) Istintiva:
ciò che è innato è modificato dall’abitudine appresa.
4) Pulsionale:
psicoanalitica, da cercare nell’inconscio
5) Antropologica:
dipende dalla matrice culturale in cui vive l’individuo.
6) Sociologica:
l’individuo ha la necessità di sentirsi in armonia con il gruppo in cui vive e
di valorizzarsi.
7) Umanistico-esistenziale:
differenza tra bisogni e motivazioni. Le motivazioni appartengono alla sfera
dei valori e degli ideali.
MOTIVAZIONI
OMEOSTATICHE
La motivazione, alla base del comportamento
dell’individuo, può essere letta come tendente allo stabilimento o
ristabilimento di un equilibrio.
-
Motivi fisiologici e bisogni.
-
Meccanismo della privazione.
MOTIVAZIONI
ANTIOMEOSTATICHE
La motivazione è rivolta alla continua rottura degli
equilibri preesistenti.
-
Bisogno di stimolazione.
-
Esplorative.
-
Hanno come oggetto: il mondo delle cose concrete, il
mondo sociale, il mondo ideale.
MOTIVAZIONI PRIMARIE:
Si riferiscono alla sfera biopsichica ( bisogno
dell’uomo di fare del movimento)
Cognitiva (bisogno di conoscere)
Emotiva (pulsioni interne)
MOTIVAZIONI SECONDARIE:
Si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale,
socioeconomica.
Ora analizziamole più dettagliatamente:
CAPIRE L’AGONISMO
MOTIVAZIONI PRIMARIE : sono rappresentate dal gioco e
dall’agonismo. Il gioco serve ad incuriosire il bambino, ovvero offrire la
possibilità di soddisfare il bisogno di movimento, di immaginazione, di
creatività, di affermazione e socialità.
A tale proposito la psicologia dello sport ha svolto
ricerche sulla natura psicodinamica, cognitiva e sociale del gioco, in questo
campo deve essere ricercata la molla del piacere del gioco.
L’agonismo è la “ manifestazione matura, costruttiva e
creativa dell’aggressività”.
La strada che porta dall’aggressività all’agonismo è
attraversata da meccanismi intrapsichici che sono:
1) la
rimozione, respingere nell’inconscio ciò che non è accettabile.
2) La
sublimazione, trasformare l’impulso aggressivo in una azione socialmente
accettabile e accettata.
3) La
ritualizzazione, vivere l’aggressività all’interno di una situazione
controllata.
4) L’inibizione
per identificazione, trasformare l’impulso aggressivo verso forme di condotta
reattiva (protezione, affetto, gioco…..)
A livello agonistico i soggetti mettono in campo una
grossa fetta della loro aggressività, è importante che l’agonismo rimanga entro
canoni socializzanti e di sublimazione degli istinti agressivi, rispettando le
regole della ritualizzazione sportiva.
Dobbiamo comunque riconoscere che gioco e agonismo
rivestono un passaggio fondamentale nello sviluppo del bambino, anche se in
prospettiva dinamica abbiamo variazioni legate a seconda dell’età, del sesso,
della personalità, della situazione, ecc.
L’agonismo sorge dopo, rispetto alla funzione ludica e
molto spesso influenzato da modelli sociali esterni che per bisogni istintuali.
Dobbiamo sottolineare con forza che mentre nel gioco
troviamo una azione di organizzazione dell’Io ( vedi organizzazione del sé
corporeo, rapporti spazio-temporali, le relazioni con gli altri) nel discorso
agonistico si deve presupporre un Io già organizzato.
In molti testi vari Autori scrivono che non si dovrebbe
praticare attività agonistica nella fascia di età dai 9 ai 13 anni se non con
funzioni ludiche generali, nella realtà la tendenza è esattamente il contrario;
una preconizzazione che a 12 anni porta a giocare in un anno un numero di
incontri pari a quelli di un professionista, il rischio è di danneggiare
l’equilibrio psico-fisico del ragazzo, utilizzando un modo errato per
prepararlo all’agonismo.
Dobbiamo ricordare che il periodo della pre-adolescenza
è caratterizzato da instabilità psicologica, quindi sarà molto svantaggioso sottoporre
l’allievo a situazioni di stress competitivo non sufficientemente bilanciate da
un Io forte che consenta una elaborazione “sportiva” (e non personale) di una
sconfitta o di una vittoria.
Le statistiche in merito all’abbandono sportivo,
registrano in questa fascia d’età le punte più alte.
MOTIVAZIONI
SECONDARIE : si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale,
socioeconomica, e sono:
1)Motivazione al successo: ricerca di affermazione
personale e sociale, affermare valori che gli altri apprezzano, stimano,
desiderano, divismo sportivo, sponsorizzazioni, il tutto con il supporto dei
“mass media”.
Nel 1953 McClelland dimostra stretti legami di
correlazione tra motivazione al successo e rendimento, la spiegazione è il
collegamento ai processi di autostima, derivati da esperienze positive di
realizzazione e successo.
Questo tipo di reazione viene chiamata circolare.

A U T O S T I M A
ESPERIENZE
ASPIRAZIONE AL
POSITIVE
SUCCESSO
![]()
![]()
MECCANISMI MOTIVAZIONALI
Abbiamo anche una reazione circolare
diversa, relativa a chi non ha sperimentato situazioni di successo e quindi non
è portato ad avere “aspirazioni al successo”:
![]()
SENTIMENTO DI INFERIORITA’
ESPERIENZE
ASPETTATIVA DI
![]()
NEGATIVE
SUCCESSO
ASSENZA DI MOTIVAZIONE
A questo punto il ruolo pedagogico
dell’istruttore è di fondamentale importanza, per evitare l’insorgere di
reazioni negative nei confronti dell’allievo, cercando di non esporlo ad una
serie di insuccessi che portano inevitabilmente ad una compromissione
dell’attività motivazionale.
Nell’allenamento di tutti i giorni
l’istruttore deve evitare accuratamente la noia e la monotonia, cambiando e
modificando gli scenari delle esperienze didattiche, per renderle più motivanti
e stimolanti.
Una indagine interessante venne
condotta da Hawthorne su un gruppo di operai, dove nell’ambiente lavorativo
furono apportate delle semplici modifiche ( le pareti furono dipinte in modo e
con colori diversi, furono cambiati i sistemi di illuminazione) il risultato fu
una migliore produzione, una maggiore voglia di recarsi al lavoro, ricerca
della novità, ma la cosa più importante che emerse da questa indagine fu che
gli operai dissero di avere la sensazione che qualcuno si occupasse di loro.
Le modifiche ambientali apportate
non avrebbero avuto nessuna attinenza con la produzione, ma sul piano
psicologico esse esercitarono una grande influenza.
2) Bisogno di affiliazione: a livello psicologica il periodo
adolescenziale è quello della massima spinta ad appartenere ad un gruppo, le
motivazione possono essere ricercate in: assicurazione, accettazione, essere
stimato, questo serve al ragazzo per bilanciare insicurezze personali,
atteggiamenti di impegno, abnegazione, cooperazione.
Citiamo anche “una esperienza di
socializzazione ricca di significato” cosa da non sottovalutare in una società
giovanile basata sulla dipendenza dalla televisione e dai video-game.
Una volta inserito in un gruppo il
giovane entra nella cosiddetta “socializzazione secondaria” ovvero
interiorizzazione dei valori dell’attività sportiva, tendendo ad assimilare lo
schema ideologico ( norme+mete+valori) del proprio gruppo di riferimento, divenendone parte attiva.
Nel periodo dai 10 ai 14 anni
l’appartenenza ad un gruppo rappresenta una delle motivazioni allo sport più
importanti, sia nello sport di squadra che nello sport singolo.
Gli allenamenti alla resistenza
raramente sono “automotivanti” nei giovani, vengono realizzati più facilmente
se svolti con la complicità del gruppo.
3)Motivazione estetica: il bisogno
del raggiungimento di forme ritenute “armoniche e belle”.
Lo spettacolo sportivo richiede
oltre alle strategie anche la parte estetica sia per chi lo pratica che per chi
l’osserva, (l’azione ben coordinata, un gesto tecnico ben eseguito, ecc.) in
certi contesti può assumere una certa importanza.
4) Motivazione compensativa: nella
fase evolutiva è di estrema importanza, può diventare “patologica” dopo la fase
adolescenziale.
Lo sport può servire come meccanismo
di difesa nel nascondere o superare sentimenti di inferiorità ( a livello
fisico o psichico) nell’espressione di desideri infantili di tipo affermativo
di aggressività latente, desiderio di potenza, dovuta ad un carico di
frustrazioni non elaborate.
Questi tipi di scompensi della
personalità vanno osservati con attenzione e superati con opportuni
orientamenti. ( Si ritrovano piuttosto frequentemente e per tanti versi anche
“normali” in soggetti in età evolutiva).
MOTIVAZIONE INTRINSECA ED ESTRINSECA
Passiamo ora ad analizzare un’altra
spinta motivazionale che ci spinge a muoverci in una specifica direzione:
Motivazione Intrinseca :
solitamente la molla che muove
questo tipo di motivazione è collegata al fare qualcosa solo per il gusto di
farla, per migliorare e progredire le proprie capacità, o per sfruttarle al
meglio.
Forte stimolazione verso
comportamenti competenti e autodeterminati nei confronti dell’ambiente
circostante.
Motivazione Estrinseca :
principalmente ricerca di un miglio status sociale, in questa situazione
abbiamo un impegno verso una attività da cui trarre vantaggi materiali,
ricompense o apprezzamenti che siano.
Di solito nella motivazione
estrinseca avviene un controllo da parte dell’adulto nei confronti del
comportamento spontaneo del bambino o ragazzo, utilizzando ricompense o
punizioni.
Pensiamo ad esempio, al padre che in
modo più o meno conscio imponga al figlio di giocare a tennis, incoraggiandolo
attraverso piccoli ricatti di motivarlo verso una presunta carriera di
tennista.
In casi di questo tipo l’istruttore
può cercare di liberare il bambino da questa induzione motivazionale esterna,
questo nella ricerca di una dimensione ludica e soprattutto di una scelta
spontanea, per evitare di esaurire precocemente la spinta motivazionale,
riconducendo l’allievo verso la motivazione intrinseca, ovvero una motivazione
spontanea del soggetto che possa sostenere nel tempo la costanza di una scelta
motivata.
DETTAGLI
Vediamo ora dettagliatamente questa
spinta interna, e da cosa deve essere originata, in particolare dobbiamo
sentire e avere il controllo di noi stessi, dobbiamo essere realistici in senso
ottimistico.
Secondo Singer le persone che
rivelano un forte bisogno di riuscire hanno la tendenza a:
1) Prefiggersi
scopi alti, specifici e raggiungibili.
2) Predisporre
piani o programmi personali che saranno osservati per facilitare la
realizzazione di quegli scopi.
3) controllare
continuamente i loro progressi e se sono fuori rotta, a rettificare o
modificare scopi, programmi, o gli uni e gli altri.
4) Pensare
tenendo i piedi per terra.
5) Tener conto
dei fattori personali che potrebbero essere la causa dei risultati desiderati,
come l’impegno e la fortuna.
6) Valutare con
imparzialità ciò che hanno fatto e cercare di migliorare i loro tentativi
anziché prendersela con gli altri o con le circostanze.
Senza dubbio un impegno di questo tipo giova
all’autocompiacimento e alla soddisfazione di partecipare a un certo tipo di
attività.
Con l’impegno personale è sicuramente più facile
ottenere risultati nei miglioramenti delle proprie capacità, contare al
contrario sulle ricompense, finisca per dare risultati di portata limitata.
E’ anche vero che spesso questo tipo di sistema
influisce fortemente sul nostro comportamento.
A parte le cause legate a fattori culturali, dei
programmi educativi, e dei sistemi di ricompensa potremmo dire che le attività
motorie potrebbero essere:
1) Valutare in
maniera positiva in prima persona.
2) Apprezzate
da altre persone legate al bambino
3) Soddisfacenti,
impegnative e divertenti.
Singer sostiene che se mettiamo insieme queste tre
considerazioni, unite ai sei fattori esposti in precedenza ci sono ottime
possibilità per avere una attività soddisfacente e ben riuscita.
LOCUS OF CONTROL
Vediamo di cosa si tratta; facendo un piccolo passo
indietro riprendiamo il discorso sulle attribuzioni relative ai motivi
principali delle prestazioni:
1) L’abilità
2) L’impegno
3) La fortuna
4) La
difficoltà che l’attività presenta
Possiamo vedere che i primi due sono interni e
personali, mentre i secondi sono esterni al soggetto. Possono essere di
causalità o di controllabilità.
L’attribuzione di un successo a cause interne incrementa
l’autostima e l’interesse intrinseco verso quell’attività.
Viceversa, l’attribuzione di un insuccesso a cause
interne può influenzare negativamente la fiducia verso sé, e favorire una
riduzione volontaria del coinvolgimento per quel compito.
Interessante
la valutazione data da Weiner nel 1980, dove testualmente dice: “
l’attribuzione più importante che danneggia la lotta per vincere è la sensazione di avere qualità modeste”.
Gli istruttori potrebbero sensibilizzare gli allievi a
valutare in caso di sconfitta l’imputazione alla mancanza di impegno piuttosto
che prendersela con la sfortuna.
Cercare di far capire agli allievi che loro stessi
possono influire sui risultati; (attribuzioni interne) e ottenerne di migliori,
ad esempio aumentando l’impegno durante le fasi di allenamento, siano esse,
tecnico-tattiche, fisiche, o di preparazione mentale.
PREMI O PUNIZIONI
Ora prendiamo in considerazione il discorso legato ai
premi o le punizioni che vengono dati dopo una determinata azione, atti a dare
un certo tipo di informazione al soggetto, su come doveva essere svolta
l’azione, in positivo o negativo:
1) I premi
possono essere incentivi a partecipare o ad esercitarsi
2) I premi
possono plasmare i comportamenti in una determinata direzione.
Potremo però fare anche un altro tipo di considerazione:
1) Fino a che
punto i premi vengono interpretati come tali da chi li riceve.
2) Fino a che
punto ci si fa assegnamento per l’interesse e per la perseveranza in una data
attività.
Nel punto uno abbiamo una grande variabilità in base al
soggetto a cui viene dato il premio, lo stesso premio non per tutti i soggetti
può avere lo stesso valore di stimolo.
Dovremmo quindi stare attenti, se proprio dobbiamo
premiare a livello didattico, ad effettuare una analisi per verificare il
valore potenziale che potrà avere per ogni allievo.
Grande attenzione comunque a dare delle premiazioni ad
alcuni e non darle ad altri, ricordandoci che anche chi non viene premiato può
averci messo il massimo dell’impegno, credo personalmente e in base anche alle
mie esperienze che l’utilizzo di incoraggiamento verbale agli allievi facendo
sentire loro la vicinanza del
proprio allenatore, possa ancora essere lo strumento motivazionale migliore.
Nel punto due sembra molto poco appropriato dare
esclusivamente delle ricompense a quello che facciamo.
E’ vero che le cause esterne della motivazione possono
influenzare anche quelle interne, ma con questo sistema nella maggior parte dei
casi i risultati sugli allievi sono stati molto scarsi.
Un suggerimento potrebbe essere quello di stimolare i
seguenti incoraggiamenti:
1) L’intima
tendenza a partecipare ad attività fisiche.
2) La
comprensione del valore di queste esperienze.
3) La continua
ricerca per migliorare se stessi, per essere autosufficienti, per realizzare se
stessi.
4) Le sfide in
grado di contribuire alla realizzazione di potenziali mezzi di espressione,
della destrezza, della conoscenza e del divertimento.
IL RINFORZO
E’ una azione che serve ad aumentare
le possibilità di riuscita di un certo tipo di comportamento.
Burrhus Fedric Skinner dimostrò che
i rinforzi servono come informazione al nostro organismo in merito alla
appropiatezza del suo comportamento.
I rinforzi positivi sono utili al
soggetto nella formazione del suo comportamento, questo intento sta dietro
l’utilizzo dei premi.
Dobbiamo fare attenzione ad una
eventualità da non sottovalutare, se conseguentemente ad una risposta
premiante, abbiamo la scomparsa di uno stimolo, accresce la possibilità che
questo tipo di risposta si presenti nuovamente; il rischio è che a questo punto
avremo uno stimolo considerato rinforzo negativo.
Vediamo ora l’aspetto punitivo, che
è uno stimolo avversivo che ha come scopo l’eliminazione di un certo tipo di
risposta.
La punizione viene data sempre per
dirci quello che non si deve fare, non quello che si deve fare.
Bisognerebbe fare molta attenzione
all’utilizzo del “non”, un pensiero sicuramente più costruttivo sarebbe quello di dire cosa si deve fare.
Le punizioni vengono date con
l’intento di dare rinforzi per far svolgere dei tipi di comportamento ideali,
molto spesso la punizione oltre ad essere inefficace crea anche delusione e
amarezza, è anche un modo negativo di rapportarsi con gli individui.
Da preferire il rinforzo di
carattere positivo, che può produrre un tipo di condizionamento che possa dare
autonomia al soggetto senza dover far ricorso a rinforzi esterni.
Possiamo prendere in considerazione
come istruttori che le cose che diciamo, o che facciamo nei confronti degli
allievi dopo una loro prestazione possono essere rinforzanti, stimolanti,
oppure informative, in pratica possono fornire agli allievi il feedback
necessario in relazione alla prestazione.
IL FEEDBACK
E’ di fondamentale importanza nella
funzione di apprendimento.
Il feedback avviene per mezzo dei
sensi e questa informazione può arrivare durante oppure dopo la prestazione, ma
anche durante e dopo, nella ricerca di adeguatezza di quella determinata
azione.
E’ necessario nelle prime fasi di
apprendimento, senza feedback non si può avere apprendimento, è anche vero che
a volte il feedback non risponde alle esigenze degli allievi o l’allievo non se
ne serva.
In questo tipo di caso si dovrà
ricorrere al feedback supplementare.
In pratica è una informazione
esterna fornita da una persona o da un oggetto all’allievo e dovrà servire come
conoscenza dei risultati, inoltre potrà essere anche rinforzante e motivante.
Il sinonimo di feedback è: la
conoscenza dei risultati, in pratica una informazione autogenerata dall’allievo
in merito alla propria prestazione
ed ai risultati ottenuti.
A livello di informazione dovremmo
prendere in considerazione quella relativa alla conoscenza della prestazione;
tecniche, strategie, capacità, forma, e altri fattori che concorrono alla buona
riuscita di una azione motoria o di una partita, grande considerazione alla
disponibilità intrinseca di questo tipo di informazione.
Questi due tipi di informazione:
conoscenza dei risultati, e conoscenza della prestazione possono essere date
simultaneamente “ nel corso dell’attività” o alla fine.
Molto importante il mezzo di
comunicare queste informazioni che potrà essere: visivo, uditivo, o di altra
natura ( da considerare anche l’utilizzo del video-tape per far rivedere le
azioni agli allievi, modello di feedback supplementare).
Se l’applicazione del feedback viene
scelta alla fine dell’azione, può essere fornito immediatamente o un po’ più
tardi, inoltre può essere molto preciso o molto vago.
Su alcuni testi vari Autori
forniscono alcuni tipi di alternative:
(R.N. Singer)
1) fare una analisi
del compito e stabilire la necessità o le possibilità del feedback nel corso
dell’attività, o del feedback finale, ovvero di entrambi.
2) Che il mezzo
di comunicazione sia condizionato da ciò che è disponibile, dall’utilità e
dalle preferenze dell’allievo.
3) Che il
feedback finale sia quanto più immediato possibile.
4) Che il
feedback sia specifico quanto basta affinché l’allievo sia in grado di
adoperarlo.
IL GOAL SETTING
La traduzione di goal-setting è:
formulare degli obiettivi, è di fondamentale importanza nell’orientamento
dell’atleta, altrettanto importante è classificarli a breve, medio, lungo
termine.
L’obiettivo può avere la funzione di
punto di riferimento per controllare la prestazione attuale con quella
desiderata.
In questo senso molti autori hanno
scritto una sorta di decalogo, riassumiamo il pensiero di: ( Tubbs 1986 –
Burton 1992 – Magill 1993 – Martens e Bump 1988 – Weinberg 1992/1994 )
1) Obiettivi
specifici regolano l’azione in modo più preciso di obiettivi generali.
2) In relazione
a obiettivi quantitativi specifici, più elevato è l’obiettivo, migliore sarà la
prestazione, fermo restando un livello adeguato di abilità e di impegno.
3) Obiettivi
specifici e difficili miglioreranno maggiormente la prestazione, rispetto ad
obiettivi del tipo “fai del tuo meglio” o non avere obiettivi.
4) La
formulazione di obiettivi a breve termine e a lungo termine migliora
maggiormente la prestazione, rispetto alla solo formulazione di obiettivi a
breve termine.
5) Gli
obiettivi agiscono sulla prestazione guidando l’attività, mobilizzando
l’impegno, aumentando la persistenza e motivando alla ricerca di strategie
appropriate al compito.
6) La
definizione degli obiettivi è efficace solo in presenza di feedback che evidenzino
i progressi compiuti nella direzione del raggiungimento degli obiettivi.
7) Obiettivi
difficili richiedono un notevole impegno che determina prestazioni migliori,
chiaramente mantenendoli entro limiti ragionevoli e realistici.
8) L’impegno
può essere ottenuto chiedendo all’allievo di accettare l’obiettivo, mostrando
sostegno, permettendo la partecipazione alla scelta degli obiettivi, degli
incentivi e dei premi.
9) Il
raggiungimento degli obiettivi è favorito dalla determinazione di un piano di
azione o strategia, specialmente quando il compito è complesso o a lungo
termine.
10)
La competizione migliorerà la prestazione sino al grado
in cui sarà necessario stabilire obiettivi più elevati e/o aumentare l’impegno.
Potremmo aggiungerne ancora due:
-
Mettere in evidenza obiettivi di prestazione ( ad
esempio, migliorare la tecnica esecutiva) piuttosto che di risultato (vincere
una gara) più difficilmente controllabili.
-
Controllo sistematico della valutazione degli obiettivi.
IL BURN-OUT e
DROP-OUT
Come anticipato in fase di
presentazione delle varie motivazioni allo sport, vediamo cosa succede se la
motivazione viene meno e subentra la demotivazione, sindrome chiamata Burn-out
che letteralmente significa “ bruciato” “esaurito”.
Tradotto in pratica ci troviamo in
presenza di un “esaurimento emotivo” (Maslach e Jackson 1981), ovvero una
sensazione di totale mancanza di energia fisica e psichica,
“depersonalizzazione” che arriva
fino ad atteggiamenti ostili nei confronti delle persone del proprio ambiente (
allenatore, preparatore fisico, ecc.).
“Ridotta realizzazione
professionale” completa mancanza
di autostima e voglia di raggiungere i risultati prefissati quindi
sensazione di inadeguatezza.
Molti Autori tendono a riportare il
Burn-out solo in campo lavorativo e non sportivo altri come (Aguglia e Sapienza
1989 – Smith 1986 ) sono convinti dell’importanza anche in campo sportivo.
Questi Autori individuano il
Burn-out come una perdita di ideali, energia, e scopo, ricondotto in uno stress
lavorativo dovuto a
vari tipi di pressioni ad esempio:
pressioni socio-economiche, non deludere l’ambiente esterno (allenatore,
dirigenti, sponsor, tifosi, ecc.) a dover sempre migliorare i propri risultati.
In relazione ai giovani in età
evolutiva che svolgono attività agonistica “precoce” personalmente sposo
quest’ultima teoria.
Importante da considerare in questa
fase di crescita dei ragazzi l’attenzione ai bisogni di soddisfazione,
gratificazione, riconoscimento, sentirsi importanti, approvazione del gruppo.
Altrettanto importante ma da
evitare, è la paura del fallimento, cattivi rapporti nei confronti
dell’istruttore-allenatore, dei compagni, pressione psicologica elevata, la
noia, la frustrazione.
Il Drop-out si presenta negli atleti
adolescenti in evoluzione fisica tecnica, dopo un certo periodo di allenamenti
e gare piuttosto lungo e intenso, decidano di interrompere il proprio impegno.
Vediamo più dettagliatamente i motivi che possono
indurre all’abbandono precoce (Agosti, Baldo, Benzi et al. 1986)
1) CRISI
ADOLESCENZIALI il rapido cambiamento dei parametri fisici, e il mancato
riconoscimento del proprio corpo, sono la conseguenza di una modifica anche
nelle prestazioni e nelle relazioni.
2) DIFFICOLTA’
SCOLASTICHE il binomio scuola-sport è un impegno che molti adolescenti non
riescono a sopportare.
3) BISOGNO DI
ESPERIENZE diverse e nuove nella ricerca di costruzione del proprio Io.
Da non sottovalutare anche:
A) MONOTONIA
DELL’ALLENAMENTO noia e assenza di obiettivi validi e alternativi.
B) L’ANSIA
nella fase preagonistica la mancanza di capacità a gestire le emozioni.
C) INTEGRAZIONE
NEL GRUPPO in generale lo sport favorisce l’individualità a scapito della
coesione, prioritaria in questo periodo della crescita.
D) RAPPORTO CON
L’ALLENATORE personalmente la
reputo una delle cause in percentuale più importanti. Il ragazzo spesso vede
valenze genitoriali ottimali con il proprio istruttore e altrettanto spesso si
sente “tradito” non capito, sente fortemente una mancanza di possibilità di
crescita e di autonomia.
CONSIDERAZIONI
Avviandoci verso la conclusione di questo lavoro di
ricerca sulla motivazione vorrei soffermarmi a riflettere su qualcosa già
trattato ma meritevole di attenzione.
Molto spesso
ci troviamo di fronte al
bambino-atleta di soli 9 anni, mi sento solo di pensare che in questi casi
l’impegno dell’istruttore deve essere ricondotto a far scoprire al bambino la motivazione
primaria e intrinseca ( vedi pag.14 e 22) far incuriosire il bambino al piacere
del gioco nel nostro caso il tennis.
Partendo dal gioco si arriverà ad elaborare un percorso
di formazione relativo all’organizzazione del proprio Io; a quel punto possiamo
inserire la parte relativa all’agonismo.
Se nel bambino si struttureranno questi due tipi di
motivazione avremo atleti che faranno una attività agonistica nata per il gusto
di farla, per migliorare e progredire le proprie capacità, o per sfruttarle al
meglio.
STATI MENTALI
Per illustrare il lavoro sugli stati mentali avremmo
bisogno di spendere molte pagine e soffermarci su parecchi aspetti legati alla
preparazione mentale dell’atleta.
In modo molto riassuntivo e semplice ci soffermeremo
solo su un passaggio che potrebbe darci delle indicazioni preziose.
Parliamo di ipnosi. Oggi abbiamo la consapevolezza che
l’ipnosi non ha nulla a che fare con l’idea che si tratti di pratiche magiche o
riti di strana natura.
Molto più semplicemente possiamo parlare di stato
mentale naturale. Quante volte durante la giornata entriamo e usciamo da stati
di trance ipnotica senza neanche rendercene conto, sicuramente molto di più di
quanto pensiate.
Quante volte ci capita di pensare a cose future o
immaginare, sognare, oppure in alcune situazioni dopo un qualcosa che ci è
capitato cambiamo atteggiamento e troviamo risorse che non ci aspettavamo di
avere.
Questi cambiamenti relativi agli stati mentali possono
essere allenati, fino ad arrivare ad una gestione completa; l’apprendimento
delle induzioni ipnotiche è favorito da condizioni mentali che potremmo
riassumere in:
-
avere interesse,
-
curiosità,
-
fiducia,
-
essere disponibili,
-
creatività,
-
fantasia.
La funzione dell’ipnosi è molteplice, favorendo la
suggestione aumenta l’empatia, permette una percezione selettiva, favorisce
l’esperienza limitandone il criticismo, consapevolezza l’aspetto costruttivo
del lavoro cerebrale.
L’ipnosi permette l’organizzazione del mondo
esperienziale del soggetto attraverso il linguaggio verbale, attraverso la
voce, con la comunicazione corporea, non serve a “scoprire” una realtà
oggettiva, bensì permette la costruzione di una realtà ontologicamente stabile,
come spazio di comune unità (comunità).
Nelle situazioni di grosso impegno fisico risultano
altrettanto importanti, accanto alle doti fisiche ed al livello di allenamento,
anche capacità prettamente psicologiche quale il potenziamento mentale che ogni
individuo è in grado di esprimere accedendo allo stato di trance ipnotica.
L’allenamento mentale nello sport attraverso l’ipnosi e
l’autoipnosi viene sviluppato utilizzando il concetto di monoidea dinamica, in
relazione al rilassamento psico
fisico, alla concentrazione, alla motivazione, al focus attentivo.
L’attività sportiva è la più adatta alla dimostrazione
delle prestazioni fisiche, il piacere che ne deriva, è di gran lunga maggiore
di qualsiasi altra attività lavorativa, inoltre con essa è possibile dare libero
sfogo alla propria personalità e la gioia del movimento, e lo spirito di lotta
(come aggressività socialmente accettata) trovano la loro giusta espressione.
Nello sport, come in nessun altra attività, è possibile
ottenere un grado massimo di miglioramento delle prestazioni.
Quindi possiamo riassumere che nella pratica sportiva
l’applicazione dell’ipnosi rappresenta una tappa fondamentale verso il
miglioramento delle prestazioni sportive.
A livello competitivo ci vengono fornite le
seguenti indicazioni, sulle quali
possiamo inserire l’allenamento con l’ipnosi:
-
contratture e agitazione prima dell’inizio della gara
-
contratture dovute a complessi di inferiorità o ad
atteggiamenti di aspettativa
-
incapacità di sfruttare al massimo le proprie
possibilità
-
difficoltà a compiere i movimenti con scioltezza e
leggerezza
-
debolezza di concentrazione nel giudicare la situazione,
per cui ci si lascia sfuggire anche una vittoria sicura.
-
Nervosismo generalizzato, collegato con stati di
insonnia prima della gara, e cosiddetta “febbre da competizione”.
Ricerche fatte sulle cause di insuccesso ad atleti di
alto livello internazionale, e scaturita come situazione preponderante quella
della “ipermotivazione” che
provoca uno stato “ergotropico di tensione eccessiva”.
In questi casi di instabilità emotiva, l’utilizzo della
pratica regolare dell’ipnosi, richiamata poi in forma abbreviata prima
dell’inizio della gara, può produrre una straordinaria sicurezza
nell’atteggiamento durante la competizione.
Impressionanti sono i risultati ottenuti con gli
esercizi anticipatori: un gruppo di studenti di educazione fisica si “allenò”
per due settimane rappresentandosi mentalmente la corsa agli ostacoli dieci
volte al giorno per dieci minuti ogni volta.
Nei 110 m. ostacoli, si ebbe un tempo inferiore do 0,57
sec. Rispetto al gruppo di controllo il miglioramento della prestazione fu del
100%. Facciamo notare che si trattava solo di allenamento mentale, senza
immersione autogena.
Da sottolineare l’utilizzo di alcune formulazioni di
proponimenti, atti a rinforzare motivazione e miglioramento delle prestazioni:
-
colpisco sciolto e potente
-
scatto veloce e fluido
-
avversario indifferente, mantengo il ritmo
Nello specifico sport del tennis
possiamo trovare con l’utilizzo di alcune tecniche la centratura giusta e il
“qui ed ora”:
-
tecnica del campo, su
-
tecnica del respiro calmo e tranquillo
-
tecnica della palla gialla-rossa-verde
-
tecnica del
guardare la palla
PROVARE PER…………..
In modo molto semplificato vediamo quali sono i passaggi
fondamentali di un percorso legato ad induzioni ipnotiche:
-
rilassare l’atleta per mezzo di tecniche tipo:
rilassamento frazionato di Vogt, rilassamento progressivo di Jacobson, training
autogeno o altre.
-
Iniziare una induzione ipnotica inserendo le
visualizzazioni.
-
All’interno di questo percorso si inserisce un
“interruttore di attivazione”, (che porterà l’atleta a cambiare il suo stato
mentale) si tratta di un segnale postipnotico, personale, scelto dall’atleta,
(es. stringere il pugno, se in quello sport viene utilizzato un attrezzo ad es.
la racchetta, prima di iniziare il gioco, stringere due volte fortemente
l’impugnatura, ognuno poi sceglierà un segnale personale).
-
Questo segnale verrà interiorizzato in fase di
visualizzazione ipnotica.
-
A questo punto il percorso relativo allo stato di
rilassamento per mezzo dell’ipnosi si conclude.
-
Nella fase della gara questo “segnale” potrà essere
richiamato ogni volta che l’atleta lo riterrà opportuno, andando a variare il
suo stato mentale.
Si precisa che queste tecniche servono per fissare i
punti chiave di uno stato mentale (ipnosi) di un lavoro con un atleta.
Per riassumere quanto esposto, prendiamo in
considerazione l’acronimo SE
MoLTA FeDe importante
riprendere tutti i passaggi che vedremo con l’atleta.
Sincronismo: capacità di avvicinarsi alla
persona, assomigliarle, può esserci un sincronismo completamente opposto con la
persona che non ci assomiglia.
Emisfero emotivo: mettere da parte la
razionalità, dare una suggestione positiva, emotiva. Non bisogna fissarsi sui
punti su cui l’atleta non vuole andare, non fissarsi sui suoi NO.
Ciò che è negativo per una persona, può essere anche
adoperato in positivo; quando uno vede in negativo, trasforma in negativo anche
il positivo e viceversa.
Ecco perché pensare in positivo.
Monoidea: tutto è positivo, tutto è
ok! Se il monoideismo è negativo c’è da lavorare.
Il sincronismo, unito con l’emisfero emotivo porta ad
innamorarsi. Se sei innamorato hai una idea fissa e pensi sempre a quella
persona, quindi ottieni il risultato.
Quando si è di fronte a una cosa che non ha senso, si è
probabilmente di fronte ad una monoidea.
La realtà è una monoidea, solo che è condivisa.
Limitazione del campo di coscienza: contribuisce
a fissare in un solo punto la volontà responsabile per raggiungere la trance.
C’è un forte abbassamento della critica, è una prima
risposta al monoideismo.
Trance: stato mentale alternativo. Lo stato di
veglia è uno stato mentale, però è dato per scontato.
Quando si sta male è un classico stato mentale in cui si
perde l’equilibrio, perché si dice
“ ma che mi sta succedendo?” e ci si disorienta, rispetto allo stato
mentale dello stare bene.
E’ però abbastanza facile riprendere l’equilibrio.
Attivazione: del potenziale mentale, un modo per
costruire una nuova “realtà” personale.
Essere attenti a ciò che ci circonda nello stato di
veglia è attivazione, oppure essere “nelle nuvole”, perché si è in uno stato
mentale proprio, con una fenomenologia diversa, è essere in trance.
Fenomenologia: mette in evidenza lo
stato di trance che è stato attivato, sia in chi lo vive, che in chi lo induce.
E’ quello che si evidenzia (in una monoidea di
rilassamento, la persona avrà uno stato mentale diverso da quello di veglia, la
catalessi o la levitazione sono fenomenologie evidenti).
De trance: riporta allo stato di veglia
di partenza (focus attentivo).
E’ l’uscita dallo stato mentale alternativo. Se abbiamo
FEDE (fiducia) riusciremo bene nel nostro lavoro.
Questo acronimo ci permette di rispondere a tutte le
domande che ci vengono fatte sulla Psicologia dello Sport e sui suoi problemi,
quindi dare una mano a chi ha dei problemi.
Lo psicologo dello sport deve essere un solutore di
problemi, non un creatore di problemi.
RIFLETTIAMOCI
MONOIDEA = OBIETTIVO + MOTIVAZIONE
MANTENUTI NEL TEMPO
L’OTTUNDIMENTO (smussare) DELLA CRITICA REALIZZA
LO STATO DI TRANCE
OTTIMIZZARE
Questo è l’ultimo pensiero a conclusione di questa
ricerca sulla Motivazione.
Utilizzando il termine ottimizzazione vogliamo riferirci
al raggiungimento della prestazione più elevata, l’obiettivo è di cercare una
riduzione dello scarto tra la prestazione reale e quella potenziale.
Nell’atleta ( con questa definizione si intende il
soggetto che ha iniziato la fase di specializzazione) l’ottimizzazione è un progetto
strategico che prende in esame tutti gli aspetti della vita dell’atleta in
dettaglio: lo stile di vita, il tipo di allenamento, la squadra, lo studio
delle sue peculiarità biotipologiche in funzione delle caratteristiche della
prestazione.
L’atleta è un sistema molto complesso (interno ed
esterno) e come tale deve essere affrontato; e non in segmenti isolati o
separati dal contesto del tipo di prestazione.
FONTI DI RICERCA
-
Sito internet www.Psyco.com
-
R. N. Singer : apprendimento delle capacità motorie
-
Tamorri : neuroscienze e sport
-
Franco, Pittoni, Pozzenan : capacità coordinative
SOMMARIO
Premessa…………………………………………………………………………..Pag. 2
Capire la motivazione……………………………………………………….
>> 3
Quale motivazione……………………………………………………………. >> 8
L’esempio di Matteo motivo di riflessione………………………..
>> 9
Le Motivazioni……………………………………………………………………. >> 12
Capire l’agonismo……………………………………………………………… >> 14
Dettagli……………………………………………………………………………… >> 23
Locus of control………………………………………………………………… >> 25
Premi e punizioni………………………………………………………………. >> 27
Il rinforzo…………………………………………………………………………… >> 29
Il feedback…………………………………………………………………………. >> 31
Goal Setting……………………………………………………………………….. >> 34
Burn-out
e
Drop-out………………………………………………………..
>> 37
Considerazioni……………………………………………………………………. >> 41
Stati mentali………………………………………………………………………. >> 42
Riflettiamoci……………………………………………………………………….. >> 50
Ottimizzare…………………………………………………………………………. >> 51
Fonti di ricerca……………………………………………………………………. >> 52