Dott. Marco Chisotti
Premessa
Come
istruttore,
allenatore,
coach, abbiamo sempre un unico
denominatore: per mezzo dell’allenamento arrivare a produrre risultati didattici apprezzabili.
Abbiamo il compito di aiutare i nostri allievi a
migliorare i processi di apprendimento; il modo migliore per raggiungere questi risultati è di
creare delle condizioni favorevoli all’apprendimento, ovvero essere dei
facilitatori di questi processi.
Dobbiamo
avere sempre ben presente l’elemento fondamentale, la motivazione, che
rimane comunque e ad ogni livello alla base di qualsiasi successo sportivo, è
senza dubbio la chiave d’accesso al lavoro di tutti i giorni, attraverso il
quale l’atleta soddisfa i suoi bisogni, gli stimoli positivi, l’interesse e il
divertimento, la ricerca di affiliazione verso l’allenatore ed i compagni di
allenamento e non ultimo il bisogno di affermazione e di riuscita.
CAPIRE LA MOTIVAZIONE
L’individuo inteso come unità psico-somatica deve
coinvolgere ambedue le sfere contemporaneamente, per poter avere una
esaltazione di quei fenomeni
relativi alla prestazione, anticipando così l’insorgenza dei sintomi veri e
propri della fatica.
Questo non è un’esclusiva del solo meccanismo
fisiologico di natura biochimica, oppure legato a fattori tipo l’età, la
costituzione fisica, il sesso, o l’allenamento, dobbiamo tenere in grande
considerazione altri fattori che svolgono un ruolo ancora più determinante,
come: il profilo della personalità, l’estrazione sociale, la monotonia, la noia
e le motivazioni.
In particolare mi occuperò di monotonia e noia,
strettamente correlate.
La monotonia: molto spesso istruttori, allenatori,
coach, rischiano inconsapevolmente di far scadere le sessioni di allenamento
per mezzo di ripetizioni stereotipate, che producono negli allievi l’effetto
della noia che prende spazio all’interno dell’individuo per mancanza di soddisfazione
verso un’attività che rimane estranea alla propria realizzazione.
Pensando alla noia, possiamo dire che rappresenta senza
dubbio e in modo particolare nella popolazione giovanile di questo preciso
periodo storico un fattore negativo che incide fortemente su ogni tipo di
comportamento.
Senza dubbio la motivazione è un fenomeno molto
complesso, ci risulta spesso difficile capirne l’incidenza su un tipo di
comportamento piuttosto che un altro.
Resta logico pensare che una persona più è spinta ad
imparare una particolare attività, più vi si eserciterà.
Potremmo dire che noia e monotonia affrettano
l’insorgere della fatica, che si può riassumere in:
-
FATICA MUSCOLARE
dipende dall’esaurimento delle fonti energetiche e dalla conseguente
lentezza di trasferimento dello stimolo, dalla fibra nervosa alla struttura
muscolare.
- FATICA GENERALE comporta una diminuzione
della
destrezza; il senso della misura è il primo a manifestare segni di
affaticamento e quindi di diminuita funzionalità, in queste condizioni
insorgono facilmente gli errori ed anche gli incidenti.
- FATICA
SENSORIALE
quando, in seguito alla stimolazione di senso, si ha una attenuazione
delle risposte date dagli organi stessi.
Dopo le premesse sopra esposte,
andiamo ad analizzare in concreto quello di cui si vuole svilupparne le
tematiche : la motivazione.
Addentrandoci nel fenomeno legato
alla motivazione ci troviamo in uno spazio molto complesso, spesso è difficile
capirne l’incidenza sul comportamento di un individuo.
Una forte motivazione è strettamente
correlata ad una forte monoidea, che si traduce in grande volontà nella ricerca
del raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei nostri bisogni.
Vari autori hanno espresso alcune
ipotesi:
secondo Salvini “per motivazione si
indica in psicologia l’agente fisiologico, emotivo e cognitivo che organizza il
comportamento individuale verso uno scopo.”
Per Bertolini la motivazione è “ ciò
che sollecita l’individuo ad assumere ogni suo atteggiamento ed a mettere in
atto ogni suo comportamento”.
Secondo Singer la motivazione “
influisce su ciò che facciamo, (quando vi è la possibilità di scelta) su quanto
tempo ci mettiamo e su come lo facciamo”.
Thomas riporta le motivazioni a
quattro desideri fondamentali:
1) il desiderio
di sicurezza
2) il desiderio
di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità
3) il desiderio
di ricevere risposte adeguate da parte dei propri simili
4) il desiderio
di nuove esperienze.
La gerarchia dei bisogni di Maslow riporta le motivazioni a bisogni
fondamentali distinguendoli in:
-
AUTOREALIZZAZIONE ( metabisogni, qualità spirituali,
giustizia, bontà, bellezza)
-
BISOGNI
DI BASE :
1) bisogni
fisiologici ( cibo, acqua, ecc. )
2) bisogni di
sicurezza ( protezione, mancanza di pericolo)
3) bisogni di amore
e di appartenenza ( accettazione , essere apprezzati, affiliazione )
4) bisogni di
stima (autoapprezzamento, successo )
Murray esamina ben dodici bisogni di
natura fisiologica e ventotto di natura psicologica.
Secondo Singer si possono
classificare i motivi per cui le persone fanno ciò che fanno in:
1) motivazione
intrinseca ( gusto di fare una cosa, far progredire e mettere a frutto certe
capacità)
2) motivazione estrinseca ( trarre vantaggi materiali,
apprezzamenti e ricompense.
Entrambi i tipi di motivazione,
insieme o indipendentemente, determinano il comportamento.
Un'altra classificazione indica tre
categorie di motivazioni :
1) Psicofisiologiche
suddivise in:
-
fondamentali, che dipendono da esigenze biologiche,
quali: la sete, la fame, il sonno,
-
proprie
dell’organizzazione nervosa antropomorfa: bisogno di esplorazione
percettiva, bisogno di attività, di manipolazione, ecc.
2) Psicodinamiche
: traduzioni delle pulsioni sessuali ed aggressive. La motivazione è il
risultato del rapporto tra la scarica pulsionale originaria e la mediazione con
la realtà da parte della personalità.
3) Psicosociali
: sono il riflesso dei valori, dei modelli di comportamento, delle opinioni che
l’individuo acquisisce durante il processo di socializzazione.
QUALE MOTIVAZIONE !
ELENCHIAMO LE MOTIVAZIONI
Come si diceva in apertura, pur
restando in astensione di giudizio a favore di una delle teorie precedentemente
esposte, vorrei esaminare alcuni passaggi a mio avviso degni di essere presi in
considerazione per arrivare ad ottimizzare la motivazione.
Sempre più spesso siamo in presenza
di baby atleti, ovvero bambini di 9-10 anni che svolgono una attività
agonistica.
Non voglio entrare in merito
all’opportunità o meno dell’avviamento di bambini in età evolutiva ad attività
agonistiche, l’argomentazione sulla cura dell’apparato osteoarticolare dei
bambini nell’età dello sviluppo, richiederebbe di per sé un trattato molto
lungo.
Noi parliamo di motivazione e averla
indotta e canalizzata a volte tramite una specializzazione precoce, porta nel
90% circa dei soggetti ad un abbandono precoce. (Burn-Out)
L’ESEMPIO DI MATTEO
MOTIVO DI RIFLESSIONE
Matteo è un bambino di 10 anni, ha
buone capacità coordinative e ha una grande passione per lo sport del tennis, o
forse è meglio dire aveva.
Ha iniziato a 6 anni a frequentare
dei corsi di tennis presso il circolo tennistico più importante della sua
città; proseguendo nella crescita il bambino dimostrava anche buona attitudine
allo sport del tennis fino a portarlo già a 8 anni a partecipare a gare di
tennis contro suoi coetanei.
Con l’accrescere dell’età crescevano
anche i tornei arrivati a 10 anni l’allenatore di Matteo gli dice che visti i
buoni risultati, passerà ad allenarsi con i ragazzi under 12, quindi un pochino
più grandi di Matteo.
Questa notizia è una esplosione di
carica e di motivazione grandissima per Matteo, si sente importante agli occhi
del suo allenatore e dei compagni.
Passano le settimane ma il passaggio
al gruppo promesso tarda ad arrivare, Matteo ogni settimana chiede al suo
allenatore quando inizierà con il nuovo gruppo, l’allenatore continua a
tergiversare dicendogli che sta organizzando il passaggio di avere pazienza.
Le settimane passano ma il passaggio
di gruppo no; dopo mesi di altalenanti promesse l’allenatore dice a Matteo che
è meglio che resti nel gruppo dove si trova adesso, perché forse è ancora
presto per passarlo ad un gruppo più avanzato.
Per Matteo questa notizia ha un
effetto devastante; si sente tradito, preso in giro, dal suo allenatore che per
lui era “il modello assoluto” una guida visualizzata non solo nello sport.
Una settimana dopo la comunicazione
dell’allenatore Matteo abbandona il tennis, le insistenze dei genitori,
dell’allenatore, dei compagni, non servono a nulla, non vuole più vedere la
racchetta e non vuole più andare su un campo da tennis; l’effetto delusione non
si ferma, anche a scuola Matteo (che era sempre tra i più
bravi della sua classe) non riesce più a stare attento non studia è
molto triste.
Dopo vari mesi di lavoro da parte
dei genitori con l’aiuto di uno psicologo sono riusciti a fare accettare la
situazione a Matteo che ora è ritornato come prima, ho conosciuto Matteo e
attualmente del tennis non ne vuole sapere è molto insicuro quando sente questa
parola, mi piacerebbe poterlo riportare a giocare e a divertirsi al tennis, ma
l’impresa è molto difficile, dipenderà da Matteo.
LE MOTIVAZIONI
Iniziamo ad elencare vari tipi di
motivazioni che vengo messe in gioco nella pratica sportiva:
1) Interpretazione
intellettualistica: motivazione come tendenza determinante della personalità
2) Biologica:
identificata con il bisogno che attiva il comportamento.
3) Istintiva:
ciò che è innato è modificato dall’abitudine appresa.
4) Pulsionale:
psicoanalitica, da cercare nell’inconscio
5) Antropologica:
dipende dalla matrice culturale in cui vive l’individuo.
6) Sociologica:
l’individuo ha la necessità di sentirsi in armonia con il gruppo in cui vive e
di valorizzarsi.
7) Umanistico-esistenziale:
differenza tra bisogni e motivazioni. Le motivazioni appartengono alla sfera
dei valori e degli ideali.
MOTIVAZIONI
OMEOSTATICHE
La motivazione, alla base del comportamento
dell’individuo, può essere letta come tendente allo stabilimento o
ristabilimento di un equilibrio.
-
Motivi fisiologici e bisogni.
-
Meccanismo della privazione.
MOTIVAZIONI
ANTIOMEOSTATICHE
La motivazione è rivolta alla continua rottura degli
equilibri preesistenti.
-
Bisogno di stimolazione.
-
Esplorative.
-
Hanno come oggetto: il mondo delle cose concrete, il
mondo sociale, il mondo ideale.
MOTIVAZIONI PRIMARIE:
Si riferiscono alla sfera biopsichica ( bisogno
dell’uomo di fare del movimento)
Cognitiva (bisogno di conoscere)
Emotiva (pulsioni interne)
MOTIVAZIONI SECONDARIE:
Si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale,
socioeconomica.
Ora analizziamole più dettagliatamente:
CAPIRE L’AGONISMO
MOTIVAZIONI PRIMARIE : sono rappresentate dal gioco e
dall’agonismo. Il gioco serve ad incuriosire il bambino, ovvero offrire la
possibilità di soddisfare il bisogno di movimento, di immaginazione, di
creatività, di affermazione e socialità.
A tale proposito la psicologia dello sport ha svolto
ricerche sulla natura psicodinamica, cognitiva e sociale del gioco, in questo
campo deve essere ricercata la molla del piacere del gioco.
L’agonismo è la “ manifestazione matura, costruttiva e
creativa dell’aggressività”.
La strada che porta dall’aggressività all’agonismo è
attraversata da meccanismi intrapsichici che sono:
1) la
rimozione, respingere nell’inconscio ciò che non è accettabile.
2) La
sublimazione, trasformare l’impulso aggressivo in una azione socialmente
accettabile e accettata.
3) La
ritualizzazione, vivere l’aggressività all’interno di una situazione
controllata.
4) L’inibizione
per identificazione, trasformare l’impulso aggressivo verso forme di condotta
reattiva (protezione, affetto, gioco…..)
A livello agonistico i soggetti mettono in campo una
grossa fetta della loro aggressività, è importante che l’agonismo rimanga entro
canoni socializzanti e di sublimazione degli istinti agressivi, rispettando le
regole della ritualizzazione sportiva.
Dobbiamo comunque riconoscere che gioco e agonismo
rivestono un passaggio fondamentale nello sviluppo del bambino, anche se in
prospettiva dinamica abbiamo variazioni legate a seconda dell’età, del sesso,
della personalità, della situazione, ecc.
L’agonismo sorge dopo, rispetto alla funzione ludica e
molto spesso influenzato da modelli sociali esterni che per bisogni istintuali.
Dobbiamo sottolineare con forza che mentre nel gioco
troviamo una azione di organizzazione dell’Io ( vedi organizzazione del sé
corporeo, rapporti spazio-temporali, le relazioni con gli altri) nel discorso
agonistico si deve presupporre un Io già organizzato.
In molti testi vari Autori scrivono che non si dovrebbe
praticare attività agonistica nella fascia di età dai 9 ai 13 anni se non con
funzioni ludiche generali, nella realtà la tendenza è esattamente il contrario;
una preconizzazione che a 12 anni porta a giocare in un anno un numero di
incontri pari a quelli di un professionista, il rischio è di danneggiare
l’equilibrio psico-fisico del ragazzo, utilizzando un modo errato per
prepararlo all’agonismo.
Dobbiamo ricordare che il periodo della pre-adolescenza
è caratterizzato da instabilità psicologica, quindi sarà molto svantaggioso sottoporre
l’allievo a situazioni di stress competitivo non sufficientemente bilanciate da
un Io forte che consenta una elaborazione “sportiva” (e non personale) di una
sconfitta o di una vittoria.
Le statistiche in merito all’abbandono sportivo,
registrano in questa fascia d’età le punte più alte.
MOTIVAZIONI
SECONDARIE : si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale,
socioeconomica, e sono:
1)Motivazione al successo: ricerca di affermazione
personale e sociale, affermare valori che gli altri apprezzano, stimano,
desiderano, divismo sportivo, sponsorizzazioni, il tutto con il supporto dei
“mass media”.
Nel 1953 McClelland dimostra stretti legami di
correlazione tra motivazione al successo e rendimento, la spiegazione è il
collegamento ai processi di autostima, derivati da esperienze positive di
realizzazione e successo.
Questo tipo di reazione viene chiamata circolare.

A U T O S T I M A
ESPERIENZE
ASPIRAZIONE AL
POSITIVE
SUCCESSO
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![]()
MECCANISMI MOTIVAZIONALI
Abbiamo anche una reazione circolare
diversa, relativa a chi non ha sperimentato situazioni di successo e quindi non
è portato ad avere “aspirazioni al successo”:
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SENTIMENTO DI INFERIORITA’
ESPERIENZE
ASPETTATIVA DI
![]()
NEGATIVE
SUCCESSO
ASSENZA DI MOTIVAZIONE
A questo punto il ruolo pedagogico
dell’istruttore è di fondamentale importanza, per evitare l’insorgere di
reazioni negative nei confronti dell’allievo, cercando di non esporlo ad una
serie di insuccessi che portano inevitabilmente ad una compromissione
dell’attività motivazionale.
Nell’allenamento di tutti i giorni
l’istruttore deve evitare accuratamente la noia e la monotonia, cambiando e
modificando gli scenari delle esperienze didattiche, per renderle più motivanti
e stimolanti.
Una indagine interessante venne
condotta da Hawthorne su un gruppo di operai, dove nell’ambiente lavorativo
furono apportate delle semplici modifiche ( le pareti furono dipinte in modo e
con colori diversi, furono cambiati i sistemi di illuminazione) il risultato fu
una migliore produzione, una maggiore voglia di recarsi al lavoro, ricerca
della novità, ma la cosa più importante che emerse da questa indagine fu che
gli operai dissero di avere la sensazione che qualcuno si occupasse di loro.
Le modifiche ambientali apportate
non avrebbero avuto nessuna attinenza con la produzione, ma sul piano
psicologico esse esercitarono una grande influenza.
2) Bisogno di affiliazione: a livello psicologica il periodo
adolescenziale è quello della massima spinta ad appartenere ad un gruppo, le
motivazione possono essere ricercate in: assicurazione, accettazione, essere
stimato, questo serve al ragazzo per bilanciare insicurezze personali,
atteggiamenti di impegno, abnegazione, cooperazione.
Citiamo anche “una esperienza di
socializzazione ricca di significato” cosa da non sottovalutare in una società
giovanile basata sulla dipendenza dalla televisione e dai video-game.
Una volta inserito in un gruppo il
giovane entra nella cosiddetta “socializzazione secondaria” ovvero
interiorizzazione dei valori dell’attività sportiva, tendendo ad assimilare lo
schema ideologico ( norme+mete+valori) del proprio gruppo di riferimento, divenendone parte attiva.
Nel periodo dai 10 ai 14 anni
l’appartenenza ad un gruppo rappresenta una delle motivazioni allo sport più
importanti, sia nello sport di squadra che nello sport singolo.
Gli allenamenti alla resistenza
raramente sono “automotivanti” nei giovani, vengono realizzati più facilmente
se svolti con la complicità del gruppo.
3)Motivazione estetica: il bisogno
del raggiungimento di forme ritenute “armoniche e belle”.
Lo spettacolo sportivo richiede
oltre alle strategie anche la parte estetica sia per chi lo pratica che per chi
l’osserva, (l’azione ben coordinata, un gesto tecnico ben eseguito, ecc.) in
certi contesti può assumere una certa importanza.
4) Motivazione compensativa: nella
fase evolutiva è di estrema importanza, può diventare “patologica” dopo la fase
adolescenziale.
Lo sport può servire come meccanismo
di difesa nel nascondere o superare sentimenti di inferiorità ( a livello
fisico o psichico) nell’espressione di desideri infantili di tipo affermativo
di aggressività latente, desiderio di potenza, dovuta ad un carico di
frustrazioni non elaborate.
Questi tipi di scompensi della
personalità vanno osservati con attenzione e superati con opportuni
orientamenti. ( Si ritrovano piuttosto frequentemente e per tanti versi anche
“normali” in soggetti in età evolutiva).
MOTIVAZIONE INTRINSECA ED ESTRINSECA
Passiamo ora ad analizzare un’altra
spinta motivazionale che ci spinge a muoverci in una specifica direzione:
Motivazione Intrinseca :
solitamente la molla che muove
questo tipo di motivazione è collegata al fare qualcosa solo per il gusto di
farla, per migliorare e progredire le proprie capacità, o per sfruttarle al
meglio.
Forte stimolazione verso
comportamenti competenti e autodeterminati nei confronti dell’ambiente
circostante.
Motivazione Estrinseca :
principalmente ricerca di un miglio status sociale, in questa situazione
abbiamo un impegno verso una attività da cui trarre vantaggi materiali,
ricompense o apprezzamenti che siano.
Di solito nella motivazione
estrinseca avviene un controllo da parte dell’adulto nei confronti del
comportamento spontaneo del bambino o ragazzo, utilizzando ricompense o
punizioni.
Pensiamo ad esempio, al padre che in
modo più o meno conscio imponga al figlio di giocare a tennis, incoraggiandolo
attraverso piccoli ricatti di motivarlo verso una presunta carriera di
tennista.
In casi di questo tipo l’istruttore
può cercare di liberare il bambino da questa induzione motivazionale esterna,
questo nella ricerca di una dimensione ludica e soprattutto di una scelta
spontanea, per evitare di esaurire precocemente la spinta motivazionale,
riconducendo l’allievo verso la motivazione intrinseca, ovvero una motivazione
spontanea del soggetto che possa sostenere nel tempo la costanza di una scelta
motivata.
DETTAGLI
Vediamo ora dettagliatamente questa
spinta interna, e da cosa deve essere originata, in particolare dobbiamo
sentire e avere il controllo di noi stessi, dobbiamo essere realistici in senso
ottimistico.
Secondo Singer le persone che
rivelano un forte bisogno di riuscire hanno la tendenza a:
1) Prefiggersi
scopi alti, specifici e raggiungibili.
2) Predisporre
piani o programmi personali che saranno osservati per facilitare la
realizzazione di quegli scopi.
3) controllare
continuamente i loro progressi e se sono fuori rotta, a rettificare o
modificare scopi, programmi, o gli uni e gli altri.
4) Pensare
tenendo i piedi per terra.
5) Tener conto
dei fattori personali che potrebbero essere la causa dei risultati desiderati,
come l’impegno e la fortuna.
6) Valutare con
imparzialità ciò che hanno fatto e cercare di migliorare i loro tentativi
anziché prendersela con gli altri o con le circostanze.
Senza dubbio un impegno di questo tipo giova
all’autocompiacimento e alla soddisfazione di partecipare a un certo tipo di
attività.
Con l’impegno personale è sicuramente più facile
ottenere risultati nei miglioramenti delle proprie capacità, contare al
contrario sulle ricompense, finisca per dare risultati di portata limitata.
E’ anche vero che spesso questo tipo di sistema
influisce fortemente sul nostro comportamento.
A parte le cause legate a fattori culturali, dei
programmi educativi, e dei sistemi di ricompensa potremmo dire che le attività
motorie potrebbero essere:
1) Valutare in
maniera positiva in prima persona.
2) Apprezzate
da altre persone legate al bambino
3) Soddisfacenti,
impegnative e divertenti.
Singer sostiene che se mettiamo insieme queste tre
considerazioni, unite ai sei fattori esposti in precedenza ci sono ottime
possibilità per avere una attività soddisfacente e ben riuscita.
LOCUS OF CONTROL
Vediamo di cosa si tratta; facendo un piccolo passo
indietro riprendiamo il discorso sulle attribuzioni relative ai motivi
principali delle prestazioni:
1) L’abilità
2) L’impegno
3) La fortuna
4) La
difficoltà che l’attività presenta
Possiamo vedere che i primi due sono interni e
personali, mentre i secondi sono esterni al soggetto. Possono essere di
causalità o di controllabilità.
L’attribuzione di un successo a cause interne incrementa
l’autostima e l’interesse intrinseco verso quell’attività.
Viceversa, l’attribuzione di un insuccesso a cause
interne può influenzare negativamente la fiducia verso sé, e favorire una
riduzione volontaria del coinvolgimento per quel compito.
Interessante
la valutazione data da Weiner nel 1980, dove testualmente dice: “
l’attribuzione più importante che danneggia la lotta per vincere è la sensazione di avere qualità modeste”.
Gli istruttori potrebbero sensibilizzare gli allievi a
valutare in caso di sconfitta l’imputazione alla mancanza di impegno piuttosto
che prendersela con la sfortuna.
Cercare di far capire agli allievi che loro stessi
possono influire sui risultati; (attribuzioni interne) e ottenerne di migliori,
ad esempio aumentando l’impegno durante le fasi di allenamento, siano esse,
tecnico-tattiche, fisiche, o di preparazione mentale.