ISTITUTO  SUPERIORE DI EDUCAZIONE FISICA DI TORINO

 

          

                     CENTRO  DI  PSICOLOGIA DELLO SPORT

 

 

 

SCUOLA UNIVERSITARIA INTERFACOLTA’ SCIENZE MOTORIE

 

 

 

             

                    Corso di perfezionamento in Psicologia dello Sport

                                  Anno accademico 2001/2002

 

                                                   

 

                                                   TESI

 

 

 

 

              LA  MOTIVAZIONE NELL’ATTIVITA’ SPORTIVA

                               E LA SUA  OTTIMIZZAZIONE

 

          

 

                                 Candidato: Renato  Gaiotti

 

 

 

                              Relatori: Dott. Giuseppe  Vercelli                            

                                             Dott. Marco  Chisotti

                  

 

 

             

                                                           

 

 

 

Premessa

 

 

 

 

Come  istruttore,   allenatore,    coach,   abbiamo  sempre un unico 

denominatore: per mezzo dell’allenamento  arrivare a  produrre     risultati didattici apprezzabili.

 

 

 

Abbiamo il compito di aiutare i nostri allievi a migliorare i processi di apprendimento; il modo migliore  per raggiungere questi risultati è di creare delle condizioni favorevoli all’apprendimento, ovvero essere dei facilitatori  di questi processi.

 

 

Dobbiamo  avere sempre ben presente l’elemento fondamentale, la motivazione, che rimane comunque e ad ogni livello alla base di qualsiasi successo sportivo, è senza dubbio la chiave d’accesso al lavoro di tutti i giorni, attraverso il quale l’atleta soddisfa i suoi bisogni, gli stimoli positivi, l’interesse e il divertimento, la ricerca di affiliazione verso l’allenatore ed i compagni di allenamento e non ultimo il bisogno di affermazione e di riuscita.

 

 

 

 

 

 

                             CAPIRE LA MOTIVAZIONE

 

 

L’individuo inteso come unità psico-somatica deve coinvolgere ambedue le sfere contemporaneamente, per poter avere una esaltazione di quei  fenomeni relativi alla prestazione, anticipando così l’insorgenza dei sintomi veri e propri della fatica.

 

Questo non è un’esclusiva del solo meccanismo fisiologico di natura biochimica, oppure legato a fattori tipo l’età, la costituzione fisica, il sesso, o l’allenamento, dobbiamo tenere in grande considerazione altri fattori che svolgono un ruolo ancora più determinante, come: il profilo della personalità, l’estrazione sociale, la monotonia, la noia e le motivazioni.

 

In particolare mi occuperò di monotonia e noia, strettamente correlate.

 

La monotonia: molto spesso istruttori, allenatori, coach, rischiano inconsapevolmente di far scadere le sessioni di allenamento per mezzo di ripetizioni stereotipate, che producono negli allievi l’effetto della noia che prende spazio all’interno dell’individuo per mancanza di soddisfazione verso un’attività che rimane estranea alla propria realizzazione.

 

Pensando alla noia, possiamo dire che rappresenta senza dubbio e in modo particolare nella popolazione giovanile di questo preciso periodo storico un fattore negativo che incide fortemente su ogni tipo di comportamento.

 

Senza dubbio la motivazione è un fenomeno molto complesso, ci risulta spesso difficile capirne l’incidenza su un tipo di comportamento piuttosto che un altro.

 

Resta logico pensare che una persona più è spinta ad imparare una particolare attività, più vi si eserciterà.

 

Potremmo dire che noia e monotonia affrettano l’insorgere della fatica, che si può riassumere in:

 

-        FATICA MUSCOLARE  dipende dall’esaurimento delle fonti energetiche e dalla conseguente lentezza di trasferimento dello stimolo, dalla fibra nervosa alla struttura muscolare.

 

- FATICA GENERALE    comporta una diminuzione della            destrezza; il senso della misura è il primo a manifestare segni di affaticamento e quindi di diminuita funzionalità, in queste condizioni insorgono facilmente gli errori ed anche gli incidenti.

 

-  FATICA  SENSORIALE     quando, in seguito alla stimolazione di senso, si ha una attenuazione delle risposte date dagli organi stessi.

 

Dopo le premesse sopra esposte, andiamo ad analizzare in concreto quello di cui si vuole svilupparne le tematiche : la motivazione.

 

Addentrandoci nel fenomeno legato alla motivazione ci troviamo in uno spazio molto complesso, spesso è difficile capirne l’incidenza sul comportamento di un individuo.

 

Una forte motivazione è strettamente correlata ad una forte monoidea, che si traduce in grande volontà nella ricerca del raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei nostri bisogni.

 

Vari autori hanno espresso alcune ipotesi:

secondo Salvini “per motivazione si indica in psicologia l’agente fisiologico, emotivo e cognitivo che organizza il comportamento individuale verso uno scopo.”

 

Per Bertolini la motivazione è “ ciò che sollecita l’individuo ad assumere ogni suo atteggiamento ed a mettere in atto ogni suo comportamento”.

 

Secondo Singer la motivazione “ influisce su ciò che facciamo, (quando vi è la possibilità di scelta) su quanto tempo ci mettiamo e su come lo facciamo”.

 

Thomas riporta le motivazioni a quattro desideri fondamentali:

1)   il desiderio di sicurezza

2)   il desiderio di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità

3)   il desiderio di ricevere risposte adeguate da parte dei propri simili

4)   il desiderio di nuove esperienze.

 

 

La gerarchia dei bisogni di  Maslow riporta le motivazioni a bisogni fondamentali distinguendoli in:

 

-        AUTOREALIZZAZIONE ( metabisogni, qualità spirituali, giustizia, bontà, bellezza)

  

-        BISOGNI  DI  BASE :

1)     bisogni fisiologici ( cibo, acqua, ecc. )

2)     bisogni di sicurezza ( protezione, mancanza di pericolo)

3)     bisogni di amore e di appartenenza ( accettazione , essere apprezzati, affiliazione )

4)     bisogni di stima (autoapprezzamento, successo )

 

 

Murray esamina ben dodici bisogni di natura fisiologica e ventotto di natura psicologica.

 

Secondo Singer si possono classificare i motivi per cui le persone fanno ciò che fanno in:

1)    motivazione intrinseca ( gusto di fare una cosa, far progredire e mettere a frutto certe capacità)

 

 

 

 

2) motivazione estrinseca ( trarre vantaggi materiali, apprezzamenti e ricompense.

 

 

Entrambi i tipi di motivazione, insieme o indipendentemente, determinano il comportamento.

 

 

Un'altra classificazione indica tre categorie di motivazioni :

1)   Psicofisiologiche suddivise in:

-        fondamentali, che dipendono da esigenze biologiche, quali: la sete, la fame, il sonno,

-        proprie  dell’organizzazione nervosa antropomorfa: bisogno di esplorazione percettiva, bisogno di attività, di manipolazione, ecc.

2)   Psicodinamiche : traduzioni delle pulsioni sessuali ed aggressive. La motivazione è il risultato del rapporto tra la scarica pulsionale originaria e la mediazione con la realtà da parte della personalità.

3)   Psicosociali : sono il riflesso dei valori, dei modelli di comportamento, delle opinioni che l’individuo acquisisce durante il processo di socializzazione.

 

 

 

 

 

                           QUALE  MOTIVAZIONE !

                     ELENCHIAMO  LE MOTIVAZIONI

 

 

 

Come si diceva in apertura, pur restando in astensione di giudizio a favore di una delle teorie precedentemente esposte, vorrei esaminare alcuni passaggi a mio avviso degni di essere presi in considerazione per arrivare ad ottimizzare la motivazione.

 

Sempre più spesso siamo in presenza di baby atleti, ovvero bambini di 9-10 anni che svolgono una attività agonistica.

 

Non voglio entrare in merito all’opportunità o meno dell’avviamento di bambini in età evolutiva ad attività agonistiche, l’argomentazione sulla cura dell’apparato osteoarticolare dei bambini nell’età dello sviluppo, richiederebbe di per sé un trattato molto lungo.

 

Noi parliamo di motivazione e averla indotta e canalizzata a volte tramite una specializzazione precoce, porta nel 90% circa dei soggetti ad un abbandono precoce. (Burn-Out)

 

 

 

 

 

 

                         L’ESEMPIO DI  MATTEO

                       MOTIVO  DI RIFLESSIONE

 

 

 

Matteo è un bambino di 10 anni, ha buone capacità coordinative e ha una grande passione per lo sport del tennis, o forse è meglio dire aveva.

 

Ha iniziato a 6 anni a frequentare dei corsi di tennis presso il circolo tennistico più importante della sua città; proseguendo nella crescita il bambino dimostrava anche buona attitudine allo sport del tennis fino a portarlo già a 8 anni a partecipare a gare di tennis contro suoi coetanei.

 

Con l’accrescere dell’età crescevano anche i tornei arrivati a 10 anni l’allenatore di Matteo gli dice che visti i buoni risultati, passerà ad allenarsi con i ragazzi under 12, quindi un pochino più grandi di Matteo.

 

Questa notizia è una esplosione di carica e di motivazione grandissima per Matteo, si sente importante agli occhi del suo allenatore e dei compagni.

 

 

 

 

 

Passano le settimane ma il passaggio al gruppo promesso tarda ad arrivare, Matteo ogni settimana chiede al suo allenatore quando inizierà con il nuovo gruppo, l’allenatore continua a tergiversare dicendogli che sta organizzando il passaggio di avere pazienza.

 

 

Le settimane passano ma il passaggio di gruppo no; dopo mesi di altalenanti promesse l’allenatore dice a Matteo che è meglio che resti nel gruppo dove si trova adesso, perché forse è ancora presto per passarlo ad un gruppo più avanzato.

 

Per Matteo questa notizia ha un effetto devastante; si sente tradito, preso in giro, dal suo allenatore che per lui era “il modello assoluto” una guida visualizzata non solo nello sport.

 

Una settimana dopo la comunicazione dell’allenatore Matteo abbandona il tennis, le insistenze dei genitori, dell’allenatore, dei compagni, non servono a nulla, non vuole più vedere la racchetta e non vuole più andare su un campo da tennis; l’effetto delusione non si ferma, anche a  scuola  Matteo    (che era sempre tra i più

   bravi della sua classe) non riesce più a stare attento non studia è       

molto triste.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo vari mesi di lavoro da parte dei genitori con l’aiuto di uno psicologo sono riusciti a fare accettare la situazione a Matteo che ora è ritornato come prima, ho conosciuto Matteo e attualmente del tennis non ne vuole sapere è molto insicuro quando sente questa parola, mi piacerebbe poterlo riportare a giocare e a divertirsi al tennis, ma l’impresa è molto difficile, dipenderà da Matteo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

           

 

 

 

                          LE  MOTIVAZIONI

 

 

 

Iniziamo ad elencare vari tipi di motivazioni che vengo messe in gioco nella pratica sportiva:

 

1)    Interpretazione intellettualistica: motivazione come tendenza determinante della personalità

2)    Biologica: identificata con il bisogno che attiva il comportamento.

3)    Istintiva: ciò che è innato è modificato dall’abitudine appresa.

4)    Pulsionale: psicoanalitica, da cercare nell’inconscio

5)    Antropologica: dipende dalla matrice culturale in cui vive l’individuo.

6)    Sociologica: l’individuo ha la necessità di sentirsi in armonia con il gruppo in cui vive e di valorizzarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

7)    Umanistico-esistenziale: differenza tra bisogni e motivazioni. Le motivazioni appartengono alla sfera dei valori e degli ideali.

 

 

MOTIVAZIONI  OMEOSTATICHE

La motivazione, alla base del comportamento dell’individuo, può essere letta come tendente allo stabilimento o ristabilimento di un equilibrio.

-        Motivi fisiologici e bisogni.

-        Meccanismo della privazione.

 

 

MOTIVAZIONI  ANTIOMEOSTATICHE

 

La motivazione è rivolta alla continua rottura degli equilibri preesistenti.

 

-        Bisogno di stimolazione.

-        Esplorative.

-        Hanno come oggetto: il mondo delle cose concrete, il mondo sociale, il mondo ideale.

 

 

 

 

 

 

 

 

MOTIVAZIONI PRIMARIE:

 

Si riferiscono alla sfera biopsichica ( bisogno dell’uomo di fare del movimento)

Cognitiva (bisogno di conoscere)

Emotiva (pulsioni interne)

 

 

MOTIVAZIONI SECONDARIE:

Si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale, socioeconomica.

 

Ora analizziamole più dettagliatamente:

 

                                CAPIRE L’AGONISMO

 

MOTIVAZIONI PRIMARIE : sono rappresentate dal gioco e dall’agonismo. Il gioco serve ad incuriosire il bambino, ovvero offrire la possibilità di soddisfare il bisogno di movimento, di immaginazione, di creatività, di affermazione e socialità.

 

A tale proposito la psicologia dello sport ha svolto ricerche sulla natura psicodinamica, cognitiva e sociale del gioco, in questo campo deve essere ricercata la molla del piacere del gioco.

 

L’agonismo è la “ manifestazione matura, costruttiva e creativa dell’aggressività”.

 

 

La strada che porta dall’aggressività all’agonismo è attraversata da meccanismi intrapsichici che sono:

 

1)   la rimozione, respingere nell’inconscio ciò che non è accettabile.

2)   La sublimazione, trasformare l’impulso aggressivo in una azione socialmente accettabile e accettata.

3)   La ritualizzazione, vivere l’aggressività all’interno di una situazione controllata.

4)   L’inibizione per identificazione, trasformare l’impulso aggressivo verso forme di condotta reattiva (protezione, affetto, gioco…..)

 

 

A livello agonistico i soggetti mettono in campo una grossa fetta della loro aggressività, è importante che l’agonismo rimanga entro canoni socializzanti e di sublimazione degli istinti agressivi, rispettando le regole della ritualizzazione sportiva.

 

Dobbiamo comunque riconoscere che gioco e agonismo rivestono un passaggio fondamentale nello sviluppo del bambino, anche se in prospettiva dinamica abbiamo variazioni legate a seconda dell’età, del sesso, della personalità, della situazione, ecc.

 

L’agonismo sorge dopo, rispetto alla funzione ludica e molto spesso influenzato da modelli sociali esterni che per bisogni istintuali.

 

 

Dobbiamo sottolineare con forza che mentre nel gioco troviamo una azione di organizzazione dell’Io ( vedi organizzazione del sé corporeo, rapporti spazio-temporali, le relazioni con gli altri) nel discorso agonistico si deve presupporre un Io già organizzato.

 

In molti testi vari Autori scrivono che non si dovrebbe praticare attività agonistica nella fascia di età dai 9 ai 13 anni se non con funzioni ludiche generali, nella realtà la tendenza è esattamente il contrario; una preconizzazione che a 12 anni porta a giocare in un anno un numero di incontri pari a quelli di un professionista, il rischio è di danneggiare l’equilibrio psico-fisico del ragazzo, utilizzando un modo errato per prepararlo all’agonismo.

 

Dobbiamo ricordare che il periodo della pre-adolescenza è caratterizzato da instabilità psicologica, quindi sarà molto svantaggioso sottoporre l’allievo a situazioni di stress competitivo non sufficientemente bilanciate da un Io forte che consenta una elaborazione “sportiva” (e non personale) di una sconfitta o di una vittoria.

 

Le statistiche in merito all’abbandono sportivo, registrano in questa fascia d’età le punte più alte.

 

 

 

 

MOTIVAZIONI  SECONDARIE : si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale, socioeconomica, e sono:

 

1)Motivazione al successo: ricerca di affermazione personale e sociale, affermare valori che gli altri apprezzano, stimano, desiderano, divismo sportivo, sponsorizzazioni, il tutto con il supporto dei “mass media”.

 

Nel 1953 McClelland dimostra stretti legami di correlazione tra motivazione al successo e rendimento, la spiegazione è il collegamento ai processi di autostima, derivati da esperienze positive di realizzazione e successo.

 

Questo tipo di reazione viene chiamata circolare.

 

                                A U T O S T I M A

 

 

ESPERIENZE                                                   ASPIRAZIONE AL

POSITIVE                                                        SUCCESSO

 


 

 

                       MECCANISMI  MOTIVAZIONALI

   

 

 

 

Abbiamo anche una reazione circolare diversa, relativa a chi non ha sperimentato situazioni di successo e quindi non è portato ad avere “aspirazioni al successo”:

 

 

                   SENTIMENTO DI INFERIORITA’

 

 

ESPERIENZE                                             ASPETTATIVA  DI

NEGATIVE                                                 SUCCESSO

 

 

                    ASSENZA  DI  MOTIVAZIONE

 

 

A questo punto il ruolo pedagogico dell’istruttore è di fondamentale importanza, per evitare l’insorgere di reazioni negative nei confronti dell’allievo, cercando di non esporlo ad una serie di insuccessi che portano inevitabilmente ad una compromissione dell’attività motivazionale.

 

Nell’allenamento di tutti i giorni l’istruttore deve evitare accuratamente la noia e la monotonia, cambiando e modificando gli scenari delle esperienze didattiche, per renderle più motivanti e stimolanti.

 

 

 

Una indagine interessante venne condotta da Hawthorne su un gruppo di operai, dove nell’ambiente lavorativo furono apportate delle semplici modifiche ( le pareti furono dipinte in modo e con colori diversi, furono cambiati i sistemi di illuminazione) il risultato fu una migliore produzione, una maggiore voglia di recarsi al lavoro, ricerca della novità, ma la cosa più importante che emerse da questa indagine fu che gli operai dissero di avere la sensazione che qualcuno si occupasse di loro.

 

Le modifiche ambientali apportate non avrebbero avuto nessuna attinenza con la produzione, ma sul piano psicologico esse esercitarono una grande influenza.

 

 

 

 

 

2) Bisogno di affiliazione:  a livello psicologica il periodo adolescenziale è quello della massima spinta ad appartenere ad un gruppo, le motivazione possono essere ricercate in: assicurazione, accettazione, essere stimato, questo serve al ragazzo per bilanciare insicurezze personali, atteggiamenti di impegno, abnegazione, cooperazione.

 

Citiamo anche “una esperienza di socializzazione ricca di significato” cosa da non sottovalutare in una società giovanile basata sulla dipendenza dalla televisione e dai video-game.

 

 

Una volta inserito in un gruppo il giovane entra nella cosiddetta “socializzazione secondaria” ovvero interiorizzazione dei valori dell’attività sportiva, tendendo ad assimilare lo schema ideologico ( norme+mete+valori) del proprio  gruppo di riferimento, divenendone parte attiva.

 

Nel periodo dai 10 ai 14 anni l’appartenenza ad un gruppo rappresenta una delle motivazioni allo sport più importanti, sia nello sport di squadra che nello sport singolo.

 

Gli allenamenti alla resistenza raramente sono “automotivanti” nei giovani, vengono realizzati più facilmente se svolti con la complicità del gruppo.

 

 

 

3)Motivazione estetica: il bisogno del raggiungimento di forme ritenute “armoniche e belle”.

 

Lo spettacolo sportivo richiede oltre alle strategie anche la parte estetica sia per chi lo pratica che per chi l’osserva, (l’azione ben coordinata, un gesto tecnico ben eseguito, ecc.) in certi contesti può assumere una certa importanza.

 

 

 

4) Motivazione compensativa: nella fase evolutiva è di estrema importanza, può diventare “patologica” dopo la fase adolescenziale.

 

Lo sport può servire come meccanismo di difesa nel nascondere o superare sentimenti di inferiorità ( a livello fisico o psichico) nell’espressione di desideri infantili di tipo affermativo di aggressività latente, desiderio di potenza, dovuta ad un carico di frustrazioni non elaborate.

 

 

Questi tipi di scompensi della personalità vanno osservati con attenzione e superati con opportuni orientamenti. ( Si ritrovano piuttosto frequentemente e per tanti versi anche “normali” in soggetti in età evolutiva).

 

 

 

   

 

 

   

 

 

 

 

 

         MOTIVAZIONE  INTRINSECA  ED  ESTRINSECA

 

Passiamo ora ad analizzare un’altra spinta motivazionale che ci spinge a muoverci in una specifica direzione:

 

Motivazione Intrinseca :

solitamente la molla che muove questo tipo di motivazione è collegata al fare qualcosa solo per il gusto di farla, per migliorare e progredire le proprie capacità, o per sfruttarle al meglio.

 

Forte stimolazione verso comportamenti competenti e autodeterminati nei confronti dell’ambiente circostante.

 

 

Motivazione Estrinseca : principalmente ricerca di un miglio status sociale, in questa situazione abbiamo un impegno verso una attività da cui trarre vantaggi materiali, ricompense o apprezzamenti che siano.

 

Di solito nella motivazione estrinseca avviene un controllo da parte dell’adulto nei confronti del comportamento spontaneo del bambino o ragazzo, utilizzando ricompense o punizioni.

 

 

Pensiamo ad esempio, al padre che in modo più o meno conscio imponga al figlio di giocare a tennis, incoraggiandolo attraverso piccoli ricatti di motivarlo verso una presunta carriera di tennista.

 

In casi di questo tipo l’istruttore può cercare di liberare il bambino da questa induzione motivazionale esterna, questo nella ricerca di una dimensione ludica e soprattutto di una scelta spontanea, per evitare di esaurire precocemente la spinta motivazionale, riconducendo l’allievo verso la motivazione intrinseca, ovvero una motivazione spontanea del soggetto che possa sostenere nel tempo la costanza di una scelta motivata.

 

 

                        

                                   DETTAGLI

 

Vediamo ora dettagliatamente questa spinta interna, e da cosa deve essere originata, in particolare dobbiamo sentire e avere il controllo di noi stessi, dobbiamo essere realistici in senso ottimistico.

 

Secondo Singer le persone che rivelano un forte bisogno di riuscire hanno la tendenza a:

 

1)   Prefiggersi scopi alti, specifici e raggiungibili.

2)   Predisporre piani o programmi personali che saranno osservati per facilitare la realizzazione di quegli scopi.

 

3)   controllare continuamente i loro progressi e se sono fuori rotta, a rettificare o modificare scopi, programmi, o gli uni e gli altri.

4)   Pensare tenendo i piedi per terra.

5)   Tener conto dei fattori personali che potrebbero essere la causa dei risultati desiderati, come l’impegno e la fortuna.

6)   Valutare con imparzialità ciò che hanno fatto e cercare di migliorare i loro tentativi anziché prendersela con gli altri o con le circostanze.

 

Senza dubbio un impegno di questo tipo giova all’autocompiacimento e alla soddisfazione di partecipare a un certo tipo di attività.

 

 

 

Con l’impegno personale è sicuramente più facile ottenere risultati nei miglioramenti delle proprie capacità, contare al contrario sulle ricompense, finisca per dare risultati di portata limitata.

 

E’ anche vero che spesso questo tipo di sistema influisce fortemente sul nostro comportamento.

 

 

 

A parte le cause legate a fattori culturali, dei programmi educativi, e dei sistemi di ricompensa potremmo dire che le attività motorie potrebbero essere:

 

1)   Valutare in maniera positiva in prima persona.

2)   Apprezzate da altre persone legate al bambino

3)   Soddisfacenti, impegnative e divertenti.

 

Singer sostiene che se mettiamo insieme queste tre considerazioni, unite ai sei fattori esposti in precedenza ci sono ottime possibilità per avere una attività soddisfacente e ben riuscita.

                  

                          

                                

                               LOCUS OF CONTROL

 

Vediamo di cosa si tratta; facendo un piccolo passo indietro riprendiamo il discorso sulle attribuzioni relative ai motivi principali delle prestazioni:

 

1)   L’abilità

2)   L’impegno

3)   La fortuna

4)   La difficoltà che l’attività presenta

 

Possiamo vedere che i primi due sono interni e personali, mentre i secondi sono esterni al soggetto. Possono essere di causalità o di controllabilità.

 

L’attribuzione di un successo a cause interne incrementa l’autostima e l’interesse intrinseco verso quell’attività.

 

 

 

Viceversa, l’attribuzione di un insuccesso a cause interne può influenzare negativamente la fiducia verso sé, e favorire una riduzione volontaria del coinvolgimento per quel compito.

 

Interessante  la valutazione data da Weiner nel 1980, dove testualmente dice: “ l’attribuzione più importante che danneggia la  lotta per vincere è la sensazione di avere qualità modeste”.

 

Gli istruttori potrebbero sensibilizzare gli allievi a valutare in caso di sconfitta l’imputazione alla mancanza di impegno piuttosto che prendersela con la sfortuna.

 

Cercare di far capire agli allievi che loro stessi possono influire sui risultati; (attribuzioni interne) e ottenerne di migliori, ad esempio aumentando l’impegno durante le fasi di allenamento, siano esse, tecnico-tattiche, fisiche, o di preparazione mentale.